30/12/2019

Pensiero di Natale dal Vangelo di Luca capitolo 2, versetti da 33 a 35


“E il padre e la madre di Gesù erano meravigliati per le cose che si dicevano di lui. E Simeone li benedisse e disse a Maria, la madre di Gesù: «Ecco, questo [tuo figlio] è posto per la caduta ed il rialzarsi di molti in Israele e come segno di contraddizione (e una spada, poi, trapasserà la tua stessa anima) di modo che vengano rivelati pensieri da molti cuori»” (Luca 2,33-35) 

Ci troviamo all’inizio del vangelo secondo Luca, in mezzo a quelle pagine che narrano dell’infanzia di Gesù. L’episodio inizia facendo riferimento alla meraviglia di Maria e di Giuseppe, sorpresi dalle parole che hanno ascoltate da Simeone, attraverso le quali il loro figlioletto appena nato era stato definito «luce che illumina le genti e gloria del Tuo popolo Israele». Ma chi è Simeone? Quando lo presenta, Luca lo descrive semplicemente ma significativamente come «un uomo giusto»: vive in Gerusalemme e, da uomo retto qual è, si tratta della persona più indicata per riconoscere Gesù come colui nel quale e attraverso il quale questa giustizia si compie.  
L’elemento più sorprendente e più dirompente però, in questa confessione, è un altro e consiste nel fatto che chi pronuncia queste parole è un laico, ovverosia, letteralmente parlando, un «uomo del popolo». Non si tratta, infatti, di un sacerdote, di un uomo che, per così dire, “per mestiere” si occupa di amministrare il sacro: Luca, con buona pace di quanti, allora come oggi, rimangono perplessi e scandalizzati da questa scelta, pone sin dall’inizio la vicenda umana e divina di Gesù sotto il segno della laicità. Simeone, uomo retto e laico, viene però incontro a Gesù e ai suoi genitori proprio dentro il tempio, per annunciare che, in verità, con quel tempio e con il suo sacerdozio la predicazione e la vita di quel bimbo, un giorno non lontano, entreranno inevitabilmente in contrasto. Profeta di questa notizia è, come quasi sempre sono i profeti biblici, un uomo del popolo, che agli occhi di Dio è affidabile più di qualsiasi uomo religioso per il semplice fatto che si tratta di un uomo giusto. E persino lo stesso nome che porta non è figlio del caso: Simeone, infatti, vuol dire, letteralmente, «colui che dà ascolto»; ed è questa stessa capacità, il suo saper volgere l’orecchio così come il cuore a Dio, ciò che lo rende, in ultima istanza, un uomo giusto. 
Ma le sorprese legate a quest’uomo semplice ed integro non sono ancora finite, al contrario, hanno appena avuto inizio. Simeone, infatti, contro ogni consuetudine propria del suo tempo e della sua cultura, sceglie di rivolgere le sue parole non al padre del bambino, ma alla madre. Nella religiosità sacerdotale, ieri come oggi, la donna non è considerata come possibile interlocutrice: la parola circola da maschio a maschio, perché i maschi custodiscono e circoscrivono lo spazio inviolabile del sacro. Il Dio delle istituzioni religiose parla ai soli maschi, i quali poi, sovente, si elevano al rango di depositari del vero. I vangeli, al contrario, sono storia di una rivelazione che, in modo assai significativo, si apre e si chiude al femminile. 
Ed è con un riferimento all’intimità che Simeone si rivolge, con una confidenza commovente e sorprendente, a Maria. Le dice, infatti: «Una spada, poi, trapasserà la tua stessa anima».  Simeone annuncia a Maria il suo dolore di madre, la ferita da cui dovrà imparare a germogliare la sua fede di donna: il suo Gesù infatti, e lei lo sa, appartiene a Dio, e lei dovrà riscoprirsi madre nel lasciarlo andare, nel rinunciare alla spontaneità del sentimento che tende a trattenere l’amato. Quel figlio suo e non suo, dono dell’amore come lo è ogni figlio, ogni figlia, sarà trafitto a morte e straziato, e con lui il suo cuore di madre. Ma in questo squarcio che verrà a dilaniarle il petto Dio, per bocca di Simeone, promette di gettare un seme: e da quel dolore muto e inconsolabile qual è il dolore della madre che veda morire il figlio, da quel solco che le si scaverà nell’anima e nei sensi, gli ultimi di questa terra riceveranno speranza e nuova vita.     

[NATALE 2019 – Pastore Alessandro Esposito]


28/12/2019

Filippesi 2, 6-11. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di Natale



                          Filippesi 2 , 6 – 11


Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio, non considerò un possesso per sé l’essere uguale a Dio,

ma annientò se stesso prendendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini.

Facendosi incontrare davvero come un uomo, umiliò se stesso, essendo divenuto obbediente sino alla morte,

e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha fatto grazia del nome

che è al disopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi,

e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre.



IPaolo noi leggiamo alcuni testi che non sono suoi. Sono degli inni delle comunità che riprende ed inserisce nelle sue lettere. E dal momento che le lettere di Paolo sono i più antichi scritti cristiani in nostro possesso, quegli inni, che sono addirittura più antichi delle lettere, rappresentano allora la primissima voce dei credenti arrivata fino a noi, una voce che risale anche a quasi solo venti anni di distanza dalla morte e risurrezione del Signore.


Il più famoso di quegli inni “primordiali” è quello che abbiamo ascoltato dall’epistola ai Filippesi.

É bello ed è prezioso, dare voce oggi a quest’antichissima voce, perché questa superba confessione di fede della primissima cristianità ci ricorda che l’evento Gesù è così grande che ogni banalizzazione, anche coi più sinceri buoni sentimenti, di ciò che lo riguarda, è qualcosa di grave, è quasi una bestemmia.


I.

Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio, non considerò un possesso per sé l’essere uguale a Dio, ma annientò se stesso prendendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”.

