Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 14 Dicembre, si terrà alle h.11, seguirà un pranzo comunitario

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 14 non si terrà, ma si terrà nel Tempio di Omegna alle h.11
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23/04/2015

Dove sono tuo fratello e tua sorella?



di Paolo Naso, coordinatore Commissione studi Federazione delle chiese evangeliche in Italia

Oggi siamo dalla parte di Caino. A pochi giorni dalla strage a poche miglia dalle coste libiche che ha ucciso centinaia di persone – in queste ore si parla di circa 900 uomini, donne e bambini –, qualcuno ci chiede dove siano i nostri fratelli, dove siano le nostre sorelle. E noi, come Caino, rispondiamo che non lo sappiamo, che non siamo noi responsabili della loro vita e della loro morte. Non lo siamo, perché “la colpa è dei trafficanti che hanno caricato oltre ogni logica misura un barcone affollato di disperati”. Non lo sappiamo perché “la colpa è dell’Europa che non si fa carico di questa problema”. C’è perfino chi dice che non lo sappiamo perché gli unici veri colpevoli della morte di Abele sono “coloro che aiutano ed accolgono i profughi” e che sarebbe meglio istituire un “blocco navale”.
Ognuno ha la sua da dire per giustificare la sua innocenza e scaricarsi da ogni colpa. Ma i corpi di Abele sono lì di fronte ai nostri occhi, e sono tanti, ricorrenti, perfino prevedibili. E allora, chi lo ha ucciso?
La domanda risuona anche a Lampedusa e a Scicli (RG) dove opera Mediterranean Hope (MH), il progetto promosso ormai da un anno dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Ed è una domanda lacerante e dolorosa, anche per chi in queste ore sta facendo tutto quello che può per accogliere, sostenere, curare persone ferite e provate. E tra queste persone ci siamo anche noi che da qualche mese, con una newsletter, proviamo a raccontare la nostra esperienza di MH.
Non ci rassegniamo ad esser dalla parte di Caino, noi che ci identifichiamo con Abele e con le vittime. Ma intanto, al di là della nostra intenzione e della nostra volontà, siamo parte di quel mondo che non vuole trovare una soluzione a questo problema drammatico. Non vuole. Da mesi, come MH, avanziamo una proposta e siamo pronti a dare il nostro contributo attivo e diretto: l’idea - accolta da ampi settori del mondo delle associazioni, delle comunità di fede e di alcuni settori politici - è quella di aprire dei corridoi che consentano ai profughi di ottenere una protezione umanitaria presso le ambasciate europee e quindi di viaggiare in condizioni di sicurezza. Se condivisa a livello europeo, sarebbe un’operazione assai meno onerosa di Mare Nostrum o di Triton; ripartendo i profughi tra vari paesi europei, i numeri sarebbero assolutamente sostenibili e gestibili. Parliamo infatti di decine di migliaia di persone per ogni paese, niente di più. Infine, si sottrarrebbero risorse finanziare ai trafficanti e alle centrali politiche o affaristiche che li controllano.
Tutto questo è tanto più sostenibile quanto più sarà l’Europa a farsi carico di una nuova fase dell’azione umanitaria di soccorso dei profughi. Da sola l’Italia non può farcela, come non ce la possono fare i paesi più esposti agli approdi fortunosi dei profughi.
Ce la può fare quell’Unione che deve ritrovare la sua coscienza e la sua anima più profonda che non è solo stabilità finanziaria e burocratizzazione legislativa. L’Europa è nata nel sogno della pace e della libertà. Ma questi valori non finiscono a Lampedusa.
Mare Nostrum ha molti partner, in Europa e negli USA. Ci rivolgiamo a loro per lavorare insieme per liberarci dall’ombra di Caino della nostra impotenza.
Serve una parola d’ordine comune e condivisa. La nostra è “corridoi umanitari”. (Mediterranean Hope/nev-notizie evangeliche 17/2015)


28/02/2012

Appello per una mobilitazione nazionale contro il razzismo istituzionale e la precarietà


1 marzo 2012:

Il primo marzo del 2010 e 2011 in decine di città italiane lavoratori migranti e italiani hanno scioperato assieme contro il razzismo istituzionale della legge Bossi-Fini, mentre in decine di piazze si sono avuti presidi, cortei e iniziative. Lo hanno fatto autonomamente, trovando il supporto di tanti lavoratori e lavoratrici e di tante RSU. Migliaia di persone hanno manifestato con i migranti, mostrando che anche nella crisi si può lottare insieme per i diritti di tutti. La data del primo marzo è diventata così un punto di riferimento importante: anche quest’anno vogliamo che sia un giorno di mobilitazione e sperimentazione di nuove forme di lotta.

Questo è ancora più importante dopo i pogrom di Rom come quello di Torino e l’uccisione a Firenze di Samb Modou e Diop Mor. Un omicidio razzista che ha visto una grande reazione il 17 dicembre, guidata da migliaia di migranti scesi in strada a Firenze. E’ ora di fare chiarezza e dire che il razzismo non è solo un fenomeno culturale, ma si appoggia su leggi e provvedimenti amministrativi che considerano i migranti come braccia da sfruttare o nemici da combattere.
È così nel contratto di soggiorno per lavoro e nella presenza dei CIE (ex-CPT).
E’ stato così nella sanatoria truffa del 2009 e nella logica dei flussi.
E’ stato così nella creazione dell’emergenza profughi dopo le rivoluzioni in Nord Africa e nel mancato riconoscimento di fatto del diritto d’asilo.
È così per i figli dei migranti che, compiuti 18 anni, devono sottostare alle impossibili regole di un permesso di soggiorno per studio, o diventare subito braccia da sfruttare con un permesso per lavoro.
E’ così nel principio di un permesso di soggiorno “a punti” e nella tassa sul permesso di soggiorno, che vorrebbe scaricare sul salario dei migranti il costo di queste politiche. I migranti pagano le tasse e i costi della crisi come tutti gli altri lavoratori e lavoratrici e la nuova tassa andrà a sommarsi a tutto questo, a quanto già oggi costa rinnovare il permesso e ai 30 euro che si devono inspiegabilmente pagare alle Poste.
Se non si punta a cambiare radicalmente questo stato di cose che produce gerarchie e clandestinità, denunciare il razzismo diventa un gesto ipocrita.

La condizione migrante non è separata da quella di tutti gli altri, ma con la sua specificità mostra tendenze e dinamiche che ci coinvolgono tutti, in particolare sul terreno del lavoro. D’altro canto la condizione dei migranti è diversa da quella di tutti gli altri, perché solo per i migranti la precarietà e la crisi economica possono portare alla detenzione amministrativa e mette a rischio il permesso di soggiorno. Fuori da ogni retorica della solidarietà, quindi, riconosciamo che la clandestinità politica dei migranti e il razzismo istituzionale hanno reso tutti più insicuri. Per questo vogliamo scendere nuovamente in piazza assieme e allargare la mobilitazione contro una precarietà sempre più diffusa.
Le lotte portate avanti dai migranti in questi anni hanno insegnato che non ci possono essere miglioramenti reali senza il protagonismo diretto. Lo sciopero del primo marzo ha fatto vedere in più che è possibile scioperare al di fuori delle logiche tradizionali, che la lotta sui posti di lavoro può unire là dove le leggi e la precarietà dividono.
Nella crisi economica e di fronte a leggi che producono razzismo e divisioni, vogliamo rilanciare un movimento che porti a cambiare questo stato di cose. Per questo lanciamo una mobilitazione diffusa su tutto il territorio, con iniziative articolate in base alle diverse possibilità e capacità, che non si esaurisca nella data del primo marzo, nello spirito della Carta dei Migranti approvata a Gorée (Senegal) e sulla base di alcuni principi condivisi:

• Per l’abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i CIE in Italia e in Europa;
• Per la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia;

• No al permesso a punti e a nuove tasse sul rinnovo del permesso di soggiorno;

• Per una regolarizzazione generale di chi non ha un permesso di soggiorno, senza truffe e senza produrre altre gerarchie, per il riconoscimento di fatto del diritto d’asilo senza ritardi, lungaggini e discrezionalità;
• Contro la precarietà, e per un welfare non basato sullo sfruttamento e l’esclusione di alcuni;
• Per costruire insieme uno sciopero di tipo nuovo ancora più grande, capace di unire e cambiare questo stato di cose.

Per adesioni: primomarzo2010comitati@gmail.com

COMUNICATO STAMPA - PRIMO MARZO 2012


VIA LA PATENTE AL RAZZISMO: I PUNTI SONO FINITI
Il primo marzo del 2010 e 2011 in decine di città italiane lavoratori migranti e italiani hanno scioperato assieme contro il razzismo istituzionale della legge Bossi-Fini avviando così un protagonismo diretto sui temi politici nodali per la nostra società, dimostrando come si possa lottare insieme per i diritti di tutti.
Il razzismo non è solo un fenomeno culturale, ma si appoggia su leggi e provvedimenti amministrativi che considerano i migranti come braccia da sfruttare o nemici da combattere: uno stato di cose che produce gerarchie e clandestinità.
La condizione migrante, infatti, non è separata da quella italiana, ma con la sua specificità mostra tendenze e dinamiche che coinvolgono tutti, in particolare sul terreno del lavoro. Ma al contempo è diversa perché solo per i migranti precarietà e crisi economica possono portare a una detenzione amministrativa che mette a rischio il permesso di soggiorno e le scelte di vita relative a un processo migratorio costruito in anni di lavoro, impegno, rimessa in discussione dei propri parametri culturali e modi di vita.

