Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 29 Marzo vedrà la partecipazione dei ragazzi del catechismo e quindi sarà alle ore 10,30.

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 29 Marzo si terrà alle h.11
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30/03/2015

Domenica delle Palme

di Giorgio Tourn

«Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Marco 11,9)

Nella tradizione cristiana la settimana santa si apre con la domenica delle palme, così detta perché gli evangelisti narrano che fra i pellegrini si notavano delle persone che avevano in mano dei rami di palma che agitavano in segno di gioia, di festa.

Dove stavano andando? Si trattava di ebrei che salivano a Gerusalemme in pellegrinaggio per partecipare alle cerimonie nel tempio, dove si svolgevano ancora i sacrifici prescritti dalla Legge (il tempio sarà distrutto una quarantina d’anni più tardi dai romani), ma soprattutto per celebravi la Pasqua. Era , ed è tuttora, una delle grandi feste della religione ebraica che ricorda l’uscita dall’Egitto del popolo di Israele al tempo di Mosè; non era una cerimonia pubblica ma famigliare, si celebrava in casa presieduta dal padre di famiglia, ma vivere quella festa pasquale a Gerusalemme assumeva significato particolare. Analogamente si può dire che trascorrere i giorni della settimana santa a Roma, per un cattolico al giorno d’oggi, pur non aggiungendo niente alla fede, è certo esperienza significativa.

Gesù ed un gruppo dei suoi discepoli sale dunque a Gerusalemme insieme a molti altri pellegrini per questa circostanza, si trattiene nella città fino al giovedì, quando verrà arrestato per essere crocifisso il giorno seguente.
L’episodio delle palme si colloca proprio durante questa marcia del pellegrini verso la città santa. Non va dimenticato che tutto ciò che riguarda la vita, le parole, i miracoli di Gesù, e cioè gli avvenimenti che accompagnano la sua esistenza, è narrato dagli evangelisti molto tempo dopo la sua morte e la sua risurrezione. Sono ricordi rivissuti alla luce di quello che è accaduto successivamente; quel giorno i discepoli non conoscevano quello che noi conosciamo, neppure sappiamo cosa pensassero, probabilmente che Gesù sarebbe stato accolto dai sacerdoti e avrebbe ricevuto una investitura ufficiale come maestro della legge, profeta.

Secondo la tradizione il corteo dei pellegrini canta dei salmi, ed esprime la sua lode appunto agitando rami di palme, simbolo della gloria, della lode. Le parole «Benedetto colui che viene nel nome del Signore», come «Osanna nei luoghi altissimi» sono appunto parole di questi salmi, che cantano tutti, anche i discepoli. Sono parole che annunziano la venuta del Cristo, del salvatore atteso messaggero del regno di Dio ma nessuno sa che è presente nel corteo, che Gesù è Colui che viene nel nome del Dio. Neppure i discepoli sono pienamente consapevoli di questo fatto, e solo a posteriori, dopo la risurrezione, ricordando quella giornata si rendono conto che si erano cantate le lodi di Gesù.
L’episodio letto oggi ha un messaggio molto chiaro: Gesù è il Salvatore che realizza le profezie; ma allora non era così, cantando i salmi antichi la gente pensava di esprimere la sua fede tradizionale, non era consapevole del fatto che gli stava rendendo omaggio.

Chissà quante volte nella vita abbiamo anche noi camminato accanto a Dio, o meglio con Dio accanto a noi (perché letto nell’ottica cristiana Gesù è la presenza di Dio) e non ce ne siamo accorti e abbiamo parlato di lui senza esserne consapevoli. Il credente è quello che sa riconoscere la presenza di Dio nella vita ma Dio non è presente solo per i credenti.

(Tratto dal sito ufficiale della Chiesa Valdese)

15/11/2014

La speranza del ritorno di Cristo deve stimolare il nostro impegno quotidiano

"Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva;  perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno.  Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri". (1Tessalonicesi 5,1-6)

Meditazione del past.Jean-Félix Kamba Nzolo

Quando ritornerà il Signore?
La storia del Cristianesimo potrebbe essere riassunta attraverso la storia del rapporto con l’attesa del Regno di Dio.  I cristiani dei tempi apostolici erano convinti che dopo la sua ascensione in cielo, Gesù sarebbe ritornato di lì a poco. Nella comunità cristiana di Tessalonica molti, infatti, pensando che il ritorno di Cristo (parusia) fosse imminente, s’erano abbandonati a isterismi, lasciando la loro vita professionale e gli impegni quotidiani. Alla domanda quando ritornerà il Signore, si aggiungeva un’altra domanda: Cosa ne sarà di chi muore nel frattempo, prima che Gesù ritorni?
L’apostolo Paolo risponde a queste domande e a queste preoccupazioni che egli prende molto sul serio, orientandole, tuttavia, in un’altra direzione: il problema non è quando il Signore verrà, ma come viviamo noi l’attesa. Il ritorno di Gesù trionfante, oggetto della speranza cristiana, non ci esime dall’impegnarci nel quotidiano per costruire un mondo più umano e più fraterno.
L’invito che l’apostolo rivolge ai Tessalonicesi e a noi, è di vivere ogni istante del tempo di attesa in modo consapevole e responsabile, sapendo che verrà un giorno in cui  ciascuno dovrà rendere conto di ciò che ha fatto durante il tempo concessogli da Dio.
Il tempo che Dio ci dà non va usato egoisticamente per appagare i propri desideri di potere e di ricchezza, ma è un tempo di grazia (kairos), un tempo favorevole per convertirci a Dio, per  camminare nella luce della Sua Parola, per vivere nell’amore per Lui e per il nostro prossimo.
Alla domanda su che cosa avrebbe fatto se il mondo fosse finito il giorno dopo, il riformatore Martin Lutero rispose :“Oggi pianterei comunque ancora un melo”,  Con questa risposta “strana” Lutero  intendeva dire che, ciò che conta non è temere un avvenire incerto, ma lavorare già da oggi nella vigna del Signore e vivere fin d’ora il Regno di Dio nella nostra vita di tutti i giorni.
Ai Tessalonicesi desiderosi di sapere quando verrà il giorno del Signore, Paolo risponde con un immagine che non ha bisogno di spiegazioni: <<il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte>>. L’importante, dunque, è tenersi pronto, vegliare per non cadere nel sonno ingannatore; per non rinchiudersi nella conchiglia della propria vita privata, in altre parole, nell’egoismo e nell’indifferenza di fronte agli altri e tutto ciò che succede nel mondo. 

Essere cristiani significa, non solo essere portatori del nome di Cristo, (cristiani a parole), ma significa essere portatori di una parola da ascoltare, da vivere e da trasmettere: la Parola dell’amore di Dio testimoniato da Gesù in parole e azioni.  La responsabilità dei figli e delle figlie della luce a cui siamo invitati consiste nel trarre l’ispirazione dall’esempio di Gesù Cristo, nel seguire le sue orme e nel diventare a nostra volta delle piccole luci che manifestano l’amore di Dio nel mondo dell’odio, dell’ ignoranza, dell’egoismo e dell’indifferenza.
Il credere in Gesù si realizza in una vita del discepolato (sequela). Non c’è nulla da inventare, perché tutto è già stato fatto da Gesù;  per noi è sufficiente ripetere ciò che egli ha fatto: predicato il Regno di Dio; amato il proprio prossimo; accompagnato gli ultimi; curato i malati; sostenuto i deboli; liberato gli oppressi.
Così noi contribuiamo a costruire un mondo nuovo secondo la volontà di Dio e rendiamo testimonianza al Suo Regno, in parte, già presente in mezzo a noi.

