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Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 14 Dicembre, si terrà alle h.11, seguirà un pranzo comunitario

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 14 non si terrà, ma si terrà nel Tempio di Omegna alle h.11
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16/10/2014

Riforma: lasciarsi ri-formare dall'Evangelo

Riflessioni in vista dell'anniversario della Riforma
di Giorgio Tourn
È invalsa da tempo nelle chiese evangeliche l’abitudine di ricordare la data del 31 ottobre 1517, quando Lutero affisse le sue 95 tesi. Aveva l’idea di avviare un dibattito sulle indulgenze e invece cambiò la fisionomia della cristianità europea. Il movimento di opinione da lui scatenato si conosce ormai come la Riforma. In realtà questa espressione (scritta sempre con la maiuscola) nasce molto più tardi, nella storiografia tedesca ottocentesca che vedeva in quel periodo la nascita della sua identità storica. A questa stessa lettura della storia si devono le espressioni: «i Riformatori», ormai abituale per indicare i personaggi di quell’epoca, e quella altrettanto classica di «Controriforma» per indicare le misure prese dal papato per bloccare l’avanzata del movimento luterano.
Gli storici cattolici del XX secolo hanno obiettato che il profondo rinnovamento ad opera del concilio di Trento non era tanto una presa di distanza dalle posizioni evangeliche (anche se aveva sotto alcuni aspetti anche quel carattere) quanto l’attuazione di una vera riforma per cui, storicamente parlando, si deve usare l’espressione «riforma cattolica» più che Controriforma. E di fatto è così per due motivi.
Anzitutto perché la riforma della chiesa era un progetto coltivato da tempo in tutti gli ambienti del cattolicesimo dell’epoca. Alessandro VI aveva già nominato una commissione per questo, i camaldolesi la chiedevano al papa Leone X, la auspicano i cardinali al quinto concilio del Laterano, la prevede Paolo III, formando una apposita commissione con il fior fiore del collegio cardinalizio, e sarà lui che convocherà il concilio nel 1545.
Tutto questo è perfettamente coerente perché la riforma è un programma di lavoro che accompagna la cristianità dal Medioevo, la chiesa cattolica si è sempre riformata, aggiornata, riassestata, ha sempre revisionato le sue posizioni, non ci è forse accaduto di recente di udire un autorevole prelato usare l’espressione sempre reformanda», che appartiene in realtà alla tradizione calvinista?
Parlare di Riforma cattolica è pertinente per un secondo motivo, complementare. Né Lutero né i suoi amici dello schieramento evangelico avevano come progetto la riforma della chiesa, volevano altro, molto altro. Lo dice molto bene una immagine di Lutero: lo Spirito passa nella storia come un temporale d’estate, bisogna saperlo vedere, dopo è troppo tardi e non torna più.
Alla base di questo paradosso sta l’idea che il rinnovamento della chiesa non è opera del popolo credente e tanto meno dei suoi vertici, ma dello Spirito di Cristo, l’Evangelo che riforma la chiesa quando lo si lascia parlare, e quando non lo si ascolta c’è il rischio che sia come il temporale quando è passato, resti a zappare il campo ma non piove più.
Non è certo un caso che, proprio mentre il papa Paolo III affidava a quattro cardinali integerrimi il compito di mettere ordine nella Dataria (l’ufficio finanziario della curia), Lutero traducesse la Bibbia. Egli e i suoi amici però, in Sassonia, a Zurigo, a Ginevra, hanno dato alla comunità dei credenti una nuova forma; non era quella una ri-forma? Certo, ma in gioco non era la «forma», cioè il modo più rispondente per essere chiesa nel mondo, ma il «ri» cioè la richiesta di fedeltà formulata dall’Evangelo.
Come protestanti dovremo forse riflettere su tutto questo il 31 ottobre prossimo, specie in vista del 2017, anniversario di quel 1517.  

20/02/2013

Che cosa significa oggi «protestante riformato»?

di Eric Fuchs*

Le nostre chiese riformate non sanno più bene dove situarsi tra, da un lato un integralismo che respinge il legame con la cultura e si rinchiude in un autismo distruttivo e, dall’altro, un conformismo che, per paura delle differenze potenzialmente conflittuali, si allinea freddolosamente sui valori dominanti della società.

Predicare la «Santa ignoranza»(1) per meglio esaltare la fede è altrettanto dannoso quanto annunciare trionfalmente che è tempo di «credere in Dio che non esiste» per farsi ammettere da una società diventata indifferente; in un caso, è disprezzare l’intelligenza e confondere fede e credulità; nell’altro, è disprezzare il coraggio spirituale e confondere l’accettazione della differenza con la compiacenza.

