Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 14 Dicembre, si terrà alle h.11, seguirà un pranzo comunitario

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 14 non si terrà, ma si terrà nel Tempio di Omegna alle h.11
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16/06/2011

Acqua dono di Dio: rende fertile il giardino che coltiviamo e il pianeta che abitiamo

di Letizia Tomassone


Il risultato dei referendum ha mostrato che la società italiana oggi è percorsa da un desiderio forte di prendere parte attiva alle decisioni che riguardano l’ambiente e l’uso dei beni comuni. Si è levata una nuova volontà di cittadinanza attiva che da tempo non si vedeva. Alcuni la attribuiscono alla presenza di giovani donne e uomini che riprendono la parola in questa società italiana piuttosto degradata e nel mezzo di una forte crisi economica.

Da anni le chiese evangeliche, grazie anche agli stimoli del mondo ecumenico internazionale, sono state attente ai temi della giustizia ambientale e della sostenibilità. Per la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e per le nostre chiese si è trattato quindi di applicare alla situazione nazionale dei processi che riguardano la protezione e la condivisione delle risorse naturali e dei beni comuni in tutto il mondo.

L’acqua è stata per noi al centro dell’attenzione. L’acqua di cui è fatta la nostra vita, l’acqua dono di Dio, l’acqua che rende fertile il giardino che coltiviamo e il pianeta su cui abitiamo.
In molte parti del mondo l’accesso all’acqua è reso difficile per i più poveri e il suo accaparramento diventa motivo di conflitti violenti.

In Italia la situazione è grave da altri punti di vista: il degrado degli acquedotti pubblici, l’abuso delle tasse che gravano sulle fasce sociali più deboli. La tendenza alla privatizzazione dell’acqua in Italia si inserisce comunque in questa tentazione mondiale di una cultura di appropriazione di beni che vengono offerti a tutti dalla natura e vengono trasformati in merci, per la cupidigia dei mercati.

I risultati dei due referendum sull’acqua mostrano che la nostra società non è d’accordo con questo processo di fare di tutto una merce. Proprio una delle norme abrogate dal referendum era quella che garantiva una quota fissa di guadagno alle società private incaricate della riscossione, senza vincolarle a fare investimenti sulle strutture che portano l’acqua.

In questo momento come chiese possiamo quindi dirci soddisfatte di esser state pronte con le nostre elaborazioni sulla salvaguardia del creato, quando la società ha dovuto affrontare dei temi così importanti come i beni comuni e il nucleare.
Il recente incontro ecumenico internazionale di Kingston ha posto al centro dell’attenzione delle chiese i temi interconnessi della giustizia in vista della pace e della giustizia ambientale come risorsa di pace. Le chiese hanno quindi oggi una certa sintonia con molta parte della società civile, e hanno gli strumenti teologici ed ecumenici per intervenire. Questo dovrebbe essere sempre uno dei modi in cui le chiese mettono la loro spiritualità a servizio del mondo, “perché tutti abbiano vita in pienezza”. Di fronte alle emergenze sociali e ambientali le chiese possono essere espressioni della pace di Dio, scintille della sua luce più ampia, come dice il documento finale di Kingston. (nev-notizie evangeliche 24/11)

24/03/2011

Mediterraneo sottosopra: una tragedia annunciata

di Franca Di Lecce, direttore del Servizio rifugiati e migranti della FCEI

La situazione in Libia precipita ogni giorno di più. La rivolta libica è diversa e certamente più complessa, ma strettamente collegata alle rivolte degli altri paesi in Nord Africa.
La sostanziale inerzia e ambiguità del governo italiano sin dall'inizio della rivolta in Libia, ha rimesso al centro la questione dei rapporti con una dittatura che è stata sostenuta a diversi livelli dall'Italia e dalla comunità internazionale.