27/09/2014

Tempo del creato 2014 -Domenica 28/09/2014

Genesi 2,4b-9 (10-14)15

 4b  Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli, 5 non c'era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il SIGNORE non aveva fatto piovere sulla terra, e non c'era alcun uomo per coltivare il suolo; 6 ma un vapore saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo.7 Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente.8 Dio il SIGNORE piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato. 9 Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta d'alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. 10 Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci.11 Il nome del primo è Pison, ed è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove c'è l'oro; 12 e l'oro di quel paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e l'ònice. 13 Il nome del secondo fiume è Ghion, ed è quello che circonda tutto il paese di Cus. 14 Il nome del terzo fiume è Chiddechel, ed è quello che scorre a Oriente dell'Assiria. Il quarto fiume è l'Eufrate. 15 Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse.

 Predicazione del pastore Jean-Félix Kamba Nzolo

Chi sono? Da  dove vengo? Dove vado?  Sono domande esistenziali che conosciamo bene e che ci poniamo in un momento o l’altro della nostra vita. La Bibbia cerca di rispondere a queste domande, prescindendo da dati scientifici e legando l’esistenza umana a quella di Dio. E, lo fa in una duplice narrazione della creazione, in Gensesi 1 e 2.
Se io, essere umano, esisto è perché esiste il mio Creatore. La Genesi, il libro che parla del principio, vuole riconciliarci  con la nostra esistenza!  Cerca di dirci perché viviamo e come dobbiamo vivere…
Ci sono tre affermazioni fondamentali nella seconda narrazione della creazione della terra e dell'uomo che è il nostro testo di oggi:
1.      Dio crea l’uomo;
2.      Dio si prende cura dell’uomo;
3.      Dio affida una missione all’uomo;
Tre sono parole chiave: creazione, cura e missione.
Al primo punto, Dio crea l’essere umano che noi siamo. Alla domanda: chi siamo? La risposta è siamo creature di Dio. Considerare l’esistenza umana da quest’angolatura dovrebbe cambiare il nostro modo di essere con noi stessi, con gli altri e con il giardino, questa terra che ci fa vivere.
 Al secondo punto, Dio si prende cura dell’uomo da Lui creato, provvedendo ai suoi bisogni e mettendo a sua disposizione tutto ciò di cui ha bisogno per vivere e crescere pienamente.
Al terzo punto, Dio affida una missione all’uomo. L'uomo Adamo, creato da Dio occupa una posizione privilegiata quella di trovarsi al centro della creazione. A lui è affidato il compito di coltivare e di custodire il giardino di Eden. In altre parole, il compito di valorizzarlo e salvaguardarlo, e non di prenderne possesso  diventandone proprietario,  sfruttandolo e  distruggendolo.
Eden è proprietà di Dio, Adamo ne è il custode. Nel custodire e proteggere questa proprietà, l'uomo Adamo entra nella dialettica vitale con Dio.  Il racconto della Genesi dimostra che l’uomo non è stato creato per se stesso, ma per rispondere ad una necessità.  Egli è fin dal principio collaboratore di Dio.
Nel suo commentario alla Genesi, Giovanni Calvino insiste sulla generosità del Creatore. Tutto è stato abbondantemente messo a disposizione dell'uomo. Il Signore provvede  a tutti suoi bisogni.
E bisogna che l'uomo (Adamo) non si comporti da padrone. Mangiare dell'albero proibito sarebbe come offendere i diritti del proprietario. Segno inevitabile, l'albero della vita è un richiamo concreto dell'identità del proprietario.
 Il giardino dell'Eden ci è presentato come un quadro di vita reale di una persona. Un quadro di vita benedetta dal Signore, l'acqua vi scorre in abbondanza e  il cibo non manca. Questo quadro ha bisogno dell'essere umano e del suo lavoro. Così, la "vita paradisiaca" che si pensa sia un ozio sacro, viene a rassomigliare la nostra vita ordinaria ovvero l'attività di ogni giorno per occuparci dei problemi del nostro mondo.  Come per Adamo, anche per noi, la domanda di fondo è come vivere con la creazione e nel mondo secondo la volontà di Dio.
Il nostro rapporto con Dio si rompe nel segno della sfiducia umana che contrasta la fiducia di Dio. Avere piena fiducia in Dio è accettare che Dio sia Dio, e riconoscerci nello stato di coloro che
dipendono dalla Sua grazia e  che riconoscono il limite creaturale.  Affermare che << Dio è Dio>> (K.Barth), significa riconoscere che Egli è il Creatore e noi siamo noi, cioè creature.
L'essere umano è il rischio di Dio. Creando l'essere umano dandogli la libertà, Dio accetta il rischio che l'uomo possa anche disobbedirGli. Ma Dio non ci vuole delle marionette da manipolare a piacere. Dio vuole che noi siamo libere creature in grado di vivere la reciprocità di un amore libero e incondizionato. La nostra vita che,  tutta riposa sulla libertà deve appartenere a Dio; per avere senso e ragione di essere ha bisogno di Dio. Come tralci  riceviamo vita solo rimanendo attaccati alla vite. Gesù ce lo dice: "Io sono la vera vite e il Padre mio il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più"; e ancora "Senza di me non potete far nulla" ( Gv15,1-2.5).
La possibilità che il mondo torni ad essere un Paradiso è una questione di fede e di fiducia. Aprirci a Dio e disponendoci a fare la Sua volontà è far sì che il regno di Dio che Gesù vede  già presente in mezzo a noi possa manifestarsi con tutta la sua forza attraverso il nostro impegno per la salvaguardia del creato (giustizia ecologica) e attraverso l’impegno per la giustizia economica.
 Dio  dice a ciascuno di noi: desiderami liberamente come io desidero te. Amami con il tuo intero essere senza sentirti costretto. Regoli il tuo volere sulla mia volontà perché io sono buono per te. Mi devi appartenere tutto intero. Ascolti soltanto me e obbediscimi in piena fiducia.

La possibilità che il mondo torni a essere un paradiso è dunque una questione di fede, di fiducia.
La vera grandezza dell’essere umano è quella datagli da Dio, cioè di adempiere la sua missione di gestire e salvaguardare la creazione. Ciò riguarda l’amore per la terra, la lotta contro ogni forma di spreco, contro l’inquinamento, lo sfruttamento dissennato delle risorse della terra; la lotta contro ogni forma di ingiustizia e di emarginazione e contro la povertà e le violenze.
Cosa compriamo? Cosa buttiamo? Dove lo buttiamo? …
I racconti della creazione ci indicano il cammino della vita e del buon vivere insieme, invitandoci a preoccuparci della vita delle generazioni future: che terra lasceremo ai figli dei nostri figli?  Dio si serve di questi racconti per darci le istruzioni per l’uso della vita che conduciamo ogni giorno per ricordarci che siamo polvere, ma ch’Egli non ci lascia soli. Che Egli si prende cura di noi e che, per mezzo dello Spirito Santo  ci dona la forza, l’inventiva, la saggezza per adempiere la nostra missione. Amen. 

27/08/2014

Lo Spirito Santo sostiene e difende la fede del credente nell'agire quotidiano


Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 15-21

15 «Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16 e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre, 17 lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani; tornerò da voi. 19 Ancora un po', e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi. 21 Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui»

Predicazione tenuta Pastore Jean-Félix Kamba Nzolo durante il Culto mattutino del Sinodo delle Chiese Valdesi e Metodiste, lunedì 25.08.2014




Gesù ha appena condiviso l’ultimo pasto con i suoi discepoli, pasto durante il quale aveva loro lavato i piedi (Gv 13,1-17). Ma il momento del suo arresto è vicino (Gv13,33). Il testo che abbiamo letto poc’anzi fa parte del discorso di addio ai discepoli. A loro Gesù fa le sue ultime raccomandazioni, prima di essere consegnato nelle mani dei suoi uccisori e prima lasciare questo mondo. In questo modo, egli prepara i discepoli a vivere senza di lui, rassicurandoli che la sua assenza non sarà che apparente e ch’essa si tradurrà in un’altra forma di presenza.

