Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 14 Dicembre, si terrà alle h.11, seguirà un pranzo comunitario

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 14 non si terrà, ma si terrà nel Tempio di Omegna alle h.11
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05/05/2015

Terremoto nel Nepal

La Federazione delle chiese evangeliche lancia una sottoscrizione

Roma (NEV), 29 aprile 2015 
In seguito al violento terremoto che il 25 aprile scorso ha devastato il Nepal, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha lanciato una sottoscrizione per l'aiuto alle vittime. Le morti salirebbero a 10 mila, gli sfollati a 8 milioni, mentre l'80% delle costruzioni sono crollate o inagibili. A Kathmandu, città di un milione di abitanti, il terremoto ha fatto crollare la torre di Dharahara del 1832, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
"La popolazione nepalese così duramente colpita da questa catastrofe è al centro delle nostre preghiere, rivolte specialmente a coloro che hanno perso i loro cari o che ancora sono all'oscuro di cosa sia successo a persone a loro vicine", ha dichiarato il presidente della FCEI, il pastore Massimo Aquilante a nome di tutte le chiese aderenti alla FCEI. "La FCEI estende la sua solidarietà anche alle migliaia di persone che in queste ore drammatiche stanno portando soccorso prestando assistenza ai feriti e ai sopravvissuti".

Per chi volesse inviare donazioni può farlo utilizzando i seguenti conti correnti specificando la
causale "Terremoto Nepal":

Banca Prossima - IBAN: IT79C0335901600100000112766 - SWIFT/BIC: BCITITMX771
Conto corrente postale FCEI n° 38016002 - intestato alla Federazione delle chiese evangeliche in
Italia - IBAN: IT54S0760103200000038016002 - BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

I fondi raccolti saranno destinati all'organizzazione umanitaria Action by Churches Together - ACT
Alliance, una coalizione di 140 chiese associate al Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) e alla
Federazione luterana mondiale (FLM), già operativa nelle zone disastrate sin dalle prime ore dopo
il sisma (www.actalliance.org).

Le chiese membro della FCEI sono: la Chiesa evangelica valdese, l'Opera per le chiese
evangeliche metodiste in Italia (OPCEMI); l'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI);
la Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI); l'Esercito della Salvezza; Chiese libere; la Chiesa
apostolica italiana; la St. Andrew's Church of Scotland di Roma (www.fcei.it)

17/09/2014

Tempo del Creato 2014


“Spegnete i fuochi, ma non lo Spirito di Dio”. 
E' questo il titolo della raccolta di materiali preparati dalla Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), per il "Tempo per il Creato" 2014. Anche quest'anno, le chiese cristiane di tutto il mondo sono invitate ad osservare un particolare periodo liturgico tra settembre ed ottobre dedicato alla preghiera e all'azione per l'ambiente. I testi elaborati dalla GLAM comprendono materiali teologici e liturgici, approfondimenti e spunti per azioni concrete, proposte per l'animazione di incontri giovanili.

Il Tempo del Creato di quest'anno (1 settembre - 4 ottobre) si colloca all'interno del Pellegrinaggio per la giustizia e la pace, lanciato dalla decima assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), tenutasi nell'autunno dello scorso anno a Busan (Corea del Sud). 

08/11/2012

XVI ASSEMBLEA DELLA FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE IN ITALIA

"Si spezzino le catene della malvagità" (Isaia 58:6)

Pomezia (RM), 1 - 4 novembre 2012

La presenza evangelica nello spazio pubblico italiano

Esprimere una voce protestante in uno spazio pubblico sempre più multiculturale e caratterizzato da una crescente pluralità di presenze è una delle maggiori sfide che ci stanno davanti.
“La giustizia, solo la giustizia seguirai” (Deuteronomio 16,20)
Il nostro paese vive una crisi molto pesante che sta sottraendo speranze e futuro a molti giovani e che colpisce molte famiglie come mai era accaduto negli ultimi decenni. Ci uniamo a quanti, anche nelle chiese protestanti europee, affermano che la crisi non è contingente, una criticità momentanea destinata a passare perché tutto tornerà come prima. La crisi che abbiamo di fronte rivela il fallimento di un modello economico centrato sullo sviluppo illimitato, il massimo consumo, il consumo dissennato delle risorse naturali, la logica del massimo profitto e la speculazione economica.
Rompere le catene della malvagità per noi significa annunciare la liberazione che viene dall’Evangelo della grazia. Significa anche denunciare questo modello e questa organizzazione dell'economia globale, impegnando le nostre chiese a praticare e promuovere un consumo più responsabile ed eticamente e socialmente sostenibile.

Sappiamo però che questo non basta.
La nostra fede e le nostre teologie non ci indicano un modello di sviluppo alternativo ma ci danno un orientamento e ci impegnano perciò a cercare forme di organizzazione economica rispettose della dignità dell'uomo e della donna, ispirate a criteri di giustizia e di equità sociale, di rispetto del creato che il Signore ci ha affidato perché lo preservassimo per il bene delle generazioni che verranno dopo di noi.

I singoli credenti e le chiese possono fare molto in questa direzione, e non solo compiendo gesti simbolici: la vigilanza critica sulle scelte politiche, ed economiche, lo schieramento dalla parte di chi più soffre le conseguenze della situazione in atto, la difesa di uno stato sociale efficiente e rigoroso, il lavoro giovanile costituiscono per noi priorità etiche e sociali da affermare e rivendicare nello spazio pubblico. Le chiese possono essere, e in parte già sono, luoghi di sperimentazione di quella società inclusiva testimoniata dall’evangelo e laboratori di formazione per vivere nel dialogo interculturale.

Patto di cittadinanza e diritti della persona
Riaffermiamo questi principi come credenti e cittadini che credono nel valore di un patto che impegna chi lo contrae. Di fronte al degrado della politica, a una corruzione endemica, alla scandalosa pratica delle lottizzazioni e degli abusi dei poteri derivanti dalla condizione di eletti dal popolo, dichiariamo il nostro sdegno. Attribuiamo questa deriva dell'etica pubblica allo smarrimento del senso comune dello spirito di servizio e a un sistema che ha alimentato e tollerato abusi, privilegi, furbizie che hanno finito per disgustare tante persone e tanti giovani allontanandoli dalla politica e dalla partecipazione civile. Sappiamo di non potere generalizzare e che esistono personalità e stili politici che ci danno fiducia e speranza. Tuttavia sentiamo debole il patto tra eletti ed elettori e persino il patto civile che dovrebbe unire tutti coloro che vivono in Italia.
Spezzare le catene della malvagità per noi significa restituire dignità e ruolo alla politica, combattere il malaffare che si è radicato al suo interno, costruire forme nuove di partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica.

Spezzare le catene della malvagità per noi significa ricostruire un patto civile che unisca nord e sud, chi ha un lavoro e chi lo cerca, chi offre la sua manodopera e chi fa impresa, chi è italiano e chi è immigrato nel nostro paese e intende contribuire alla sua vita economica, sociale e spirituale.
Spezzare le catene della malvagità per noi significa ricostruire relazioni tra uomini e donne improntate al rispetto e alla dignità e che escludano la cultura della violenza che ha portato a definire la realtà italiana attraverso il termine del “femminicidio”.
Laicità delle istituzioni e pluralismo religioso

