Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 14 Dicembre, si terrà alle h.11, seguirà un pranzo comunitario

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 14 non si terrà, ma si terrà nel Tempio di Omegna alle h.11
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09/06/2015

Tutti i numeri della violenza contro le donne

Esce l'ultima ricerca dell'Istat: il fenomeno è sempre grave ed esteso ma aumenta anche il numero di chi reagisce e denuncia

E’ il primo dato assoluto che emerge dalla nuova ricerca, molto attesa, dell'Istat sulla violenza sulle donne. E’ un dato assoluto che però va ragionato sulle molte altre novità che la ricerca, svolta tra novembre e dicembre 2014, evidenzia.
Ma certamente non irrilevanti sono le percentuali interne di questo dato assoluto.
Intanto il 20,2% delle donne (4 milioni 353 mila) denuncia violenza fisica, quasi simile è il dato sulla violenza sessuale: il 21% (corrispondente a 4 milioni 520 mila) e il 5,4% denuncia stupri o tentati stupri.
Cercando di definire le violenze queste si possono identificare in spintonamenti/strattonamenti (11,5%), schiaffi, pugni, e morsi (7,3%), colpi con oggetti che possono far male (6,1%), meno frequenti, ma presenti, forme più gravi come tentativi di strangolamento ustione, soffocamento (1,5%) e la minaccia o uso delle armi (1,7%).
Un quadro che colpisce, soprattutto se accompagnato dai dati su chi commette queste violenze e dove. La ricerca conferma che l’ampia maggioranza della violenza vissuta dalle donne nella loro vita è esercitata da partner ed ex partner. Anche se negli ultimi cinque anni c’è stata una diminuzione della violenza rispetto ai 5 anni precedenti al 2006; una differenza lieve (dal 13,3% all’11,3%) ma sicuramente un segnale di miglioramento da cogliere.
Rimangono invariati i dati che confermano la trasversalità della violenza rispetto alla cultura e status sociale. Anche se la ricerca rivela che le donne che subiscono più violenze fisiche o sessuali nel corso della vita sono le separate e divorziate (51,4%).
Da evidenziare poi la percentuale particolarmente alta delle donne disabili o con problemi di salute che subiscono violenza (36% contro il 31,5%) con un numero più che doppio di stupri rispetto alle altre donne (il 10% contro il 4,7% delle altre). Questo è un dato particolarmente grave su cui riflettere. Si direbbe che la maggiore debolezza di queste donne consente un aumento della violenza fisica, ma soprattutto sessuale.
Ci sono poi i dati sulle donne in gravidanza. Per il 5,9% delle donne che hanno subito violenza in gravidanza, questa è iniziata con la gravidanza stessa. Per chi subiva già violenza prima della gravidanza, nel 23,7% dei casi è diminuita, non sparita! Mentre per 11,3% è aumentata.
In questa marea di dati su cui sicuramente bisognerà ritornare per riflettere e per mettere in atto strategie di contrasto soprattutto culturali, non va dimenticato il grave problema che la violenza in famiglia significa per i figli essere vittime della violenza assistita che lascia gravi segni sulla loro formazione di uomini e donne. Già solo questa considerazione meriterebbe di accendere con decisione i riflettori sulla violenza domestica. Al di là del fatto che la violenza di genere sulle donne è una vera e grave violazione dei diritti della persona.
Ma qualcosa di importante è cambiato ed è la percentuale di donne che si è ribellata a questa violenza. Il 68,6% delle donne che avevano un partner violento in passato, lo ha lasciato e lo ha fatto a causa della violenza subita. E la violenza per il 41,7% dei casi è stata la causa principale della separazione.
E ancora la importante è che le donne giovani sono le protagoniste del cambiamento. Le donne giovani (16-24 anni), rispetto la ricerca del 2006, denunciano meno casi di violenza (passati dal 31,7% al 27,1%). Diminuzione confermata sia per la violenza fisica, che sessuale esercitata sia da partner sia da ex-partner. Si potrebbe valutare che la coscienza femminile sta crescendo ed intacca i livelli di violenza fisica, sessuale e psicologica.
Però ugualmente lo zoccolo duro della violenza non viene intaccato ma, cosa ancora più grave non diminuiscono né le uccisioni di donne, né gli stupri e i tentati stupri e la gravità della violenza è aumentata. Ancora. Un discorso poi a parte meriterebbe i dati, nuovi ed interessanti, sulle donne immigrate, ma anche questo è un tema ampio su cui vale la pena di ritornare in un altro momento.
«La violenza continua ad essere un fenomeno grave, ampio ed esteso – ha affermato Linda Laura Sabbadini, responsabile della ricerca Istat sia del 2006 che del 2014 alla conclusione della conferenza stampa – e anche se è aumentato il numero delle donne che riconoscono la violenza come reato, questa percentuale resta ancora troppo bassa (7% contro il 4,6% del 2006) così come bassa è la percentuale delle donne che denunciano o che si rivolgono ai centri o ai servizi per essere aiutate. Ma la situazione è in movimento e le donne stanno reagendo».