Una intelligenza fecondata
Con sant’Anselmo, il protestantesimo ha sempre affermato che la fede chiamava l’intelligenza e la fecondava. Ha preso le distanze sia da un certo razionalismo orgoglioso sia da uno spiritualismo che pretende l’immediatezza di una relazione con il divino. La fede cerca la ragione per condurla a quello che la giustifica e la realizza. Ma anche per essere da essa preservata da ogni pretesa orgogliosa di credersi incaricata, lei sola, di condurre al bene e alla giustizia.
La fede senza la ragione sprofonda nel sentimentalismo o nel fanatismo. La ragione senza la fede manifesta un orgoglio arrogante. Karl Barth riassume così il proposito di Anselmo: Credo ut intelligam (credo per comprendere) significa: (2) La mia fede stessa, in quanto tale, è un appello alla conoscenza.
Credo non per non dover più pensare, (…), credo, per pensare meglio, in modo più rigo­roso e far così onore a Colui che mi vuole capace di «amarlo con tutto il mio pensiero» come dice il secondo comandamento della Leg­ge riassunto da Gesù. Si può dire che il protestantesimo, nel corso della sua storia, ha manifestato un grande appetito intellettuale e una grande preoccupazione di far capire che cosa è la fede nelle sue fonti come nei suoi frutti. L’identità protestante è dunque inseparabile dalla riflessione intellettuale teologica. Bisogna ripeterlo in un tempo in cui le nostre chiese protestanti sembrano disinteressarsi della sorte delle loro facoltà teologiche e dei loro centri di formazione e accettare che i loro pastori siano costretti ad assomigliare sempre di più a degli animatori culturali.
Ora, senza questo intellectus fidei, questa intelligenza della fede, questa si riduce a un sentimento, un’emozione, uno stato d’animo che non può né essere trasmesso agli altri (generazioni, in particolare), né nutrire un’azione concreta realistica. L’etica come la spiritualità evangelica sono allora trascurate, perché richiedenti un’esigente presa a carico di sé.
Ma, come ricordava già Dietrich Bonhoeffer alla sua chiesa: «La grazia a buon mercato è la nemica mortale della nostra chiesa. (…) In questa chiesa, il mondo trova, a buon mercato, un velo per coprire i propri peccati, peccati di cui non si pente e di cui (…) non desidera liberarsi (…) La grazia a buon mercato è la giustificazione del peccato e non del peccatore»(3) È dunque il rifiuto dell’etica evangelica a vantaggio di un’etica allineata sui comportamenti della maggioranza.

Tornare alla Fonte.
È dunque tempo di tornare a ciò che oggi chiamiamo volentieri «i fondamentali», il che designa, per quanto riguarda il protestantesimo riformato, l’insegnamento della Scrittura. (…)

Per la riforma protestante, non siamo salvati dai nostri meriti, dalla qualità o dagli scrupoli della nostra obbedienza ai comandamenti morali della chiesa, ma dalla sola fiducia e bontà di Dio. La salvezza si esprime molto concretamente attraverso un modo di vivere che onora Dio e, a imitazione di Cristo, si mette al ser­vizio del suo prossimo. Il protestantesimo è abitato da una esigenza morale che, per essere fedele a Colui al servizio del quale intende rispondere, deve riformarsi costantemente anch’essa. (..)

Combattere l’individualismo deleterio.
Primo valore da mettere in discussione: l’individuali­smo. Si è spesso detto a ragione che l’individualismo era uno dei frutti della Riforma per il peso che essa ha messo sulla fede personale; il legame istituzionale con la chiesa è secondario (per molti protestanti perfino inutile). Su que­sto punto bisogna chiaramente fare marcia indietro e ricordare con la Scrittura che non è bene che l’uomo sia solo.
La nostra società ha sviluppato un individualismo egoista e conflittuale; la concorrenza vi è diventata un modo di vita che, dal commercio, si è estesa all’educazione, alla sanità, allo sport, all’arte, al lavoro. L’Evangelo ci chiama invece a praticare la solidarietà, a interessarci agli altri, meglio, a costruire con essi una pratica comunitaria. Rispettare le persone e la loro specifici­tà è mettere in valore il loro contributo all’edificazione comune. Primo compito dell’etica pro­testante: difendere la persona piuttosto che l’individuo.

Quale libertà per quale uomo?

Secondo valore da riesaminare: la libertà. Quella che l’Evangelo ci offre ci dà il coraggio di rifiutare i diktat dell’economia, e le cosiddette ineluttabili leggi del marcato, come quelli della politica e dell’opinione, così facilmente manipolati dai media.
Ma la libertà evangelica non è quella del selvaggio che fa quello che vuole, secondo i suoi desideri, è la decisione legata alla volontà e alla ragione, di condurre la propria vita nella pre­oc­cu­pazione di mantenere viva la stima di sé.
Essere libero secondo l’Evangelo è sapersi giustificato da Dio, sapersi accettato, restituito alla libertà di non doversi giustificare, è, come dice Paul Tillich: Il coraggio di accettare di essere accettati. 4 (…)
Per questo i protestanti devono combattere la tentazione di ripiegarsi in un ghetto reli­gioso, lontano dai conflitti di questo mondo, come se la giustizia di cui parla l’Evangelo fosse riservata ai soli cristiani. 5 Crediamo che essa è anche la fonte segreta dell’esigenza e della speranza che abita il cuore di tutti gli uomini di buona volontà.
I cristiani devono dunque collaborare senza riserve con tutti coloro che si preoccupano del futuro del mondo sociale e naturale. Su questo piano, cristianesimo e umanesimo hanno lo stesso programma. (…)
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1.Secondo l’espressione di Olivier Roy, La Sainte ignorance. Le temps de la religion sans culture, Paris 2008
2.La preuve de l’existence de Dieu d’après Ansel­me de Canterbury, traduzione francese, 1958, Delachaux et Niestlé, p. 16
3.Le Prix de la Grâce, traduzione francese, 1962, Delachaux et Niestlé, p. 11
4.Le courage d’être, 1952, traduzione francese, Paris 1967, Castermann, p. 162
5.Fondamentalismo, una definizione possibile: «L’approccio fondamentalista è pericoloso perché è attraente per le persone che cercano delle risposte bibliche ai loro problemi di vita. Esso può abbindolarli offrendo loro interpretazioni pie ma illusorie, anziché dire che la Bibbia non contiene necessariamente una risposta immediata a ognuno dei loro problemi. Il fondamentalismo invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero umano. Mette nella vita una falsa certezza perché confonde inconsciamente le limitazioni umane dei messaggi biblici con la sostanza divina di quel messaggio» (un teologo cristiano).