Ma immaginiamo un po’ la situazione: Gesù parla ai suoi discepoli per prepararli al momento in cui la sua morte an­nunciata diventerà una realtà. Guarda i suoi compagni di avventura, gli amici più cari, e coglie in pieno la loro confusione e la loro incertezza rispetto al futuro che li attende senza più la sua presenza. I discepoli sono angosciati perché devono perdere la loro guida spirituale e, secondo alcuni di loro, colui che doveva liberarli dal giogo romano. Devono perdere colui che li aveva chiamati e che hanno seguito durante tutto il tempo del suo ministero abbandonando tutto. Cosa sarebbe stato di loro? Cosa sarebbe diventata la loro vita?  Dove avrebbero trovato la forza per tirare avanti? La loro fede in Gesù li avrebbe permesso di continuare la sua opera?

Certo è che, Dio conosce la debolezza dello spirito umano, la precarietà dell’esistenza delle donne e degli uomini, la loro incapacità a rimanere fedeli. Dio sa che gli esseri umani non possono essere lasciati soli. Per questo Gesù promette ai suoi discepoli che, appena giunto dal Padre, lo pregherà affinché Egli invii presso di loro un “altro Consolatore”, lo Spirito Santo. Questa è la prima promessa. La seconda promessa riguarda la presenza di Gesù stesso. Con la promessa del Consolatore Gesù promette che egli stesso tornerà, che il mondo non lo vedrà, i discepoli, invece, lo vedranno. La terza promessa è quella riguardante la vita in Gesù Cristo, in lui, il vivente, essi vivranno.

Non è tutto! Se fosse tutto, la vita di fede sarebbe solo rose e fiori, là dove tutti gli altri vedono solo buio cupo. Invece con la quarta promessa che ha per oggetto l’amore, Gesù inquadra le tre precedenti, in effetti, l’amore supera ogni cosa. "Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti"(Gv 14, 5) dice Gesù. E ancora: "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama"(v.21).  L’amore richiesto da Gesù non è da intendere in modo romantico ma concretamente: l’espressione pratica dell’amore è l’osservanza dei comandamenti, degli impegni lasciati da Gesù. Gesù subordina l’invio del consolatore all’osservanza dei suoi comandamenti, vale a dire di tutte le sue parole e istruzioni. A queste condizioni egli pregherà il Padre di inviare il paraclito, "colui che è chiamato vicino" a noi per assisterci, per difenderci e aiutarci a sormontare gli ostacoli che ci troviamo sul nostro cammino.
"Non si può fare a meno di notare con sorpresa l’avvicinamento fra l’amore e i comandamenti. Giovanni lo spingerà avanti a tal punto da parlare del comandamento dell’amore, del “comandamento nuovo” (Gv 13, 34). La sorpresa viene dal fatto che nella nostra mentalità, l’amore e il comando appartengono a due esperienze di vita, a due universi totalmente differenti: l’amore fa riferimento al mondo del dono gratuito, il comando a quello del diritto e dell’autorità. Questo modo di pensare non è quello biblico: tutta la storia biblica sta nel rapporto che Javhé ha costruito con il suo popolo, sta nella sua potente e trasformante presenza. Dio è un padre e una madre che porta il suo popolo come si porta un bambino; Dio è uno sposo che abbraccia il suo popolo e lo rende fecondo e gioioso. L’amore è il fulcro dei rapporti di Dio con il popolo. In questo quadro va collocato il “comandamento”: non si deve ridurre l’amore a misura dei comandamenti ma leggere questi come una prima espressione dell’adesione all’amore di Dio. In questa linea l’adesione o il rifiuto dei comandi di Dio diventa adesione o rifiuto di Dio stesso: l’amore si lega così all’esercizio dei comandamenti" (G.Colzani)
Invitandoci a osservare i suoi comandamenti, Gesù colloca la fede nella dimensione dell'agire cristiano. La questione ci tocca da vicino in quanto pone a noi, singoli credenti e alla chiesa nel suo insieme il problema del rapporto tra la nostra fede e l’agire quoti­diano nella nostra esistenza. L’opera dello Spirito consiste nel rendere vivo in noi l’amore di un Dio che ci ama di un amore viscerale e che ci invita ad amarLo e servirLo, amando e servendo il nostro prossimo; nel rendere presente in noi Gesù stesso che, partecipa alla nostra vita interiore, continua ad ammaestrarci e guidarci nella Verità di Dio, per cambiare in profondità il nostro modo di vivere. Gesù non c’invita a rifugiarci nella sfera dell’interiorità e della contemplazione di lui, (ah che bello!), ma di testimoniare concretamente l’amore di Dio. Lo Spirito Santo promesso da Gesù è un alleato strategico per la testimonianza dei discepoli che, da lì a poco diventeranno degli apostoli, cioè degli inviati che hanno il compito di annunciare quest’amore al mondo.
La promessa di Gesù "non vi lascerò orfani", carica di incoraggiamento, di fiducia e di speranza, ci raggiunge questa mattina, all’inizio dei lavori del nostro Sinodo, e in mezzo a tante e legittime preoccupazioni per il futuro delle nostre chiese. In noi ci sono più domande che risposte, più dubbi che certezze, e forse anche lo scoraggiamento per i problemi che sono senza soluzioni. Gesù c’invita a sentire la sua presenza in mezzo a noi, a vivere i suoi comandamenti e a ricevere la vita ch’egli ci offre. La vita della Chiesa non dipende, prima di tutto, da ciò che fa. Non è essa ad assicurare la sua sopravvivenza. Per vivere, la Chiesa ha bisogno di ricevere la vita da colui che è vivente, Gesù Cristo. Egli è il cuore e capo della Chiesa. E' lui - che attraverso lo Spirito, il soffio vitale, la potenza dall'alto - dà ai cristiani e alla loro comunione vitalità, slancio e dinamismo per accompagnarli nella loro testimonianza e nell'impegno a favore del più piccolo dei loro fratelli.
La speranza alla quale siamo chiamati è un impegno e un mettersi in movimento, una chiamata a testimoniare in parole e opere, assumendosi tutti i rischi possibili e immaginabili, nella certezza che non siamo soli, come possono farci pensare, a volte, la precarietà, la povertà dei nostri mezzi e il senso di impotenza di fronte a quello che succede intorno a noi e nel mondo, penso alla situazione tragica dei cristiani come noi in fuga dai jihadisti in Iraq, ma anche ad altre tragiche situazioni in cui si trovano i cristiani in altre parti del mondo. Per non parlare   dell’indifferenza religiosa dei nostri contemporanei nella quale c’imbattiamo ogni giorno, e del movimento di defezione che impoverisce quantitativamente le nostre comunità.
Il forte e chiaro messaggio che ci raggiunge dal Vangelo di Giovanni, è un messaggio di speranza. Possiamo essere un piccolo gregge esposto all’odio e all’indifferenza del mondo, ma non siamo soli. Gesù Cristo, il Buon Pastore continua a prendersi cura di noi e della nostra testimonianza.
Abbiamo bisogno oggi - come ai tempi dei primi cristiani – di un difensore, lo Spirito di Verità, lo Spirito Santo che Gesù ci ha promesso e che è presente nella nostra storia e si manifesta in mezzo a noi. Abbiamo bisogno del difensore per difenderci da noi stessi, dalle nostre paure e resistenze e per difendere la nostra fede da tutto ciò che vuole soffocarla, privarle vitalità, di impegno. Amen.