23/04/2015

Genocidio armeno. Il Consiglio FCEI per il riconoscimento da parte della Turchia



Il 24 aprile una delegazione KEK a Erevan per il centenario del genocidio

Roma (NEV), 22 aprile 2015 - "In occasione del Centenario del genocidio armeno che ricorre il prossimo 24 aprile, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) accoglie con convinzione l'appello del Consiglio mondiale evangelico armeno ad unirsi nella preghiera affinché la Turchia riconosca il genocidio come fatto storico". Così si è espresso con un'apposita delibera il Consiglio della FCEI, riunito lo scorso 20 aprile a Roma. Con queste parole ha aderito alla richiesta del pastore Joël Mikaélian, presidente del Consiglio mondiale evangelico armeno (CMEA), nonché presidente dell’Unione delle chiese evangeliche armene di Francia, a pregare per il riconoscimento da parte della Turchia del genocidio armeno costato tra il 1915 e il 1918 la vita a 1,5 milioni di persone. Il pastore Mikaélian ha anche ricordato come l'Armenia sia stato il primo paese ad adottare già nel 301 il cristianesimo come religione di Stato.
Numerose altre chiese evangeliche hanno risposto all'appello del pastore armeno, prima fra tutte la Federazione protestante di Francia (FPF), che ha invitato le proprie chiese membro a dedicare nei culti del 26 aprile uno speciale momento di preghiera alla ricorrenza. Anche le chiese protestanti svizzere ricorderanno il genocidio armeno durante i culti di domenica prossima. A questo proposito la Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (FCES) ha predisposto un'apposita liturgia che ricorda come nel 1915 molti dei sopravvissuti trovarono rifugio proprio in Svizzera.
Anche gli organismi ecumenici ed evangelici di tutto il mondo si preparano a ricordare il genocidio armeno: in particolare, il 24 aprile il vescovo Christopher Hill e il pastore Guy Liagre, rispettivamente presidente e segretario generale della Conferenza delle chiese europee (KEK), saranno in Armenia dove ricorderanno l'eccidio insieme ad esponenti ecclesiastici, delle istituzioni e della società civile. Solo la verità dei fatti storici e il dialogo sincero possono condurre al perdono e alla guarigione delle memorie e il genocidio del popolo armeno è oggi una ferita nel cuore dell'Europa che chiede di essere sanata: questo il senso della visita in Armenia, come ha spiegato in un'intervista all'agenzia SIR il pastore Liagre, sottolineando come serva ancora la voce profetica delle chiese. A breve è inoltre prevista una conferenza internazionale per il riconoscimento del genocidio armeno organizzata dal Consiglio ecumenico delle chiese (CEC).
Tra le numerose iniziative in ricordo del Centenario del genocidio armeno, la FCEI ha copromosso recentemente a Roma una settimana di incontri e dibattiti dal titolo: "Armenia: metamorfosi fra memoria e identità".

Dove sono tuo fratello e tua sorella?



di Paolo Naso, coordinatore Commissione studi Federazione delle chiese evangeliche in Italia

Oggi siamo dalla parte di Caino. A pochi giorni dalla strage a poche miglia dalle coste libiche che ha ucciso centinaia di persone – in queste ore si parla di circa 900 uomini, donne e bambini –, qualcuno ci chiede dove siano i nostri fratelli, dove siano le nostre sorelle. E noi, come Caino, rispondiamo che non lo sappiamo, che non siamo noi responsabili della loro vita e della loro morte. Non lo siamo, perché “la colpa è dei trafficanti che hanno caricato oltre ogni logica misura un barcone affollato di disperati”. Non lo sappiamo perché “la colpa è dell’Europa che non si fa carico di questa problema”. C’è perfino chi dice che non lo sappiamo perché gli unici veri colpevoli della morte di Abele sono “coloro che aiutano ed accolgono i profughi” e che sarebbe meglio istituire un “blocco navale”.
Ognuno ha la sua da dire per giustificare la sua innocenza e scaricarsi da ogni colpa. Ma i corpi di Abele sono lì di fronte ai nostri occhi, e sono tanti, ricorrenti, perfino prevedibili. E allora, chi lo ha ucciso?
La domanda risuona anche a Lampedusa e a Scicli (RG) dove opera Mediterranean Hope (MH), il progetto promosso ormai da un anno dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Ed è una domanda lacerante e dolorosa, anche per chi in queste ore sta facendo tutto quello che può per accogliere, sostenere, curare persone ferite e provate. E tra queste persone ci siamo anche noi che da qualche mese, con una newsletter, proviamo a raccontare la nostra esperienza di MH.
Non ci rassegniamo ad esser dalla parte di Caino, noi che ci identifichiamo con Abele e con le vittime. Ma intanto, al di là della nostra intenzione e della nostra volontà, siamo parte di quel mondo che non vuole trovare una soluzione a questo problema drammatico. Non vuole. Da mesi, come MH, avanziamo una proposta e siamo pronti a dare il nostro contributo attivo e diretto: l’idea - accolta da ampi settori del mondo delle associazioni, delle comunità di fede e di alcuni settori politici - è quella di aprire dei corridoi che consentano ai profughi di ottenere una protezione umanitaria presso le ambasciate europee e quindi di viaggiare in condizioni di sicurezza. Se condivisa a livello europeo, sarebbe un’operazione assai meno onerosa di Mare Nostrum o di Triton; ripartendo i profughi tra vari paesi europei, i numeri sarebbero assolutamente sostenibili e gestibili. Parliamo infatti di decine di migliaia di persone per ogni paese, niente di più. Infine, si sottrarrebbero risorse finanziare ai trafficanti e alle centrali politiche o affaristiche che li controllano.
Tutto questo è tanto più sostenibile quanto più sarà l’Europa a farsi carico di una nuova fase dell’azione umanitaria di soccorso dei profughi. Da sola l’Italia non può farcela, come non ce la possono fare i paesi più esposti agli approdi fortunosi dei profughi.
Ce la può fare quell’Unione che deve ritrovare la sua coscienza e la sua anima più profonda che non è solo stabilità finanziaria e burocratizzazione legislativa. L’Europa è nata nel sogno della pace e della libertà. Ma questi valori non finiscono a Lampedusa.
Mare Nostrum ha molti partner, in Europa e negli USA. Ci rivolgiamo a loro per lavorare insieme per liberarci dall’ombra di Caino della nostra impotenza.
Serve una parola d’ordine comune e condivisa. La nostra è “corridoi umanitari”. (Mediterranean Hope/nev-notizie evangeliche 17/2015)