Era “uguale a Dio” e “annientò se stesso”. I credenti delle prime comunità vedevano nel bambino nato a Bethleem né più né meno che l’annientamento di Dio! Questo è la verità di quell’evento di duemila anni fa che oggi ricordiamo. E allora è l’impensabile! Colui che “era nel principio, e era presso Dio, e era Dio… la Parola, il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutte le cose son ostate fatte, e senza la quale assolutamente nulla è stato fatto”, s’è fatto una creatura, un batuffolo di carne e di sangue. Siamo davanti al “mistero dei misteri”… siamo alle prese con la vertigine…


Di più. Questa è la “bestemmia” che le altre grandi religioni monoteiste rimproverano al Cristianesimo: Dio, l’Altissimo il Santo, del quale dobbiamo stare attenti anche soltanto a pronunciare il nome, perché lo si può solamente mormorare in alcuni momenti “con timore e tremore”, si fa “servo”!

Davvero, quest’annuncio è insopportabile! È un insulto alla maestà dell’Eterno, alla sua immutabilità e alla sua onnipotenza.


Così gli altri credenti nel Dio unico hanno reagito ed ancora reagiscono all’Evangelo dell’Incarnazione. E così dimostrano di aver colto l’abisso che quell’evangelo ci spalanca sotto i piedi, molto più di tanti cristiani e cristiane che vivono con tutta tranquillità la nascita di Gesù come la “bella poesia” del presepe…

In realtà, qui è tutto un mondo che si capovolge, e quando il mondo si capovolge, nessuno più riesce a stare in piedi. Ognuno deve capovolgersi anche lui…

Oggi” – così hanno detto ai pastori gli angeli dell’annuncio del Natale – “oggi è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore” (Luca 2,11). E nulla è più, e nulla può più essere, come prima. Il mondo, la vita, la morte, il senso delle cose… tutto cambia! E anche noi dobbiamo cambiare. Se tu intuisci anche vagamente che in quel bambino che nasce, “Dio si annienta”, questo non può non sconvolgerti la vita: o provi orrore, o il cuore ti si gonfia di stupore.


Quello stupore, e la riconoscenza… l’entusiasmo che ricolma quest’inno che Paolo ci ha trasmesso: “Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio… annientò se stesso…divenendo simile agli uomini”.

C’è qui davvero tanta meraviglia. C’è la sorpresa di chi è alle prese con l’impossibile, e pensa di sognare e poi si rende conto che… no… non sta sognando e invece sta contemplando la realtà. E si rende anche conto che tutto questo è accaduto ed accade per lui, che se Dio in Gesù “ha annientato se stesso”, l’ha fatto per me! Perché mi ama. Ama me, proprio me!

Ma allora, se mi sento insignificante, ora so che non è così. Perché so che per lui, per il mio Dio, io sono importante; so che lui tiene a me al punto che s’è svuotato di se stesso per farsi come me, per dare senso, redenzione, gioia alla mia vita! Allora, se mi sento povero e miserabile, so che non è così. Io adesso sono ricco, sono un vero nababbo, perché Dio adesso è mio… adesso mi appartiene come io appartengo a lui. E se mi sento solo e abbandonato, so che in quel bambino Dio mi si è fatto vicino, s’è fatto mio fratello, il mio compagno di strada che non mi lascia più, qualsiasi cosa accada…


E lo stupore a questo punto si fa gioia, si fa entusiasmo ed inno…

Perché poi, non soltanto nel bambino di Bethleem, Dio s’è fatto “simile agli uomini”, ha cioè condiviso la nostra condizione, ma ha poi portato questa condivisione fino al suo compimento. E così la parabola della storia dell’uomo Gesù di Nazareth, iniziata sul legno della mangiatoia si chiuderà su un legno ben diverso: “Umiliò se stesso, essendo divenuto obbediente sino alla morte, e alla morte di croce”.

Gesù è nato per morire, come tutti noi. E morirà su un patibolo, della morte dei malfattori. Ma proprio perché in lui è Dio che s’è reso presente in mezzo a noi, la morte non ha potuto trattenerlo nelle sue grinfie. Gesù è stato strappato via da quegli artigli, e la potenza della divinità ha annientato colei che lo annientava. E con lei ha sconfitto, una volta per tutte, il male ed il peccato.

E alla vittoria fa seguito il trionfo: “Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha fatto grazia del nome che è al disopra di ogni nome”, e adesso davanti a lui è necessario e giusto che “si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.


C’è qui davvero come un santo entusiasmo, una gioia esplosiva.

Quei poveri, sparuti primissimi cristiani, sovente emarginati, a volte perseguitati, confessano Gesù come l’unico “Signore” (lui, e non il Cesare di Roma!) davanti al quale ci si deve inchinare, e chiamano l’universo a unirsi a loro. Ogni realtà che ha vita deve adesso prostrarsi e celebrare colui che “essendo uguale a Dio”, è nato, è morto, è risorto per tutti.

Davvero questo è l’inno della gioia cristiana. La gioia dirompente di chi ha scoperto in Gesù la grande offerta di vivere finalmente da uomo e donna liberi.


II.

Ma liberi da chi?… o da che cosa?…

C’è un particolare in questa confessione di fede, che ci può forse aiutare a capire perché quegli uomini e quelle donne erano così gioiosi della libertà ricevuta in dono dal Signore. È là dove la confessione afferma: “nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi…”.

Il mondo in cui il cristianesimo è nato, nonostante la pax romana imposta a tutti, era in preda a una grande insicurezza, perché aveva un principe in terra, ma non aveva più dèi in cielo. Le divinità tradizionali della Grecia e di Roma erano ormai invecchiate, irrimediabilmente. Non avevano più credibilità. Si continuava, certo, ad andare ai loro templi, a offrire loro doni e sacrifici, lunghi cortei e splendide cerimonie, ma quasi nessuno credeva più alla loro reale esistenza. Erano figure simboliche, splendide personificazioni della sapienza umana e dei poteri che conducono la storia, dei sogni degli umani e delle realtà e dei fenomeni naturali, come il cielo, il mare, le sorgenti, i fiumi, i boschi, la pioggia. Ed era bello, era doveroso, era “da cittadini dell’Impero” rendere loro pubblicamente omaggio. Ma nessuno avrebbe più seriamente affidato la sua vita e le sue speranze a “Giove Ottimo Massimo” e ai suoi fratelli e sorelle.


I vecchi numi dell’Olimpo, insomma, si stavano sgretolando, e non ce ne erano nuovi all’orizzonte. Ma se mancano gli dèi, il cielo allora è vuoto!