Lo facciamo rinnovando il nostro impegno per la laicità ma anche consapevoli che in Italia riemergono ciclicamente spinte alla confessionalizzazione dello Stato e delle norme civili: pensiamo al dibattito relativo alla legge sulla procreazione medicalmente assistita e alla formulazione finale approvata dal Parlamento; al confronto sul testamento biologico e ai tentativi di vanificarne la portata; agli interventi a largo raggio dei vertici ecclesiastici cattolici a sostegno dell'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici e del privilegio dell'insegnamento religioso cattolico a spese dello Stato.
Mentre riconosciamo e rivendichiamo il “supremo principio di laicità” che anima la nostra Costituzione e quindi la necessaria autonomia della decisione politica da ogni condizionamento confessionalistico, ribadiamo l'importanza di uno spazio pubblico nel quale anche le comunità di fede possano esprimersi presentando le loro istanze, avanzando proposte e partecipando riconosciute alla vita sociale e culturale del Paese. Prendendo atto di quanto la FCEI ha fatto negli ultimi anni in questa direzione organizzando convegni, promuovendo la Settimana della libertà, rafforzando la rete dei contatti con esponenti della politica e della cultura, indichiamo questa come una priorità da perseguire anche nei prossimi anni.
Al tempo stesso ribadiamo l'impegno alla più ampia libertà religiosa. Valutando positivamente la conclusione dell'iter di approvazione di alcune Intese, auspichiamo che a breve il Parlamento possa approvare quelle ancora in discussione. Al tempo stesso, richiamando le conclusioni del convegno promosso dalla FCEI, svoltosi al Senato il 15 maggio 2012 alla presenza di autorevoli esponenti politici, e considerando il ruolo che a riguardo può svolgere la Commissione delle Chiese Evangeliche per i Rapporti con lo Stato (CCERS), impegniamo il Consiglio a promuovere un'azione di sensibilizzazione per il varo di una legge sulla libertà religiosa, finalmente sostitutiva delle vetuste norme sui "culti ammessi".
Pluralità e unità delle chiese evangeliche
Pur consapevoli delle diversità e talvolta delle dolorose divisioni che su alcuni temi dottrinali ed etici hanno allontanato tra loro alcune chiese di area riformata, non rinunciamo alla visione unitaria dell'evangelismo italiano che ha sempre caratterizzato la FCEI. Nonostante difficoltà e tensioni la FCEI continua a proporsi come uno spazio nel quale speriamo di potere accogliere con fraternità e generosità altre sorelle e altri fratelli che vorranno condividere alcuni tratti del nostro cammino. Ci rivolgiamo in particolare alla Federazione delle Chiese Pentecostali e alla Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno (UICCA), che da alcuni anni partecipano alla vita della FCEI come osservatori, ringraziandoli per il contributo e il sostegno che ci hanno garantito, invitando le Chiese dell'UICCA a considerare la possibilità di una piena adesione.

La FCEI, infine, riconosce la ricchezza spirituale e sociale delle comunità che cercano di vivere la realtà di chiese multiculturali, italiane e non, e di una nuova cittadinanza in Cristo, realtà che, oltre a promuovere lo scambio interculturale all’interno delle chiese evangeliche, indica una strada di scambio e integrazione proponibile anche nello spazio pubblico.

Ecumenismo e dialogo

In un tempo in cui, in Italia come in Europa, si fanno più rare e complesse le relazioni ecumeniche, ribadiamo l'impegno della FCEI a promuovere un franco e costruttivo dialogo ecumenico sia con la chiesa cattolica che con quelle ortodosse, sempre più rilevanti in Italia. Per la specifica natura della FCEI, il terreno più congeniale per proseguire e auspicabilmente potenziare questo dialogo, radicato nella comune lettura delle Scritture e nella preghiera condivisa, è quello dell'azione e della testimonianza comune su temi su quali ci siamo già incontrati quali l'accoglienza agli immigrati, il servizio alla pace, alla giustizia e alla salvaguardia del creato.

Ci preoccupa che, mentre crescono nuove presenze religiose, manchino luoghi permanenti di incontro e confronto con credenti delle varie tradizioni. Apprezzando il lavoro fatto anche dalla FCEI e dall'apposita commissione istituita dal Consiglio nel settore del dialogo cristiano-islamico e rinnovando il sostegno al mensile Confronti, riteniamo che nel prossimo triennio il Consiglio debba promuovere nuove iniziative tese alla conoscenza e al dialogo con le nuove importanti presenze religiose che si stanno radicando anche in Italia: l'islam ovviamente ma anche induisti, buddhisti, mormoni.

Conclusione

A tutti noi sta a cuore il futuro di questa Federazione e per questo, tornati nelle nostre chiese, ci impegniamo a riferire sull'esperienza vissuta in questi giorni, sul dibattito che si è svolto e sulle decisioni prese, sapendo che molte di esse richiedono il nostro convinto e personale impegno.
Al Signore chiediamo che benedica questi sforzi e in un mondo carico di violenza e disperazione ci aiuti a rompere le catene della malvagità e a rispondere alla vocazione che ci rivolge nell'Italia di oggi.
L’Assemblea invita il Comitato Generale e il Consiglio a proseguire, nell'ambito delle più generali attività che sono loro proprie, anche nel prossimo triennio su queste linee.

30/05/2012

Terremoto Emilia: La Federazione delle chiese evangeliche lancia una sottoscrizione

Roma (NEV), 30 maggio 2012 - La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha espresso la propria solidarietà e vicinanza alle popolazioni dell'Emilia così duramente colpite, e in particolar modo alle famiglie che nel terremoto hanno perso i loro cari. Il pastore Massimo Aquilante, presidente della FCEI, ha dichiarato: "La FCEI ha aperto una sottoscrizione a sostegno di progetti specifici, prevalentemente tesi all'accompagnamento delle persone più bisognose, che saranno messi in campo in collaborazione con le chiese, le associazioni ed organizzazioni sul territorio e le amministrazioni pubbliche". E ha così concluso: "La nostra fiducia è nel Dio di Gesù Cristo, salda rocca e rifugio nelle avversità, fonte di ogni speranza e di ogni consolazione". E' salito a 17 il bilancio dei morti per il terremoto di magnitudo 5,8 della scala Richter che ha colpito ieri l’Emilia con epicentro nel modenese, a pochi giorni da quello occorso il 20 maggio (vedi NEV 21/12). Il numero degli sfollati è ora stimato in 14mila mettendo insieme le 8mila persone colpite dal sisma di ieri e da quello di dieci giorni fa, mentre i feriti sono 200. E la terra non smette di tremare: è stata una notte di paura per gli abitanti con più di 60 scosse di assestamento. Continuano a crollare palazzi, chiese, capannoni.

Chi volesse inviare delle donazioni può farlo utilizzando il seguente conto corrente postale specificando la causale "Terremoto Emilia Romagna 2012": ccp n. 38016002 - IBAN: IT 54 S 07601 03200 0000 38016002, intestato a: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, via Firenze 38, 00184 Roma (http://www.fcei.it/).

08/02/2012

Settimana della libertà. Un'occasione per riflettere sui diritti in senso lato

Numerose iniziative proposte dalle chiese evangeliche del Belpaese

Roma (NEV), 8 febbraio 2012 

 In molte città italiane fervono i preparativi per celebrare la "Settimana della libertà" degli evangelici italiani che quest'anno si tiene dal 12 al 19 febbraio. La “Settimana” infatti si colloca a cavallo del 17 febbraio, data in cui nel 1848 con le “Lettere Patenti” re Carlo Alberto di Savoia concesse i diritti civili ai valdesi.

Da Torino a Milano, da Firenze a Roma, da Napoli a Palermo per l'occasione sono previste tavole rotonde, dibattiti, spettacoli teatrali, cineforum, concerti. Al centro il tema del "Patto" come proposto dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) insieme all’Unione delle chiese cristiane avventiste (UICCA) e alla Federazione delle chiese pentecostali (FCP). Ma la "Settimana", com'è consuetudine, è un'occasione per riflettere sui diritti in senso lato: a Torino come a Milano, dove le iniziative sono proposte insieme alle Consulte cittadine per la laicità delle istituzioni, il fulcro sarà sulla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Nel 17 febbraio si concentrano infatti due importanti ricorrenze per la storia e per la cultura laica in Italia: non solo fu posto fine a secoli di persecuzione nei confronti dei valdesi, ma nel 1600 fu arso vivo a Campo de' Fiori a Roma il filosofo Giordano Bruno, campione del libero pensiero. L'idea delle manifestazioni di Torino e Milano è quella di rilanciare la proposta di legge, avanzata dal mondo evangelico italiano, dell'istituzione di una “Giornata della libertà di pensiero, di coscienza e di religione” da celebrarsi il 17 febbraio. Con la proiezione dello spettacolo teatrale "Le fiamme e la ragione", anche la chiesa valdese di Palermo si concentrerà attraverso la vicenda di Giordano Bruno sulla libertà di coscienza. A Firenze le chiese evangeliche mettono al centro la lotta al pregiudizio verso tutte le diversità, a partire dai rom e dai migranti. Tra le tante proposte anche un Seminario di formazione interculturale a cura del Dipartimento chiese internazionali dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI) dove imparare a combattere i giudizi preconfezionati. A Roma la Consulta delle chiese evangeliche della città rifletterà sul tema "Un patto per il futuro", mentre a Napoli la "Settimana" sarà l'occasione per parlare della Shoah.