14/07/2014

Onora il Padre, non il padrino

di Luca Baratto, curatore della rubrica radiofonica RAI “Culto Evangelico”

Ogni persona di fede diffida dalla religione. Diffida da quella ritualità formale, da quella pietà codificata, da quelle cerimonie collettive nelle cui pieghe i poteri di questo mondo fingendo di onorare Dio, trovano invece il modo di onorare se stessi e ingabbiare la dirompente buona notizia di Gesù. E' da questo è punto di vista – da quello della critica alla religione che parte dalla fede – che un protestante ascolta le parole di papa Francesco che scomunica i mafiosi e dei vescovi cattolici che propongono una moratoria sui padrini nei battesimi delle proprie diocesi ad alta densità mafiosa.
Naturalmente un protestante non può dare dei consigli su come si dovrebbe svolgere una processione. Un protestante, anzi, potrebbe obbiettare che da un suo punto di vista, una processione è un modo “sbagliato” di onorare Dio. Ma qui siamo di fronte a ben altro rischio: non l'onorare Dio in modo sbagliato, ma addirittura inchinarsi davanti ad un altro dio, totalmente diverso da quello di Gesù Cristo. Il rischio è quello di apostasia e rispetto a questo pericolo ogni cristiano, indipendentemente dalla chiesa a cui appartiene, deve sentirsi interpellato e unire la sua voce a quella dei suoi fratelli e delle sue sorelle.
C'è stato un tempo in cui il silenzio sulla mafia era assordante. Grande fu il silenzio che accompagnò nel 1963 a Palermo la strage di Caciulli, rotto solo dalla piccola chiesa valdese del capoluogo siciliano e dal suo pastore Pietro Valdo Panascia, che fecero affiggere sulle vie cittadine un manifesto che ricordava il comandamento “non uccidere”. Una parola profetica che pesò sulle coscienze di chi non aveva alzato la propria voce. Nella consapevolezza che il silenzio è ciò che prima di tutto fa prosperare le mafie, le chiese metodiste e valdesi del sud Italia hanno da qualche anno istituito una Giornata della legalità, quest'anno estesa a livello nazionale a tutte le chiese locali da Aosta a Pachino.

Le mafie – qualunque nome e localizzazione geografica abbiano – sono un problema di tutta Italia e di tutti gli italiani. I cristiani non possono su questo tema non avere una sola voce, offrire un'unica testimonianza. Ogni ritualità religiosa non può allontanarsi dallo spirito della fonte che l'ha originata. Ogni rito cristiano sia una festa di accoglienza, di inclusione, di guarigione e riconciliazione, dia vita a una comunità come quella di Gesù, che sa onorare gli ultimi. Questo il concetto affermato in modo chiaro da Francesco, ed è anche quello che può dire, con la stessa autorità, ogni pastore, ogni pastora, ogni sacerdote e ogni credente che la domenica sale sul pulpito per aprire la Parola di Dio. (nev-notizie evangeliche, 28/2014)

17/02/2014

Incontro sulla libertà religiosa ad Omegna



Integrazione: religione e convivenza civile


VENERDI 21 FEBBRAIO ORE 20.30
presso Sala Santa Marta 
via Cavallotti - OMEGNA


Intervengono:

don Renato Sacco - Chiesa Cattolica
pastore Jean-Félix Kamba Nzolo-Chiesa Evangelica Metodista
padre Ilie Muntean - Chiesa Ortodossa rumena
on. Franca Biondelli - Partito Democratico
on. Fabio Lavagno - Sinistra Ecologia e Libertà

