28/06/2019

Che fine farà il samaritano? . La difficoltà di farsi prossimo oggi



C’è un testo nella Bibbia che tutti conosciamo: la parabola del buon samaritano. Una figura scomoda, un uomo considerato da Israele impuro ed eretico, uno da cui non ci si aspetta nulla di buono e da cui tenersi lontani. Eppure quest’uomo, nel racconto del vangelo di Luca, presta aiuto a un uomo ferito che è stato aggredito da dei banditi e lasciato per strada. Questa figura, nei secoli, è servita a mettere sull’avviso tutti coloro che si sono trincerati dietro una fede formalmente corretta ma incapace di avvicinarsi a chi è in difficoltà. Non è stato capace di farlo il levita, né il sacerdote e molto spesso non sono state capaci di farlo le chiese. Per secoli l’amore verso il prossimo è stato incarnato da quest’uomo che presta le prime cure, spende il suo tempo e il suo denaro per trovargli un alloggio e si preoccupa per la sua salute. Il buon samaritano sfida la nostra pigrizia, il nostro egoismo, la nostra vocazione e ci chiama a farci prossimi di chi incontriamo per strada anziché chiedere quali siano le persone di cui dobbiamo occuparci. In questi ultimi anni ho cercato, come molte e molti altri nel mondo, di farmi prossimo di coloro che, in fuga dal proprio paese, hanno scelto di cercare futuro in Europa. Io come molti altri credenti, semplici cittadini, membri di Ong, pescatori, membri del Soccorso alpino, volontari di associazioni, ci siamo lasciati interrogare e abbiamo cercato di dare un senso alla parola biblica con cui si conclude la parabola: «Va’ e fa’ la stessa cosa». Ma da tempo sono sempre più sgomento. Il buon samaritano non è più un paradigma da imitare, è diventato invece un fuorilegge. La capitana della Sea Watch, Pia Klemp, rischia vent’anni di carcere per aver soccorso in mare persone che stavano affogando, numerosi amici francesi a Briançon sono sotto processo da mesi, perché hanno raccolto per strada persone che rischiavano di morire in mezzo alla neve al colle del Monginevro. Chi espone pubblicamente una sciarpa su cui è scritto «Ama il prossimo tuo» viene picchiato da militanti di destra e infine deriso dal ministro dell’Interno. Penso ai due francesi che la settimana scorsa sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, semplicemente perché hanno dato un passaggio a persone dalla pelle scura che si erano perse nei boschi di notte sotto la pioggia. Come se aiutare qualcuno, considerato che non si è tenuti a chiedere i documenti a meno di appartenere alle forze dell’ordine, costituisse di per sé un reato. Penso a quelli che, in questi anni, hanno aiutato con un paio di scarponi, un posto letto, qualcosa da mangiare, con il calore umano di chi cerca di ascoltare la storia altrui e prova, almeno per un attimo, a strapparti alla solitudine e alla disperazione che hanno la forma di un foglio di respingimento, di una notte gelida in mezzo alla neve e degli affetti che da anni sono solo un messaggio su WhatsApp. Penso a B., vittima del circuito della prostituzione, respinta alla frontiera due anni fa, che ho ospitato a casa mia per qualche settimana; penso alle diecimila persone che in questi due anni hanno valicato il Monginevro per raggiungere la Francia; penso ai minorenni non tutelati e rimandati in Italia, quelli a cui la gendarmerie ha rifiutato il diritto di fare domanda di asilo con metodi poco democratici. Penso alla ragazza morta annegata in un torrente, dopo esser stata inseguita di notte dalla polizia. Penso a Mamadou, di cui è stato ritrovato poco più di un braccio nei boschi di Bardonecchia. Penso alle ragazzine stuprate nei campi libici che hanno attraversato il Colle della Scala, in inverno, incinte all’ottavo mese.
Molti come me si sono lasciati interrogare dal buon samaritano e hanno risposto che non si poteva fare diversamente, che non si lascia la gente in giro in montagna come non la si lascia in mare. Penso però che avremmo potuto fare molto di più. Nei giorni scorsi il governo ha dichiarato fuorilegge la figura del buon samaritano: mi preoccupa il fatto che sia diventato lecito lasciar affogare creature umane o normale mandare a processo chi cerca di farsi prossimo. Mi preoccupano le duemila persone che manifestano a difesa del tabaccaio che spara per difendere il proprio negozio. Il diritto di migrare, la possibilità di usare il proprio passaporto per muoversi, il diritto di vivere in un paese dove istruzione, sanità e lavoro siano possibilità reali non sono più percepiti come tali. La colossale disuguaglianza economica tra i paesi da cui si emigra e quelli nei quali si vorrebbe vivere non è percepita come ingiustizia, bensì come il giusto benessere che nessuno ci può togliere. E coloro che non sono d’accordo vengano pure derisi, imprigionati e messi a tacere. Mi preoccupo perché per la prima volta in vita mia, dopo aver a lungo riletto, ho avuto paura e ho cancellato delle righe.