25/11/2011

Evangelici al Quirinale

CONVEGNO FCEI PER 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA

Roma (NEV), 23 novembre 2011 - Riportiamo gli interventi che sono stati pronunciati al Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il 22 novembre ha ricevuto in udienza una delegazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) . La delegazione è stata ricevuta in occasione del Convegno “Il Protestantesimo nell'Italia di oggi. Vocazione Testimonianza Presenza”, dedicato al 150° anniversario dell'Unità d'Italia e svoltosi al Senato.

Di seguito gli interventi del presidente della FCEI Massimo Aquilante, di Elena Bein Ricco e di Mario Miegge.

Intervento di Massimo Aquilante

Signor Presidente,
a nome della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) Le porgo il sentito ringraziamento per l'incontro di stamani e Le esprimo profonda riconoscenza per l'alto senso di responsabilità con cui, anche nei giorni scorsi, Ella ha interpretato le esigenze e le urgenze del Paese e operato per il suo bene.
Il Convegno di oggi, organizzato dalla nostra Federazione con il titolo “Il protestantesimo nell'Italia di oggi. Vocazione Testimonianza Presenza”, che proseguirà nel pomeriggio al Senato con una tavola rotonda con personalità politiche di vario orientamento, chiude le iniziative di carattere nazionale delle nostre chiese in quest'anno di celebrazioni per il 150° dell'Unità d'Italia. Vorrei ora presentarLe la nostra delegazione:
- Innanzitutto i due relatori: il professore Mario Miegge e la professoressa Elena Bein Ricco;
- i rappresentanti dei nostri organi statutari e delle persone che giornalmente portano avanti il lavoro federativo;
- le chiese che costituiscono la Federazione (mi limito a citarle in ordine alfabetico): chiesa apostolica (CAI), chiese libere (CCL), chiesa luterana (CELI), chiesa di Scozia, chiesa valdese, Esercito della salvezza (EdS), Opera per le chiese metodiste (OPCEMI), Unione delle chiese battiste (UCEBI); oltre alla Federazione delle chiese pentecostali (FCP) e all'Unione delle chiese avventiste (UICCA);
- le chiese che si riuniscono nella Commissione per i rapporti con lo Stato (CCERS);
- la Facoltà valdese di teologia (FVT), la Società biblica (SBBF-SBI), le chiese di Roma;
- sono presenti, inoltre, i precedenti presidenti della FCEI, una serie di amici e di parlamentari che ringraziamo vivamente;
- infine, sono tra di noi anche i rappresentanti di altre comunità di fede (Unione Buddhista Italiana, Unione Induista Italiana, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) cui abbiamo esteso l'invito, a rimarcare il nostro sostegno alla loro richiesta di una rapida approvazione delle Intese, per quel che riguardano i buddisti e gli induisti, e che proprio di recente hanno subito una brusca frenata. Vorrei cogliere l'occasione per esprimere anche il nostro convincimento che sia giunto ormai il tempo di riprendere un approfondito confronto che porti, il più presto possibile, all'approvazione di una “legge quadro” sulla libertà religiosa all'altezza della situazione reale della nostra società e in linea con le conquiste più alte della civiltà europea.
Siamo qui oggi nella piena consapevolezza dell'esiguità numerica dell'evangelismo italiano (che molto spesso ci limita nelle azioni concrete che pur vorremmo intraprendere nella società), e allo stesso tempo nella chiara coscienza del peso che quella singolarissima tesi dell'“estraneità” del protestantesimo allo “spirito” italiano ha avuto e continua ad avere per la storia e nella cultura del nostro popolo. Non ci stancheremo di contrastare l'ambiguità (e talvolta, la strumentalità) di questo assunto, perché siamo portatori di una vicenda storica (lunghissima vicenda storica, per il tramite del popolo e della chiesa valdese) che si è invece sempre annodata con i momenti significativi della storia nazionale. Se continuiamo ad evidenziare la nostra presenza non è certamente per “spirito corporativistico”, ma perché essa é parte della ricchezza dell'Italia e ancora attende una valorizzazione pubblica. Riteniamo che nel dibattito sulla laicità oggi, che vediamo intimamente intrecciato con i temi della democrazia, debba essere possibile superare la tradizionale e angusta strettoia della contrapposizione tra i cosiddetti “laicisti” e i cristiani, immediatamente identificati come cattolici. Esiste un modo di essere “laici” - quello protestante – che nasce dal di dentro di un patrimonio teologico. Esistono delle donne e degli uomini, credenti in Gesù Cristo, che si dichiarano “laici” e si sforzano di trarne giornalmente le conseguenze, nei rapporti col prossimo, con le istituzioni dello Stato, con la politica. Valorizzare questo patrimonio (come altri patrimoni, beninteso), da parte di chi ha responsabilità di conduzione della “cosa pubblica”, in riferimento, per esempio, all'emanazione di leggi che riguardano tutti i cittadini (cito il cosiddetto testamento biologico), può per davvero costituire un “servizio” reso alla crescita civile del Paese.
In questo quadro, mi permetto di richiamare un'iniziativa specifica per la quale la Federazione delle chiese evangeliche si sta tanto spendendo. Si tratta della Campagna “L'Italia sono anch'io”: una raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare riguardanti la normativa per il diritto di cittadinanza e il diritto di voto nelle consultazioni elettorali locali per gli immigrati regolarizzati. Una Campagna promossa da 19 organizzazioni della società civile e sostenuta da personalità di rilievo della cultura. In Italia vivono centinaia di migliaia di immigrati perfettamente inseriti nel tessuto della società: donne, uomini, bambini, che sul nostro territorio lavorano, studiano, affittano case, pagano tasse, costituiscono famiglie, giocano, s'innamorano, sognano, sperano. A questo dato, però, non sembra corrispondere una “politica dell'integrazione”. E intanto, proprio ai banchetti per le firme verifichiamo quanto siano diffusi i sentimenti che sfiorano il razzismo nel nostro popolo. Le nostre chiese sono state da subito tra i soggetti promotori e, come dicevo, sono decisamente impegnate nei vari comitati territoriali, perché nell'iniziativa hanno ravvisato un terreno concreto, ancorché circoscritto, su cui la nostra democrazia è chiamata a fare un salto di qualità. La posta in gioco non può esaurirsi in un qualche generico gesto di “carità cristiana”, da delegare magari alle comunità di fede o alle organizzazioni di ispirazione religiosa, ma è il diritto dell'individuo iscritto in quel patto di cittadinanza, che solo è preposto a tenere insieme la nazione, in cui la libertà del più debole è la migliore garanzia della libertà di tutti e tutte. La nostra speranza, quindi, è che il parlamento vorrà recepire le due proposte entro il termine della presente legislatura. Ed è stato un forte segnale d'incoraggiamento leggere le sue recentissime dichiarazioni a sostegno della Campagna: ci si è aperto il cuore!
Anche per questa ragione, signor Presidente, nel rinnovarLe il ringraziamento per questo incontro, Le formuliamo il più vivo augurio per il suo lavoro di Capo dello Stato, sapendo – come dice l'apostolo Paolo – che la sua fatica non è vana (1 Corinzi 15,58). Oggi più che mai. Grazie.