Incontro promosso dal Comitato Multietnico e l’associazione Amil no profit 

21/06/2012

Israele, due pesi e due misure

Di Desmond Tutu

È passato già un quarto di secolo da quando andavo di paese in paese nelle zone rurali degli Usa esortando gli statunitensi, specialmente gli studenti, ad esercitare pressioni a favore del boicottaggio in Sudafrica. Oggi, purtroppo, è il momento di intraprendere un’azione simile per obbligare Israele a porre fine alla sua lunga occupazione del territorio palestinese e ad estendere l’uguaglianza di diritti ai cittadini palestinesi vittime di circa 35 leggi discriminatorie.
Sono arrivato a questa conclusione in maniera lenta e penosa. Sono consapevole del fatto che molti nostri fratelli e sorelle ebrei, il cui contributo è stato tanto decisivo nella lotta contro l’apartheid sudafricano, non sono ancora disposti a guardare in faccia il regime di apartheid stabilito da Israele e dal suo attuale governo. Sono enormemente preoccupato che il fatto di porre tale questione possa creare malessere ad alcuni rappresentanti della comunità ebraica con cui ho lavorato strettamente ed efficacemente per decenni. Ma non posso ignorare la sofferenza palestinese a cui ho assistito, né le voci dei coraggiosi ebrei preoccupati dalla deriva discriminatoria di Israele.
Negli ultimi giorni, circa 1.200 rabbini statunitensi hanno firmato una lettera – programmata in maniera che coincidesse con le risoluzioni della Chiesa Metodista Unita e della Chiesa Presbiteriana (Usa) – per chiedere ai cristiani di non «unirsi alla campagna di disinvestimenti selettivi nei confronti di certe compagnie i cui prodotti sono utilizzati da Israele». Sostengono che una «prospettiva unilaterale» relativa al disinvestimento, anche quello selettivo di compagnie che si avvantaggiano dell’occupazione, come nella risoluzione di metodisti e presbiteriani, «pregiudichi la relazione tra ebrei e cristiani costruita lungo decenni».
Per quanto siano senza dubbio benintenzionati, credo che i rabbini e altre persone che si oppongono al disinvestimento commettano purtroppo un errore. La mia voce si alzerà sempre in appoggio dei legami tra cristiani ed ebrei e contro l’antisemitismo, detestato e temuto da ogni persona sensibile. Ma questa non può essere una scusa per non fare nulla e restarsene ai margini mentre i governi israeliani che si succedono continuano a colonizzare la Cisgiordania e a promuovere leggi razziste.
Ricordo bene le parole del reverendo Martin Luther King Jr. nella sua Lettera dal carcere di Birmingham, nella quale confessa ai suoi «fratelli cristiani ed ebrei» di sentirsi «profondamente defraudato dai bianchi moderati… che rispettano molto più l’ordine che la giustizia; che preferiscono la pace negativa che presuppone assenza di tensioni alla pace positiva che implica la presenza della giustizia; che dicono costantemente “sono d’accordo con te riguardo agli obiettivi che persegui ma non posso trovarmi d’accordo con i tuoi metodi di azione diretta”; che credono, in maniera paternalista, di poter stabilire il calendario per la libertà umana degli altri…».
Le parole di King descrivono con precisione la ristrettezza di vedute di 1.200 rabbini che non si stanno unendo ai coraggiosi palestinesi, ebrei e internazionalisti nelle comunità isolate della Cisgiordania per protestare pacificamente contro il furto della terra palestinese operato da Israele al fine di costruire insediamenti illegali e il muro di separazione. Non possiamo permetterci di nascondere la testa sotto la sabbia mentre un’incessante attività colonialista annulla la possibilità della soluzione dei due Stati.

Se non riusciamo a realizzare questo in un futuro prossimo, arriverà il giorno in cui i palestinesi smetteranno di lottare per la creazione di uno Stato proprio separato e rivendicheranno il loro diritto a votare per il governo in Israele, in un unico Stato che garantisca la democrazia. Israele ritiene inaccettabile tale opzione e, tuttavia, sta facendo di tutto perché si realizzi.
Molti sudafricani neri si sono recati nella Cisgiordania occupata e hanno provato orrore di fronte alle strade costruite solo per i coloni ebrei e su cui i palestinesi non possono mettere piede e di fronte alle colonie per ebrei edificate sulla terra palestinese in violazione del diritto internazionale.

Molti sudafricani neri e altre persone di tutto il mondo hanno letto il rapporto 2010 di Human Rights Watch che «descrive il sistema di leggi, norme e servizi di “due pesi e due misure” con cui opera Israele per le due popolazioni in zone della Cisgiordania sotto il suo esclusivo controllo, offrendo servizi preferenziali, sviluppo e benefici per i coloni ebrei e imponendo invece le più dure condizioni ai palestinesi». Questo, secondo la mia opinione, si chiama apartheid. Ed è indifendibile. E abbiamo un bisogno disperato che altri si uniscano ai coraggiosi rabbini di Jewish Voice for Peace per parlare in maniera chiara della dominazione di Israele sui palestinesi in corso ormai da tanti decenni.
Queste sono le parole più dure che abbia mai scritto. Ma rivestono un’importanza vitale. Israele non solo sta danneggiando i palestinesi, ma si sta anche facendo del male. Può essere che a questi 1.200 rabbini non piaccia sentire quello che ho da dire, cioè che è arrivata l’ora che si tolgano la benda dagli occhi e prendano chiaramente coscienza del fatto che Israele sta diventando uno Stato di apartheid, come lo era il Sudafrica, negando l’uguaglianza di diritti ai palestinesi, e che non si tratta di un pericolo futuro, come hanno indicato i tre ex primi ministri Ehud Barak, Ehud Olmert e David Ben Gurion, ma di una realtà di oggi. Questa dura realtà sofferta da milioni di palestinesi richiede persone e organizzazioni di coscienza che boicottino compagnie – come, per esempio, Caterpillar, Motorola Solutions e Hewlett Packard – che traggono vantaggio dall’occupazione e dalla sottomissione dei palestinesi.
Tale azione porta con sé un’enorme differenza rispetto all’apartheid sudafricano, perché può creare un futuro di giustizia e di uguaglianza tanto per i palestinesi quanto per gli ebrei in Terra Santa.