Preghiera

Dio nostro,

che in Gesù Cristo, Tuo Figlio,

Sei venuto nel mondo,

per essere nostro Salvatore.

Non ti chiediamo di ri-cominciare , ogni volta,

La tua opera per noi.

Ti chiediamo, invece, di farci rinascere alla Tua Vita.

Ti chiediamo di venire continuamente nello Spirito santo,

per donarci la certezza della Tua salvezza;

Per insegnarci ad affidarTi le nostre vite; e per insegnarci a vivere nella gioia della Tua pre­senza.

Vieni continuamente per farci crescere nella fede,

speranza e amore. Grazie Dio nostro. Amen.

12/05/2014

Omegna. Valdo di Lione e Francesco d'Assisi: due biografie a confronto

di Giampy Castelletti

Venerdì 11 Aprile 2014 organizzato dal Centro evangelico d’Incontro di Omegna, nella sala del Centro, si è svolto un interessante e partecipato incontro-dibattito dal Titolo “Valdo di Lione e Francesco d’Assisi” due biografie a confronto con la radicalità evangelica, relatori Frate Gabriele Trivellin del convento Sant’Antonio di Casale Monferrato e Jean-Félix Kamba Nzolo Pastore delle Chiese Metodiste di Omegna e Intra. 
L’incontro-ha esordito il pastore - serve per riflettere sulle motivazioni che hanno spinto Valdo e Francesco a optare per la povertà evangelica che è un tema che richiama tutti noi cristiani a confrontarci con le implicazioni del Vangelo nella realtà quotidiana, nel confronto che continueremo con la parola del Signore e quindi nel cercare tutti insieme a trovare le vie giuste per dare la testimonianza della vocazione che ci è stata rivolta. L’incontro è iniziato con la visione un filmino sullo stesso tema realizzato, a suo tempo, dalla rubrica televisiva Protestantesimo in occasione dell’elezione di Papa Francesco. Dal confronto tra i nostri due personaggi storici, è emerso che la povertà rappresenta un punto di convergenza: Valdo e Francesco posero all'origine dei loro movimenti il valore della povertà pur seguendo percorsi diversi.
Li accomuna anche il fatto che ambedue erano persone benestanti. Valdo è un uomo molto abile negli affari, ricco commerciante dedito all'usura come prestatore di soldi, possidente di case, terreni, diritti e denaro finché intorno all'anno 1173 vivendo una profonda crisi spirituale si fece tradurre dei testi biblici, dopo di che, dona tutto al popolo i suoi averi e inizia a vivere un’esperienza religiosa incentrata sulla povertà evangelica e sulla missione apostolica, troverà “Fratelli” e “Sorelle”.
Francesco dopo essere stato a contatto con persone malate di lebbra rinnega la vita agiata di mercante e a soli ventiquattro anni decide di dedicarsi a una vita evangelica come fece Cristo, questo dopo aver avuto varie rivelazioni da parte del Signore e fattosi spiegare da un sacerdote punto dopo punto un testo evangelico…, simile a quello che usa Valdo di Lione intorno al 1180.
 Sia Francesco che Valdo iniziano a predicare “la Buona Novella”, nasce così il gruppo dei “Poveri in Spirito” noti anche come “Poveri di Lione” e il gruppo dei “Francescani”. Entrambi sono ideatori di un ritorno alla purezza e alla semplicità dei vangeli; Papa Innocenzo III (dopo un sogno) per motivi di disobbedienza, profitto e guadagno, nel 1184 dichiara Valdo eretico perché il suo sistema riformistico attuato nel predicare l’evangelo non contribuiva a quei programmi di potere della chiesa.
Dopo quanto emerso dal dibattito possiamo dire che Valdo di Lione e Francesco d’Assisi si distinguono per un certo tipo di Obbedienza diversa, per Valdo la chiave di lettura della fedeltà evangelica sta nel rapporto col Vangelo e il Vangelo è tutto, mentre per Francesco, il contesto di rapporto col Vangelo è la Chiesa e nella Chiesa che Cristo è presente, invece per Valdo, Cristo è presente nel Vangelo. E’ stata una bella serata di ascolto e di confronto vissuta in amicizia con la parte cattolica presente all’incontro.

09/09/2013

La pace è frutto della giustizia trasformatrice. Non c'è pace senza giustizia

"Allora la rettitudine abiterà nel deserto, e la giustizia abiterà nel frutteto. L'opera della giustizia sarà la pace e l'azione della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in un territorio di pace, in abitazioni sicure, in quieti luoghi di riposo" (Isaia 32,16-18)

di  Jean-Félix Kamba Nzolo

     Il concetto di pace è molto spesso correlato a quello di guerra. La pace in realtà è l'opposto della violenza e non della guerra. La guerra è correlata al concetto di difesa ed è in un certo senso un modo di difesa collettiva.

       La pace intesa nel senso di assenza di guerra non è pace. Invochiamo giustamente la pace quando scoppiano i conflitti armati che fanno decine di migliaia di vittime innocenti, ma non dobbiamo distogliere l’attenzione dalla realtà della quotidiana guerra non combattuta con le armi che continua a mietere le vittime ogni giorno. Parlo dell’ingiustizie e delle discriminazioni a cui assistiamo ogni giorno.

Non può esserci una vera pace senza la giustizia. Pace e giustizia sono un binomio molto ricorrente nella Bibbia. La pace è frutto della giustizia. Il frutto della “giustizia trasformatrice” è la pace e la dignità dell’essere umano, recita un documento ecumenico (1).
      Sarebbe folle pensare che una guerra armata possa portare alla giustizia. Sempre la fine delle ostilità ha aperto nuove spaccature tra vinti e vincitori, ha sempre dato origine a nuove ingiustizie, ha sempre rappresentato il seme di nuove azioni armate:  guerra chiama guerra.
      Di fronte alla tragica realtà dei conflitti armati (Siria, Egitto, Rep. Dem. del Congo ecc…) dobbiamo chiederci cosa significa veramente la pace.
Il concetto biblico “Shalom” non significa solo pace, ma benessere totale, pienezza di vita, lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, col prossimo, con sé stesso, con Dio.  La società umana è considerata come il riflesso dell'intera creazione che Dio ha destinato al “shalom” cioè a un ordine armonioso, a un equilibrio in cui ciascuno essere umano trova suo posto. Ed è per questo che Dio stesso ama lo straniero e si occupa della sua integrazione (Dt10,18) invitando il popolo d’Israele a fare altrettanto.
      Nel Nuovo Testamento la vera pace è dono della grazia di Dio in Cristo. Non è la pace delle trattative diplomatiche e di compromessi politici che lasciano il tempo che trovano. E' la pace della fede, la pace che nasce spontaneamente dal riconoscimento dell'altro e dell'altra creatura di Dio, come un soggetto che gode dei nostri stessi diritti, come una persona che ha qualcosa da dire indifferentemente se la pensa come noi o meno.
      Cristo Gesù è la nostra pace, la lettera agli Efesini che individua l’effetto primario della pace di Cristo nella riconciliazione avvenuta nel suo nome. Le divisioni e le distinzioni non esistono più per quanto riguarda la posizione di ciascuno dinanzi a Dio.
Essere in Cristo significa essere in pace con Dio e con il prossimo. Una  pace che va salvaguardata data la nostra umana  fragilità. Sono convinto che le parole che Gesù rivolge ai discepoli dicendo "Voi siete sale della terra… Voi siete la luce del mondo... una città posta sulla montagna”  non sono una conferma di quello che essi erano in quel momento, ma sono una vocazione che Gesù rivolge a loro e a noi. Sale della terra e luce del mondo siamo se viviamo secondo le beatitudini: se ci adoperano per la pace.
                L’incontro con l’altro ci coinvolge personalmente, non possiamo delegare altri a rappresentarci e a decidere. Vuole dire che dobbiamo imparare ad assumerci le nostre responsabilità ed essere anche disposti a pagare il prezzo di tutto ciò. Al termine della strada ci può essere una croce, come avvenne per Gesù. Ma non dev’essere una scusa per fermarsi, come non fu per Gesù.
Inviando gli apostoli ad annunziare la Buona Novella, Gesù dice loro: “Quando entrerete nella casa, salutate. Se quella casa ne è degna, venga la vostra pace su di essa; se invece non ne è degna, la vostra pace torni a voi” (Matteo 10, 12-13 ). In questa citazione biblica la pace viene concepita come qualcosa di molto concreto, come qualcosa di vivo, di tangibile, che può andare da un uomo all'altro e, se non trova accoglimento, ritornare a chi la augura. E' anche possibile immaginare attraverso le parole di Gesù le opposizioni che possono riscontrare coloro che si adoperano per la costruzione di un mondo senza violenze.
                 Definire dunque la pace come assenza di violenza significa considerare la non violenza come un modo di vita in cui ogni essere umano vede i suoi diritti rispettati ed è incline a rispettare quelli altrui. In questo contesto la pace risulta un effetto dello sviluppo sociale causato dal pieno godimento dei diritti umani, e perciò diventa un risultato naturale dell'eguale ripartizione tra potere decisionale e fruizione di risorse (2)