Davide Rostan

Pensiero tratto dal testo di Isaia capitolo 26, versetto 9a di domenica 2 Giugno 2019


Le mie profondità ti anelano nella notte, lo spirito che vive in me viene in cerca di Te... (Is 26:9a) 

Così Isaia parla al suo Dio: suonano come le parole di un innamorato. Sì: perché Isaia è innamorato del suo Dio. La notte gliene fa desiderare la presenza ed il sentimento che nasce in lui dal profondo sembra quasi involontario, incontrollato, qualcosa che, nell'intimo, lo muove irresistibilmente.  Le traduzioni sono ciò che forse più assomiglia a noi esseri umani: un qualcosa di inevitabilmente imperfetto, incompiuto. Quando Isaia si rivolge a Dio nel breve passo che abbiamo ascoltato quest'oggi, gli parla, naturalmente, in ebraico; e Gli dice: “La mia nefesh ti anela nella notte”. Solitamente, le traduzioni delle bibbie italiane riportano, per nefesh, il termine “anima”, di modo che le parole di Isaia suonano in questo modo: “L'anima mia ti anela nella notte”. Soltanto che, detto così, qualcosa dell'originale si perde. La lingua ebraica, a differenza della nostra, non conosce termini astratti. Che cosa vuol dire? Che ogni parola, in ebraico, si esprime attraverso un riferimento alla realtà concreta. Nefesh, letteralmente, significa gola: il luogo da cui esce la voce. E la voce di ciascuno, si sa, è unica ed inconfondibile. In più, la voce è anche lo strumento con cui, se cerchiamo qualcuno, soprattutto di notte, quando non possiamo vederlo, chiamiamo il suo nome. Isaia chiama Dio e lo chiama con quella voce che sa che Dio riconoscerà tra mille, quella voce che, da sola, sarà sufficiente a Dio per comprendere che, chi lo sta chiamando, è Isaia e non qualcun altro. 
Prosegue poi il nostro testo: “Lo spirito che vive in me viene in cerca di Te”. Traduciamo con spirito il termine ebraico ruah, che letteralmente significa vento. Il vento, com'è noto, è un elemento imprevedibile, sfuggente, che sa essere dolce o furioso: in ogni caso, un qualcosa di indomito, ciò che più ricorda la vita e la libertà. La parte libera di Isaia, quella che più profondamente lo fa sentire vivo, quella che spesso lo mette in moto e gli dà la forza dell'annuncio e della denuncia: questa è lo “spirito”, la ruah di Isaia. L'elemento vitale: non a caso, femminile. Ma la cosa più interessante è che ruah è il termine usato per definire anche lo spirito di Dio, che non è, quindi, un qualcosa di estraneo all'uomo. Spesso il linguaggio religioso pone l'accento sulla distanza che separa Dio dall'essere umano: meglio farebbe a sottolineare quelli che sono gli aspetti che rendono Dio e l'uomo l'uno vicino all'altro. Uno di questi aspetti, forse il più significativo, è che Dio e l'essere umano condividono il medesimo spirito. 
A partire dalla mia meditazione di questo breve versetto di Isaia, vorrei proporvi di riflettere insieme su un aspetto tra i mille che lo spirito possiede. Il primo riguarda quella che chiamerei “la necessità della sosta”. Cerco di spiegarmi. Credo che ognuna ed ognuno di noi abbia sperimentato, nell'arco della propria esistenza, una sensazione di smarrimento, dovuta all'incapacità di trovare un senso a ciò che viviamo. Di solito, questi momenti di lucidità, nascono non appena facciamo ciò che il nostro stile di vita normalmente ci impedisce di fare: una pausa. È quando ci fermiamo che, d'improvviso, ci sembra affannoso e vano il nostro correre, inseguendo desideri che non sono i nostri, convincendoci che il vuoto non sia altro che uno spazio da riempire, mai da abitare. 
Dimentichiamo che il vuoto è lo spazio in cui un suono si propaga, è il luogo dell'ascolto, il silenzio nel quale Dio e la vita ci chiamano a sostare, a rifiatare. È luogo di ristoro, “pieno spazio vuoto”, fonte alla quale dissetarsi. Senza pause non c'è ritmo, non c'è pulsazione, non c'è respiro. Tutto ciò che è vita, vive di pause. La vita che sempre più conduciamo, è una vita priva di pause, una corsa in cui è meglio fermarsi il meno possibile, perché quando si sta fermi si pensa, e pensare, spesso, è doloroso. Eppure questa quiete apparente è il luogo più fertile dell'autentico ricercare. Isaia cerca Dio nella calma del proprio respiro, come sprofondando, lentamente, dentro di sé, come se tornasse per un istante nel grembo da cui, un giorno lontano, è uscito, come se rifiutasse di rimanere sconosciuto a se stesso. Fermarsi mette in movimento l'invisibile che abita in noi e permette a Dio di attraversarci, di sostare un istante nelle nostre vite, di farci avvertire, almeno un attimo, un'ombra di senso, una carezza sui nostri cuori stanchi.
(Domenica 2 Giugno 2019 – Alessandro Esposito)