Nella crisi economica e di fronte a leggi che producono razzismo e divisioni, vogliamo rilanciare un movimento che porti a cambiare questo stato di cose. Così, anche quest’anno per il primo Marzo, richiamiamo a una mobilitazione diffusa su tutto il territorio nazionale nello spirito della Carta dei Migranti approvata a Gorée (Senegal), sulla base di principi condivisi che difendono la libera circolazione delle persone e l’esercizio di una piena cittadinanza fondata sulla residenza e non sulla nazionalità. In tal senso intendiamo avviare un percorso che non si esaurisca nella data del primo marzo, ma unisca le persone in un filo giallo sovranazionale, cancellando le frontiere culturali che ancora ci limitano. Ciò è ancora più importante in Italia dopo i pogrom di Rom come quello di Torino e l’omicidio razzista a Firenze di Samb Modou e Diop Mor, che ha visto una grande reazione il 17 dicembre.

• Per l’abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i CIE in Italia e in Europa;
• Per la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia;
• No al permesso a punti e a nuove tasse sul rinnovo del permesso di soggiorno;
• Per una regolarizzazione generale di chi non ha un permesso di soggiorno, senza truffe e senza produrre altre gerarchie, per il riconoscimento di fatto del diritto d’asilo senza ritardi, lungaggini e discrezionalità;
• Contro la precarietà, e per un welfare non basato sullo sfruttamento e l’esclusione di alcuni;
• Per costruire insieme uno sciopero di tipo nuovo ancora più grande, capace di unire e cambiare questo stato di cose.


Adesioni: primomarzo2010comitati@gmail.com,
Per informazioni a stampa, radio e tv
primo.marzo.ufficio.stampa@gmail.com Telefono ufficio stampa: 342 7265787 per interviste inviare e-mail di richiesta all’ufficio stampa poi chiamare: 366 5044328

PRIMO MARZO 2012



Modalità di piazza:


Il colore di riferimento di Primo marzo è tradizionalmente il giallo, scelto per la sua neutralità politica e perché è considerato il colore del cambiamento.
Ogni piazza italiana, a seconda delle modalità scelte dai gruppi locali, sarà riempita di foulard, spille, nastri, palloncini gialli e le bandiere per chi è costretto al lavoro in casa, come badanti o collaboratrici domestiche. Sono inoltre previsti eventi a tema, interventi di migranti e flash-mob in cui simbolicamente si taglierà un lungo nastro giallo indicando così la rottura dei confini e l’abbattimento delle frontiere. Nelle scuole s’invitano i ragazzi ad indossare indumenti gialli.
Vi invitiamo, quindi, a usare già da oggi un braccialettino o un nastrino di questo colore come segno di riconoscimento.
In molte città italiane sono attivi comitati locali che lanceranno a breve i numerosi eventi sul territorio.


Seguiranno:
Convocazione di conferenza stampa nazionale;
Programma delle iniziative locali;
Convocazione per il convegno sul Razzismo istituzionale, Bologna 18 Febbraio;
Convocazione per la Formazione dei giornalisti sui Cie e i Cara, Bologna 18 Febbraio.


02/02/2012

L'Italia sono anch'io. Il 4 e 5 febbraio ultimo D-Day nazionale di raccolta firme

Le organizzazioni promotrici della Campagna respingono le provocazioni di Beppe Grillo.

Roma (NEV), 1 febbraio 2012 – Ancora un mese utile per la raccolta firme della Campagna “L'Italia sono anch'io”, promossa - tra gli altri - dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Sabato 4 e domenica 5 febbraio avrà luogo l'ultimo D-Day nazionale di raccolta firme prima della presentazione in Parlamento delle due proposte di legge di iniziativa popolare a favore dei diritti di cittadinanza. I comitati territoriali proseguiranno tuttavia a raccogliere le firme a livello locale ancora fino ai primi di marzo. Da nord a sud, da est a ovest della penisola sono numerose le comunità battiste, metodiste e valdesi impegnate nei comitati territoriali, a fianco di tanti altri soggetti della società civile, religiosi e non.
La Campagna prosegue nonostante le recenti polemiche in seguito alle dichiarazioni di Beppe Grillo che aveva definito “senza senso” la raccolta di firme per lo ius soli, finalizzata al "solo obiettivo di distrarre gli italiani dai problemi reali”. La risposta delle organizzazioni promotrici della Campagna non si è fatta attendere: “ciò che appare 'senza senso' è negare la legittimità e l'opportunità di una battaglia di civiltà”, si legge nel comunicato stampa congiunto. “Il consenso incontrato dalla Campagna – prosegue il comunicato – dimostra che esiste nel Paese una coscienza civile diffusa, che non considera affatto irrilevanti il tema dei diritti, della tutela delle minoranze, dell'uguaglianza e della giustizia sociale, principi peraltro sanciti dalla Costituzione”.
In questi giorni i temi della Campagna hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, tanto da essere riproposti, tra gli altri, dal direttore della "Repubblica" Ezio Mauro nel suo editoriale del 28 gennaio "I diritti dei nuovi figli d'Italia". Particolare attenzione è stata dedicata dal sito Repubblica.it, che ha pubblicato diversi contributi, lanciando un'iniziativa attraverso la quale poter inviare delle foto a sostegno dei contenuti e del valore de "L'Italia sono anch'io" (www.repubblica.it/solidarieta). Inoltre, “Blob, di tutto di più”, rubrica di Rai3 di informazione e satira, ha mandato in onda il 21, 22 e 29 gennaio scorsi delle puntate speciali dal titolo “L'Italia dentro” sui temi promossi della Campagna (www.blob.rai.it).(http://www.litaliasonoanchio.it/)
La Campagna "L'Italia sono anch'io" promuove due proposte di legge di iniziativa popolare riguardanti rispettivamente le norme di accesso alla cittadinanza per le persone di origine straniera nate o residenti in Italia, e il diritto di voto amministrativo per i migranti residenti da cinque anni. Per presentare le proposte di legge in Parlamento servono entro i primi di marzo 50mila firme, per ogni disegno di legge .

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ALCUNI DATI SULLA PRESENZA STRANIERA IN ITALIA
 
(Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes 2011)
Al 1° gennaio 2011, i cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia hanno raggiunto 70.317 milioni con una incidenza sul totale della popolazione pari al 7,5%(secondo i dati Istat).
La stima elaborata dal Dossier Caritas fa salire a quota 4.968.000 i cittadini stranieri regolarmente residenti, includendo anche coloro che ancora non sono iscritti in anagrafe.
Rispetto all'anno precedente l'aumento è stato pari a 335.258 unità e quindi il numero di
stranieri regolarmente presenti in Italia negli ultimi due anni è rimasto sostanzialmente
costante. Per spiegare questo fatto va tenuto presente che nel 2010, a fronte di quasi
600.000 nuove presenze tra regolarizzati e nuovi ingressi, oltre 500.000 persone hanno perso il diritto al soggiorno.

DATI DEMOGRAFICI

Su una popolazione straniera di 4.570.317 milioni, il 51,8% delle persone straniere
regolarmente presenti in Italia sono donne. Se nel complesso della popolazione straniera
esiste un sostanziale equilibrio di genere, all'interno delle singole collettività ci sono forti
differenziazioni. Per esempio l'immigrazione dall'Ucraina si caratterizza per una spiccata
prevalenza femminile (79,8%) mentre quella dal Senegal è prevalentemente maschile
(75,6%).
Sul totale della popolazione straniera, i minori rappresentano quasi il 22% (993.238). Su
quasi un milione di minori stranieri residenti in Italia oltre 650.000 sono nati in Italia
(ovvero il 14,2%). Nel corso del 2010, i nuovi nati da genitori entrambi stranieri sono stati quasi 80.000 mila, con una crescita del 1,3% rispetto all'anno precedente.
L'età media degli stranieri (31,8 anni) continua ad essere bassa rispetto a quella degli italiani (43,5 anni). Gli stranieri si ripartiscono come segue: il 21,7% sono minori, il 75,9% sono in età lavorativa e il 2,4% sono ultra 65enni.

AREA DI PROVENIENZA

Al 1° Gennaio 2011, oltre il 50% delle persone straniere regolarmente residenti in Italia
proviene in ordine decrescente da Romania (968.576), Albania (482.627), Marocco
(452.424), Repubblica Popolare Cinese (209.934) e Ucraina (200.730), che rappresentano i 5 gruppi nazionali più numerosi.
Continua ad aumentare la presenza di cittadini provenienti dall'Asia centro-meridionale:
India (121.036mila), Bangladesh (82.451mila) e Pakistan (75.720mila).
Il continente africano è prevalentemente rappresentato da cittadini provenienti dai paesi
dell'Africa Settentrionale: Marocco (452424mila), Tunisia (106.291mila), Egitto
(90.365mila) e dall’Africa Occidentale.
I paesi più rappresentati dell'America centro-meridionale sono il Perù (98.603mila) e
l'Ecuador (91.625mila).

DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA
La popolazione straniera continua a distribuirsi sul territorio italiano in modo
disomogeneo, sia nel complesso che a livello di singole collettività. Nel corso del 2010 è
cresciuta sensibilmente la presenza straniera nel Mezzogiorno ma l’86,5% degli stranieri
risiede ancora prevalentemente nelle regioni del Nord (61,3%) e del Centro (25,2%). Il
9,6% nelle regioni del Sud e il 3,9% nelle Isole. La regione con il maggior numero di
stranieri continua ad essere la Lombardia (1.064.447) seguita dal Lazio (542.688), dal
Veneto (504.677) e dall’Emilia Romagna (500.597).

ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Nel 2010 le concessioni della cittadinanza italiana sono state 40.223, un numero
pressochè invariato rispetto al 2009 (40.084).
Nel 2010, l'ottenimento della cittadinanza per matrimonio (21.630) ha superato quello per residenza (18.593). Il maggior numero di acquisizioni di cittadinanza ha riguardato
cittadini di origine marocchina (6.952). Da sottolineare che la maggioranza delle acquisizioni è stata ottenuta dalle donne (23.684, 58,9%). Le donne continuano a prevalere sugli uomini nell'ottenimento della cittadinanza per matrimonio (15.365),
mentre gli uomini prevalgono sulle donne nell'ottenimento della cittadinanza per residenza (13.311).

SCUOLA E UNIVERSITÁ
Nell’anno scolastico 2010/2011, gli alunni di cittadinanza non italiana che hanno frequentato la scuola italiano hanno raggiunto quota 709.826, registrando un aumento del 5,4% rispetto all'anno scolastico precedente.
La maggiore concentrazione di alunni stranieri continua a registrarsi nelle scuole elementari e medie inferiori, anche se negli ultimi anni la presenza nelle scuole dell'infanzia e nelle scuole medie secondarie è cresciuta.
Le nazionalità maggiormente presenti nelle classi sono quelle romena (126.441) e
albanese (99.421) seguite da quella marocchina che supera le 90.000 unità.
La caratteristica che contraddistingue la scuola italiana è la molteplicità delle nazionalità di provenienza degli alunni stranieri, ognuna portatrice di specifici bisogni formativi.
Da sottolineare la netta differenziazione nella scelta della scuola superiore tra studenti
italiani e stranieri: questi ultimi nel 77.6% dei casi scelgono istituti tecnici e professionali.
Nell’anno accademico 2010/2011, gli studenti stranieri iscritti all’Università risultano
essere 61.777, il 3,6% del totale degli iscritti. Tra gli studenti universitari stranieri il
59,3% è rappresentato dalle donne. L'Europa è il principale continente di origine degli
stranieri che studiano in Italia (con l'Albania che continua a mantenere il primato degli
iscritti) seguita dall'Asia (con i cinesi che sono diventati il secondo gruppo per iscritti). Il Centro Italia continua ad accogliere il maggior numero di studenti stranieri. Le facoltà più scelte continuano ad essere Economia, Medicina e Chirurgia, Ingegneria e Lettere e
Filosofia.

IL MONDO DEL LAVORO
L'impatto della crisi economica globale ha avuto ripercussioni significative sui lavoratori
stranieri, il cui tasso di occupazione è continuato a scendere.
Nel 2010, il numero di lavoratori stranieri occupati è arrivato a poco più di 2 milioni,
continuando a collocarsi nelle professioni non qualificate.
Rispetto agli italiani negli ultimi due anni di crisi i lavoratori stranieri hanno risentito anche di un deterioramento delle condizioni di lavoro (sottoccupazione, distanza tra titolo di studio e e tipologia di lavoro svolto, livelli salariali più bassi).

APPARTENENZA RELIGIOSA DEI MIGRANTI IN ITALIA
Secondo il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, al 31 dicembre 2010 tra i
4.570.317 stranieri residenti in Italia si stima che vi siano:
• 2.465.000 cristiani (53,9%);
• 1.505.000 musulmani (32,9%);
• 120.000 induisti (2,6%);
• 89.000 buddhisti (1,9%);
• 61.000 fedeli di altre religioni orientali (1,3%);
• 46.000 che fanno riferimento alle religioni tradizionali (1,0%);
• 7.000 ebrei (0,1%);
• 83.000 appartenenti ad altre religioni (1,8%).
A questi vanno aggiunti 196.000 stranieri (4,3%) classificabili come atei o non religiosi,
in prevalenza provenienti dall’Europa e dall’Asia (Cina in particolare).
I cristiani al loro interno sono così suddivisi:
• 1.405.000 ortodossi;
• 876.000 cattolici;
•204.000 protestanti;
• 33.000 di altre comunità cristiane.
Nel 2010 i cristiani sono aumentati dl 4% per l'incremento dei protestanti e degli
ortodossi, i musulmani dello 0,9% e i fedeli di religione orientale solo dello 0,4%.
Ripartizione dei gruppi nazionali:

•ortodossi: Romania 841.000, Ucraina 168.000, Moldavia 122.000, Macedonia 49.000 e Albania 42.000;
• cattolici: Filippine 109.000, Polonia 105.000, Ecuador 84.000, Perù 80.000,
Albania 77.000, Romania 71.000, Macedonia 49.000, Albania 42.000, Brasile
34.000, Francia 25.000 e circa 20.000 per Rep. Dominicana, Croazia e Colombia;
• protestanti: Romania oltre 50.000, Germania e Regno Unito 15.000, Ghana,
Nigeria e Perù 10.000, Filippine e Brasile 7.000;
• musulmani: Marocco 448.000, Albania 364.00, Tunisia 106.000, Senegal 75.000, Pakistan 73.000, Bangladesh 71.000, Macedonia 30.000, Algeria 25.000, Kosovo
21.000;
• religioni orientali: diverse collettività asiatiche.

14/10/2011

18 ottobre - Giornata europea contro la tratta di esseri umani



Il 18 ottobre di ogni anno ricorre la Giornata Europea Contro la Tratta degli Esseri Umani.
Anche per questo anno, vi proponiamo un dossier monografico per informare e sensibilizzare su questa drammatica e gravissima violazione dei diritti umani che coinvolge a vari livelli uomini, donne e minori.
Il dossier contiene alcuni materiali sul tema della tratta a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo. E' uno strumento che intende offrire spunti di riflessione per discutere su questi temi all'interno delle vostre realtà locali.

Quest'anno oltre al presente Dossier Monografico, troverete allegato il booklet “Combattere la tratta per lavoro forzato in Europa”, pubblicazione finale del progetto europeo “Combating trafficking in Human Beings. Going Beyond!” che il Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia ha portato avanti da dicembre 2008 a marzo 2011 in qualità di partner della Churches' Commission for Migrants in Europe (CCME).
Il progetto ha analizzato il fenomeno della tratta per sfruttamento lavorativo, allo scopo di individuare e sviluppare le capacità della società civile nel supportare le vittime della tratta a scopo di sfruttamento lavorativo per metterle in condizioni di conoscere i loro diritti e di poter accedere alla giustizia.
Nell'ambito del progetto sono state portate avanti delle ricerche che hanno interessato i seguenti paesi: Cipro, Grecia, Irlanda, Italia, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania e Spagna.

Per chi fosse interessato ad un approfondimento le ricerche in lingua inglese sono disponibili presso i nostri uffici oppure sono scaricabili al seguente indirizzo http://www.ccme.be/areas-of-work/anti-trafficking-in-human-beings/national-reports-goingbeyond/

Il Servizio Rifugiati e Migranti, che da diversi anni si occupa e interessa al tema della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo in Italia e in Europa, invita tutti e tutte ad impegnarsi in prima persona per diffondere una cultura e una politica del rispetto della dignità umana.

Roma 13, ottobre 2011
Servizio Rifugiati e Migranti
Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

 
LOTTA ALLA TRATTA DEGLI ESSERI UMANI IN ITALIA:

A CHE PUNTO SIAMO

Introduzione.