"La violenza è fondamentalmente una violazione dei limiti, una trasgressione dello spazio che ogni essere vivente giustamente richiede per lo spiegamento e l’appagamento della sua ragione di vivere. E’ quindi la violazione dell’integrità e dell’armonia delle innumerevoli relazioni che sostengono il tessuto del creato.
La violenza ha un numero incalcolabile di espressioni. A livello personale le forme più odiose sono le umiliazioni e le ferite intenzionali, l’abuso sessuale, lo stupro e l’omicidio, l’abbandono e la fame. A livello di società e di nazioni, la violenza si manifesta negli atti di guerra e di terrorismo,
compresa la “guerra al terrore”, nella triste realtà dei milioni di profughi e di rifugiati, nei bambini costretti a combattere o a prostituirsi, nella disperazione dei contadini che si suicidano per i debiti che non riescono a pagare. La violenza si esprime anche nella violazione delle diversità del mondo naturale, nello sfruttamento sfrenato dei beni comuni come l’acqua potabile e i combustibili fossili, nell’abbattimento delle foreste, nella pesca esagerata in mari e oceani, nello smaltimento scriteriato dei rifiuti e nell’estinzione delle specie" ("Gloria a Dio e pace sulla terra" Convocazione internazionale ecumenica sulla pace- Kingston, Giamaica 17-25 Maggio 2011).

(1) Alternativa Globale: Ambiente, Pace,Economia (AGAPE) Consiglio Ecumenico delle Chiese-Ginevra 2005.
(2) Mario Borrelli, diritti umani e metodologia per la pace. Materiali a cura dell'I.P.R.I, se vuoi la pace educa alla pace, Edizioni Gruppo Abele 1984


Preghiera : 
Che  le mani si congiungano

Fà, o Signore, che le mani si congiungano,
per rendere più umana la terra in cui hai soffiato la vita all'uomo da te modellato: 
Adamo e Gesù il tuo Figlio diletto.
Fà, o Signore, che noi stringiamo la tua mano nera,
affinché la terra porti i frutti della speranza.
Fà, o Signore, che noi stringiamo la tua mano gialla, 
affinché il mondo rimanga giovane 
e ognuno guadagni con dignità il proprio cibo: il suo pane, il suo riso,...
Fà, o Signore, che noi stringiamo la tua mano bianca, 
affinché i germogli che portano gioia 
e giustizia fioriscano su tutti i rami.
Fà, o Signore, che ai crocicchi delle strade, 
noi stringiamo la tua mano rossa, 
affinché gli uomini dell'Africa, dell'Asia, dell'Europa, dell'America e dell'Oceania, 
gli uomini di ogni tempo e di ogni cielo, 
su tutti i continenti, traccino assieme strade di sviluppo 
e coltivino campi di preghiera e di dedizione.
Padre, per mezzo di Gesù, tuo amatissimo Figlio 
che ha lavorato la terra di Palestina, 
ti rendiamo grazie per il tuo amore.
Uniamo le nostre voci a quelle degli angeli, 
per cantarti e proclamare la tua gloria: Santo! Santo! Santo!
Amen.

(Preghiera scritta da Nabil Mouamès – un cristiano del Libano)

29/03/2013

Culto del Venerdì Santo

Verbania: Tempio della Chiesa Evangelica Metodista - C.so Mamelli 19 -ore 21.00


Preghiera della Chiesa riformata di Scozia

Salvatore del mondo,
che cosa hai fatto per meritarti questo?
E che cosa abbiamo fatto noi, per meritare te?
Appeso insieme a malfattori,
insultato e coperto di sputi, tu attendi la morte
e ci cerchi, noi, che ti abbiamo crocifisso con i nostri peccati.
Mediante il mistero della sofferenza immeritata,
tu rechi il mistero più profondo dell'immeritato amore.
Perdonaci, perché non sappiamo quello che abbiamo fatto;
Apri i nostri occhi affinché possiamo vedere quanto facciamo ora,
mentre tu, mediante il legno e i chiodi,
infrangi la nostra malvagità e ci trasformi con la tua grazia. Amen.

13/02/2013

Perseverare nella libertà in Cristo.

Meditazione per la Settimana evangelica della libertà.
Festa del 17 febbraio 2013 - ricorrenza della pubblicazione delle Lettere Patenti del re Carlo Alberto di Savoia (17 febbraio 1848) con le quali concedeva i diritti civili e politici alla minoranza protestante valdese.

di Jean-Félix Kamba Nzolo, pastore valdese

"Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù. Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso»". Galati 5,1.13-14

"Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti d'Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: "Voi diverrete liberi"?»  Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi". Giovanni 8,31-35