Difficilmente una guerra porta pace e soluzioni durature e l'Italia, che tanto ha sbandierato i rapporti privilegiati con Gheddafi, ha mostrato ancora una volta la sua ambiguità e incapacità di intraprendere tempestivamente un'iniziativa politica di mediazione e di farsi portavoce di un negoziato diplomatico, proprio in ragione di quella relazione solida e duratura con la Libia.
Sapevamo tutto, o quasi tutto della situazione in Libia, abbiamo letto i numerosi rapporti sulla violazioni dei diritti umani, abbiamo ascoltato le testimonianze dirette sulle torture subite da parte di persone che sono riuscite a fuggire e a raggiungere l'Europa, si sono levate alcune voci critiche - troppo poche o solo inascoltate? - sul trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Sapevamo chi era Gheddafi e in nome di quell'accordo sono stati respinti migranti e i richiedenti asilo che cercavano di raggiungere l'Italia e l'Europa. Ma questa consapevolezza non è bastata, o semplicemente la questione dei diritti umani è subordinata agli interessi economici dei paesi coinvolti.

Ora, siamo di fronte ad un'altra guerra. Ogni guerra è assurda e disumana e non può essere chiamata umanitaria, il governo italiano e la comunità internazionale non hanno avuto la capacità e la volontà politica di trovare risposte adeguate. La strategia del terrore messa in campo dalla Libia era prevedibile e come sempre, accade in ogni guerra, a pagarne il prezzo sono i civili, i profughi, le persone in condizioni di vulnerabilità.

Intanto Lampedusa è di nuovo sotto i riflettori, come avviene a intermittenza da diversi anni, la splendida isola è la tragica metafora del fallimento delle politiche di immigrazione e asilo messe in campo dal governo italiano.

Gli abitanti dell'isola sono esasperati e hanno le loro ragioni, non accettano una politica di scaricamento delle responsabilità del governo centrale e non devono essere lasciati soli. Attualmente sono presenti sull'isola circa 5mila migranti, in maggioranza tunisini, e il centro di accoglienza ne ospita circa 2mila, a fronte di una capienza di 850 posti. Molti migranti dormono all'addiaccio in condizioni igieniche inaccettabili, oltre 200 sono minori, la tensione è alle stelle. Si rischia, come avviene da sempre in Italia, di scaricare la incapacità del Governo di gestire la situazione sulla popolazione e di manipolare quel disagio legittimo e inascoltato.

Ancora una volta le risposte che arrivano sono in chiave emergenziale, e il sistema asilo, già così fragile in Italia, rischia in questa situazione di essere ulteriormente compromesso dalle decisioni del Governo.

Di fronte ai nuovi flussi provenienti dalle aree di crisi del Nord Africa, il Ministro dell'Interno ha proposto soluzioni miopi e irresponsabili, come il trasferimento di richiedenti asilo presenti sul territorio italiano nel centro di Mineo (Catania), ex villaggio dei militari USA e che, per l'occasione, è stato ribattezzato “Villaggio della solidarietà”.

Lo scorso 11 marzo insieme ad alcune organizzazioni del Tavolo Nazionale Asilo, abbiamo chiesto un incontro urgente al prefetto Giuseppe Caruso, Commissario straordinario per l'emergenza immigrati, esprimendo la nostra preoccupazione e il nostro dissenso per il trasferimento annunciato - che già sta avvenendo in questi giorni - dei richiedenti asilo verso il nuovo centro di Mineo. Abbiamo chiesto un confronto sulla gestione complessiva della situazione nuova che si sta creando nel nostro Paese. Finora, nonostante i ripetuti solleciti, non abbiamo ricevuto alcuna risposta, mentre i trasferimenti, vere e proprie deportazioni, di persone già accolte nei vari CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo) sono iniziati, vanificando quei percorsi di accoglienza territoriale già avviati anche in collaborazione con i servizi socio-sanitari e compromettendo le procedure di asilo avviate. Una tale soluzione che, tra l'altro comporta costi enormi, rischia di smantellare e minare profondamente il diritto di asilo in Italia.