Oggi migliaia di esseri umani nel mondo vengono trafficati da organizzazioni criminali, venduti e scambiati come merci e sfruttati per produrre profitti: vi sono coinvolti soprattutto donne e minori, per lo più nel mercato del sesso, nell'accattonaggio, nel mercato della pedofilia e della pornografia, nel traffico di organi e nel lavoro gravemente sfruttato.
Il traffico di esseri umani è una delle forme più gravi e brutali di violazione dei diritti umani, una delle più violente e drammatiche forme di sfruttamento, è a tutti gli effetti una
forma di schiavitù moderna perché le persone sono private della loro libertà e costrette a subire forme di violenza fisica e psicologica molto pesanti.
Questa nuova forma di schiavitù, rispetto alla schiavitù storica, presenta caratteristiche
radicalmente diverse: in primo luogo è illegale ed è condannata dalle convenzioni internazionali, mentre un tempo era lecita o almeno tollerata, fino alla sua abolizione nel 1888.
Un dato comune alle due forme di schiavitù è invece il carattere economico del fenomeno.
Oggi il commercio delle persone per fini di sfruttamento costituisce un mercato globale ed illegale che rende alle organizzazioni criminali diversi miliardi di dollari l'anno, introiti inferiori soltanto al traffico di stupefacenti e di armi. Inoltre la schiavitù moderna nasce e si sviluppa su una domanda ed un'offerta inesauribili: il corpo umano.
Dal punto di vista dei trafficanti, la principale caratteristica che differenzia la persona oggetto di tratta dalle altre merci (armi, droga, sigarette...) è il fatto che la “merce umana” è dotata di volontà e di parola, e quindi deve essere controllata attraverso la violenza, l'inganno ed il ricatto. Oggi il corpo umano viene sfruttato ed usato con forme brutali molto diversificate: oltre allo sfruttamento sessuale e lavorativo, vi sono altre forme aberranti di uso del corpo come il traffico di organi: a volte parti del corpo vengono prelevate senza il permesso della persona interessata o con un consenso estorto o con il ricorso a metodi violenti.
Le zone di reclutamento dei “nuovi schiavi” sono i Paesi poveri, soprattutto quelli che hanno subito un crollo rapido e imprevisto delle condizioni di vita, per esempio in seguito ad un mutamento di regime, all'incertezza politica ed economica, al coinvolgimento di molti Paesi nelle guerre.
La criminalità organizzata a livello internazionale si è posta come un'azienda, o meglio come una società di servizi in grado di garantire, dietro grossi compensi, il viaggio per l'Italia o l'Europa. La criminalità organizzata, in assenza di politiche migratorie adeguate si propone non solo di offrire un servizio, ma ha assunto il ruolo paradossale di “dispensatrice di speranze”, in altre parole, è diventata lo strumento principale per realizzare un sogno, quello di raggiungere un paese che agli occhi dei migranti, rappresenta un investimento di vita per il futuro.
Dunque, il traffico di esseri umani risponde ad un bisogno elementare che è quello diemigrare per cercare di migliorare la propria esistenza: il trafficante garantisce un ingresso per vie illegali nel paese di destinazione scelto dai migranti. La sua funzione può essere assimilata a quella di una agenzia di viaggi, a un tour operator molto efficiente che assicura l'arrivo nel paese di destinazione. In molti casi, la persona si rivolge spontaneamente alle organizzazioni che gestiscono il traffico ed in seguito, durante le fasi del viaggio, il comportamento del trafficante diventa violento e subentrano la coercizione e la prevaricazione, principalmente verso donne e minori. Se a volte il rapporto tra migrante e trafficante si esaurisce nel tempo necessario a compiere il trasporto, nella tratta il rapporto tende ad essere molto lungo, come nel caso dell'indebitamento o addirittura a tempo indeterminato, come nei casi di rapimento e inganno. In ogni caso si crea un rapporto perverso tra la vittima e colui che viene visto all'inizio come un benefattore e poi si trasforma in un carnefice che tende a prolungare il più possibile il rapporto con la vittima per ottimizzare i guadagni.
L'espressione tratta di esseri umani indica, dunque, il fenomeno criminale che consiste nel reclutamento, trasporto e successivo sfruttamento di esseri umani per fini di lucro.
A livello internazionale queste organizzazioni criminali sono sempre più definite come le “nuove mafie”. La collaborazione tra mafie straniere ed italiane si è andata sempre più rafforzando negli ultimi anni perché la capacità delle organizzazioni criminali risiede proprio nella capacità di lavorare in rete creando nei singoli Paesi, sia di transito che di destinazione, strutture snelle e specializzate, mentre i vertici tendono a rimanere protetti nei Paesi di origine.
Il fenomeno del traffico riguarda l'intero pianeta ed ha caratteristiche ancora in parte non del tutto riconoscibili ed è in costante evoluzione. Ha raggiunto dimensioni enormi e preoccupanti.
Nonostante la grande attenzione che il fenomeno ha suscitato negli ultimi anni, non esistono ancora fonti sufficienti per individuare con precisione i dati internazionali, né per quello che riguarda i dati numerici, né per le modalità utilizzate dalle organizzazioni criminali. Tale difficoltà è dovuta al carattere “mutevole” del fenomeno: cambiano rapidamente i soggetti, i flussi, i mezzi, le destinazioni. I trafficanti hanno una grande capacità di mimetizzarsi ed adattarsi ai contesti ed ai cambiamenti. Se cambiano le legislazioni preventive e repressive dei Governi, il mercato delle persone si adatta con una sorprendente flessibilità.
Da un po’ di anni è diventato un fenomeno allarmante anche in Europa, soprattutto in seguito ai mutamenti politici dell’Est, dove la delicata situazione sociale ed economica rende oggi donne e minori le categorie più vulnerabili ed esposte allo sfruttamento: lavorativo (lavoro domestico, edile, agricolo), sessuale (prostituzione femminile e minorile), accattonaggio, vendita di organi.
Le vittime della tratta spesso sono giovani senza prospettive di futuro nei luoghi di origine, attirate da false promesse di un lavoro ben retribuito all'estero. In molti casi non sanno quale sarà la loro futura occupazione, né le condizioni di vita che verranno loro imposte; in altri casi sono più o meno consapevoli del tipo di lavoro che li aspetta. Spesso, soprattutto per i minorenni, le organizzazioni criminali ricorrono al sequestro ed una volta giunti nel paese di destinazione, le vittime senza documenti di identità e risorse finanziarie, senza conoscere la lingua e senza punti di riferimento dipendono totalmente dai loro sfruttatori. Allo stesso tempo non nutrono alcuna fiducia nelle istituzioni perché provengono da paesi con regimi poco democratici, dove la corruzione è assai diffusa e in più temono ritorsioni nei confronti dei loro familiari rimasti in patria.

Alcuni dati

Dati certi sul fenomeno della tratta non sono disponibili. Per le sue stesse caratteristiche il fenomeno non si presta ad essere completamente inquadrato in dati statistici e molto rimane sommerso.
A livello nazionale, il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri non pubblica i dati sulle vittime di tratta dal 2008: non sappiamo qual è l'andamento generale degli aiuti che si fanno alle vittime e soprattutto quali siano le nazionalità più coinvolte, a parte la Nigeria (che rimane sempre quella più coinvolta) e la Romania.
Per l'Organizzazione Internazionale per il Lavoro (OIL) sono oltre 12 milioni, secondo il
Rapporto del Dipartimento di Stato USA oscillano tra 4 e 27 milioni in tutto il mondo.
Nel mondo, stando ai dati diffusi dall'ultimo Rapporto di Save the Children:
· 2,7 milioni di vittime di tratta nel mondo, di cui l'80% è costituito da donne e bambini/e
· 32 milardi di dollari il giro di affari.

In Italia:

· 14.689 vittime di tratta inserite nei progetti art. 18 tra il 2000 e il 2008
· tra 19mila e 24mila il numero delle persone che si prostituiscono in strada.
· la prostituzione indoor si stima 3 volte superiore a quella in strada.
· 1,2 milioni di minori vittime di tratta interna e internazionale.
Il fenomeno della tratta dei minori è allarmante e in crescita, sempre pù nascosto e all'interno di luoghi chiusi e per questo difficilmente accessibile agli operatori. Anche sulla prostituzione in strada è diventato più difficile intervenire perchè sempre più soggetta ad un controllo molto forte da parte degli sfruttatori o dei “pari”, cioè ragazzi e ragazze vicini per età e provenienza alle vittime. Questo rende sempre più diffcile l'aggancio e il contatto anche su strada.
La maggior parte dei minori vittime proviene dalla Romania (46% anche per la facilità di
giungere in Italia), dalla Nigeria (36%), dall'Albania (11%) e dal Nord Africa (7%).
La prostituzione indoor (appartamenti, night, centri massaggi, ecc.) è un fenomeno sommerso di notevoli proporzioni che comporta uno sfruttamento più pesante, e dove la capacità degli operatori di raggiungere le vittime è molto limitata.

Un approfondimento sull'art. 18 del Dlgs 286/98.
Per quanto riguarda le legislazioni specifiche dei singoli Paesi, guardiamo al caso italiano, sia perché ci interessa più da vicino, sia perché rappresenta una innovazione positiva nel panorama europeo ed internazionale.
Il nostro legislatore è stato precursore in ambito internazionale nell'affermare normativamente in primo luogo la centralità dei diritti umani e della dignità delle vittime, prevedendo per le vittime un percorso sociale di reinserimento e riabilitazione oltre al percorso giudiziario.
L’art. 18 è importante perché dà la possibilità alle donne vittime di tratta di ottenere un
permesso di soggiorno per “protezione sociale” se decidono di uscire dal giro della prostituzione.
La vittima ha due possibilità di accedere alla protezione:
•- se accetta di entrare in un programma di riabilitazione ed integrazione sociale
•- se accetta di testimoniare contro i suoi sfruttatori.
La portata innovativa dell'art. 18 sta nel fatto che per la prima volta in Europa viene superata la logica premiale e si riafferma la logica che i diritti umani fondamentali sono incondizionati ed inderogabili. Le vittime sono innanzitutto soggetti ed in quanto tali portatori diritti umani fondamentali, al di là se accettano o meno di collaborare con la giustizia. Spesso, le vittime hanno paura di testimoniare per paura di ritorsioni: avere la possibilità di essere protette, in quanto esseri umani, è uno degli strumenti più efficaci per combattere il fenomeno.