E poiché gli esseri umani hanno sempre avuto il terrore del vuoto, ecco che, per riempirlo, arrivano gli spiriti. Ogni cosa si popola di un brulichio di esseri misteriosi, di origine e di fattezze incerte, benigni o maligni, o benigni e maligni al tempo stesso, potenti oppure deboli, seri e burloni. Una turba invisibile, eppure ben presente, che ricolma ogni spazio, ogni recesso, e si agita e si muove senza posa attorno all’uomo ed alle sue dimore, e nelle profondità stesse della terra; appunto: “nei cieli, sulla terra e negli abissi”…

E è una presenza ti mette a disagio. Ti senti nudo, impotente ed inerme davanti al male, ed anche al bene che potrebbero farti; senti di dipendere dai loro capricci, dal loro buono o cattivo umore…


E non soltanto questo. Se mancano gli dèi, se il cielo resta vuoto, non soltanto gli spiriti, anche le potenze terrene aumentano di forza, si fanno più incombenti, minacciose.

È proprio così. Se non ci sono i signori del cielo che li frenano, i signori della terra, i re e i grandi del mondo, non hanno più alcun limite alle loro pretese di dominio. Abbiamo già accennato ai Cesari, agli imperatori di Roma: non a caso rivendicheranno per sé quel posto vuoto in cielo e il titolo di “Dominus et Deus”, “Signore e Dio”, e in questo modo vorranno impossessarsi non soltanto dei corpi e dei denari, ma anche delle coscienze di chiunque sia sottoposto alla loro signoria.


In questa situazione, è difficile, è quasi impossibile non essere inquieti, non sentirsi in pericolo, e sotto un giogo sempre più pesante. E allora cerchi aiuto, cerchi una via di scampo dalla dipendenza dagli spiriti “dell’aria, della terra e degli abissi”, e anche una via di scampo dall’oppressione dei potenti che vogliono impossessarsi del tuo animo. Non a caso, l’epoca della nascita di Cristo è stata l’epoca d’oro dei maghi, dei fattucchieri, degli astrologi, dei ciarlatani di ogni origine e tipo, dei riti più bizzarri, di chiunque affermava di avere “la risposta”, di conoscere la via e i mezzi per poterti salvare, per vincere l’angoscia che devastava tanti…


Ma ecco un “lieto annuncio” diverso da ogni altro comincia a circolare e a scuotere e a stupire tutto il mondo romano. È l’“evangelo” di Gesù Cristo, che si rivolge a tutti, ma soprattutto agli umili, ai poveri, agli schiavi e alle schiave, a chi non può permettersi nemmeno il più scalcinato dei maghi, e proclama che “è nato un Salvatore, che è il Cristo, il Signore”; e questo “Salvatore”, nato “povero tra i poveri”, da povero è vissuto e da povero è morto, della più miserabile delle morti.

Ma era davvero “il Signore”. È stato ed è il “Dio con noi”, che ha nel cielo il suo trono da cui nulla e nessuno potrà mai spodestarlo, e che pure ha lasciato di sua volontà, per farsi gratuitamente, per amore!, uno di noi.

E prima in pochi, e poi sempre più numerosi e consapevoli, e con sempre più gioia, tanti sudditi e le suddite dell’impero si sono aperti a questo incredibile, sconvolgente, bellissimo “lieto annuncio”. E si sono scoperti felici. Hanno scoperto di non avere più paura: nessuno spirito più o meno capriccioso, nessun potente assetato di dominio potrà più fare loro veramente del male, perché l’unico vero Dio Signore del cielo e della terra, adesso è il loro Dio.


Cristo è nato per vincere, ed ha vinto! “Ha annientato se stesso”, perché ha avuto pietà del nostro smarrimento e, con la sua umiliazione e la sua morte, ha trionfato sul potere bizzarro degli spiriti e su quello terribilmente “normale” dei principi del mondo. Dio lo ha risuscitato, e gli ha restituito “la gloria” che era sua “prima che il mondo fosse” (cfr Giovanni 17,5).

Adesso, tutto è finito. La minaccia degli spiriti maliziosi che infestano ogni luogo, ogni realtà, il giogo blindato dei potenti, anche il potere implacabile del fato, la forza del destino scandito dalle stelle che con il loro corso tenevano nel pugno le sorti degli umani, ora tutto è sconfitto! Adesso, chi appartiene a Gesù Cristo è libero per sempre, perché lui è veramente, come cantano gli angeli del Natale: la “pace sulla terra agli uomini che Dio ama”. Sì, Gesù è il vincitore! Del male, della morte, di ogni cosa.


Ecco allora chi era Gesù per quei nostri primi fratelli e sorelle nella fede.

Ecco cosa voleva dire per loro la sua nascita (il suo benedetto “annientamento”): Dio che irrompe nel mondo e si fa mondo, per sottoporre a sé le potenze dell’aria, della terra, degli abissi del mondo. Per questo, quegli uomini e quelle donne non potevano non essere colmi di quell’entusiasmo la cui eco è arrivata, integra e contagiosa, fino a noi.

Sì, “contagiosa”. Dall’apostolo Paolo noi sappiamo che le prime comunità cristiane erano cosi ricche di fede e di gioia, che capitava che se qualcuno si trovasse ad assistere per la prima volta a una loro assemblea, ad un loro culto, spesso si alzasse in piedi ed esclamasse: “Davvero Dio è presente in mezzo a voi!” (cfr 1 Corinzi 14,25).


III.

Ci siamo riportati al primo secolo, a quel tempo di spiriti fluttuanti, di potenze dell’aria e della terra, di vecchi dèi malati. Un tempo apparentemente agli antipodi del nostro tempo, della nostra cultura e mentalità tecnico-scientifica di uomini e donne del ventunesimo secolo. Eppure sono convinto che proprio oggi noi ci troviamo a vivere l’epoca che forse più di ogni altra di questi duemila anni, è vicina a quel remoto primo secolo.