Come chiese e enti di tutela dei diritti dei rifugiati e dei migranti continueremo a lavorare perché sia data un'accoglienza dignitosa alle persone in fuga e continueremo, allo stesso tempo, a chiedere l'apertura di un corridoio umanitario che permetta ai profughi di avere una via di fuga.
Il 10 marzo, infatti, abbiamo rivolto un appello all'Unione Europea perché si assumesse l’impegno di un’evacuazione umanitaria immediata di migliaia di persone provenienti dal Corno d'Africa e che sono ancora intrappolati in Libia completamente privi di alcuna protezione e vittime della violenza esercitata sia da parte delle milizie di Gheddafi che da una parte degli insorti.

L'adozione di strumenti adeguati di protezione e l'accoglienza dignitosa delle persone in fuga è una responsabilità inderogabile dell'Unione Europea che sulla questione dei diritti umani troppo spesso balbetta e si nasconde (NEV-notizie evangeliche 12/11).

16/03/2011

Gli evangelici e il Risorgimento

di Domenico Maselli, storico, già presidente della FCEI

Gli evangelici italiani partecipano con convinzione e commozione alla festa per i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, consci dell’importanza dell’unificazione della penisola e del contributo dato al Risorgimento dagli evangelici italiani e stranieri.

Tra i primi ricordiamo il gran numero di esuli per ragioni politiche dal 1821 al 1850, che divennero evangelici perché associarono alla libertà della patria, quella spirituale trovata in Cristo. Il recente libro edito dalla nostra Federazione (“Scelte di fede e di libertà. Profili di evangelici nell’Italia unita”), ne dà un’eloquente prova.
In secondo luogo ricordiamo le comunità protestanti straniere in Italia spesso formate da oriundi i cui avi erano fuggiti all’estero dopo il fallimento della Riforma italiana del ‘500. Da esso derivò quell’evangelismo toscano, che perseguitato dal granduca per motivi religiosi, attirò l’interesse del protestantesimo internazionale sulla causa italiana favorendo l’azione di Cavour e Garibaldi.

Del resto il protestantesimo internazionale influenzato dal Risveglio vedeva nella caduta del potere temporale del papa uno dei segni dell’imminente ritorno di Cristo. Il governo inglese presentò in termini drammatici al congresso di Parigi del 1856 la situazione italiana, favorì nel 1859 l’azione del Cavour per l’unione di Toscana ed Emilia con il Regno Sardo e la formazione del Regno dell’Italia Settentrionale e Centrale. Nell’impresa dei mille vi era una legione protestante inglese con lo stesso segretario di Palmerston, Ashley Shaftesbury, figlio del presidente della Christian Alliance protestante.
Tutti gli evangelici italiani, sia politicamente più moderati e cavouriani, come i valdesi o il conte Guicciardini, o garibaldini e mazziniani come i Liberi, desideravano ardentemente l’Unità d’Italia sperando che avrebbe portato con sé una profonda riforma morale e civile. Essi accompagnavano la loro azione con la diffusione della Bibbia.

Temevano che un’unificazione indistinta impedisse l’evoluzione delle regioni più deboli del paese e proponevano il mantenimento di una separazione amministrativa e doganale tra Nord e Sud. Inoltre erano contrari alla religione di stato di cui temevano tutti i pericoli. La prima esigenza era stata capita dal Cavour ma la sua morte impedì che fosse recepita.
Una seconda volta gli evangelici furono in primo piano nella ripresa degli ideali risorgimentali nella Resistenza ed ora non possono non riaffermare con forza quegli ideali in un momento in cui una pesante crisi morale, spirituale e civile, oltre che politica, economica e sociale grava sul nostro paese e ne rende oscuro il futuro. Vorremmo contribuire in umiltà, ma con decisione insieme con tutte le forze sane della Nazione a riaffermare gli ideali per cui morirono i martiri del Risorgimento e della Resistenza. (nev-notizie evangeliche, 11/2011)