Tale percorso sociale, inoltre, responsabilizza le vittime in chiave processuale, se decidono di testimoniare e denunciare i loro sfruttatori, perché il recupero della dignità della persona passa anche attraverso la riparazione morale e materiale che la condanna dei trafficanti può rappresentare, contribuendo alla riaffermazione dei valori della legalità nelle società.
L'art. 18 è una norma coraggiosa nella sua impostazione ma accidentata nella prassi, perché la sua corretta applicazione, compresa l’erogazione dei fondi destinati ai progetti di inserimento, è spesso disattesa ed arbitraria.
In molti casi, ad esempio, le donne non hanno la possibilità di ricevere informazioni sui loro diritti come vittime della tratta e non hanno occasione di incontrare organizzazioni che possano difendere i loro diritti.
In Europa l’approccio oggi più diffuso è quello che vede la vittima solo come strumento giudiziario: alla donna si dà un diritto, un permesso di soggiorno temporaneo, perché serve come testimone contro i criminali, poi viene mandata via, spesso rimpatriata nel paese di origine dove sarà con molta probabilità ripresa dalle organizzazioni criminali e tornerà nel giro.

Risorse e finanziamenti

I tagli economici che sono stati fatti ai fondi destinati al contrasto della tratta degli esseri umani vanno in una triplice direzione:
· sono stati tagliati circa 2 milioni di euro che servivano a finanziare il numero verde anti-tratta. Il NUMERO VERDE ANTITRATTA 800 290 290 fu istituito nel 2000 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Pari Opportunità. Sospeso per mancanza di fondi nel 2005 è stato riaperto nel gennaio 2007. In dieci anni ha assicurato assitenza sociale ad oltre 14mila persone e consentito l'attivazione di denunce, arresti e condanne di criminali e sfruttatori.
Il 1° agosto 2010 sono state chiuse 14 delle 15 postazioni locali del numero verde antitratta che erano attive 24 ore su 24.
E' rimasta attiva solo la postazione nazionale gestita dal Comune di Venezia (con una spesa di circa 300mila euro) che prima faceva da primo filtro alle telefonate e le smistava in base alla
provenienza e alle postazioni locali che curavano i rapporti con le associazioni locali e le forze dell'ordine e garantivano una operatività sul territorio. La rapidità dell'intervento è, infatti, un fattore importantissimo per le vittime. Il preavviso alle associazioni di soli 10 giorni ha smantellato un tassello importante del sistema di aiuto alle vittime di tratta e alla lotta alla criminalità. Hanno perso il lavoro 80 operatori specializzati ed è stato l'ennesimo regalo alle organizzazioni criminali. Le postazioni locali non avevano solo una funzione di ascolto e informazione, ma costituivano un elemento essenziale per le reti territoriali (terzo settore, servizi sociali e forze dell'ordine) e per questo erano in grado di attivare risposte.
· Hanno tagliato il fondo art. 18 che serviva a co-finanziare i progetti: era di 5milioni di
euro (ossia il 70% del budget a carico del Dipartimento delle Pari Opportunità, più l'altro 30% - ossia circa 1,7milioni a carico degli Enti locali). Al riguardo il Dipartimento delle Pari Opportunità ha tagliato 2milioni e mezzo (dunque la metà di 5milioni e di conseguenza si è dimezzato anche il co-finanziamento degli Enti locali). L'intero budget da 7milioni di euro è diventato di circa 3,5milioni.
· Azzeramento del fondo art. 13: hanno accorpato l'art. 13 della legge 228/2003 con l'art. 18 accorpando anche i rispetti fondi. Per l'art. 13 c'erano circa 3milioni di euro e sono stati tagliati.

Il tutto non supera i 4milioni di euro. Nel 2000 il Governo italiano aveva stanziato 8 milioni di euro per l’attuazione dell’articolo 18 del Testo Unico. L'art. 18 resta come caposaldo della lotta anti-tratta ma è quasi del tutto sterilizzato dal Pacchetto sicurezza (artt. 10bis e 14 in particolare) che di fatto ne ha limitato l'agibilità. Le vittime sono in genere senza permesso di soggiorno e dunque vanno aiutate per questo. Ma il pacchetto sicurezza dice che se uno straniero non ha documenti deve pagare una sanzione (5/10mila euro) o essere espulso (art. 14, se non può pagare). In queste condizioni tutto è difficile.

Il ruolo delle chiese

La tratta di esseri umani necessita per la sua complessità di un approccio interdisciplinare. Il fenomeno coinvolge infatti diversi attori (organizzazioni criminali, vittime, forze dell’ordine, operatori sociali, associazioni, clienti) e deve essere gestito attraverso strumenti diversificati e complementari. In particolare:
- le politiche internazionali
- le legislazioni specifiche
- gli interventi sociali specifici a favore delle vittime di tratta
- il coinvolgimento delle società civile e delle chiese
Il traffico di esseri umani è un fenomeno criminale e globale che interessa tutti i paesi:
origine, transito e destinazione.
Le chiese hanno un ruolo nel sostegno alle vittime a diversi livelli:
- creare sensibilità all’interno delle chiese evangeliche rompendo il silenzio che spesso legittima la violenza anche all’interno dei luoghi che noi abitualmente frequentiamo (posto di lavoro, scuola, chiese, ecc).
- mettere in rete le diverse iniziative delle chiese;
- fare pressione politica per promuovere a livello europeo e nazionale una legislazione giusta ed efficace che sia anche in grado di rimuovere le cause del fenomeno;
- lavoro sul campo;
- cura pastorale e sostegno individuale: spesso le donne vittime entrano nelle chiese, e anche se non raccontano la loro storia, sentono il luogo come “protetto” e si avvicinano con fiducia;
- iniziative di formazione di operatori/trici;
- ruolo dei clienti: una parte di essi si rivolge alle prostitute perché si trova in una situazione di forte disagio (ansia, disperazione, emarginazione, solitudine, difficoltà familiari e relazionale, ecc.). Spesso i clienti telefonano al numero verde o si rivolgono alle organizzazioni per capire come aiutare la ragazza. Dunque, spesso i clienti frequentano luoghi “normali” e possono diventare “strumenti” per la fuoriuscita delle vittime dal circuito della prostituzione forzata.
Lavorare all’interno delle chiese per una cultura ed una teologia dell’accoglienza e dell’amore verso tutti e tutte per combattere il pregiudizio e rompere tabù che spesso “condannano” le vittime.
Settembre 2011
Franca Di Lecce
Direttore – Servizio Rifugiati e Migranti
Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

I MINORI STRANIERI VITTIME DI TRATTA

Alla vigilia della Giornata Onu in ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione, che ricorre il 23 agosto di ogni anno, Save the Children ha pubblicato il dossier “I piccoli schiavi invisibili” dedicato al tema della tratta e dello sfruttamento dei minori.
Il dossier è il risultato di una rilevazione realizzata in 15 Regioni italiane in collaborazione con l’associazione On the Road-Consorzio Nova.