Come arrivare ad Omegna


                                                                                               Chiesa Metodista di Omegna
                                                                                               Via Flli. Di Dio,64
                                                                                                28887  Omegna (vb)

Alla cortese attenzione,
coordinatrice delle Scuole Domenicali del VI Circuito Sig.ra Marlis.

Rispondo alla vostra mail inviata al Past. Alessandro Esposito in merito alla festa delle Scuole Domenicali che si svolgerà ad Omegna il 23 Giugno.

Come arrivare ad Omegna.
In autostrada, si prende la direzione Laghi, si segue la deviazione per Gravellona Toce, si esce a Gravellona Toce, all’uscita a destra, seguendo la direzione per Novara, circa 6 KM siete ad Omegna.

In treno:
Da Milano, direzione Domodossola scendere alla stazione di Verbania Fondotoce, da li c’è un servizio di linea di autobus in direzione Omegna.
Per i posteggi non ci sono problemi, nelle vie adiacenti alla chiesa si trovano facilmente posti.

Pranzo:
Noi organizzeremo un pranzo completo (un primo, un secondo, caffè) compreso il bere, come pure una merenda per i ragazzi.
Per quanto riguarda il prezzo non abbiamo deciso alcuna cifra, lasceremo ad offerta libera.
Riguardo alla passeggiata verso il lago, essendo una piccola cittadina, ne parleremo in mattinata e vi daremo le indicazioni per i vari percorsi.
Vi saremmo grati se ci farete sapere il numero di persone che parteciperanno.

Spero di esservi stato di aiuto, comunque vi lascio il mio N° di telefono per ogni eventualità.
335 6383792 Gianni.


FESTA DELLA SOLIDARIETA' E DELLA COMUNITA' DI OMEGNA (Vb)




Chiesa Evangelica Metodista
                        di Omegna


FESTA DELLA COMUNITÀ E
DELLA SOLIDARIETA'

21 – 22 – 23 GIUGNO 2019

VENERDÌ 21 - SABATO 22
ore 19:30 CENA


DOMENICA  23 GIUGNO

ORE 11:30 CELEBRAZIONE COMUNITARIA
ORE 13:00 PRANZO
ORE 19:30 CENA

Parte del ricavato sarà devoluto alla:
Associazione amici dei bambini cardiopatici

per informazioni e prenotazioni:  0323,60632 / 0323,862380 / 3937534494