18/04/2012

Conferenza-dibattito: "L’acqua per tutti, una sfida globale"

Un’eco dal Forum Mondiale di Marsiglia, marzo 2012

Centro S. Anna – giovedì 26 aprile,
ore 21.00


promossa dal Gruppo Ecumenico Donne di Verbania

Interviene:

Ing. Evelyne Lyons, docente presso l’Istituto Cattolico di Parigi



GRUPPO ECUMENICO DONNE

Il Gruppo Ecumenico Donne di Verbania quest’anno ha sviluppato i propri incontri mensili di lettura biblica intorno al tema dell’acqua; tema presente nella Bibbia in molti testi fondamentali e ricco di significati spirituali.
L’acqua è anche un tema di grande attualità sociale e politica e - come ogni anno - il nostro gruppo ha il piacere di offrire alla cittadinanza l’opportunità di riflettere insieme.
Proponiamo la testimonianza dal Forum Mondiale sull’Acqua (marzo 2012, a Marsiglia) dell’ing. Evelyne Lyons, docente presso l’Istituto cattolico di Parigi, che ha partecipato sia al Forum istituzionale di Marsiglia che al Forum alternativo delle associazioni.
La conferenza, seguita da dibattito si terrà presso il Centro S. Anna, giovedì 26 aprile, alle ore 21,00:

"L’ACQUA PER TUTTI, UNA SFIDA GLOBALE"

Particolarmente interessante è il fatto che nella sua vita professionale e personale la sig.ra Lyons ha perseguito lo scopo di armonizzare gli aspetti scientifici e gli aspetti spirituali del suo lavoro.
In una società complessa, mondiale, attraversata dall’urgenza di ritrovare un equilibrio con la natura, questo approccio ci offre degli spunti di riflessione per affrontare il tema dell’acqua in un modo che tenga conto sia degli elementi tecnici che spirituali, sociali ed ecologici.

22/03/2012

Aprezzare ogni gocci d'acqua. Campagna di Quaresima della Rete ecumenica dell’acqua – Quarta settimana


Spreco di cibo e di acqua

In questo periodo di pentimento, l’Alleanza ecumenica «agire insieme» (eaa) ci incoraggia a riflettere sul fatto che più di un terzo del cibo prodotto su questo pianeta a destinazione della popolazione – il pane quotidiano per il quale preghiamo e che abbiamo in abbondanza – viene sprecato. Non per via di catastrofi naturali ma a causa della nostra vergognosa negligenza nell’amministrazione di questo dono.
Nei Paesi in via di sviluppo, lo spreco avviene principalmente nei luoghi di produzione – a causa dei limiti imposti dai metodi di raccolta, dalle tecniche di conservazione e dai sistemi di condizionamento e di distribuzione – mentre nei Paesi sviluppati, lo spreco è dovuto all’inefficacia di certi processi nella catena di approvvigionamento e ai comportamenti dei consumatori individuali.
Non possiamo continuare a essere testimoni passivi di fronte al fatto che 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono così sprecate ogni anno, mentre 15 milioni di bambini muoiono di fame ogni anno nel mondo. O al fatto che l’acqua di irrigazione usata nel mondo per produrre cibo che alla fine sarà sprecato

basterebbe a soddisfare i bisogni quotidiani di 9 miliardi di individui. O al fatto che il 10% delle emissioni di gas serra dei Paesi ricchi provengono dalla coltura di alimenti che non vengono consumati.
Dopo la moltiplicazione dei pani, quando ognuno e ognuna furono saziati da quell’approvvigionamento inesauribile, Gesù disse a suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda».
Dave Bookless*

«O Dio, tu sei il mio Dio, io ti cerco dall’alba; di te è assetata l’anima mia, a te anela il mio corpo languente in arida terra, senz’acqua» (Salmo 63, 1)

Usiamo spesso la sete come immagine di un desiderio spirituale, ma quanti fra noi hanno già avuto veramente sete? Quanti hanno dovuto portare la preziosa acqua per parecchi chilometri, stando attenti a non rovesciarne una goccia? Forse voi. Esiste oggi nel mondo un grande fosso tra, da una parte, quelle e quelli che non si rendono più conto dell’importanza dell’acqua quando aprono il rubinetto o svuotano la vaschetta del W.C. e, d’altra parte, quelle e quelli per i quali l’approvvigionamento in acqua è limitato e incerto.

La Bibbia è stata scritta in un contesto di «stress idrico». Nel libro Scripture, Culture and Agriculture, Ellen Davis ricorda che il popolo d’Israele viveva essenzialmente nelle zone interne di colline dove l’acqua scarseggiava, costringendo i contadini a usarla coscienziosamente. Il salmo 63 che, secondo la trazione, è stato scritto dal re Davide nel deserto di Giudea, rispecchia questo stato di cose. Gli imperi vicini di Babilonia e d’Egitto erano invece attraversati da immensi fiumi e l’acqua vi era spesso sprecata e usata in modo stravagante; basti pensare ai Giardini sospesi. Nel caso di Babilonia, queste pratiche hanno impoverito le falde acquifere, provocando, in connessione con altri fattori, la caduta dell’impero.
Oggi l’umanità usa il 54% di tutta l’acqua disponibile (fiumi, laghi e falde acquifere) e si ritiene che la popolazione mondiale aumenterà di tre miliardi di individui entro il 2050. Alcuni predicono che nel XXI secolo ci saranno guerre per l’accesso all’acqua.