La libertà è spesso intessa come facoltà di disporre se stesso, nel senso del libero arbitrio condannato da Lutero. Siamo sempre convinti oggi che tutti gli esseri umani nascono liberi e tali rimangono, ma se ci guardiamo intorno vediamo persone schiave di ogni sorta di schiavitù!
Ai tempi dell’apostolo Paolo si poteva nascere schiavi o diventarlo, insomma, la schiavitù era legalizzata. La libertà di cui parla Paolo nella sua lettera alle comunità cristiane della Galazia, non è evidentemente una libertà naturale, possesso inalienabile; è una libertà donata a chi per natura non la possedeva, appunto una libertà di schiavi liberati. Paragonando la condizione dei cristiani della Galazia a quella di schiavi per i quali è stato pagato il riscatto, come difatti succedeva a quei tempi, Paolo invita i suoi fratelli e sorelle nella fede a perseverare nella libertà ricevuta con la fede in Cristo. Il Cristo, prosegue l’apostolo, ci ha liberati dal peccato e dalla morte suo salario (Rm 6,23). Cristo ci ha liberati prendendo su di sé la maledizione della legge, inchiodandola sulla croce per sé e per noi che, partecipando alla sua morte nel battesimo siamo sottratti all’intero sistema della legge-peccato – maledizione - morte. L’ appello accorato di Paolo è rivolto alle persone che hanno ricevuto il vangelo di Cristo e ne hanno sperimentato la forza liberatrice, ma si sono sviati in buona coscienza dalla strada indicata dall’apostolo e con ciò si sono messi di nuovo sotto il giogo delle pratiche legali.
Il punto di partenza è una chiamata a libertà. Un punto comune a tutta la tradizione biblica del Nuovo Testamento sulla libertà è che essa è legata alla filiazione in Cristo. Avete ricevuto lo Spirito di adozione, scrive Paolo, in virtù del quale ci rivolgiamo a Dio come al nostro Padre. Questa adozione a figli e figlie di Dio resa possibile dalla liberazione avvenuta nell'opera di Cristo è il fondamento della libertà cristiana. Per l’apostolo non c’è libertà che non sia legata a una certezza e a una speranza: Gesù Cristo ha cambiato le regole del gioco di questo mondo per cui non ci sono più distinzioni sociali, religiosi e sessuali. Per questo i credenti non sono più condannati a divorarsi a vicenda, ma sono invitati a mettersi al servizio gli uni degli altri nella libertà dell’amore.
La libertà cristiana è una vocazione : <>. Siamo chiamati a ricevere, a vivere la libertà che ci è donata, una libertà-dono che solo Cristo può dare. L’opera di Cristo culminante nella morte sulla croce è un’opera di liberazione: <>. Per Paolo la vocazione cristiana si riassume in questo <> a una libertà che riceviamo come dono nella fede. La libertà cristiana è la stessa vita di fede nella sua essenza più profonda o natura. In altri termini, è nella vita di fede vissuta ogni giorno che ciascuno, ciascuna, sperimenta la libertà dell’essere figlio e figlia di Dio. Questo avviene attraverso scelte responsabili dettate dalla forza dell’amore. La vita cristiana è l'opposto del moralismo. Non siamo chiamati a osservare una legge impostaci dall'esterno, ma alla legge di Cristo che è legge della grazia, scritta nel nostro cuore per ispirarvi spontaneità e fervore. Il credente agisce in modo libero e responsabile perché lo sente dentro e non semplicemente per salvare le apparenze.
Per perseverare nella libertà bisogna vivere l’agape. Invitando i credenti a perseverare nella libertà offerta da Cristo, Paolo afferma che in Cristo Gesù<< quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore>> (Galati 5,6). L’agape è il fondamento per una libertà autentica. Vi è la vera libertà solo nell’amore di Dio. I Galati si erano sviati dalla via indicata da Paolo che era la via dell’agape per dedicarsi all’osservanza delle prescrizioni di una legge disconnessa, sganciata dalla sua fonte che è appunto l’amore per Dio e per l’essere umano. Una legge che divide là dove Cristo ha unito tutti i credenti nell’unica famiglia di Dio.
Per perseverare nella libertà che ci è donata in Cristo, dobbiamo combattere l’egoismo oggi dilagante. Intendere la libertà semplicemente come possibilità di fare ciò che si vuole, dimenticando che ogni libertà ha i suoi limiti, apre facilmente la strada all’egoismo e all’individualismo che sono i mali di cui soffre la nostra società. L’individualismo oltre a togliere all’essere umano la sua peculiarità di <>, cioè un essere chiamato alla socievolezza e alla solidarietà, fa dimenticare che non si è liberi, se non si è responsabili nelle proprie scelte; non si è liberi, quando si confonde il buono, il vero, il giusto con ciò che mi piace, mi pare, mi rende (non solo in termini di denaro …).
Tutta la vicenda di Gesù, vista in tutto il suo svolgimento, dagli inizi sino al culmine della Passione, morte e risurrezione, si è rivelata una scelta di libertà da ogni priorità egoistica.
L’apostolo Pietro mette in guardia i cristiani contro il reale rischio di servirsi della libertà come di un velo per coprire la malizia (1Pietro 2,16). Paolo ci invita a vivere il grande paradosso della libertà in Cristo: essere liberi significa essere nell'amore di Cristo, schiavi, cioè servi gli uni degli altri. Mettersi al servizio gli uni degli altri è rendere possibile un altro modo di vivere, un altro tipo di società, più giusta e più fraterna. Qui sta la forza trasformatrice del messaggio evangelico come messaggio di liberazione. L'Evangelo non è una dottrina o un insegnamento ma una forza vitale che cambia l'essere umano rendendolo responsabile nei confronti degli altri. Una forza che ci mette a contatto con la persona viva di Gesù Cristo, il Liberatore. Secondo l'evangelista Giovanni, la verità che rende liberi è Gesù stesso, è l'incontro con Gesù, il totalmente degno di fiducia che donna la vera libertà. Non nasciamo liberi ma lo diventiamo grazie a un incontro personale con Cristo, incontro che le Scritture identificano con la chiamata che Dio ci rivolge.

Il 17 febbraio è per noi un giorno di festa della libertà, in ricordo della concessione dei diritti civili e politici alla minoranza protestante valdese da parte del re Carlo Alberto di Savoia. Celebrare questa festa della libertà è rendere testimonianza della nostra liberazione in Cristo. E’ riconoscere che i cristiani valdesi, sono stati chiamati a libertà, sono stati liberati non da un sovrano umano ma dal Signore della loro fede. Il popolo valdese era libero spiritualmente e interiormente, ancor prima dell’avvenimento del 17 febbraio 1848 e della conseguente libertà di Culto.
La tentazione dei Galati è la stessa a cui siamo anche noi esposti. Anche noi siamo tentati di abbandonare la corsa o rischiamo di fare una cattiva corsa legando le nostre azioni ad una realizzazione ipotetica della legge, invece di accogliere la grazia liberante di Dio e lasciarci trasformare da essa. Da protestanti mettiamo sempre la fede davanti a qualsiasi opera del credente, ma il rischio sempre presente è che le nostre tradizioni e organizzazioni ecclesiastiche diventino in un certo senso delle leggi che ci offrono una falsa sicurezza di fronte a Dio; non siamo salvati perché manteniamo la chiesa con le nostre risorse o perché vi apparteniamo da generazioni, no! Ai Galati, Paolo ricorda che, una vita giusta, giustificata, una vita approvata da Dio non può essere meritata mediante le pratiche della Legge, solo la fede nella liberazione del Cristo vissuta nell’amore è decisiva. La fragile libertà che ci è donata in Cristo reclama la fermezza della fede per non ricadere nella ricerca della giustizia con i propri sforzi e mezzi.

01/12/2012

Tempo del Creato 2012

Chiesa Evangelica Metodista – Verbania Intra


Ordine del Culto - Tempo del creato 2012
Domenica 02.12.2012 -1°Domenica di Avvento

Introduzione (pastore)

Apertura (Armand)

Dio del cosmo, i nostri orecchi sono accordati per ascoltarti oggi nella grande sinfonia del creato.
Dio della comunione, i nostri occhi sono aperti perché vogliamo vederti oggi nel dramma dell’interdipendenza della natura.
Dio dei nostri cuori e delle nostre vite, vogliamo sperimentarti oggi sia nella bellezza che nell’agonia del mondo.

Inno 155: Il nostro aiuto, la nostra forza

Lode (Armand)

Preghiera (Susanna)

Canto: Sorto è il mattimo

Confessione di peccato (Paola)

“La terra appartiene a me, il Signore” (Levitico 25,23)

Riflessione

Confessione (Walter)

Inno: 184/1.2

Annuncio del perdono (pastore)

Inno 21 ( Innario “Cantiamo Insieme”)

Credo (Tutti)

Crediamo che il Creato è un dono di Dio,

espressione della bontà del nostro Creatore.

Crediamo che, come esseri umani, siamo parte di questo creato

e abbiamo parte in modo speciale al potere creativo di Dio.