Intervento di Elena Bein Ricco

Il tema della laicità è tornato al centro dell’attenzione: tutti parlano di laicità, tutti si dicono laici, attribuendo però alla parola “laicità” dei significati molto diversi. E questo perché il concetto di laicità non è un’idea fuori dal tempo, sempre uguale a se stessa, ma nasce nella storia e nella storia cambia, assumendo forme differenti a seconda dei contesti.
Nello specifico, la domanda dalla quale vorrei partire è la seguente: qual è il modello di laicità più adatto per le democrazie del nostro tempo, destinate a diventare, a causa dei flussi migratori, sempre più multiculturali, multietniche e multireligiose?
Mi sembra che occorra scommettere su un’idea di laicità ripensata e arricchita rispetto alla concezione liberale classica, che pur rappresentando una delle conquiste più alte del mondo moderno a cui il protestantesimo ha dato un contributo significativo, si dimostra oggi per alcuni aspetti inadeguata a rispondere alle sfide della nostra contemporaneità. L’idea guida su cui si basa questa versione storicamente originaria della laicità è quella della separazione tra lo Stato e le chiese, tra le leggi civili e i codici religiosi, così che lo Stato non può privilegiare nessuna concezione religiosa o non religiosa, ma deve garantire uguali diritti a tutti i cittadini. Lo Stato laico sorto nella modernità, per proteggersi dall’ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche e per porsi al riparo dai conflitti di religione, sposta le convinzioni etico-religiose nella sfera dell’esistenza privata e le considera un “affare di coscienza” senza rilevanza sotto il profilo politico; lo Stato è neutrale, non interferisce nelle scelte di ciascuno, ma tali scelte non sono oggetto di un pubblico dibattito e di conseguenza la sfera pubblica appare come una scena indistinta e vuota, “cieca” alle differenze culturali e religiose. Questo modello di laicità ha indubbiamente il grande merito di garantire il diritto alla libertà di coscienza e l’universalismo della cittadinanza, basato sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indipendentemente dalle loro appartenenze identitarie e da quali credenze esse abbiano. Ma ecco il suo limite: nel momento in cui estromette dallo spazio pubblico la pluralità delle culture e delle religioni, finisce per sacrificare la ricchezza delle differenze e per rendere impossibile lo scambio interculturale e interreligioso. Sotto questo aspetto il modo tradizionale di intendere la laicità si rivela uno strumento debole per far fronte alla grande sfida del multiculturalismo cui sono esposte le democrazie del nostro tempo, nelle quali coesistono gruppi identitari di diversa provenienza e caratterizzati da visioni del mondo e da sistemi di valori spesso contrastanti. Si tratta della sfida della convivenza non facile tra diversi, resa più ardua dalla tendenza sempre più marcata a chiudersi nelle “piccole patrie” identitarie, in comunità omogenee in cui ciascuno incontra solo il simile a sé fino a rivendicare il valore esclusivo della propria tradizione e delle proprie radici, come si va ripetendo in modo quasi ossessivo. Tale ripiegamento identitario è rafforzato dal ritorno delle religioni spesso nella forme dei fondamentalismi, che contribuiscono ad alimentare la logica della contrapposizione al diverso da sé, visto come una minaccia da cui difendersi. Ora, se l’identità vengono estromesse dalla sfera pubblica e ricacciate nella chiusura comunitaria, si rischia di irrigidirne le posizioni e di acutizzare i contrasti multiculturali, con il pericolo che il tessuto civile si frantumi in tanti gruppi identitari separati, indifferenti gli uni verso gli altri o peggio tra loro ostili. Allo stesso modo, se non vogliamo che le religioni tornino ad essere causa di conflitti occorre che esse non siano confinate nella dimensione privata, ma vengano messe a confronto in un dibattito pubblico che ne permetta la conoscenza reciproca.

Per fronteggiare questi fenomeni nuovi, mi sembra che il modello della laicità liberale debba essere storicamente aggiornato: ciò che va mantenuto ben fermo, come punto di non ritorno, è il principio per il quale la società politica è tenuta a garantire i diritti di tutti senza discriminare né privilegiare nessuno, così come deve essere conservata la distinzione delle diverse funzioni tra lo Stato e le comunità di fede, senza confusione di ambiti e di competenze; esso invece va corretto là dove relega le convinzioni morali e religiose nella sfera della vita privata, a vantaggio di una forma di laicità che prospetti un nuovo modo di intendere lo spazio pubblico, non più vuoto ma affollato di presenze culturali e religiose di vario tipo, che si confrontano e anche si scontrano, arricchendo il dibattito della società civile.
Ecco che la laicità non è più una laicità di esclusione delle identità dall’arena pubblica, ma diviene in positivo la strategia del confronto pubblico tra le differenze e assume la forma del pluralismo attivo, basato sul metodo dialogico dello scambio interculturale e interreligioso. Ciò significa fare della sfera pubblica un ambito di interlocuzione in cui l’identità di ciascuno non sia più vissuta come una fortezza in cui rifugiarsi e una piccola “patria” da difendere, ma come un patrimonio storico-culturale da far interagire con altri modi di rappresentarsi il mondo, in base all’idea secondo cui le differenze possono convivere democraticamente senza ghettizzarsi e senza confliggere solo se vengono coinvolte in una discussione aperta e costante e poste nella condizione di contribuire alla costruzione della città comune. In questa prospettiva, anche la neutralità dello Stato si arricchisce di un nuovo significato: non è più, per così dire, una neutralità passiva, bensì attiva, perché lo Stato democratico laico non rimuove a priori le diversità dallo spazio pubblico, anzi le valorizza, promuovendo l’interazione tra fedi, valori, tradizioni differenti, ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito, impedendo al tempo stesso che una prevarichi sulle altre.
E proprio in quanto arbitro imparziale, lo Stato democratico fissa le regole alle quali deve attenersi il confronto pubblico. Esso deve innanzitutto seguire la modalità della discussione democratica, cioè deve essere paritario: tutti hanno il diritto di esporre le proprie motivazioni, anche le motivazioni teologiche, ma nessuno può rivendicare una posizione di privilegio e di superiorità. Anche le chiese sono una voce tra le altre e non possono presentarsi nell’arena pubblica come se fossero depositarie di verità indiscutibili, pretendendo di rappresentare l’assoluto. Come protestante mi sento di contrapporre a questo atteggiamento la convinzione secondo cui l’assoluto appartiene soltanto a Dio, mentre nella storia non vi sono assoluti perché essa è il campo del relativo e del provvisorio.
Vi è poi un’altra regola cui deve sottostare il confronto pubblico, la regola laica per eccellenza: quando si passa dalla fase del dibattito a quella della vera e propria deliberazione politica che produce le leggi, allora nessuna posizione, nessuna religione e nessuna chiesa può arrogarsi il privilegio di veder tradotta in legge per tutti la propria concezione particolare, imponendola anche a coloro che non la condividono. Questo risulta particolarmente chiaro se pensiamo alle spinose questioni della bioetica, in cui si scontrano diverse visioni morali. Come protestanti riteniamo che la via laica per legiferare su questioni eticamente controverse, sia ancora una volta quella di avviare un dibattito pubblico il più ampio possibile, aperto a tutti i punti di vista, fino a trovare - attraverso la pratica paziente della mediazione e del compromesso (inteso nel senso alto di “promettere insieme”) in cui ciascuno rinuncia a qualcosa in più per sé - un accordo su leggi democraticamente giuste, che sono tali in quanto non rispecchiano un’unica concezione religiosa, filosofica o morale (fosse pure quella della maggioranza) ma garantiscono a ciascuno la libertà di decidere responsabilmente i criteri del suo agire. In virtù di questo accordo fondato sul principio laico e democratico secondo cui le leggi, avendo validità obbligante per tutti, non possono basarsi su un sistema di credenze valido solo per qualcuno, ogni cittadino conserva il fondamentale diritto di assumere uno stile di comportamento conforme alla sua visione etica, ma, al tempo stesso, rinuncia a pretendere che la sua verità diventi la verità di tutti e che il suo sistema di valori venga imposto per legge anche a quanti non vi si riconoscono. Infatti, ciò che tiene insieme la società democratica non è un sistema i valori di una sola parte, di una sola tradizione, ma è l’insieme di quei valori fondanti della democrazia stessa – l’uguale dignità dei cittadini, l’universalismo dei diritti, l’autonomia individuale, il pluralismo – che sono incorporati nella Carta Costituzionale e devono essere da tutti rispettati, perché se fossero messi in questione, anche la democrazia sarebbe in pericolo.