Questa apocalisse idrica conta almeno quattro cavalieri:

1) l’urbanizzazione: le grandi concentrazioni di popolazione fanno sì che è impossibile rispondere all’insieme della domanda di acqua.

2) l’agricoltura intensiva: essa esige grandi quantità di prodotti chimici e di acqua.

3) la produzione industriale: enormi quantità di acqua vengono usate per produrre bevande gazzose e beni di consumo.

4) i cambiamenti climatici: essi provocano piogge, siccità e alluvioni impossibili da prevedere. I rendimenti dell’agricoltura che dipendono dalle precipitazioni potrebbero diminuire del 50% entro il 2020.
Per la maggior parte di queste problematiche, a essere in causa è lo spreco. Non solo sprechiamo l’acqua direttamente – il 95% dell’acqua potabile che entra nelle case degli Stati Uniti ritorna nelle canalizzazioni – ma i nostri stili di vita richiedono quantità eccessive di cibo e di prodotti che sprecano l’acqua durante la produzione e quando ce ne sbarazziamo. Anche nei Paesi «ricchi di acqua» importiamo prodotti che spingono i Paesi poveri di acqua alla carestia e il nostro spreco è così forte che può privare popolazioni dei loro mezzi di sussistenza e rovinare la fauna e la flora locali.

Potrebbe esserci bisogno del 50% di acqua in più per nutrire tutti nel 2050. Eppure, basterebbe diminuire del 50% lo spreco alimentare – in particolare le perdite dopo il raccolto, le perdite dovute al trasporto e alla manipolazione e le perdite nelle case – per ridurre in modo radicale o persino annullare il bisogno di acqua supplementare per produrre più cibo. Si potrebbe pensare che non possiamo farci gran che ma, in realtà, in quanto consumatori ed elettori, possiamo. Ed è anche il nostro dovere perché consideriamo l’acqua come un dono prezioso di Dio e non come un diritto del consumatore.
Riapprendiamo anche ad apprezzare quel dono di Dio che è l’acqua. Ogni anno, durante la Quaresima, la nostra famiglia «digiuna», rinunciando all’elettricità dal venerdì santo alla Domenica di Pasqua. Cuciniamo fuori su un fuoco di legna (nel cuore di Londra). Non usiamo i nostri cellulari né i nostri computer, né la nostra televisione. Ci alziamo all’alba e andiamo a dormire al calar della notte. È diventato per noi una tradizione concreta e spirituale potente. Quest’anno, mia moglie ha suggerito di tagliare l’acqua e di andare a cercare la nostra acqua – per bere, lavarci, pulire e svuotare la vaschetta – con secchi da un amico che abita a 3 km da casa nostra. All’inizio, ero reticente, ma da quando scrivo questa riflessione, incomincio a entusiasmarmi. Perché non fare come noi? Insieme, possiamo riapprendere il desiderio di Dio in una terra di sete e riapprendere ad apprezzare ogni goccia di quel dono di Dio che è l’acqua. (cec media)

(Traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel)

* Prete anglicano e consulente teologico presso A Rocha (www.arocha.org), organizzazione internazionale cristiana di conservazione presente in sei continenti. È inoltre autore di Planetwise e God Doesn’t do waste.

28/10/2011

Omegna: Proiezione video inchiesta " Giovani e lavoro"

Tra precarietà e innovazione

Sabato 29 ottobre ore 16.00 il LIP, spazio di coworking presso il Forum di Omegna, ospiterà la proiezione della video inchiesta “Giovani e lavoro nel Verbano Cusio Ossola”.

Un’indagine realizzata da giovani con la regia di Lorenzo Camocardi, finalizzata ad indagare sulla condizione giovanile ed occupazionale nel VCO. Il filmato, realizzato nell’ambito di un progetto finanziato interamente dal programma “Gioventù in Azione” dell’Unione Europea, mira a promuovere e sensibilizzare sul tema della disoccupazione giovanile, alla luce del contesto socio-economico che stiamo attraversando. Il progetto si propone di indagare e dialogare sul futuro delle nuove generazioni della provincia del VCO, affrontando temi quali lavoro, occupazione, nuove attività lavorative, valorizzazione ed estensione del capitale sociale e delle reti. Le motivazioni che hanno spinto un gruppo di giovani a lavorare a questo progetto, partono dall’esigenza di valorizzare il territorio in cui viviamo e le sue risorse, ma anche dal problema sostanziale di mancanza di posti di lavoro, che vede giovani neolaureati costretti a spostarsi poiché il territorio non offre alcuna possibilità di sviluppo e molti giovani preferiscono lasciare la propria città per cercare lavoro e un futuro altrove. Il filmato cerca di porre attenzione nell’individuare e descrivere tutti i possibili settori di nuovo sviluppo dell’occupazione giovanile per dare vita a un dialogo su scala europea tra i  giovani, investiti dallo stesso problema e impegnati a farsi spazio nel mondo del lavoro, in una società sempre più critica e incerta.