25/02/2011

Quello che succede sulla sponda sud del Mediterraneo ci riguarda

di Franca Di Lecce, direttore del Servizio rifugiati e migranti della FCEI

La drammatica e dura repressione di questi giorni in Libia, dove è scoppiata la rivolta contro il regime di Gheddafi, rimette in primo piano, e in modo dirompente, la questione dei rapporti Italia-Libia, ma anche i rapporti tra Libia e comunità internazionale. Lo scenario del Mediterraneo è mutato radicalmente in poche settimane e questo richiederà senza dubbio un ripensamento profondo e radicale delle politiche finora portate avanti dall'Italia e dall'Unione Europea anche in tema di immigrazione.

Rivolte di piazza, feriti, morti, scontri, mercenari africani probabilmente reclutati dal regime per sparare sulla folla, defezioni nell'esercito di chi si rifiuta di assecondare la ferocia del tiranno e si unisce ai manifestanti, queste sono le immagini e le notizie che vengono dalla Libia, corrono veloci e ci raggiungono come ammonimento perché nessuno possa dire “io non sapevo”.
L'Italia da anni rivendica il ruolo strategico della Libia nell'area mediterranea e i rapporti privilegiati di cooperazione con il dittatore africano. Il nostro Paese non è soltanto uno dei principali partner commerciali della Libia, ma anche il maggiore esportatore di armamenti, senza dimenticare che ¼ del petrolio italiano viene fornito dalla Libia.

La Libia è diventata da anni un punto di passaggio quasi obbligato per i migranti che dalle regioni periferiche dell'Africa o anche dell'Asia vogliono raggiungere l'Europa e l'Italia, un partner strategico nella “lotta all'immigrazione clandestina”, come si legge nel “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia che il Senato, dopo un iter velocissimo, ha approvato quasi all'unanimità, il 3 febbraio 2009. Il trattato, siglato il 30 agosto 2008 da Berlusconi e Ghedaffi, è il risultato di 10 anni di negoziati dei diversi governi che si sono succeduti nel nostro Paese. I diritti umani sono sempre restati a margine, se non del tutto esclusi, dall'agenda diplomatica di entrambi i paesi. Il Governo e il Parlamento italiani non sembrano essersi preoccupati di questo durante i negoziati e in sede di ratifica dell'accordo, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani dei migranti in Libia siano ampiamente documentate: torture, detenzione arbitraria, espulsioni, violenze, arresti indiscriminanti, abusi verso donne e minori.

Gli effetti del trattato sciagurato li abbiamo visti: persone in fuga da guerre e povertà sono state respinte in Libia come pacchi scomodi di cui disfarsi rapidamente. Molte di quelle persone respinte dal governo italiano hanno tentato ancora di raggiungere l'Europa cambiando rotta e da mesi sono sequestrate dai trafficanti nel deserto del Sinai.

Oggi il popolo libico è in rivolta, chiede libertà, riforme e una vita dignitosa, mentre il tiranno tira dritto e afferma di resistere e andare avanti fino alla morte.

Ma sappiamo bene che non è solo questione di immigrazione: l'aspirazione alla libertà di popoli oppressi si intreccia drammaticamente con gli interessi politici ed economici, con i silenzi e le complicità di tutta la comunità internazionale, e le posizioni che essa prenderà saranno il banco di prova anche delle nostre democrazie.

Mentre l'ONU chiede la fine immediata delle violenze e della repressione, e attraverso l'Alto Commissario per i Diritti Umani, Navy PiIllay, un'inchiesta internazionale sulle violenze libiche e giustizia per le vittime, noi chiediamo con forza in queste drammatiche ore che il Governo Italiano esprima senza indugi una netta condanna della brutale repressione in Libia e che pretenda la cessazione degli attacchi alla popolazione civile. L'Italia, che da anni gioca un ruolo strategico nei rapporti tra la Libia e l'Unione Europea, deve chiedere l'immediata e incondizionata fine della violazione dei diritti umani, insieme alla sospensione della fornitura di armi e munizioni.