Crediamo che le risorse delle nostre terre, delle acque e dell'aria

siano preziosi doni del nostro Creatore,

da usare e custodire con cura amorevole.

Crediamo che esista un ritmo nel creato di Dio,

come il battito di un tamburo:

quando perdiamo il ritmo, o il tamburo è rotto,

la musica è stonata.

Crediamo che, per ben amministrare il creato,

abbiamo la responsabilità di tenerci informati

sui problemi dei nostri popoli e della nostra regione,

e di condividere questa informazione nelle nostre comunità.

Esprimiamo questa fede,

rammentandoci dell'amore di Dio,

della grazia di Cristo

e della comunione dello Spirito Santo. Amen.(Donne del Pacifico)

Preghiera di ringraziamento “Grazie per i suoli” (Francesca)

Letture bibliche :

Salmo 104 (Vanessa)

(vengono portati sul tavolo della santa Cena dei cesti con fiori e frutti, simbolo della bellezza del creato di Dio)

Esodo 3,7-8 a (Davide)

Meditazione (Francesca)

PRESA DI COSCIENZA: LA NOSTRA APPARTENENZA (pastore)

L: Ogni parte di questa terra è sacra. Tutto ciò che avviene alla terra avviene anche ai figli della terra.

Questo sappiamo: la terra non ci appartiene:

T: Noi apparteniamo alla terra.

L: Questo sappiamo: tutte le cose sono legate

T: Come il sangue che unisce una stessa famiglia.

L: Questo sappiamo: non abbiamo tessuto noi la tela della vita:

T: Noi non siamo che un filo nella trama.

L: Questo sappiamo: qualunque cosa facciamo alla trama,

T: La facciamo a noi stessi.

Inno 12 “Grande sei Tu” (dall’Innario Cantiamo insieme)

Comunicazioni – raccolta delle offerte ( colletta a favore della Diaconia valdese)

Intercessione: preghiere spontanee

Preghiera di intercessione (Paola)

Padre nostro

Canto: Il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi

1.Laudato sii Signore per frate sole, sora luna,

frate vento il cielo e le stelle per sora acqua, frate focu.

Rit. Laudato sii Signore per la terra e le tue creature

2. Laudato sii Signore per quello che porta la tua pace

che saprà perdonare, per il tuo amore saprà amare.

Rit. Laudato sii Signore per la terra e le tue creature

3. Laudato sii Signore per sora Morte corporale

dalla quale homo vivente non potrà mai scampare

Rit. Laudato sii Signore per la terra e le tue creature

4. Laudate e benedite, ringraziate e servite

Il Signore con umiltà, ringraziate e servite

Rit. Laudato sii Signore per la terra e le tue creature

Benedizione (pastore) + Amen cantato.

05/10/2012

Peccato

I peccati sono tutte le colpe che commettiamo, mediante le quali facciamo del male o non facciamo il bene che potremmo fare. Il contrario di peccare è fare il bene.

Il peccato al singolare è il fatto di essere separati da Dio. Dio non è mai separato da noi: noi ci allontaniamo da Dio, ma Dio non si allontana da noi. Siamo noi che siamo più o meno separati da lui quando lo respingiamo, o quando lo dimentichiamo. Il contrario del peccato è perciò la fede.

Come afferma l’apostolo Paolo, siamo tutti peccatori. In un certo senso c’è in questo una buona notizia: ciò ci rende tutti fratelli e sorelle e tutti beneficiamo del perdono di Dio. Questo ci esorta a essere benevoli nel modo in cui consideriamo le colpe degli altri.
Siamo tutti peccatori perché commettiamo errori (e talvolta orrori). Abbiamo bisogno di crescere e di essere liberati dalle nostre debolezze.

Se consideriamo la nostra umanità, ci rendiamo conto che non è possibile vivere in questo mondo senza sporcarsi le mani. Spesso l’alternativa che ci è imposta ci lascia soltanto soluzioni di cui nessuna è perfettamente adeguata e ci ritroviamo obbligati a compiere materialmente il male anche se cerchiamo di farne il meno possibile.

Ma niente panico, ci dice il Vangelo: Dio comprende, ama e perdona. Dio non è arrabbiato con noi quando abbiamo fatto del male. Il problema non siamo noi, bensì il male che abbiamo fatto e che facciamo. Perché il male è la sofferenza o la felicità che non sarà sperimentata, o a volte la morte per noi e per gli altri. Da questo deduciamo che siamo chiamati a essere responsabili, ad agire in modo responsabile. Per fare fronte alla nostra responsabilità, possiamo contare su Dio che è un alleato di prima scelta.

Nemmeno il peccato - al singolare - spinge Dio ad adirarsi contro di noi. Egli non smette di amarci e di venirci incontro. Ma noi non gli facilitiamo sempre il compito quando rifiutiamo il suo aiuto. Nessuno è completamente separato da Dio, come nessuno potrebbe vivere senza un piccolo spazio per l’amore e la speranza nella sua vita. La conversione, che ognuno non deve smettere di approfondire, permette di essere liberati da quel “peccato”.
Da "Voce Evangelica" Giungo 2012, numero 6

Preghiera: quando pregare, come pregare, chi pregare, che cosa pregare?

Dio è creatore ed entra dunque in relazione con l’universo. L’essere umano è particolarmente sensibile a ciò che Dio vuole comunicare. E l’essere umano ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre creature: può rivolgersi a Dio. La preghiera è questa relazione tra Dio e l’essere umano e tra l’essere umano e il suo Dio. La relazione tra le persone è già qualcosa di complesso che passa per la parola e per molti altri modi di essere. Vale lo stesso per la nostra relazione con Dio. La preghiera è a volte qualcosa che diciamo a Dio, ma è innanzitutto il fatto di porsi davanti a Dio.

Quando pregare? Alcune religioni propongono di pregare un certo numero di volte al giorno o di pregare in un determinato momento. Cristo ci dice semplicemente che è una buona idea “vegliare e pregare in ogni momento” (Luca 21,36). Si può scegliere di pregare al mattino quando ci si alza, prima dei pasti, andando a dormire o nella natura... Non ci sono regole, salvo che la regolarità è pagante in quanto ci prepara psicologicamente a essere con Dio.

Come pregare? Quando i suoi discepoli gli pongono la domanda, Gesù risponde: “Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto” (Matteo 6,6). La solitudine e il silenzio sono quindi elementi importanti. Gesù si ritirava spesso in solitudine, mentre a volte pregava con i suoi discepoli. Ognuno è libero di pregare da solo o con altri, in ginocchio, in piedi, coricato, in un angolino appositamente preparato, sotto la doccia...

Chi pregare? Dio solo, in ogni caso secondo Gesù nei vangeli (assolutamente ogni volta che parla della preghiera dice di pregare il Padre). Preghiamo dunque Dio e, come egli ci propone, preghiamo “nel nome di Gesù Cristo”.

Che cosa pregare? È una questione secondaria, in fin dei conti, perché l’essenziale è pregare. Ma ci sono comunque dei modi di pregare che sono più positivi di altri per la nostra crescita. In particolare, è bene presentare a Dio ciò che si vorrebbe veder succedere (come “Signore, vorrei tanto che mio figlio guarisse”). Ma forse è bene non dare a Dio degli ordini anche se è per domandare una cosa buona (come “Signore, guariscila!”). Si rischia di essere delusi e inoltre Dio non è Babbo Natale e sa ciò di cui abbiamo bisogno meglio di noi stessi (Matteo 6,8).

Se qualcuno è malato, il problema non viene da Dio e noi non dobbiamo cercare di convincerlo che la salute è meglio della malattia (Dio è comunque l’inventore della vita!).