Di seguito vi proponiamo la versione integrale del comunicato stampa diffuso da Save the Children.
22 agosto 2011
Tratta e sfruttamento: Save the Children, migliaia i minori vittime di sfruttamento sessuale, che sempre più spesso avviene al chiuso. Persistente lo sfruttamento in accattonaggio, lavoro e attività illegali Non arretra ma anzi sembra consolidarsi il fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori(1), a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro.
Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri: ragazze rumene, nigeriane, albanesi, nordafricane ma anche maschi rumeni, magrebini, egiziani, afgani e Rom rumeni e della ex Jugoslavia.
Per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale, si stimano fra i 1.600 e i 2.000(2) i minori sia femmine che maschi coinvolti in prostituzione su strada. Una porzione significativa rispetto alla prostituzione adulta stimata fra le 19.000 e le 24.000 unità(3). E crescente e allarmante è lo sfruttamento sessuale indoor, nel chiuso di appartamenti: sarebbe 3 volte superiore a quello su strada, con una presenza di minori pari a circa il 10% sul totale degli adulti coinvolti(4). Nascoste agli occhi di tutti, le giovani vittime sono difficilmente raggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo.
Sono alcune delle principali linee di tendenza del fenomeno della tratta e sfruttamento dei minori, secondo il nuovo dossier di Save the Children “I piccoli schiavi invisibili”. Diffuso alla vigilia della Giornata Onu in Ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione (il 23 agosto), il dossier contiene anche i risultati di una rilevazione sulla tratta e sfruttamento sessuale dei minori realizzata in 15 Regioni italiane in collaborazione con l’associazione On the Road-Consorzio Nova attraverso questionari e interviste a operatori, che hanno basato le loro conclusioni sui dati relativi ai minori intercettati nelle loro attività di unità di strada o di accoglienza, dal maggio 2010 al maggio 2011(5).
“Nonostante i molti passi avanti fatti, anche a livello legislativo, sia sul versante della lotta al traffico e allo sfruttamento di minori che della identificazione e aiuto delle vittime, rileviamo con preoccupazione una resistenza e persistenza del fenomeno”, commenta Raffaela Milano, Responsabile Programmi Italia-Europa Save the Children Italia. “Lo sfruttamento avviene sempre di più al chiuso, anche a seguito degli interventi di contrasto da parte delle forze dell'ordine. Per le minori vittime, questo comporta il rischio di subire uno sfruttamento ancora più feroce e invisibile, anche agli occhi degli operatori sociali che vogliano aiutarle. “Per altro verso”, prosegue Raffaela Milano, “le tecniche di assoggettamento si sono affinate. Gli sfruttatori hanno per esempio scoperto la forza del controllo tra “pari”, avvalendosi dei minori stessi per esercitare il controllo sui loro compagni”.
“A questo quadro”, spiega ancora, “bisogna aggiungere il fatto che dietro la gran parte di queste minori ci sono situazioni di grande povertà, bisogno ed emarginazione su cui fanno leva le organizzazioni criminali. E' il caso per esempio delle donne e ragazze nigeriane di cui rileviamo un aumento degli arrivi via mare da Lampedusa proprio in queste ultime settimane. Non si può escludere che fra di esse ci possano essere vittime di tratta, anche in ragione del fatto che, come le stesse Nazioni Unite documentano, sono quasi 6.000 ogni anno le nigeriane che vengono portate in Europa per essere sfruttate. Save the Children sta monitorando con attenzione la situazione delle minori non accompagnate”.
La tratta a scopo di sfruttamento sessuale La rilevazione di Save the Children e On the Road conferma che il gruppo di minori principalmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è costituito da ragazze provenienti dalla Romania (46%) e dalla Nigeria (36%) seguite da ragazze albanesi (11%) e del Nord Africa (7%). Le minori rumene, in quanto cittadine comunitarie e in possesso di documenti, giungono in Italia in modo abbastanza agevole, spesso con la promessa di un lavoro, insieme a fidanzati o comunque a persone di cui si fidano. Una volta in Italia l’assoggettamento può avvenire in due modi: con la violenza o, al contrario, attraverso uno pseudo- legame affettivo.
Questa seconda forma è costruita ad arte dallo sfruttatore che fa percepire alla minore
l’esperienza della prostituzione come funzionale ad un progetto comune di coppia. Si stabilisce così un vincolo psicologico difficile da rompere. Nell’assoggettamento delle ragazze entra in gioco, sempre più spesso, il ruolo del controllo fra “pari”: lo sfruttatore cioè può decidere di imporre a una coetanea delle ragazze il compito di esercitare per suo conto il controllo sulle giovani, le quali hanno in genere più reticenze a ribellarsi a quanto dice “una di loro”, poiché questo significherebbe essere escluse dal gruppo.
Le ragazze nigeriane costituiscono il secondo gruppo numericamente più consistente di vittime di tratta e sfruttamento. Giungono in Italia con falsi documenti e generalità, insieme alla propria sfruttatrice, fatta passare come una sorella o parente, via mare o in aereo, spesso avendo già subito violenza nel proprio paese o durante il viaggio. Per quanto riguarda l’ingresso via mare, in particolare a Lampedusa, si è registrato un incremento consistente di arrivi dalla Nigeria: fra aprile-agosto sono approdati sull’isola 4.935 migranti nigeriani, di cui 984 donne, 194 minori non accompagnati e 89 minori accompagnati persone, con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui sono arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 388 donne, 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti
femmine) e 23 minori accompagnati. In varie parti d’Italia, tanto gli operatori che operano sulla strada, tanto quelli che operano all’interno dei centri per migranti segnalano l’alta probabilità chetra le migranti nigeriane in arrivo vi siano vittime di tratta e sfruttamento. Save the Children ha già individuato alcuni potenziali casi che sono in fase di approfondimento.
Le giovani nigeriane costrette a prostituirsi nel nostro paese, sono sottoposte a un ferreo controllo da parte delle connazionali durante l’attività di prostituzione alla quale sono costrette e convinte anche attraverso riti tradizionali, con cui si vincolano a ripagare un debito molto elevato maturato con il viaggio. A differenza delle ragazze rumene, spesso il loro guadagno consiste solo nel vitto e nell’alloggio. La paura di essere fermate dalle forze dell’ordine ed espulse se riconosciute maggiorenni, le spinge a lavorare in luoghi isolati, il che rende molto difficile il loro “aggancio” da parte dalle associazioni che vogliano aiutarle ad emergere dalla situazione di sfruttamento. Lo sfruttamento sessuale di minori maschi. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i 15 e 18 anni. Risultano essere di recente arrivo e con un vissuto legato alla strada. Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini.
Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I rimi in genere finiscono nel “mercato del sesso” per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno. In genere i minori maschi che si prostituiscono si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Questa pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come “affitto”: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente.
La prostituzione “al chiuso” in appartamento, night, centri massaggi.
E’ un fenomeno sommerso ma di notevoli proporzioni e che comporta uno sfruttamento più pesante, visto il controllo esercitato dagli sfruttatori sulle vittime e la limitata capacità delle operatori delle organizzazioni che operano su strada di raggiungerle. La presenza di minori, in particolare, è sempre più spesso attestata ed in significativa crescita come emerge ad un’analisi attenta delle riviste di annunci espliciti di vendita di sesso a pagamento da cui si evince la giovanissima età di molte prostitute. Si stima che la prostituzione indoor sia 3 volte la prostituzione su strada e che i minori in essa coinvolti siano almeno il 10%. Le ragazze vittime tendono a negare la loro minore età temendo – condizionate dagli sfruttatori – di poter essere arrestate.
Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. Ma si registra una presenza anche di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame. Alcune delle adolescenti Rom sono madri e mendicano con i neonati in braccio.
Minori egiziani e afgani: due gruppi a rischio. 5.850 minori supportati da Save the Children.
Sono minori che - giungendo in Italia da soli, “non accompagnati” - sono esposti al rischio di subire sfruttamento. Sono 6.340(6) i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia:
Afganistan, Tunisia, Egitto e Marocco i principali paesi di provenienza.
I ragazzi egiziani giungono in Italia con un forte determinazione a lavorare per contribuire al proprio sostentamento e a quello delle famiglie che, d’altra parte, pagano ai trafficanti (“smugglers”) cifre notevoli – anche fino a 8.000 euro - per garantire loro il viaggio verso il nostro paese. Alla ricerca dunque spasmodica di un lavoro i minori egiziani – come rilevato da Save the Children attraverso le sue attività di protezione di almeno 5.850 minori migranti non accompagnati fra il 2010 e il 2011 - possono finire in circuiti di sfruttamento lavorativo, per esempio nel settore ortofrutticolo con “guadagni” giornalieri di pochi euro, o cadere vittime di organizzazioni criminali per essere sfruttati nello spaccio di sostanze stupefacenti. L’Italia si conferma un paese di transito per i minori afgani, spinti a partire dall’Afganistan o dal Pakistan o dall’Iran, dove spesso le loro famiglie decidono di rifugiarsi per sottrarsi alla guerra. Pur di raggiungere la meta – cioè il più delle volte i paesi del Nord Europa – sono disposti a tutto:  vivere su strada, fare lavori pericolosi e non retribuiti fino anche a prostituirsi o compiere attività llegali.
Le raccomandazioni di Save the Children “In relazione alla sempre maggiore complessità e spesso invisibilità della tratta e sfruttamento dei minori, è necessario che tutti gli attori coinvolti nel contrasto al fenomeno e nel sostegno ai minori operino in coordinamento e sinergia”, commenta Raffaela Milano. “Per questo è cruciale adottare una strategia e un piano nazionale di lotta alla tratta, che ancora non vede la luce ormai da troppo tempo. E' poi necessario elaborare delle linee-guida per la presa in carico e l'assistenza alle vittime di tratta, con particolare attenzione ai minori e affinare gli strumenti per l'identificazione delle vittime. Save the Children a riguardo ha redatto un manuale che ha portato a conoscenza di tutti gli operatori del settore. Occorre anche Potenziare il sistema nazionale antitratta, attraverso una dotazione finanziaria che assicuri il rafforzamento dei servizi, tra cui le case di fuga, le unità mobili e il coinvolgimento di operatori altamente qualificati e di mediatori culturali, al fine di proteggere le vittime in modo adeguato, conquistando la loro fiducia e garantendo il loro ascolto. L’ottica è quella di un approccio integrato che assicuri la protezione dei minori e degli adulti che sono vittime di tratta e grave sfruttamento oltre che il contrasto alla criminalità. Per quanto riguarda in generale l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, è necessario definire tramite una apposita previsione di legge l’istituzione di un sistema nazionale per la loro protezione che assicuri un’accoglienza adeguata, diffusa sul territorio nazionale, con risorse certe dedicate ed una chiara definizione dei livelli di responsabilità tra Stato centrale, Regioni e Comuni. Bisogna infine lavorare anche con i paesi e le comunità di provenienza delle vittime o potenziali vittime, attraverso campagne di informazione e sensibilizzazione. Save the Children ha per esempio avviato un progetto in Egitto e in Italia che prevede una serie di azioni tese a informare le famiglie e le comunità di provenienza di questi minori migranti sui rischi della migrazione e sulle sue prospettive”.