Intervento di Mario Miegge

Signor Presidente,
vorrei innanzi tutto ringraziarla per il Suo invito, a maggior ragione perché è stato a noi offerto in un momento difficile, nel quale Ella ha guidato, con mano ferma e sguardo lungimirante, la navigazione del nostro Stato attraverso un mare tempestoso. E di questo Le siamo profondamente riconoscenti.
Come è stato detto dal Presidente della FCEI, pastore Massimo Aquilante, nell’odierno colloquio la Federazione delle chiese evangeliche in Italia presenta a Lei l’iniziativa (alla quale collaborano numerose associazioni) riguardo alla piena apertura della cittadinanza agli immigrati stabilmente residenti in questo paese (che è quotidianamente arricchito dal loro lavoro), ed alle loro figlie e figli, nati in Italia, per i quali le restrittive disposizioni legate allo ius sanguinis devono essere abolite ed immediatamente sostituite dalla vigenza dello ius loci.

Inoltre, le chiese e comunità che fanno parte della FCEI sono da sempre e prioritariamente impegnate nella lotta a favore della libertà religiosa, di coscienza e di culto. E intendono riaffermare il nesso inscindibile tra libertà religiosa e cittadinanza. La prima infatti può essere garantita soltanto in una compagine pubblica nella quale sono istituzionalmente stabiliti i diritti civili e politici ed il loro costante esercizio. Ma è altrettanto evidente che non può affatto corrispondere ai principi della giustizia (e tantomeno a quelli della democrazia) uno statuto di cittadinanza nel quale la libertà religiosa sia assente o, in qualsivoglia misura, ristretta. Una cittadinanza autenticamente democratica, infatti, si fonda sulla pluralità dei soggetti e sul reciproco riconoscimento delle loro identità e differenze. Pertanto la libertà religiosa non può essere vista come la conseguenza applicativa di un ordinamento democratico ma è invece uno dei suoi fattori costitutivi e fondativi.
Per meglio chiarire questo nesso vorrei rievocare alcune vicende storiche.
E, poiché siamo nel centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia, farò riferimento, in primo luogo, ad uno degli eventi inaugurali del Risorgimento: l’emancipazione degli ebrei e dei valdesi del Regno sabaudo, ratificata a Torino nella primavera del 1848.
A questo avvenimento fu dedicato, nel 1998, un convegno promosso dalla Presidenza della Camera dei Deputati (di cui era titolare a quel tempo l’on. Luciano Violante) che si svolse nella Sala della Lupa di Montecitorio. Uno dei discorsi di apertura fu pronunziato da Tullia Zevi, Presidente della Unione delle comunità ebraiche italiane. Purtroppo Tullia Zevi ci ha lasciati e possiamo soltanto rivolgere un dolente omaggio alla sua opera ed alla sua luminosa persona.
Ma ritorniamo al 1848. Nel regno sabaudo erano presenti, da lungo tempo, due consistenti minoranze religiose.
A differenza della maggior parte dei Principi italiani ed europei, nella seconda metà del secolo XVI, i duchi Carlo III ed Emanuele Filiberto avevano accolto nei loro territori un buon numero di immigrati ebrei, tra i quali anche gruppi di “marrani” (che dopo la conversione forzata erano tornati alla propria fede, ed erano solitamente sottoposti a dura persecuzione). Con qualche ritardo rispetto agli altri Stati, gli ebrei del Piemonte furono comunque sottoposti alla segregazione nei ghetti.

I valdesi, a loro volta, popolavano due valli, non lontane da Torino. Eredi del movimento “ereticale” che nel secolo XII era sorto a Lione ed aveva avuto espansione in tutta l’Europa, ed in particolare nei Comuni della Lombardia, i valdesi aderirono nel 1532 alla Riforma ginevrina. E nella stessa assemblea sinodale si impegnarono a finanziare la prima traduzione integrale della Bibbia in lingua francese, affidata all’umanista Pierre Olivetan, parente di Calvino. (E la copia anastatica di quel prezioso volume viene oggi offerta al Presidente).
In contrasto con il principio allora dominante del Cuius regio eius religio, i valdesi ottennero nel 1561 la concessione di praticare il culto riformato in un’area ristretta delle Alpi. Ma nel secolo seguente furono per due volte esposti allo sterminio e riuscirono a sopravvivere soltanto grazie alla solidarietà delle Repubbliche protestanti della Svizzera, di Ginevra e dell’Olanda.
I diritti di cittadinanza e di culto assicurati agli ebrei ed ai valdesi dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico furono presto revocati nell’epoca della Restaurazione. Negli ultimi mesi del 1847 si sviluppò in Piemonte una forte mobilitazione a favore delle due minoranze religiose, guidata di fratelli Roberto e Massimo d’Azeglio, alla quale concorsero il Conte di Cavour e la parte più illuminata del cattolicesimo piemontese.
Il 16 febbraio 1848 si diffuse a Torino la notizia dell’imminente decreto di emancipazione dei valdesi, promulgato dal re Carlo Alberto. I cronisti narrano che una gran folla si radunò sotto la dimora di Amedeo Bert (pastore della congregazione dei protestanti stranieri nella capitale piemontese) ed iniziò a cantare: Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta! E dopo la pubblicazione delle “Lettere patenti”, intorno ai fuochi di gioia accesi sulle alture valdesi, ripetutamente si innalzano le esclamazioni: Viva l’Italia! Viva la Costituzione! Viva Carlo Alberto! E infine la marcia della delegazione valdese verso Torino, in vista dei festeggiamenti ufficiali, procede tra due ali di popolo che scandiscono: Viva la libertà di coscienza!

Quelle manifestazioni pubbliche, che precedono di pochi giorni lo Statuto albertino e l’insurrezione di Milano, hanno un segno comune e di rilevante portata. Le voci infatti inneggiano alla “Italia” che si desta ed annunziano una cittadinanza nazionale e costituzionale che ancora non c’è, nella quale la “libertà di coscienza” ha una collocazione centrale. L’emancipazione dei valdesi, insomma, non è più un fatto locale, il risarcimento dovuto ad una minoranza religiosa emarginata e perseguitata. Diventa invece evento collettivo e corale: un balzo in avanti della coscienza storica e politica nelle terre e nelle città del Piemonte.
La lotta per la libertà religiosa ha avuto lunga durata. Molto prima dell’Illuminismo e delle rivoluzioni d’America e di Francia, è stata sostenuta principalmente (e sovente a duro prezzo) da gruppi di cristiani dissidenti dalle Chiese di Stato. In Inghilterra, nel Seicento, propugnatori della libertà religiosa e della separazione delle Chiese dallo Stato furono i Battisti e gli “Indipendenti”, protagonisti del conflitto tra il Parlamento ed il re Carlo I, e poi i Quaccheri, nonviolenti ed irrispettosi delle Autorità. Sull’altra sponda dell’Atlantico si è svolta, negli stessi decenni, una vicenda, che già altre volte ho menzionato e che è stata nuovamente posta in luce dalla filosofa americana Martha Nussbaum, nel suo recente libro sulla Libertà di coscienza.