La nostra preghiera può contenere:

Una lode per riconoscere che Dio è Dio, che è lui che sa davvero che cos’è il bene. Lo si può pregare anche se non si sa bene chi egli sia o se se ne dubita.
Un’invocazione: si domanda a Dio la forza perché ci dia pace, ci renda migliori, perché ci aiuti a fare del bene intorno a noi, affinché riusciamo a vedere dove possiamo progredire. Si può pregare perché si vuole avere la fede.

Un’intercessione: una preghiera per gli altri; per domandare a Dio di incoraggiarli, di dar loro la sua pace, la sua forza, la sua felicità.
Ciò che si ha nel cuore: possiamo confidare a Dio le nostre gioie e i nostri dolori, possiamo esprimere i nostri progetti e i nostri rimpianti, come a qualcuno che ci è molto vicino.
Del silenzio, per lasciar parlare Dio. Ma se si sentono delle voci è probabilmente il vicino con il volume della televisione troppo alto. Dio parla al cuore e la sua Parola è più che semplici parole.

Da " Voce Evangelica" Luglio-agosto 2012- Nr.7 -8

24/09/2012

La preghiera di ringraziamento a Dio scaturisce dalla ricononscenza della sua azione nella nostra vita


"Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell'opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo"  (1 Tessalonicesi 1, 2-3).

Paolo, in apertura della lettera afferma di pregare e di ringraziare continuamente Dio per la fermezza della fede dei Tessalonicesi. Nella preghiera, Paolo esprime la propria gratitudine a Dio che ha permesso ai cristiani di Tessalonica di resistere alle prove.
Con questo l’apostolo vuole insegnarci che, se i credenti riescono a resistere alle situazioni di difficoltà e a vivere la loro fede con fermezza, ciò non è attribuibile ai loro meriti, bensì all’amore di Dio che rimane fedele alle sue scelte. Dio non abbandona i suoi figli amati. Attraverso il Vangelo annunciato dall’apostolo è Dio stesso che è all’opera, producendo nei credenti il volere e l’agire (Fl 2,13).

Il Vangelo fonda l’esistenza umana in un amore offerto; strappa il credente dalla tentazione di arroganza, ma anche dalla paura di non essere capaci di resistere alle prove. I Tessalonicesi hanno saputo resistere nella fede grazie all’opera dello Spirito santo e alle intercessioni continue di Paolo, il quale apprezza il loro radicamento nel Vangelo da lui annunciato, per cui la fama della loro fede si è sparsa in ogni luogo. La fede dei Tessalonicesi non vuole semplicemente suscitare l’ammirazione ma è anche, in modo indiretto, un invito a guardare verso Dio che ama e salva.

Paolo ringrazia Dio per i cristiani di Tessalonica che hanno dimostrato di essere una comunità vivente attraverso l’opera della fede, l’impegno dell’amore e la costanza della speranza.
Se le preghiere di ringraziamento a Dio sono carenti nel nostro contesto è perché, spesso, pensiamo soltanto a ciò che dobbiamo fare, dimenticando un fatto molto importante, cioè, che è sempre Dio ad agire prima di tutto, e che la sua azione è fondamentale. Ringraziare Dio significa riconoscere la sua azione operante nella nostra vita. Grazie a quest’azione di Dio, i Tessalonicesi sono stati fortificati nelle virtù fondamentali: fede, speranza e amore, diventando un esempio per tutte le altre comunità.

La fede operante, che porta frutti, l’amore impegnante, che sa andare oltre il sentimentalismo e dedicarsi al fare, e la speranza perseverante che è uno sguardo rivolto verso l’avvenire, cioè verso il Cristo, in attesa del suo ritorno, sono segni della potenza di Dio all’opera nella storia umana. Apriamoci alla presenza di Dio e lasciamo che operi in noi e faccia di noi dei testimoni credibili per coloro che cercano il senso della loro vita e, forse anche, la possibilità di vivere una fede più attiva.
Past. Jean-Félix Kamba Nzolo


Preghiera:
TI RENDIAMO GRAZIE

Noi ti rendiamo grazie,
Signore Dio onnipotente,
poiché Tu sei Dio degli uomini
e non ti sei vergognato
di essere chiamato nostro Dio.
Tu ci conosci per nome,
Tu tieni tutto il mondo fra le tue mani.
E' per unirci a Te,
noi tuo popolo su questa terra,
che ci hai creati,
che ci hai chiamati a questa terra,
che ci hai creati,
che ci hai chiamati a questa vita.
Sii Tu benedetto,
creatore di tutto ciò che esiste.
Sii Tu benedetto, Tu che ci hai liberati
e ci dai un tempo per vivere.
Sii Tu benedetto,
per la luce dei nostri occhi,
e per l'aria che respiriamo.
Noi ti rendiamo grazie per tutta la creazione,
per le opere delle tue mani,
per tutto ciò che hai fatto in mezzo a noi,
per Gesù Cristo, nostro Signore.
Amen!

(autore anonimo)

05/09/2012

Il rinnovamento del Patto nella liturgia evangelica metodista

Dalla Rubrica «Parliamone insieme» della trasmissione di Radiouno «Culto evangelico» curata dalla Fcei, andata in onda domenica 2 settembre.

di Luca Baratto
La lettera di questa domenica, inviataci da un’ascoltatrice romana, si riferisce a una particolare celebrazione, tipica della tradizione protestante. «Ho sentito parlare – recita la lettera – di una particolare liturgia chiamata Culto di rinnovamento del patto che, se ho capito bene, si celebra soprattutto nelle chiese evangeliche metodiste. Potreste spiegarmi di che cosa si tratta e in che cosa consiste?».

Mi fa piacere rispondere a questa domanda perché mi dà modo di smentire, almeno in parte, l’idea secondo la quale il protestantesimo non dà particolare importanza alle proprie liturgie, avendole ridotte a un’essenzialità che fa del culto una mera cornice della predicazione. Non è così. Esistono delle celebrazioni nate proprio in seno al protestantesimo che riflettono una capacità creativa anche nell’ambito del culto. Il Culto di rinnovamento del patto ne è un esempio.
Esso nasce in Inghilterra per iniziativa di John Wesley, il fondatore del metodismo. Si tratta di un culto che ha profonde radici bibliche. Si richiama infatti all’idea di Patto, una parola che può essere tradotta anche con alleanza o semplicemente con impegno, e che nelle Scritture descrive il legame che unisce Dio agli essere umani.

Il Dio del Patto è quello che si impegna ad accompagnare gli esseri umani nelle loro vicende, a farli partecipi delle sue promesse, ma è anche il Dio che dona la Torah, la legge, affinché il suo popolo possa vivere nella libertà e nella fedeltà. Il Dio del patto è anche il Dio di Gesù, che in Cristo rinnova le sue promesse e estende i suoi doni di salvezza all’umanità intera. Il Culto di rinnovamento del patto rimanda a tutto ciò ed esprime la necessità che alle promesse e ai doni di Dio gli esseri umani rispondano rinnovando la propria fedeltà al Signore, donandogli l’interezza della loro esistenza.

La preghiera che John Wesley formulò per questo culto recita così: «Signore, io non appartengo più a me stesso, ma a te. Impegnami in ciò che vuoi, ponimi a fianco di chi vuoi; che io possa essere utilizzato o messo in disparte, innalzato oppure abbassato; fà che io sia riempito, fa che io sia svuotato; che abbia tutto o che non abbia nulla. Liberamente e di pieno cuore metto tutto a tua disposizione...».

Il Culto di rinnovamento del Patto si celebra solitamente all’inizio di ogni nuovo anno o nelle occasioni più importanti e significative della vita di una comunità: per ricordare a tutti i credenti che credere in Dio significa anche e soprattutto appartenergli nell’interezza del nostro essere.