Allora – abbiamo detto – gli dèi tradizionali erano moribondi e non ce ne era di nuovi all’orizzonte. Oggi, tutto un modo antichissimo di concepire e vivere la religione è entrato in crisi. Siamo nell’epoca del “post”: siamo postmoderni e anche postcristiani. E sentiamo l’orrore del vuoto, e siamo alla ricerca spesso affannosa di un nuovo modo di vivere il nostro rapporto col trascendente, con quella che alcuni chiamano “energia cosmica”, che possa dare un senso all’universo.

Allora, il cielo vuoto aveva favorito tutto un proliferare di spiriti, demoni, forze occulte, e di maghi, stregoni, ciarlatani. Oggi, basta guardarsi attorno. Quanti dei nostri contemporanei abituati a viaggiare in turbo jet e ad essere un tutt’uno col computer, l’iPad, il cellulare, affidano le loro angosce e le loro speranze a nuove forme più o meno strane e esotiche di spiritualità, religiosità, magia, confidano in credenze misteriose, si lasciano guidare dal guru o dall’oroscopo…

Allora, sempre quel cielo vuoto, rendeva più oppressivo il dominio dei potenti, oggi il nostro “cielo vuoto” apre sempre nuovi spazi di conquista ai poteri finanziari ed economici, al terreno e terreste “dio mercato” ed ai suoi sacerdoti; e c’è poi ancora il potere dei politici, e dei media, e delle mode; e c’è il senso di una crisi profondissima che è economica, e non è solo economica, ma è una crisi di sistema, ed è crisi morale, culturale, antropologica, crisi di prospettive…

Davvero, non siamo per niente lontani da quel lontano primo secolo…


Come per quegli antichi uomini e donne la cui fede è arrivata sino a noi nell’inno di Filippesi 2, si tratta anche per noi di riscoprire, nell’evangelo del Dio che si fa uomo, il lieto annuncio della nostra libertà. Di dare anche noi ascolto al canto di Bethleem: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore”, come alla proclamazione gioiosa dell’avvento del “Grande Vincitore” su tutto quello che ci rende schiavi.

Quell’evangelo ha sconvolto, stupito, innamorato, ricolmato di gioia tanti uomini e donne di duemila anni fa, ed il loro entusiasmo è ancora oggi risuonato per noi. Sia questo l’evangelo di questo ennesimo Natale di crisi, e ci contagi con il suo entusiasmo.


Io ho un sogno di Natale. Colui che è nato per essere “confessato” come “il Signore a gloria di Dio Padre”, ci conceda, in un giorno che speriamo non lontano, che qualcuno che si trovi per la prima volta ad assistere ad un nostro culto, resti così colpito dalla nostra fede, e dalla luce dei nostri occhi e dei nostri sorrisi, da alzarsi e dire: “Davvero Dio è presente in mezzo a voi!”.


                                                               Ruggero Marchetti

10/11/2019

I Tempi della fecondità



Diceva poi questa parabola: «Un tale aveva piantato un fico nella sua vigna e venne a cercarne il frutto e non lo trovò. Disse allora al vignaiolo: “Ecco: da tre anni vengo a cercare frutto presso questo fico e non ne trovo. Taglialo, dunque: perché sfrutta inutilmente la terra”. Quegli, allora, rispondendo gli dice: “Signore, lascialo anche quest’anno, di modo che io possa scavargli intorno e spargere concime: chissà che non porti frutto in futuro. Altrimenti, lo taglierai”» (Lc 13:6-9)

A differenza dei dotti teologi di ogni tempo, Gesù aveva il dono di saper parlare ai semplici senza rinunciare alla profondità, dimostrando, in questo modo, una stima ed un rispetto autentici nei confronti di quante e quanti non avevano avuto accesso all’istruzione, ma che non per questo erano privi di cultura. Provenendo dalle campagne della Galilea, infatti, Gesù sapeva bene, a differenza di noi, che cultura e coltivazione sono non soltanto termini, ma anche pratiche strettamente imparentate: per questo credeva fermamente nella cultura contadina e la preferiva di gran lunga al vaniloquio dei dottori della legge, istruiti ma, spesso, per nulla colti e persino aridi. Muovendosi per i villaggi rurali della sua terra, Gesù ne incontrava la gente, umile, vessata, sovente disprezzata da latifondisti che, quasi senza eccezione, risiedevano nelle città e inviavano periodicamente qualcuno a riscuotere il frutto del lavoro altrui. Gesù, nel suo annuncio itinerante, snobba volutamente i centri cittadini, dove gli scaltri politici di oggi suggerirebbero di dirigersi se l’obiettivo è quello di diffondere un messaggio: ma ciò che Gesù ha da dire si sposa assai meglio con gli spazi, fisici e mentali, della campagna e della sua gente, che accoglie la novità con prudenza, ma senza diffidenza e preconcetto.
A queste donne e questi uomini semplici e dall’intelligenza pronta, Gesù si rivolge con un linguaggio chiaro e senza fronzoli, che egli utilizza per coinvolgere i suoi interlocutori e mai per abbindolarli. Gesù plasma l’annuncio di Dio per le orecchie e, ancor prima, per i cuori di braccianti e contadine: tutto ciò che gli preme è che possano intendere, che abbiano accesso ad un mondo che, normalmente, è loro precluso dagli «addetti ai lavori», dottori della legge e teologi di professione. Il maestro di Nazaret viene ad annunciare un Dio dai piedi scalzi, che con parole semplici calca i sentieri impolverati della disprezzata Galilea: tutte e tutti possono udire la Sua voce e comprendere ciò che dice; nessuno è considerato inetto, ignorante, analfabeta. Gesù presenta loro un Dio che parla una lingua semplice e chiara, priva di formule incomprensibili e di concetti astrusi: un Dio contadino, come loro schietto, diretto, informale. Gesù lo rende una figura finalmente vicina, confidenziale, a portata di mano: e lo fa calandolo nel movimento vivo di un racconto, facendogli recitare un ruolo, portandolo dalla distanza del cielo alla quotidiana concretezza della terra,
dagli spazi angusti del tempio ai confini aperti della campagna. Così, con semplicità e leggerezza, Gesù mette in scena la relazione tra Dio e noi donne e noi uomini, coniando quei racconti che sono noti come parabole, storie all’interno delle quali chi ascolta viene necessariamente coinvolto e da semplice uditore diviene, improvvisamente, protagonista.