Alla presentazione ufficiale interverranno:

Walter Passerini, giornalista; Maurizio Colombo, Camera di Commercio del VCO; Giovanni Campagnoli, coop. Vedogiovane.
L’invito a partecipare è esteso a tutti i giovani, agli amministratori, agli imprenditori e all’intera comunità, con l’auspicio di confrontarsi su un tema caldo e importante per proporre soluzioni concrete e valutare possibili sviluppi a favore dell’occupazione giovanile, in cui la precarietà è sempre più diffusa. Il progetto prevede inoltre un proseguimento dell’inchiesta nel territorio provinciale e la proiezione del filmato e la discussione pubblica con l’intera comunità, sono una  tappa per ampliare l’indagine e la ricerca azione sul tema.

Info e contatti: contornoviola@libero.it
 

01/08/2011

Appello alla Regione Piemonte

PER UN SERVIZIO SOCIO-SANITARIO ATTENTO AGLI ULTIMI

APPELLO DELLE COMUNITA’ ECCLESIALI DEL VCO ALLA REGIONE PIEMONTE

PREMESSE

In queste settimane la cronaca ha di nuovo portato in primo piano le difficoltà che caratterizzano l’ASL del VCO.

Sono difficoltà che da mesi stanno incidendo negativamente sulla vita di molte persone, soprattutto delle più deboli.

A quelle dell’ASL vanno aggiunte le difficoltà che stanno incontrando i servizi socio-assistenziali del territorio, in particolare i CISS (Consorzi Intercomunali dei Servizi Sociali).

A dispetto di un dibattito ricco di interventi, ci sembra di dover ancora registrare una carenza di dati sicuri e ben documentati. Sentiamo, assieme a tutta la popolazione del Verbano Cusio Ossola, l’esigenza di maggiore chiarezza.

La chiarezza dei dati e delle scelte conseguenti ci sembra importante anche per evitare la ricerca di soluzioni parziali, che non tengono adeguatamente presente il quadro complessivo e che rischiano proprio per questo di innescare deplorevoli contrapposizioni territoriali o di settore.

Ci preme sottolineare che in tale quadro contano, oltre ai servizi ospedalieri, anche i servizi territoriali, meno appariscenti, ma spesso più vitali e incidenti sulla qualità della vita.

Avvertiamo dunque l’esigenza che la popolazione venga correttamente informata circa il quadro complessivo della situazione dal punto di vista socio-sanitario e circa il progetto globale degli interventi che si rendono necessari.

Infine vorremmo segnalare l’attesa, che crediamo condivisa da tutti, che il progetto globale sia costruito a partire da una ricerca sincera di soluzioni orientate al bene comune. Questo per noi significa che le prime esigenze da tenere presenti nel progetto devono essere quelle degli ultimi, dei più deboli, dei meno garantiti.

Ci preoccupa in particolare:

 La condizione dei malati psichici e delle loro famiglie, spesso senza supporto efficace, perché l’organico del personale qualificato è particolarmente carente anche rispetto a quanto previsto dalla legge.

 La difficoltà degli anziani non autosufficienti a trovare un posto-letto nelle strutture convenzionate, con attese che ormai si calcolano in parecchi mesi e addirittura in anni.

 La diminuzione significativa dei servizi offerti ai disabili (trasporto, sostegno scolastico, assistenza domiciliare, ecc.)

 La riduzione delle risorse dei SERT che impediscono di fare progetti adeguati per la cura, la riabilitazione e il reinserimento delle persone afflitte da dipendenze gravi (droga, alcol, gioco)

A partire da queste premesse

AI RESPONSABILI DELLA REGIONE CHIEDIAMO

• Scelte ponderate e giuste, costruite attraverso il dialogo costante con il territorio e il coinvolgimento diretto delle persone che dovranno portare il peso dei tagli di bilancio.

• Attenzione alle categorie più disagiate, la cui voce flebile spesso non ha risonanza e resta inascoltata.

• Salvaguardia delle rete sanitaria e assistenziale sul territorio, evitando da un lato che si creino spaccature e contrapposizioni e dall’altro che paghino la crisi soprattutto le persone fragili e già fortemente in difficoltà

• In merito ci permettiamo di sottolineare la necessità di venire incontro prioritariamente alle esigenze delle famiglie con malati psichici, disabili, anziani non autosufficienti, persone soggette a dipendenze gravi.



ALLE COMUNITÀ ECCLESIALI CHIEDIAMO



• Una adesione che manifesti la volontà di non restare alla finestra, ma di partecipare attivamente alla ricerca di soluzioni condivise.

• Di esprimere un orientamento comune ispirato alla scelta evangelica in favore delle persone più deboli

• La disponibilità a farsi carico in prima persona dei sacrifici che la situazione richiede, con il coraggio di fare rinunce anche economiche per il bene comune (ad es. desideriamo rilanciare in termini “forti” la “decima” a favore di più poveri, suggerendo - a tutti coloro che possono - di destinare una percentuale del loro reddito mensile alle persone in difficoltà).