Per ulteriori informazioni

Ufficio stampa Save the Children Italia,
Tel. 06 48070023;


Note

1 Un minore vittima di tratta è ogni persona al di sotto dei 18 anni che è reclutata, trasportata, trasferita, ospitata o accolta a fine di sfruttamento, sia all’interno che all’esterno di un paese, anche senza che vi sia stata coercizione, inganno, abuso di potere o altra forma di abuso. Per sfruttamento si intende il trarre un ingiusto profitto dalle attività (o da un’azione) altrui tramite una “imposizione” che si basa su una condotta che incide significativamente sulla volontà dell’altro o che fa deliberatamente leva su una capacità di autodeterminazione della vittima sensibilmente diminuita. In particolare il grave sfruttamento può includere: sfruttamento sessuale incluso lo sfruttamento della prostituzione altrui e altre forme di sfruttamento sessuale quali la pornografia e i matrimoni forzati; lavori o servizi forzati incluso il conseguimento di profitti da attività illecite e l’accattonaggio;

schiavitù o pratiche analoghe e servitù; adozioni illegali; asportazione di organi
2 Stima dell’Associazione On the Road
3 Fonte: rilevazione Comune di Roma-Parsec, 2008-2009
4 Fonte: Stima dell’Associazione On the Road, sulla base sia dei riscontri delle unità di strada e dei propri operatori, sia sulla base delle stime globali sulla prostituzione adulta su strada di cui quella dei minori costituisce circa il 10%
5 L’approfondimento si è svolto nel periodo compreso tra gennaio e giugno 2011 attraverso la somministrazione a 32 organizzazioni non profit e istituzioni pubbliche impegnate nel settore della tratta di un questionario semistrutturato e la realizzazione di interviste aperte a operatori e testimoni chiave del settore. 15 le aree regionali coinvolte: Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna. 121 i minori entrati in contatto con gli operatori e le organizzazioni interpellate, fra il maggio 2010 e il maggio 2011.
6 Fonte: Comitato per i Minori Stranieri, agosto 2011.
*Fonte: Save the Children Italia - La versione integrale di “I piccoli schiavi invisibili” è scaricabile all’indirizzo:

Tratto dal dossier monografico del Servizio Rifugiati e Migranti (SRM) della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI)

24/03/2011

Mediterraneo sottosopra: una tragedia annunciata

di Franca Di Lecce, direttore del Servizio rifugiati e migranti della FCEI

La situazione in Libia precipita ogni giorno di più. La rivolta libica è diversa e certamente più complessa, ma strettamente collegata alle rivolte degli altri paesi in Nord Africa.
La sostanziale inerzia e ambiguità del governo italiano sin dall'inizio della rivolta in Libia, ha rimesso al centro la questione dei rapporti con una dittatura che è stata sostenuta a diversi livelli dall'Italia e dalla comunità internazionale.

Difficilmente una guerra porta pace e soluzioni durature e l'Italia, che tanto ha sbandierato i rapporti privilegiati con Gheddafi, ha mostrato ancora una volta la sua ambiguità e incapacità di intraprendere tempestivamente un'iniziativa politica di mediazione e di farsi portavoce di un negoziato diplomatico, proprio in ragione di quella relazione solida e duratura con la Libia.
Sapevamo tutto, o quasi tutto della situazione in Libia, abbiamo letto i numerosi rapporti sulla violazioni dei diritti umani, abbiamo ascoltato le testimonianze dirette sulle torture subite da parte di persone che sono riuscite a fuggire e a raggiungere l'Europa, si sono levate alcune voci critiche - troppo poche o solo inascoltate? - sul trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Sapevamo chi era Gheddafi e in nome di quell'accordo sono stati respinti migranti e i richiedenti asilo che cercavano di raggiungere l'Italia e l'Europa. Ma questa consapevolezza non è bastata, o semplicemente la questione dei diritti umani è subordinata agli interessi economici dei paesi coinvolti.

Ora, siamo di fronte ad un'altra guerra. Ogni guerra è assurda e disumana e non può essere chiamata umanitaria, il governo italiano e la comunità internazionale non hanno avuto la capacità e la volontà politica di trovare risposte adeguate. La strategia del terrore messa in campo dalla Libia era prevedibile e come sempre, accade in ogni guerra, a pagarne il prezzo sono i civili, i profughi, le persone in condizioni di vulnerabilità.

Intanto Lampedusa è di nuovo sotto i riflettori, come avviene a intermittenza da diversi anni, la splendida isola è la tragica metafora del fallimento delle politiche di immigrazione e asilo messe in campo dal governo italiano.

Gli abitanti dell'isola sono esasperati e hanno le loro ragioni, non accettano una politica di scaricamento delle responsabilità del governo centrale e non devono essere lasciati soli. Attualmente sono presenti sull'isola circa 5mila migranti, in maggioranza tunisini, e il centro di accoglienza ne ospita circa 2mila, a fronte di una capienza di 850 posti. Molti migranti dormono all'addiaccio in condizioni igieniche inaccettabili, oltre 200 sono minori, la tensione è alle stelle. Si rischia, come avviene da sempre in Italia, di scaricare la incapacità del Governo di gestire la situazione sulla popolazione e di manipolare quel disagio legittimo e inascoltato.

Ancora una volta le risposte che arrivano sono in chiave emergenziale, e il sistema asilo, già così fragile in Italia, rischia in questa situazione di essere ulteriormente compromesso dalle decisioni del Governo.

Di fronte ai nuovi flussi provenienti dalle aree di crisi del Nord Africa, il Ministro dell'Interno ha proposto soluzioni miopi e irresponsabili, come il trasferimento di richiedenti asilo presenti sul territorio italiano nel centro di Mineo (Catania), ex villaggio dei militari USA e che, per l'occasione, è stato ribattezzato “Villaggio della solidarietà”.

Lo scorso 11 marzo insieme ad alcune organizzazioni del Tavolo Nazionale Asilo, abbiamo chiesto un incontro urgente al prefetto Giuseppe Caruso, Commissario straordinario per l'emergenza immigrati, esprimendo la nostra preoccupazione e il nostro dissenso per il trasferimento annunciato - che già sta avvenendo in questi giorni - dei richiedenti asilo verso il nuovo centro di Mineo. Abbiamo chiesto un confronto sulla gestione complessiva della situazione nuova che si sta creando nel nostro Paese. Finora, nonostante i ripetuti solleciti, non abbiamo ricevuto alcuna risposta, mentre i trasferimenti, vere e proprie deportazioni, di persone già accolte nei vari CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo) sono iniziati, vanificando quei percorsi di accoglienza territoriale già avviati anche in collaborazione con i servizi socio-sanitari e compromettendo le procedure di asilo avviate. Una tale soluzione che, tra l'altro comporta costi enormi, rischia di smantellare e minare profondamente il diritto di asilo in Italia.

Come chiese e enti di tutela dei diritti dei rifugiati e dei migranti continueremo a lavorare perché sia data un'accoglienza dignitosa alle persone in fuga e continueremo, allo stesso tempo, a chiedere l'apertura di un corridoio umanitario che permetta ai profughi di avere una via di fuga.
Il 10 marzo, infatti, abbiamo rivolto un appello all'Unione Europea perché si assumesse l’impegno di un’evacuazione umanitaria immediata di migliaia di persone provenienti dal Corno d'Africa e che sono ancora intrappolati in Libia completamente privi di alcuna protezione e vittime della violenza esercitata sia da parte delle milizie di Gheddafi che da una parte degli insorti.

L'adozione di strumenti adeguati di protezione e l'accoglienza dignitosa delle persone in fuga è una responsabilità inderogabile dell'Unione Europea che sulla questione dei diritti umani troppo spesso balbetta e si nasconde (NEV-notizie evangeliche 12/11).

25/02/2011

Quello che succede sulla sponda sud del Mediterraneo ci riguarda

di Franca Di Lecce, direttore del Servizio rifugiati e migranti della FCEI

La drammatica e dura repressione di questi giorni in Libia, dove è scoppiata la rivolta contro il regime di Gheddafi, rimette in primo piano, e in modo dirompente, la questione dei rapporti Italia-Libia, ma anche i rapporti tra Libia e comunità internazionale. Lo scenario del Mediterraneo è mutato radicalmente in poche settimane e questo richiederà senza dubbio un ripensamento profondo e radicale delle politiche finora portate avanti dall'Italia e dall'Unione Europea anche in tema di immigrazione.

Rivolte di piazza, feriti, morti, scontri, mercenari africani probabilmente reclutati dal regime per sparare sulla folla, defezioni nell'esercito di chi si rifiuta di assecondare la ferocia del tiranno e si unisce ai manifestanti, queste sono le immagini e le notizie che vengono dalla Libia, corrono veloci e ci raggiungono come ammonimento perché nessuno possa dire “io non sapevo”.
L'Italia da anni rivendica il ruolo strategico della Libia nell'area mediterranea e i rapporti privilegiati di cooperazione con il dittatore africano. Il nostro Paese non è soltanto uno dei principali partner commerciali della Libia, ma anche il maggiore esportatore di armamenti, senza dimenticare che ¼ del petrolio italiano viene fornito dalla Libia.