*Dottore in teologia e pastore, professore ono­rario dell’Università di Ginevra, per 20 anni diret­tore del Centro protestante di studi (Cpe) cofondatore del Laboratorio Ecumenico di Teologia (Aot).
In particolare ha pubblicato, principalmente presso Labor et Fides: L’éthique protestante, Comment faire pour bien faire, Le désir et la tendresse, L’exigence et le don, L’éthique chrétienne, Faire voir l’invisible, Réflexions théologiques sur la peinture, etc. Le sue opere sono tradotte in molte lingue.
(Traduzione dal francese di Lucilla Tron)
(20 febbraio 2013)
Dal sito: www.riforma.it

09/01/2013

Osare il protestantesimo


La religione occupa un posto importante nella vita degli italiani. Secondo il 46° Rapporto Censis (2012), il 63,8% degli italiani è cattolico, l’1,8% è di un’altra religione e il 15,6% è comunque convinto che ci sia qualcosa o qualcuno nell’aldilà. Il 21,5% considera la tradizione religiosa un fattore di comunanza; il 35,5%, di fronte alla richiesta se c’è qualcosa in cui crede, risponde “in Dio”. Inoltre, il 51,3% degli italiani dichiara che la domenica partecipa a attività religiose, l’8% di aver militato o di militare tuttora in associazioni di ispirazione religiosa. In base al Rapporto Eurispes del 2010 il numero dei credenti, rispetto a precedenti rilevazioni, è diminuito sensibilmente, sebbene in maggioranza gli italiani si dichiarino religiosi. Tra questi, tuttavia, occorre distinguere tra praticanti (24,4%) e non praticanti (52,1%). Più bassa la percentuale di quanti si definiscono agnostici (10,7%) e di chi si ritiene ateo (7,8%).
Pur non essendoci censimenti precisi, studi recenti stimano in 700.000 le persone che in Italia possono essere definite “protestanti”. I più numerosi, 550.000, sono i pentecostali, mentre le persone che fanno riferimento esplicito alla chiese della Riforma del XVI secolo sono stimate in 70.000. In ambito cristiano gli Ortodossi sono 1.300.000. Inoltre vi sono molte altre confessioni religiose. Gli islamici sono 1.200.000; i Testimoni di Geova sono 300.000. E ancora: i Buddisti sono 180.000, gli Induisti 115.000, gli Ebrei 30.000. Non c’è dubbio che, grazie all’immigrazione, l’Italia sta diventando un paese plurale in fatto di religione. Anche se la religione dominante e che determina i modi e le forme della regolazione dei rapporti tra lo Stato e le religioni è quella cristiano-cattolica. Nonostante le Intese con le religioni minoritarie, continuiamo a vivere in un regime di tipo concordatario, non pluralista.
In questo contesto domandiamoci quale sia il ruolo e il significato dell’informazione religiosa di questo settimanale che compie in questi giorni vent’anni. Un titolo, Riforma, un po’ ambizioso, è vero, che si richiama al movimento che, nel XVI secolo, ha rivoluzionato la storia della chiesa cristiana, dando origine al “cristianesimo evangelico”. Un cristianesimo “protestante”, che nella Dieta di Spira (1529) denunciava (pro-testava) l’accordo tra l’Imperatore e la Chiesa, in base ai princìpi del “Solus Christus, Sola Gratia, Sola Fide, Sola Scriptura”, come sono testimoniati negli Evangeli. La funzione del nostro settimanale, credo, rimane quello di “osare” una informazione che punti alla “conversione e rigenerazione” delle chiese e del paese. Un paese che, come dicevano Piero Gobetti e Giuseppe Gangale sulla rivista Conscientia (1924-1929, il periodo di crisi che precedette il fascismo), non ha vissuto l’esperienza della “rivoluzione protestante”. Ma il nostro settimanale contiene anche L’eco delle valli valdesi che si stampa dal 1848, nell’”intérêt de la famille vaudoise”. Una “famiglia” e un territorio che, anch’essi, hanno bisogno di “rigenerazione” protestante.