Nel 1630 i puritani guidati da John Winthrop fondarono la colonia del Massachusetts. Emigrati per ragioni di coscienza (il rifiuto dell’ordinamento episcopale della Chiesa d’Inghilterra), essi, per un verso, costruirono istituzioni politiche e congregazioni religiose organizzate in forme democratiche. Ma, per un altro verso, mantennero un regime, fortemente discriminante, di uniformità confessionale. Nel 1635 Roger Williams, pastore della comunità di Salem, enunciò alcune tesi che vennero considerate provocatorie ed eversive. Oltre a contestare le sussistenti commistioni tra il potere politico e quello ecclesiastico, egli sosteneva che le terre americane non appartenevano al Re d’Inghilterra (che aveva concesso sul piano giuridico l’istituzione della Colonia) bensì alle popolazioni indigene, e pertanto dovevano essere acquistate per mezzo di regolari contratti. Espulso dal Massachusetts, Roger Williams, con pochi compagni, ridiscese la costa e fondò un nuovo insediamento in Rhode Island, pagando il prezzo dei suoli alle tribù algonchine, di cui era amico e conosceva la lingua. Venne istituita una comunità politica nella quale erano egualmente accolti tutti i gruppi confessionali protestanti ed in seguito anche gli ebrei: per la prima volta nella storia moderna, l’accesso alla cittadinanza ed alle cariche pubbliche non era più vincolato ai requisiti della appartenenza religiosa. Roger Williams affermò che l’uniformità religiosa imposta legalmente non soltanto è contraria all’Evangelo ma perverte anche le menti, inclinandole alla ipocrisia. Ora, se i regimi autoritari e dispotici possono avvalersi di una uniformità “ipocrita”, un corpo politico fondato sul Patto esige al contrario la completa trasparenza e lealtà dei consociati. E perciò, nella Dichiarazione della Assemblea che nel 1647 istituì l’ordinamento del Rhode Island, è detto innanzi tutto “che il governo stabilito è democratico, vale a dire un governo sostenuto dal libero e volontario consenso di tutti gli abitanti liberi.” E subito dopo viene aggiunto che i contraenti si impegnano “con la massima lealtà e buona fede, nonostante le nostre diverse convinzioni per quel che riguarda la verità riposta in Gesù, sul quale punto tutte le nostre fedi convergono”.
Il riconoscimento aperto e reciproco delle diverse convinzioni di fede era dunque posto alla base della nuova cittadinanza democratica. Quella dichiarazione permane ancora valida ed attuale nel tempo incerto e travagliato in cui siamo chiamati a vivere ed operare.

23/11/2011

Gli evangelici al Quirinale. Napolitano: "E' una follia che chi nasce in Italia da genitori stranieri non sia cittadino italiano"

Roma, 22 novembre 2011- Notizie Evangeliche (NEV)


Il fatto che non esista una legge che garantisca la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da genitori immigrati è "una follia e un'assurdità". Lo ha dichiarato questa mattina il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso dell'udienza con una delegazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ricevuta in Quirinale.

La questione dei diritti di cittadinanza è stata introdotta dal pastore Massimo Aquilante, presidente della FCEI, che nel saluto rivolto al presidente Napolitano ha citato la Campagna "L'Italia sono anch'io", della quale la FCEI è uno dei 19 enti promotori. Facendo riferimento alle due leggi di iniziativa popolare promosse dalla Campagna - lo ius soli e il voto nelle consultazioni elettorali locali per gli immigrati - e ricordando che una vera politica di integrazione è impensabile senza questi fondamentali diritti, Aquilante ha auspicato che "il Parlamento vorrà recepire le due proposte entro il termine della presente legislatura".

Su questo punto il presidente della Repubblica ha espresso la sua convinzione che "oggi si apre un campo di iniziative più ampio che in passato". Anche se dopo la tempesta - come ha detto Napolitano - il mare è ancora mosso, il Presidente della Repubblica si è tuttavia detto convinto della maggiore obiettività e costruttività da parte delle forze politiche. Un clima che apre anche per il Parlamento maggiore spazio per intervenire in questioni come quella della cittadinanza, ma anche su altri temi, come "quello dei rapporti fra lo Stato italiano e le singole comunità religiose". Questo l'augurio espresso dal capo dello Stato, che ha sottolineato la necessità della "piena consapevolezza del rilievo sociale e pubblico delle confessioni religiose".

Al presidente Aquilante è seguito l'intervento della professoressa Elena Bein sull'idea di laicità in una società multiculturale e multireligiosa. "Lo Stato democratico laico - ha detto Bein - non rimuove a priori le diversità dallo spazio pubblico, anzi le valorizza, promuovendo l’interazione tra fedi, valori, tradizioni differenti, ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito, impedendo al tempo stesso che una prevarichi sulle altre".

Il professor Mario Miegge ha invece tracciato un percorso storico incentrato sull'emancipazione di valdesi ed ebrei - cioè il riconoscimento dei loro diritti civili - avvenuto nel Piemonte sabaudo nel 1848, una data simbolo del Risorgimento italiano. "Le chiese e comunità che fanno parte della FCEI - ha affermato Miegge nel suo discorso - sono da sempre e prioritariamente impegnate nella lotta a favore della libertà religiosa, di coscienza e di culto. E intendono riaffermare il nesso inscindibile tra libertà religiosa e cittadinanza".

Al termine della cerimonia al Presidente Napolitano è stato fatto dono di una copia anastatica della "Bibbia di Olivetano", pubblicata per la prima volta nel 1535 a Serrières, presso Neuchâtel. Pietro Olivetano è autore della prima traduzione protestante della Bibbia in francese finanziata dai valdesi, dopo la loro adesione alla Riforma ginevrina nel 1532. La Bibbia si apre con una prefazione dello stesso riformatore Giovanni Calvino.

10/11/2011

Alluvione Liguria. La Federazione delle chiese evangeliche lancia una sottoscrizione

Roma (NEV), 9 novembre 2011 - La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha aperto una sottoscrizione per le vittime dell'alluvione in Liguria. Mentre si piangono i morti e ancora si spala il fango che ha ricoperto le strade, il Consiglio della FCEI ha voluto esprimere la propria vicinanza nella preghiera alle persone colpite, tra le quali figurano anche alcune famiglie evangeliche. “Oltre alla solidarietà – ha dichiarato la pastora Letizia Tomassone, vice presidente della FCEI - è importante che le chiese si facciano promotrici di una riflessione sulla gestione del territorio italiano, spesso così fragile e abbandonato a se stesso”.

Per aderire alla raccolta fondi si può utilizzare il conto corrente postale: n. 38016002 - IBAN: IT 54 S 07601 03200 0000 38016002, BIC/SWIFT code: BPPIITRRXXX intestato a: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, via Firenze 38, 00184 Roma. Specificare nella causale: Alluvionati Liguria.

11/08/2011

Corno d'Africa. La Federazione delle chiese evangeliche lancia una sottoscrizione

Roma (NEV), 10 agosto 2011 - La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha deciso di aprire una sottoscrizione a favore dell'intervento umanitario nel Corno d'Africa. Lo ha reso noto lo scorso 28 luglio con un comunicato stampa. Letizia Tomassone, vice presidente della FCEI, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Con questa sottoscrizione vogliamo porre all'attenzione delle chiese non soltanto la necessità di prenderci cura di popoli schiacciati dalla fame e dalla sete. Ancora più in profondità vorremmo che le chiese riflettessero in spirito di preghiera sui modi di riportare ad equilibrio la fragile giustizia nel mondo, e sulla promessa che il Signore pone su tutto il genere umano: 'Io sono venuto perché abbiano la vita in abbondanza' (Giovanni 10:10)". La grave situazione di siccità e carestia nel Corno d'Africa chiama infatti in causa "anche la nostra responsabilità rispetto ai cambiamenti climatici che mettono a rischio la vita di milioni di persone - ha aggiunto Tomassone -. Questa crisi africana annunciata mostra tutta l'inadeguatezza della gestione economica mondiale. Incapaci di agire con azioni di giustizia economica prima che la miseria e la violenza travolgano i popoli, ci troviamo a fronteggiare le emergenze cercando di ristabilire un equilibrio dopo che la crisi ha già flagellato interi territori e esseri viventi".

Secondo le ultime stime, tra Gibuti, Etiopia, Kenya, Somalia e Uganda sono circa 12milioni le persone colpite dalla siccità, la più severa nella regione negli ultimi 60 anni.
Nel Corno d'Africa sono attive diverse agenzie umanitarie di chiese evangeliche e organismi ecumenici. In particolare, la Federazione luterana mondiale (FLM) sta gestendo attraverso il suo World Service, braccio umanitario dell'organismo, i campi dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) nella località di Dadaab (Kenya), dove giornalmente continuano ad arrivare non meno di 1300 profughi dalla vicina Somalia e che ad oggi ospita circa 400mila persone colpite dalla devastante carestia che si aggiunge al pluriennale conflitto somalo.