Ogni parabola di Gesù nasce da una situazione concreta; quella del nostro racconto è rappresentata da un dialogo che ha per oggetto il tema, delicato e controverso, della conversione: parola, oggi più che mai, abusata, che richiama alla mente costrizioni e violenze.
Ma nel suo uso originario, tanto in lingua ebraica come in lingua greca, questo termine evoca il cambiamento concreto della direzione dei propri passi e la trasformazione profonda del proprio modo di pensare: questo soltanto, per Gesù, è il senso autentico di ogni conversione che, come tale, non può mai nascere dall’imposizione ma soltanto dall’intimo convincimento. Ed è proprio questa convinzione personale ciò che le parabole raccontate da Gesù vogliono sollecitare e trasformare, nel pieno rispetto della libertà di chi ascolta. Gesù si limita ad offrire un’opportunità di riflessione: desidera uditrici ed uditori intelligenti, non ossequiosi; crede che la fede sia questione di comprensione profonda, non di sottomissione della coscienza. Così, attraverso narrazioni che fanno del coinvolgimento il cuore del loro fascino, Gesù invita i semplici che lo ascoltano a rialzare la testa e a fidarsi di quell’intelligenza che posseggono, sebbene le autorità politiche e religiose la disprezzino poiché, in ultima analisi, la temono. A queste donne e a questi uomini restituiti alla piena dignità della loro intelligenza, Gesù narra la parabola che abbiamo ascoltata.

Il primo a comparire sulla scena è il proprietario della vigna che, tra le viti del suo terreno, aveva piantato un fico, allo scopo, naturalmente, che quest’albero portasse frutto. Da tre anni, però, dice il nostro racconto, quest’uomo si avvicina all’albero e ne constata la sterilità. Di una pianta ornamentale, però, il padrone della vigna sembra proprio che non abbia che farsene: a suo giudizio quel fico non fa che occupare inutilmente il terreno. Di più: sfrutta a vuoto la terra, ovvero, letteralmente, fa ciò che compie ogni sfruttatore: rende senza frutti un terreno potenzialmente fruttifero, lo impoverisce e vive alle sue spalle.
Si tratta, in fin dei conti, di una sorta di parassita: si nutre della terra sottostante e non produce nulla. Il parallelo con la realtà delle nostre società dell’opulenza è estremamente calzante: quasi tutti noi abitanti del cosiddetto «primo mondo» conduciamo, in fin dei conti, un’esistenza parassitaria, che si alimenta in eccesso sottraendo ad altre vite l’essenziale, senza che, peraltro, la cosa provochi scandalo o indignazione. Ma l’immagine di Gesù vale anche sotto l’aspetto personale: la sterilità che si nasconde dietro l’apparente rigogliosità delle nostre vite è la fonte più nascosta di un malessere strisciante, di un’insoddisfazione dilagante. Il frutto è l’immagine di ciò attraverso cui ciascuno, ciascuna di noi è in grado di nutrire chi gli sta accanto o le si fa incontro: e constatare la nostra aridità è fonte inevitabile di delusione e frustrazione. Per noi, certamente, ma anche per quel Dio che ci vorrebbe feconde e fruttiferi.

Dietro l’immagine del proprietario della vigna, difatti, si adombra quella di un Dio, come noi, deluso, che di fronte alla constatazione di una sterilità prolungata e avvilente, conclude sconsolato: qui non resta altro da fare che tagliare. Del resto, è ciò che farebbe ogni contadino assennato: e gli uditori di Gesù lo sanno bene, tanto che non rimprovererebbero nulla ad un padrone che ragionasse in questi termini e chiedesse loro, con tutto il diritto, di recidere un albero infruttuoso. Ma ecco che avviene l’inatteso: il vignaiolo, colui che ogni giorno ha lavorato il terreno godendo della vista di quell’albero e, probabilmente, della sua ombra ristoratrice nell’arsura estiva, chiede una proroga: «Un anno soltanto», dice. E non si tratterà di un tempo durante il quale lui resterà a guardare che cosa succederà: no, si rimboccherà le maniche.
Scaverà tutt’intorno al fico, farà tutto il possibile per smuovere il terreno dove affondano le sue radici, lo concimerà: gli dedicherà tempo, cure, amore, che è disposto a sottrarre alla cura della vigna, purché quell’albero all’apparenza inutile possa continuare a vivere. Un anno soltanto: una richiesta che fa appello alla clemenza del proprietario, che intende smuoverne il cuore attraverso l’amore che lega chi lavora la terra alla pianta che gli offre riparo dalla pioggia e ristoro durante la canicola. Il contadino farà di tutto perché quel fico amato torni a portare frutto: ma sa che il suo sforzo e il suo compito si esauriscono nelle cure date con amore e senza risparmiarsi. La certezza di una nuova fecondità non gli è data: l’albero dovrà fare la sua parte, dimostrarsi sensibile a quell’affaccendarsi premuroso intorno alle sue radici. Anche l’amore, unico rimedio efficace alla sterilità, va accolto, avvertito, sostenuto: da solo, persino lui, è incapace di restituire alla vita, di preparare la nuova fioritura.

Gesù vuole credere nella nostra capacità di portare frutto: stempera persino il pessimismo di un Dio sconsolato di fronte alla nostra persistente aridità; chiede ancora del tempo, quel bene così prezioso che ci sfugge come sabbia tra le dita e che stoltamente ci illudiamo che sia infinito.
Di più: al padrone della vigna rivolge parole chiarissime: «Se poi questo frutto non dovesse arrivare, allora potrai tagliare l’albero: ma dovrai farlo Tu – sembra dirgli – da me non aspettarti che lo faccia».
Gesù non conosce la logica dell’ultima spiaggia: è sempre disposto ad offrire una nuova opportunità, a dare fiducia oltre ogni limite ragionevole, a concedere ancora del tempo, anche quando di tempo, ormai, sembra non essercene più.
«Aspetta ancora un poco», chiede per noi Gesù al Padre: crede fermamente che la nostra sterilità possa mutare in fioritura. Se sapremo sentire la premura delle sue mani che smuovono la terra intorno alle nostre radici, se avvertiremo la loro carezza fiduciosa, ciò che giaceva spento nei nostri tronchi secchi tornerà a germogliare, nuova linfa riprenderà a percorrere i nostri rami nudi, rivestendoli di foglie e Dio raccoglierà, insieme con noi, i frutti maturi e dolci del nostro tornare ad essere, proprio come Gesù, l’instancabile vignaiolo, pienamente umani.