I Vicari territoriali del VCO: don Roberto Salsa (Verbano), don Brunello Floriani (Cusio), don Luigi Preioni (Ossola)

Il Direttore della Caritas Diocesana don Dino Campiotti

I rappresentanti zonali della Caritas: Pier Mario Locatelli (Verbano), Antonio Larné (Cusio), Carlo Squizzi (Ossola)

16/06/2011

Acqua dono di Dio: rende fertile il giardino che coltiviamo e il pianeta che abitiamo

di Letizia Tomassone


Il risultato dei referendum ha mostrato che la società italiana oggi è percorsa da un desiderio forte di prendere parte attiva alle decisioni che riguardano l’ambiente e l’uso dei beni comuni. Si è levata una nuova volontà di cittadinanza attiva che da tempo non si vedeva. Alcuni la attribuiscono alla presenza di giovani donne e uomini che riprendono la parola in questa società italiana piuttosto degradata e nel mezzo di una forte crisi economica.

Da anni le chiese evangeliche, grazie anche agli stimoli del mondo ecumenico internazionale, sono state attente ai temi della giustizia ambientale e della sostenibilità. Per la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e per le nostre chiese si è trattato quindi di applicare alla situazione nazionale dei processi che riguardano la protezione e la condivisione delle risorse naturali e dei beni comuni in tutto il mondo.

L’acqua è stata per noi al centro dell’attenzione. L’acqua di cui è fatta la nostra vita, l’acqua dono di Dio, l’acqua che rende fertile il giardino che coltiviamo e il pianeta su cui abitiamo.
In molte parti del mondo l’accesso all’acqua è reso difficile per i più poveri e il suo accaparramento diventa motivo di conflitti violenti.

In Italia la situazione è grave da altri punti di vista: il degrado degli acquedotti pubblici, l’abuso delle tasse che gravano sulle fasce sociali più deboli. La tendenza alla privatizzazione dell’acqua in Italia si inserisce comunque in questa tentazione mondiale di una cultura di appropriazione di beni che vengono offerti a tutti dalla natura e vengono trasformati in merci, per la cupidigia dei mercati.

I risultati dei due referendum sull’acqua mostrano che la nostra società non è d’accordo con questo processo di fare di tutto una merce. Proprio una delle norme abrogate dal referendum era quella che garantiva una quota fissa di guadagno alle società private incaricate della riscossione, senza vincolarle a fare investimenti sulle strutture che portano l’acqua.

In questo momento come chiese possiamo quindi dirci soddisfatte di esser state pronte con le nostre elaborazioni sulla salvaguardia del creato, quando la società ha dovuto affrontare dei temi così importanti come i beni comuni e il nucleare.
Il recente incontro ecumenico internazionale di Kingston ha posto al centro dell’attenzione delle chiese i temi interconnessi della giustizia in vista della pace e della giustizia ambientale come risorsa di pace. Le chiese hanno quindi oggi una certa sintonia con molta parte della società civile, e hanno gli strumenti teologici ed ecumenici per intervenire. Questo dovrebbe essere sempre uno dei modi in cui le chiese mettono la loro spiritualità a servizio del mondo, “perché tutti abbiano vita in pienezza”. Di fronte alle emergenze sociali e ambientali le chiese possono essere espressioni della pace di Dio, scintille della sua luce più ampia, come dice il documento finale di Kingston. (nev-notizie evangeliche 24/11)

24/03/2011

Diritti. La Federazione delle chiese evangeliche aderisce alla manifestazione per l'acqua

Visintin: “Il ciclo dell'acqua è minacciato dal cambiamento climatico e da interventi irresponsabili”



Roma (NEV), 23 marzo 2011 - La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) aderisce alla manifestazione nazionale del 26 marzo a Roma in difesa dell'acqua. La FCEI, che l'anno scorso era membro del Comitato promotore della campagna referendaria contro la privatizzazione dell'acqua, fa ora suo l'appello del Comitato Referendario "2 Sì" per l'acqua bene comune, ma anche contro il nucleare. "Ritengo che sia nostro compito di cristiani tenere alta e permanente l'attenzione sulla salvaguardia del Creato - ha dichiarato Antonella Visintin, coordinatrice della Commissione Globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI -. Per noi, infatti, non esistono 'risorse', 'materie prime' 'fonti energetiche', 'rifiuti', tutto questo è creazione di Dio e ai suoi occhi ha dignità equivalente. Il ciclo dell'acqua – ha proseguito – è minacciato dal cambiamento climatico e localmente da interventi umani irresponsabili. Per questo sosteniamo che la gestione dell'acqua deve essere pubblica a partire dalla forma societaria a finire con la definizione di condizioni che agevolino il controllo dei cittadini sulle scelte”.

Oggi a Roma, la vicepresidente della FCEI, pastora Letizia Tomassone, si è incontrata con alcuni rappresentanti della Rete interdiocesana "Nuovi stili di vita" e del Comitato promotore dei referendum sull'acqua. L'intenzione è di avere ad inizio maggio a Roma un incontro ecumenico che mostri l'impegno delle chiese cristiane a favore dell'acqua come bene pubblico. “L'integrità del creato e la giusta condivisione dei doni della creazione, come l'acqua, sono temi che il movimento ecumenico ha da decenni fatto propri – ha dichiarato Tomassone –. È dunque importante che i cristiani di ogni chiesa offrano alla società la loro testimonianza comune”.