La FCEI promuove campagne e raccolte di fondi in casi di emergenze umanitarie, che confluiscono nel fondo dell'Action by Churches (ACT) Alliance, agenzia umanitaria promossa dal Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) e dalla FLM.

Per le donazioni utilizzare il conto corrente postale: n. 38016002 - IBAN: IT 54 S 07601 03200 0000 38016002, BIC/SWIFT code: BPPIITRRXXX intestato a: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, via Firenze 38, 00184 Roma. Specificare nella causale: Corno d'Africa.

03/07/2009

Legge sicurezza e immigrazione

Preoccupazione e dispiacere del presidente della FCEI, Domenico Maselli, per una legge che criminalizza gli immigrati

"La votazione definitiva del disegno di legge sulla sicurezza suscita in me un profondo dispiacere". È quanto ha dichiarato il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Domenico Maselli, a seguito dall'approvazione definitiva del Senato che tramuta in legge il decreto sicurezza.
"Dispiacere - ha spiegato Maselli - soprattutto per le conseguenze che l'istituzione del reato di immigrazione clandestina produrrà per il nostro paese. Da un punto di vista giuridico sembra una piccola cosa, ma questa legge cambia definitivamente i rapporti tra gli immigrati irregolari e il paese dove avevano cercato accoglienza. C'è il rischio - ha proseguito Maselli - che, al di là delle dichiarazioni, il l'immigrato irregolare eviti di andare al pronto soccorso anche se affetto da una grave malattia, e c'è ben più del rischio della nascita di persone che saranno inesistenti dal punto di vista burocratico. La condizione folle del 'Fu Mattia Pascal' diventerà effettiva per bambini perfettamente innocenti che si troveranno senza alcuna garanzia, come se fossero inesistenti. Queste sono - ha concluso Maselli - solo alcune delle osservazioni che si possono fare, ma mi paiono sufficienti per essere profondamente preoccupati".
Roma, 2 luglio 2009 (NEV-CS50/09)

15/06/2009

La libertà religiosa, specchio della libertà del paese

Se la libertà di un Paese si misura anche attraverso la libertà religiosa di cui godono i suoi cittadini, l’Italia è rimasta piuttosto indietro. La mancanza di una legge organica a riguardo e iter burocratici sclerotizzati sono le anomalie più evidenti di un sistema che nel suo complesso non garantisce quanto stabilito nella Costituzione. È per questo che - a poche settimane dalla ‘sofferta’ approvazione delle modifiche alle Intese con lo Stato delle Chiese valdese ed avventista (v. Adista n. 64/09) - le organizzazioni evangeliche italiane hanno indetto la manifestazione “Ugualmente libere. Le Chiese evangeliche per la piena attuazione del dettato costituzionale sulla libertà religiosa”.

L’incontro - organizzato dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei), dall’Alleanza Evangelica Italiana (Aei), dalla Federazione delle Chiese Pentecostali (Fcp) e dall’Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° Giorno (Uicca) e svoltosi a Roma il 13 giugno scorso, - rappresenta il primo appuntamento di carattere specificamente politico promosso dalle Chiese evangeliche italiane: “Con questo raduno - ha dichiarato il presidente della Fcei Domenico Maselli nel corso della conferenza stampa di presentazione svoltasi a Roma il 9 giugno scorso - vogliamo risvegliare nel mondo della politica, ma anche nell'opinione pubblica, la consapevolezza che la libertà religiosa è un diritto fondamentale, attraverso il quale si misura lo stato della libertà tout-court di un Paese. Di qui anche il carattere assolutamente bipartisan della manifestazione, perché la nostra non è una battaglia di destra o di sinistra, ma una battaglia di civiltà”.

Due sono le questioni più urgenti: il completamento del quadro delle sei Intese che giacciono in Parlamento dal 1998 (si tratta della regolamentazione dei rapporti con la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, l’Unione Buddista Italiana, la Chiesa Apostolica in Italia, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e l’Unione Induista Italiana) e la mancanza di una legge generale sulla libertà religiosa che fa sì che, nel caso di confessioni diverse dalla cattolica che non godano del regime d’Intesa, si debba ancora fare riferimento alla legge sui ‘culti ammessi’ varata dal governo fascista nel 1929. “Per quanto la Corte costituzionale sia spesso intervenuta per decapitare la legge del 1929 nelle sue parti peggiori - ha sottolineato nel corso della conferenza stampa il senatore del Pd Stefano Ceccanti - manca un intervento in positivo per rispondere alle nuove esigenze”. “La libertà religiosa”, gli ha fatto eco il senatore del PdL Lucio Malan, unico valdese presente in Parlamento in questa legislatura, “non si riduce alla libertà di praticare il culto, ma deve implicare una condizione di parità nel diritto, che in Italia non c’è”.

A titolo di esempio le Chiese evangeliche ricordano la legge della Regione Lombardia che stabilisce che possano essere adibiti al culto solo quegli edifici presentati come tali per la licenza edilizia, ostacolando in questo modo le piccole comunità religiose - specie musulmane - che cercano uno spazio per la preghiera. (ingrid colanicchia)
da NOTIZIE ADISTA n.67 - 20 Giugno 2009

11/06/2009

Lettera aperta al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio sui rinvii di migranti e richiedenti asilo verso la Libia

Le organizzazioni firmatarie, appartenenti al Tavolo Asilo, si appellano oggi pubblicamente al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per chiedere attenzione verso i diritti umani e il diritto d’asilo, il quale risulta profondamente a rischio a seguito della politica perseguita dall’Italia nel Mediterraneo.

Tra il 6 e l’11 maggio, unità navali Italiane hanno rinviato forzatamente in Libia alcune centinaia di persone – 471 secondo quanto dichiarato dal Ministro dell’Interno al Senato il 25 maggio – dopo averle intercettate nelle acque del Mediterraneo.

A riguardo, intendiamo innanzitutto esprimere la nostra profonda preoccupazione e il nostro rammarico per la mancanza di trasparenza che ha caratterizzato tali operazioni. Non si ha notizia che riguardo alle persone trasportate in Libia sia stata rilevata la nazionalità, l’eventuale minore età, l’eventuale stato di gravidanza delle donne, o la possibile richiesta di protezione internazionale, così come non risulta che siano state accertate le condizioni di salute.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha dichiarato che tra le persone riportate in Libia vi erano cittadini somali ed eritrei in cerca di protezione internazionale. In proposito è utile ricordare che, nel 2008, circa il 75% dei 35.000 migranti giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione (fonte: Ministero dell’Interno).

Inoltre, secondo fonti di organizzazioni non governative, da maggio 2008 a febbraio 2009 sono stati circa 2000 i minori stranieri non accompagnati arrivati via mare a Lampedusa e negli ultimi anni sono aumentate le donne in gravidanza e i migranti con patologie legate alle condizioni di viaggio via mare come traumi, ustioni, ferite. Di conseguenza riteniamo che, assieme a persone bisognose di protezione internazionale, tra i migranti rinviati in Libia potessero esservi minori non accompagnati e persone bisognose di cure mediche.

La Libia è un paese che non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951, non ha una procedura di asilo e non ha offerto sinora alcuna protezione a migranti e rifugiati, quindi non può essere considerata un posto sicuro.

La Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati, la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, la Convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti inumani o degradanti, la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea e il Testo Unico sull’immigrazione della normativa italiana vietano le espulsioni, i respingimenti e ogni forma di rinvio, diretto o indiretto, verso luoghi nei quali esista un serio rischio che le persone rinviate possano essere vittime di tortura, persecuzione, altre gravi violazioni dei diritti umani e conflitti armati o condizioni di violenza generalizzata. Gli obblighi sanciti in questi strumenti internazionali e richiamati dalla normativa nazionale sono inderogabili e debbono essere sempre rispettati dalle autorità che svolgono attività di controllo alle frontiere e contrasto all’immigrazione irregolare, anche quando operano in zone extraterritoriali.

L’allontanamento di persone dalle coste europee, direttamente dal mare, senza aver dato loro accoglienza e assistenza medica a terra, rappresenta inoltre una violazione di principi umanitari, tenendo conto che queste persone hanno effettuato un viaggio lungo e pericoloso, in condizioni estreme.