[Intra, Domenica della Riforma 2019 - Pastore Alessandro Esposito]

08/10/2019

Fine vita, il mondo cattolico si ribelli alle falsità del Vaticano





di Alessandro Esposito, pastore valdese

Quella di mercoledì 25 settembre 2019 è destinata a diventare una data storica, sia sotto il profilo giuridico che sotto l’aspetto ad esso strettamente collegato di un’etica finalmente affrancatasi da direttive moralistiche: la Consulta ha difatti approvato, motivandola in maniera ineccepibile, la liceità del ricorso al suicidio assistito in caso di irreversibilità di una malattia cronica o degenerativa giunta al suo stadio terminale. Naturalmente, come la stessa Consulta ha opportunamente sottolineato, vige ancora in materia un vuoto legislativo che spetterà al Parlamento colmare.

Da Oltretevere, naturalmente, non hanno tardato a far pervenire un parere di cui, credo, il mondo laico non avvertiva la necessità: il cardinale Giovanni Angelo Becciu, accodandosi in questo al parere della Conferenza Episcopale Italiana, ha inteso esprimere il proprio “sconcerto” (sic!) dinanzi a questa decisione del supremo organo giurisdizionale italiano. Naturalmente, il dibattito non viene portato sull’unico terreno legittimo, quello giuridico, bensì trasposto su quello in cui da sempre sguazzano porporati e benpensanti, quello di una morale che scade in becero e saccente moralismo.

Le ragioni invocate (sempre che così le si possa definire) sono sempre quelle di un’astratta “difesa della vita”, intesa alla stregua di un principio e non di una concreta esistenza che, in determinate circostanze, può assumere i connotati tragici dell’assenza di dignità, rispetto alla quale ciascuno è chiamato a tracciare i personali ed insindacabili limiti. Dal Vaticano, invece, giungono dichiarazioni che falsano completamente la realtà, attribuendo, a chi ha portato avanti una battaglia per l’estensione di un diritto, una volontà di morte che è semplicemente falsa e che viene messa al centro di un impianto accusatorio dal sapore inquisitoriale che non sta in piedi in alcun modo.

L’auspicio, che sta via via trasformandosi in pia illusione in chi scrive, è che il mondo cattolico si ribelli e incominci a sdoganarsi da un principio d’autorità la cui imposizione dovrebbe indignare quante e quanti ne vengono fatti oggetto da parte di un’istituzione retriva e dispotica, che di fronte al dissenso, specie se argomentato, adotta, di volta in volta, la tecnica della diffamazione o quella dell’insabbiamento. Le ingerenze reiterate operate dalle gerarchie cattoliche nei confronti delle distinte istituzioni stanti a fondamento della democrazia parlamentare sono inaccettabili e andrebbero accolte con la medesima indifferenza che le autorità vaticane destinano alle istanze che promuovono lo sviluppo di un pensiero adulto e responsabile perché laico.

Lo stesso cardinale Becciu, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, fa appello alla possibilità richiamata da alcuni medici cattolici di fare ricorso all’obiezione di coscienza: ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere, pensando al fatto che chi ha l’ardire di richiamarsi alla coscienza è il rappresentante di un’istituzione che la coscienza l’ha sempre svilita, ostacolandone l’insorgere, perseguitandone la libertà ed impedendone l’esercizio. Il Vaticano, in tutta onestà, la coscienza non sa nemmeno dove stia di casa: che ci risparmi, almeno, il triste spettacolo di richiamare in vita un termine che entro i ristretti perimetri del proprio austero dogmatismo esso ha sempre bandito e lasci che ad utilizzarlo sia quell’universo laico grazie al quale, soltanto, è stato possibile compiere qualche passo in direzione di una più profonda comprensione della dignità umana.

(26 settembre 2019)

30/09/2019

“QUALCOSA IN COMUNE”: PICCOLO DIZIONARIO DI SPIRITUALITÀ EBRAICA


Nell’arco di questo trimestre autunnale, presso la Biblioteca Comunale di Verbania, il Pastore Alessandro Esposito terrà un corso dal titolo: “Piccolo dizionario di spiritualità ebraica”. Attraverso questo ciclo di lezioni, le/i partecipanti saranno introdotti ai primi rudimenti dell’ebraico biblico, non soltanto nei suoi aspetti squisitamente linguistici e grammaticali, ma, ancor prima, avventurandosi nell’affascinante universo delle parole e dell’inesauribile fonte di senso che esse rappresentano e custodiscono. Un viaggio, prima ancora che nella lingua, nella cultura e nella spiritualità ebraiche, mondo dalle mille sfumature che finiscono per colorare l’anima di chiunque è disposto a lasciarsene coinvolgere e trasformare. Il corso si articolerà in cinque lezioni della durata di due ore ciascuna, avrà cadenza quindicinale, e si terrà il giovedì dalle 17 alle 19 nei giorni: 17 e 31 ottobre; 14 e 28 novembre; 12 dicembre 

UNITRE DI VERBANIA E DOMODOSSOLA: NARRAZIONE BIBLICA E PSICOLOGIA


Presso le Università della Terza Età di Verbania e Domodossola, il Pastore Alessandro Esposito terrà un ciclo di incontri dal titolo: “I racconti biblici come itinerario psicologico”. 
Nell’arco delle lezioni si cercherà di accostare alcuni testi della tradizione ebraico-cristiana secondo una prospettiva che intenderà metterne in luce i risvolti di carattere psicologico che li contraddistinguono. 
Entrambi i corsi avranno cadenza settimanale e si articoleranno come segue:  

1. Sei lezioni a Verbania, presso Villa Olimpia, il lunedì dalle 14:30 alle 16:30, a partire da lunedì 11 novembre 

2. Dieci lezioni a Domodossola, presso il Liceo Scientifico Statale Giorgio Spezia, il martedì dalle 14:30 alle 16, a partire da martedì 15 ottobre 