La Libia è diventata da anni un punto di passaggio quasi obbligato per i migranti che dalle regioni periferiche dell'Africa o anche dell'Asia vogliono raggiungere l'Europa e l'Italia, un partner strategico nella “lotta all'immigrazione clandestina”, come si legge nel “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia che il Senato, dopo un iter velocissimo, ha approvato quasi all'unanimità, il 3 febbraio 2009. Il trattato, siglato il 30 agosto 2008 da Berlusconi e Ghedaffi, è il risultato di 10 anni di negoziati dei diversi governi che si sono succeduti nel nostro Paese. I diritti umani sono sempre restati a margine, se non del tutto esclusi, dall'agenda diplomatica di entrambi i paesi. Il Governo e il Parlamento italiani non sembrano essersi preoccupati di questo durante i negoziati e in sede di ratifica dell'accordo, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani dei migranti in Libia siano ampiamente documentate: torture, detenzione arbitraria, espulsioni, violenze, arresti indiscriminanti, abusi verso donne e minori.

Gli effetti del trattato sciagurato li abbiamo visti: persone in fuga da guerre e povertà sono state respinte in Libia come pacchi scomodi di cui disfarsi rapidamente. Molte di quelle persone respinte dal governo italiano hanno tentato ancora di raggiungere l'Europa cambiando rotta e da mesi sono sequestrate dai trafficanti nel deserto del Sinai.

Oggi il popolo libico è in rivolta, chiede libertà, riforme e una vita dignitosa, mentre il tiranno tira dritto e afferma di resistere e andare avanti fino alla morte.

Ma sappiamo bene che non è solo questione di immigrazione: l'aspirazione alla libertà di popoli oppressi si intreccia drammaticamente con gli interessi politici ed economici, con i silenzi e le complicità di tutta la comunità internazionale, e le posizioni che essa prenderà saranno il banco di prova anche delle nostre democrazie.

Mentre l'ONU chiede la fine immediata delle violenze e della repressione, e attraverso l'Alto Commissario per i Diritti Umani, Navy PiIllay, un'inchiesta internazionale sulle violenze libiche e giustizia per le vittime, noi chiediamo con forza in queste drammatiche ore che il Governo Italiano esprima senza indugi una netta condanna della brutale repressione in Libia e che pretenda la cessazione degli attacchi alla popolazione civile. L'Italia, che da anni gioca un ruolo strategico nei rapporti tra la Libia e l'Unione Europea, deve chiedere l'immediata e incondizionata fine della violazione dei diritti umani, insieme alla sospensione della fornitura di armi e munizioni.

Quello che succede sulla sponda sud del Mediterraneo ci riguarda e ci interpella e auspichiamo che l'Italia possa trovare il coraggio di invertire la rotta, anche cambiando strategia sull'immigrazione per iniziare un confronto costruttivo che può avvenire solo a partire dal riconoscimento che la dignità umana è inviolabile e che va data accoglienza dignitosa alle persone in fuga da persecuzioni, guerre e povertà.

Abbiamo oggi la grande opportunità di voltare pagina, se non cadiamo nella trappola della strategia della paura: agitare lo spettro dell'invasione di migliaia di migranti in arrivo sulle nostre coste è disumano, oltre che inutile e dannoso, e serve a chi in questi anni ha fatto affari con i dittatori. Abbiamo la grande opportunità e la responsabilità di sostenere e stare accanto a chi in Algeria, Tunisia, Yemen, Libia e in altri paesi, rompendo il circuito della paura, ha sfidato la dittatura per chiedere il diritto di vivere in dignità (nev-notizie evangeliche 08/11).

14/01/2010

La lezione di Rosarno

di Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia

Sono almeno tre i problemi che la tristissima vicenda di Rosarno ha reso evidenti e che la classe politica, la società civile e quindi anche le diverse comunità cristiane dovrebbero riconosce come vere e proprie emergenze.
La prima è che in Italia il razzismo esiste ed ha la forma brutale e violenta di tutte le discriminazioni basate sul colore delle pelle, l'appartenenza etnica o l'identità religiosa. E, come un'onda che sale, idee, espressioni e linguaggi razzisti coprono le curve degli stadi, si infiltrano sulle pagine dei giornali, armano la mano di killer che vogliono la prova di forza per riaffermare il loro potere.
Il dovere evangelico della verità ci impone di riconoscere questa verità, che non ha senso minimizzare o relativizzare, consolandoci perché Rosarno non è come l'Alabama degli anni '50 o perché i cori contro Balottelli sono ben altra cosa dalle violenze della polizia sudafricana degli anni dell'apartheid. Il razzismo ha molte forme ma non è valutabile quantitavamente: quando si sfruttano gli immigrati per ottenere i finanziamenti europei per l'agricoltura, quando si tollerano ghetti inumani perché garantiscono manodopera a basso costo o quando si spara agli immigrati perché così imparano “a stare al loro posto”, non si è “poco” o “tanto” razzisti a seconda del grado di violenza fisica o verbale dei propri gesti. Si è razzisti e basta.
Né basta ricordare l'ovvietà che a fronte di pochi razzisti, l'assoluta maggioranza degli italiani è composta da persone per bene e civili: persino nelle società organicamente razziste, vi erano e vi sono persone che hanno idee e sensibilità di segno opposto ma queste presenze non annullano né neutralizzano la pericolosità di chi discrimina e colpisce nel nome della supremazia di un colore, di una cultura o di una religione.
La seconda verità che emerge da Rosarno è che interi settori della nostra economia ormai dipendono dalla manodopera degli immigrati. Quest'anno le arance della piana di Gioia Tauro resteranno sugli alberi e se, oggi o domani, gli immigrati presenti in Italia dovessero scioperare milioni di noi resterebbero a casa a badare a nonni, genitori e figli, o troverebbero i propri uffici sporchi ed inaccessibili; interi distretti industriali si fermerebbero, milioni di capi di bestiame resterebbero inaccuditi. Insomma sarebbe la paralisi di un paese nel quale gli immigrati costituiscono oltre il 10% della “manodopera” complessiva.
Il dovere evangelico della giustizia ci impone di riconoscere questo dato di realtà e di ricavarne le necessarie conseguenze. Ciò che noi chiamiamo manodopera sono uomini e donne in carne ed ossa, lavoratori certo, ma anche persone con la loro umanità, le loro speranze, i loro sogni, i loro affetti. E come tutte le persone sono titolari di diritti umani fondamentali: la libertà, l'accesso allo studio, alle cure, la possibilità di cambiare lavoro o residenza. Persone che vivono nella nostra società e fanno oggettivamente parte della nostra comunità. Eppure nella comprensione comune di molti, troppi italiani sono semplicemente degli “extra”, che vengono da fuori e minacciano l'uniformità di ciò che intendiamo come “nostro”: tradizione, cultura e religione.
Per contrastare quest'idea settaria e ossessiva dell'identità nazionale, occorre un nuovo patto di cittadinanza, che riconosca anche agli immigrati diritti fondamentali e li vincoli ai doveri costituzionali. Un patto che per noi protestanti si incrocia con il patto che Dio ha stabilito con l'umanità, e che ci rende tutti uguali, liberi e responsabili.
Il terzo elemento di riflessione è che Rosarno non è un'isola lontana ed anomala ma rappresenta un tragico modello di gestione della presenza di lavoratori stranieri: l'immigrazione senza integrazione. Francia e Regno Unito, così come altri paesi europei, hanno vissuto prima dell'Italia questi problemi, lasciando che all'interno o nelle periferie delle grandi città nascessero ghetti disperati in cui si concentravano sfruttamento, povertà, violenze. Era l'altra città, distante ed opposta da quella ben frequentata, opulenta e ricca di opportunità.
L'Italia, arrivata dopo altri paesi a registrare alti tassi di immigrazione, farebbe ancora in tempo ad evitare errori e problemi riscontrati altrove. Per farlo, più che alle ronde o ai respingimenti, dovrebbe pensare all'integrazione, al presente ed al futuro degli oltre quattro milioni di immigrati regolarmente presenti in Italia. Dovrebbe pensare al sostegno per i bambini stranieri o figli di stranieri che arrivano nelle nostre scuole, a tutelare e garantire chi vive e lavora onestamente, a proteggere la speranza di chi è in Italia per migliorare la propria condizione di vita e quella della propria famiglia.
Vecchi e nuovi provvedimenti in materia di immigrazione vanno in ben altra direzione: non rafforzano i progetti migratori ma li rendono fragili e precari; impediscono la regolarizzazione ed allargano le schiere dei clandestini; sottraggono diritti e quindi indeboliscono i doveri.
Questo abbiamo detto a questo ed a altri governi, questo intendiamo ripetere nel corso di alcuni incontri che chiederemo ai politici di diverso orientamento.
Lo facciamo consapevoli dei nostri limiti ma anche forti dell'esperienza che stiamo vivendo in decine di comunità evangeliche insieme a un crescente numero di fratelli e sorelle immigrati che frequentano le nostre chiese. L'immigrazione ovviamente comporta dolori e problemi, ma in sé non è né un dolore né un problema: al contrario può determinare un'opportunità nuova, aprire nuove relazioni che arricchiscono e rafforzano, così come può spianare strade di convivenza e dialogo ancora inesplorate ed ignote.
Questo diremo nelle prossime settimane ai politici che accetteranno di incontrarci, e lo diremo da cristiani protestanti che predicano e testimoniano la speranza nel Regno che viene. Quella speranza cristiana che per noi non significa sollevarci dal mondo e guardare verso l'alto; ma che al contrario, con i piedi ben saldi per terra, ci impegna a volgere il nostro sguardo verso l'altro che ci viene incontro e si fa nostro prossimo.
(NEV-Notizie evangeliche 02/2010)