Riteniamo sia da accogliere con favore la possibilità che, anche con il contributo dell’Italia e dell’Unione Europa, si possa costruire un sistema di asilo in paesi esterni all’UE fortemente investiti da flussi migratori, come la Libia. Tuttavia, ciò non può condurre all’ipotesi di demandare a paesi terzi l’esame delle domande di asilo presentata da rifugiati che intendono chiedere protezione all’Italia e ad altri paesi europei. Il presupposto ineludibile del rispetto del diritto d’asilo nel diritto internazionale è infatti rappresentato, in primo luogo, dal diritto di accesso dei rifugiati al territorio dei paesi ove essi intendono chiedere protezione e l’esame delle domande di protezione internazionale deve sempre avvenire sotto la piena giurisdizione di tali stati.

Vorremmo infine segnalare che a oggi, nonostante le ripetute richieste di trasparenza, non sono stati resi pubblici gli accordi tecnici in materia d’immigrazione stipulati tra Italia e Libia negli ultimi anni.

Le associazioni firmatarie si rivolgono al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi affinché venga ripristinato il rispetto del diritto internazionale.

Chiediamo che sia assicurata una prassi basata sul soccorso, la prima accoglienza e l’identificazione dei gruppi vulnerabili tra cui i richiedenti asilo, le vittime di tratta e i minori e che i migranti intercettati vengano portati a terra in Italia dove possano essere identificati, presentare richiesta di protezione internazionale e ricevere adeguate cure mediche, con un’analisi dei casi individuali svolta in conformità con le norme vigenti.

Roma, 10 giugno 2009

Amnesty International Italia
Associazione ARCI
ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione)
Associazione Progetto Diritti
Associazione Senza Confine
Casa dei Diritti Sociali
Centro Astalli – JRS Italia
FCEI (Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia)
CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati)
Centro Ex Canapificio - Castevolturno
SIMM (Società Italiana Medicina delle Migrazioni)

11/05/2009

Terremoto in Abruzzo. L'impegno delle chiese evangeliche

Dopo aver lanciato una sottoscrizione a sostegno delle popolazioni terremotate dell'Abruzzo, si delinea il piano di interventi coordinato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e realizzato in qualche caso direttamente dalla FCEI, in altre dalle chiese membro.
“La raccolta di fondi è ancora in corso – spiega Domenico Maselli, presidente della FCEI - e i fondi continuano ad affluire sia dall'Italia che dall'estero. Altri fondi, inoltre, giungono direttamente alle chiese membro: è un segnale incoraggiante che ci permette di avviare alcuni progetti mirati in attesa che si chiariscano i piani di ricostruzione per i quali alcune chiese membro della FCEI hanno già espresso un impegno di maggiore consistenza”.

In particolare la FCEI ha deciso di contribuire all'acquisto di tende che saranno montate a cura dell'Esercito della Salvezza e destinate a famiglie che non abitano nei campi organizzati dalla Protezione civile: “C'è chi ha preferito restare in prossimità della propria casa, anche se è crollata o è inagibile – spiega il maggiore Massimo Tursi -. Dormire tra estranei in una tendopoli è tutt'altro che semplice, soprattutto per gli anziani. Da qui il nostro intervento teso a offrire tende adeguate a chi ha fatto questa scelta”.
Un altro progetto, realizzato dall'Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI), prevede l'acquisto di libri per gli studenti dell'Università che hanno perso i testi sui quali stavano preparando i loro esami. “Abbiamo affidato il coordinamento di questa iniziativa a Carmela Tomassetti, una studentessa della Casa dello studente dell'Aquila e membro della chiesa battista di San Benedetto dei Marsi (AQ) - spiega la pastora Anna Maffei, presidente dell'UCEBI -. E' il nostro modo di esprimere solidarietà ai giovani e testimoniare il nostro impegno per il futuro dell'Aquila”.
Quanto alla Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) ha varato un progetto iniziale di 50.000 euro che prevede l'apertura di uno “sportello di servizio sociale mobile” che, avvalendosi del lavoro di operatori professionali (assistenti sociali, socio-psicologi, avvocati), ruoti su alcuni campi di sfollati. Nel periodo estivo, grazie al contributo di volontari, lo “sportello” gestirà attività di animazione per i bambini e i giovani dei campi. “Consideriamo questo impegno, reso possibile anche grazie al sostegno delle chiese estere soprattutto degli USA, come un primo intervento”, ha spiegato la moderatora della Tavola valdese, pastora Maria Bonafede, al ritorno da un sopralluogo in alcuni campi di sfollati.
“Dobbiamo iniziare a pensare a un intervento sui tempi lunghi – aggiunge il pastore Massimo Aquilante, presidente dell'Opera per le chiese evangeliche metodiste (OPCEMI) – perché lunghi saranno i tempi della ricostruzione. Dopo la prima fase dell'emergenza, infatti, iniziano ad emergere nodi e conflitti di natura anche politica sul processo di ricostruzione. Incontrando amministratori ed esponenti della società civile abruzzese è emersa la loro vivissima preoccupazione che si spacci per 'ricostruzione in tempi rapidi' la deportazione in new town artificiali, abbandonando al loro destino i centri storici. Per questo diciamo che la ricostruzione non deve limitarsi alle case; deve essere anche una ricostruzione delle relazioni e della speranza”.
Nel frattempo prosegue l'intervento dell'Unione delle chiese avventiste del 7° giorno, che sta operando nella stazione dell'Aquila collaborando alla gestione di una mensa per circa 250 persone.
Tanto l'Unione avventista che la Chiesa valdese, intanto, hanno lanciato un appello al volontariato: le informazioni sono disponibili ai siti http://gioventu.chiesaavventista.it/emergenza-abruzzo e http://www.chiesavaldese.org/


da Notizie Evangeliche (NEV), 6 maggio 2009

07/04/2009

Terremoto in Abruzzo: appello dello della Federazione delle Evangeliche in Italia (FCEI)

AGENZIA NEV – NOTIZIE EVANGELICHE
SERVIZIO STAMPA
DELLA FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE IN ITALIA
tel. 06.4825120/06.483768, fax 06.4828728 - nev@fcei.it

COMUNICATO STAMPA

TERREMOTO

La Federazione evangelica lancia una sottoscrizione

Solidarietà alle vittime del terremoto in Abruzzo

Le preghiere di tutte le chiese rivolte alla popolazione colpita


Roma, 7 aprile 2009 (NEV-CS28) - In seguito al violento terremoto che ha colpito l'Abruzzo nelle prime ore di ieri, 6 aprile, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha lanciato una sottoscrizione per l'aiuto alle vittime. Le morti accertate sono salite a 179 mentre gli sfollati sono più di 50 mila, migliaia le case crollate o inagibili.

"La popolazione abruzzese così duramente colpita da questa catastrofe è al centro delle nostre preghiere, rivolte specialmente a coloro che hanno perso i loro cari o che ancora sono all'oscuro di cosa sia successo a persone a loro vicine", ha dichiarato il presidente della FCEI, il pastore Domenico Maselli in nome di tutte le chiese aderenti alla FCEI. "La FCEI estende la sua solidarietà anche alle migliaia di persone che in queste ore drammatiche stanno portando soccorso prestando assistenza ai feriti e ai sopravvissuti".

Per chi volesse inviare delle donazioni può farlo utilizzando il seguente conto corrente postale specificando la causale "Terremoto Abruzzo": ccp n. 38016002 - IBAN: IT 54 S 07601 03200 000038016002, intestato a: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, via Firenze 38, 00184 Roma.

I fondi raccolti saranno destinati ad agenzie collegate con le chiese protestanti che hanno approvata e consolidata esperienza nel campo del soccorso a popolazioni colpite da calamità naturali.

Le chiese membro della FCEI sono: La Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI); la Chiesa evangelica valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi); L'Esercito della Salvezza; l'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI); la Chiesa apostolica italiana, con sede a Prato; la Comunità cristiana "Fiumi di Vita" di Napoli; la Comunità evangelica di confessione elvetica di Trieste; e la St. Andrew's Church of Scotland di Roma (www.fcei.it).