STUDI BIBLICI ECUMENICI AD OMEGNA


Insieme con le sorelle ed i fratelli cattolici delle parrocchie di Omegna e Armeno daremo vita a un’attività di approfondimento biblico che si svolgerà due volte al mese presso la Sala CEDI della nostra chiesa e che avrà quale tema: 
"L’integrità della persona come preoccupazione di Gesù". 
Lo studio, nell’arco del mese di ottobre, si svolgerà nelle serate di:  

Martedì 1 Ottobre alle 20:45 Primo incontro del nuovo anno  

Martedì 15 Ottobre alle 20:45 Il risanamento come sfida socio-religiosa 

STUDI BIBLICI ECUMENICI AD INTRA


Insieme con le sorelle ed i fratelli cattolici delle parrocchie di Verbania daremo vita a un’attività di approfondimento biblico che si svolgerà una volta al mese presso la Sala Pestalozzi della nostra chiesa e che avrà quale tema: 
"L’integrità della persona come preoccupazione di Gesù". 
Lo studio si svolgerà in tre momenti:  

1. Lunedì 14 Ottobre alle 20:45 Il risanamento come sfida socio-religiosa  

2. Lunedì 4 Novembre alle 21:00 Liberazioni: tornare in sé per ripartire (I Parte) 

3. Lunedì 2 Dicembre alle 21:00 Liberazioni: tornare in sé per ripartire (II Parte) 

26/08/2019

Testo biblico e un pensiero dalla predicazione su Isaia 55, 6 - 7 tenuta nel Tempio di Intra (Vb) domenica 11 Agosto 2019



"6 Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. 7 L'empio abbandoni la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona." (Isaia 55, 6-7)

Isaia viene spesso definito, e a ragione, “il sommo dei profeti” di Israele. Ma ancor più, forse, sarebbe giusto chiamarlo “il sommo dei poeti”: pochi sono infatti coloro che hanno trovato parole come le sue per parlare, parlarci, di Dio. Isaia, da buon poeta, sa che a Dio si addicono assai più le immagini che non i concetti: perché un'immagine dipinge, non definisce, allude, non stabilisce, rimanda, non rinchiude. Isaia dipinge Dio, perché gli interessa che il suo volto si imprima nei cuori più che nelle menti di chi ascolta: poiché nel cuore più che nella mente, secondo la tradizione ebraica di cui Isaia è figlio, si realizza un'autentica comprensione. 
Nel primo appello che ci rivolge, Isaia ci chiede di “cercare il Signore”: perché la fede altro non è che ricerca, costante, interminabile. A Dio non si approda mai definitivamente, di Dio si va in cerca, ogni giorno. La lingua ebraica possiede un termine per indicare questa attitudine di inesausto domandare: darash, la cui radice significa proprio cercare. Per questo la tradizione ebraica è convinta che la comprensione di ogni passo biblico richieda un midrash, ovverosia un’interpretazione, la quale, propriamente, è un andare in cerca di significati inediti, che incoraggiano a svolgere di testi considerati noti una lettura sempre nuova: non esiste un senso stabilito, ma un fiorire di sensi, che sbocciano soltanto sotto i passi di chi ne va in cerca. 
Ma c’è di più: darash, in lingua ebraica, significa anche pregare: perché la preghiera, in verità, non affiora sulle labbra di chi crede di aver trovato Dio, ma su quelle di chi rimane in cerca di Lui, di Lei. La preghiera è atto di fede, soltanto nella misura in cui credere significa continuare a cercare, a interrogarsi, a camminare. Mai, infatti, si è distanti da Dio come quando si crede di averlo trovato; perché Dio non si trova: Dio, soltanto, si lascia trovare. E non dove noi vorremmo, ma dove vuole Lui. È Lui a farsi vicino e a chiederci un'attenzione che si riveli capace di percepirne la presenza, per poi farle spazio. È Dio a venire: a noi Isaia chiede di essere in grado di accoglierlo. 
Quella che Dio ci rivolge attraverso le parole del suo poeta Isaia è un'esplicita esortazione ad andare oltre noi stessi, oltre la nostra presunzione di autosufficienza, oltre i confini delle nostre convinzioni, di ciò che ci illudiamo di aver compreso. Dio ci chiama ad essere chiesa a partire da Lui e da Lui soltanto, liberandoci così dalla prospettiva di una realtà modellata secondo i nostri parametri. Dio è sempre oltre, sempre altrove. Proprio per questo, quindi, come abbiamo detto, sempre da cercare. E ci chiama a farlo insieme, consapevoli del fatto che nessuno può, né potrà mai, possederlo. Dio, infatti, resta un orizzonte verso il quale dirigere i nostri sguardi e spiegare le nostre vele. Il Dio biblico ci chiama, insieme, a dipingere il Suo volto, perché esso possa arricchirsi dei colori dell'altro, delle tonalità e delle sfumature che i nostri sguardi ignorano e che l'altro, soltanto, ci può insegnare a percepire.

Pastore Alessandro Esposito


23/08/2019

"La parola che ci convoca", di Alberto Corsani. 20 agosto 2019




A pochi giorni dall'apertura del sinodo valdese e metodista a colloquio con Eugenio Bernardini, che termina il mandato di moderatore della Tavola valdese: sette anni in cui la società è cambiata e chiede alle chiese nuove strategie per testimoniare l’Evangelo
La prima considerazione riguarda lo stabile che ci ospita, a Torre Pellice, provincia di Torino, ristrutturato poco più di un anno fa. A fine agosto si riempirà di membri del Sinodo, osservatori, bambini schiamazzanti, villeggianti incuriositi, giornalisti spiazzati da una realtà piccola e coesa, ancorché un po’ litigiosa. Al pastore Eugenio Bernardini, che sta per terminare il proprio mandato di moderatore della Tavola valdese, chiediamo perché questo posto si chiami “Casa valdese”.
«In questo quartiere dove ora sorgono il tempio più grande, il Centro culturale, il liceo con le sue “case dei professori”, un quartiere che ora chiamiamo valdese, ma che nell’800 era una successione di prati, venne costruito questo stabile nel 1889, nel 2° centenario del Glorioso Rimpatrio. Da allora il Sinodo si tiene qui ogni anno, prima la sede era a rotazione in una delle chiese delle Valli. Il termine “casa” rispecchia il concetto sobrio, e laico, che i valdesi hanno delle loro istituzioni. Così, qui ci sono parte degli uffici [altri sono a Roma, nda] e la sede legale, ma casa valdese è anche quella di Torino, ci sono anche alcune case per ferie. Per segnalare che la chiesa è la comunità dei credenti convocata da Cristo, e non un edificio, si usa la dizione “tempio”, ricavata dal francese, e in epoca risorgimentale, quando l’analfabetismo era dilagante, al tempio era spesso associata una piccola scuola, in questo similmente alla tradizione metodista».
– Si tratta, dunque, di essere presenti nel vivo di una società che cambia: ma oggi, a questa società disorientata che cosa dicono le chiese?
«Siamo di fronte a dei processi che tendono a un individualismo sempre più accelerato: lo “stile di vita” sembra l’elemento che orienta e pervade ogni ambito dell’esistenza. È vero, le chiese “tradizionali” occupavano uno spazio importante nella vita delle persone: si imparava come si discute, come si accettano le decisioni, come si può stare in minoranza senza offendersi. Il progresso successivo, dalla tv al computer fino agli smartphoneda consultare senza sosta, ci ha portati a un modello di società in cui l’aspetto dell’incontro con gli altri e le altre viene a ridursi. Le chiese “storiche”, tutte, sono da tempo alla ricerca di un antidoto per arginare questo eccesso di individualizzazione: per di più in nome di questo individualismo si promette molto, e si realizza pochissimo. In pratica, fino a qualche decennio fa il “contenitore” (chiesa o partito...), proponendo dei contenuti forti, suscitava anche il piacere di ritrovarsi insieme, mentre oggi conta in primo luogo proprio l’aggregazione, che deve essere empatica, emozionale e riconoscibile a prima vista come soddisfacente. I contenuti sono passati in secondo piano. Le chiese come la nostra un tempo erano dei riferimenti visibili, oggi devono continuamente proporsi per farsi vedere e – difficoltà ulteriore – alcuni fra quelli che potrebbero essere interessati credono di sapere già tutto da altri canali, in realtà sapendo poco. Altre chiese, e anche altre fedi religiose, hanno un appeal diverso, che viene anche semplicemente dal carattere di novità che presentano. Noi siamo alle prese con il rischio del “già visto”».
– Come reagire?
«Paradossalmente, ricorrendo a ciò che abbiamo di più “nostro”: dobbiamo reimparare a dire che la Parola antica, che ci convoca da duemila anni, è sempre moderna e attuale. La lettura biblica quotidiana ci dice che si rivolge a ognuno e ognuna di noi, in quel preciso momento... Questo annuncio è l’unica pratica che possa fornire alla chiesa una legittimazione per la sua esistenza. In questa fase storica, in cui abbondano le associazioni che perseguono scopi molto precisi, dall’ambiente alla cultura, e che magari si esauriscono una volta raggiunto l’obiettivo, dobbiamo continuare a trasmettere una Parola che contiene una sapienza non effimera, di cui nutrirsi. Poi, certo, intorno a questo scopo primario, c’è una serie “cose da fare”, di segnali che possiamo dare al mondo, che vengono anche da altre culture e tradizioni, nella cura, nel sociale: nell’800 si trattava di rispondere all’abbandono dei minori e a dar loro un’istruzione, e poi via via altre necessità sociali fino a quelle che l’attualità ci pone davanti agli occhi quotidianamente. Ma anche questi interventi concorrono a illustrare al mondo quello che resta il compito primario della chiesa: “voi mi sarete testimoni fino all’estremità della terra” (Atti 1, 8)».
– Qualcuno dirà che le chiese fanno politica...
«I rischi ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ogni volta che una chiesa parla e agisce. Gesù stesso fu accusato di sovversione politica oltre che di eresia. Con tutti i rischi del caso, l’idea che abbiamo sempre, come valdesi e metodisti, è di stare “sulla frontiera”: abbiamo davanti a noi la percezione di continue divisioni. O si è dentro o si è fuori. La chiesa deve poter indicare una possibilità diversa, non basata sull’esclusione. Una bellissima espressione che Martin L. King rivolgeva ai suprematisti bianchi, negatori dei diritti degli afroamericani, suonava così: noi non vogliamo vincervi, bensì convincervi. Bisogna favorire un vero cambio di mentalità. Le nostre chiese non possono che stare in questa zona di frontiera».
– Come conciliare questo compito con una realtà di chiese che vanno assottigliandosi?
«In questi anni la Tavola valdese ha ritenuto di dotare le nostre chiese di strumenti nuovi, cercando di migliorare la comunicazione e tessendo rapporti nuovi, anche con il cattolicesimo – la visita del papa al tempio valdese di Torino, nel 2015, è solo l’episodio più evidente. Cerchiamo di essere una chiesa che sa stare con gli altri, consapevole di non poter essere da sola. Ci siamo dotati anche di strumenti “oggettivi” per riflettere e capire come vivono le nostre chiese. L’analisi sociologica [ora pubblicata da Claudiana con il titolo Granelli di senape] ci parla di fenomeni e tendenze non nuovi né sconosciuti ma ci consente, con i suoi dati, di lavorare sugli elementi di crisi con meno emotività e quindi con più efficacia. Vediamo che continuano ad arrivare nelle nostre comunità dei nuovi membri adulti: persone in ricerca, disponibili a diventare nuovi valdesi e nuovi metodisti, a trovare una casa in cui compiere un pezzo importante della loro vita. Questo elemento, da valorizzare, purtroppo ha il suo contraltare nelle nostre famiglie, che non riescono a trasmettere la fede alle nuove generazioni. C’è il rischio che le nostre realtà si vadano conformando al “secolo presente”. Ma in risposta a questo conformismo credo che vada rilanciata l’esortazione data dal presidente della Repubblica a Capodanno: nessuno tema di essere buono, di dire parole buone; di fronte al mito della forza e della semplificazione, non rinunciamo a educare e a educarci a non cedere ai pregiudizi, perché essere buoni non è di impedimento alla realizzazione di nessuno e nessuna di noi. “Benedite, e non maledite” (Rom 12, 14)».
Foto di Pietro Romeo