Quello che succede sulla sponda sud del Mediterraneo ci riguarda e ci interpella e auspichiamo che l'Italia possa trovare il coraggio di invertire la rotta, anche cambiando strategia sull'immigrazione per iniziare un confronto costruttivo che può avvenire solo a partire dal riconoscimento che la dignità umana è inviolabile e che va data accoglienza dignitosa alle persone in fuga da persecuzioni, guerre e povertà.

Abbiamo oggi la grande opportunità di voltare pagina, se non cadiamo nella trappola della strategia della paura: agitare lo spettro dell'invasione di migliaia di migranti in arrivo sulle nostre coste è disumano, oltre che inutile e dannoso, e serve a chi in questi anni ha fatto affari con i dittatori. Abbiamo la grande opportunità e la responsabilità di sostenere e stare accanto a chi in Algeria, Tunisia, Yemen, Libia e in altri paesi, rompendo il circuito della paura, ha sfidato la dittatura per chiedere il diritto di vivere in dignità (nev-notizie evangeliche 08/11).

17/02/2011

La nascita dell'Italia e l'affermazione dei diritti di libertà

di Adriano Prosperi, saggista e storico

Quest’anno la tradizionale ricorrenza della “Settimana della libertà” con cui gli evangelici italiani celebrano la concessione dei diritti civili da parte di Carlo Alberto ai valdesi del suo regno si incontra con la celebrazione del 150° anniversario della nascita della nazione italiana. E questo vale a ricordarci che fu nel segno della libertà religiosa che si ebbe il preludio dell’affermazione dell’unità nazionale. E’ un dato storico che conferma la validità di un principio affermato da un grande storico, giurista e testimone civile, Francesco Ruffini (uno degli undici professori che non giurarono fedeltà al regime fascista): il principio che dice che la libertà religiosa è la prima libertà, senza la quale le altre non nascono e non si sostengono. La libertà di religione si intreccia dunque con quella religione della libertà che secondo Benedetto Croce fu il lievito dei movimenti e delle speranze ideali della storia europea dell’800. E fu “la sincera fede di Cavour nella libertà” che “generò quel suo programma di rapporti tra Stato e Chiesa sintetizzato nella formula “libera Chiesa in libero Stato”: così si espresse Arturo Carlo Jemolo in un disegno dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia che è ancor oggi un testo capitale della nostra cultura storica.

Come ben sappiamo, quei principi di libertà e di distinzione tra fede religiosa e vincolo di appartenenza alla nazione e di rispetto delle sue leggi non ebbero vita tranquilla. E’ stato un lungo e complicato percorso quello che ha visto continue oscillazioni tra il rispetto della libertà religiosa dei cittadini e l’impulso a ristabilire diversità di diritti tra una religione promossa a culto ufficiale dello Stato e i molti e diversi culti definiti come semplicemente “ammessi”. Quando la legge delle Guarentigie collocò sullo stesso livello di gravità le offese al sovrano e quelle al pontefice romano si dovette tutelare con un apposito comma la libertà di discutere di materie religiose, al fine di evitare quell’accusa di “lesa maestà” che per secoli aveva equiparato il dissidente di religione al rivoluzionario e al ribelle politico.

I lunghi secoli della Controriforma hanno radicato nel costume e nella cultura ufficiale italiana una forma di ossequio formale al culto cattolico romano e una sostanziale indifferenza e ignoranza religiosa che riappaiono spesso come un vero “costume di casa”. Ma la svolta dell’Unità italiana conserva intatto il suo valore di spartiacque tra tutta la storia italiana precedente e quella successiva: un valore che ci possiamo rappresentare al vivo ricordando quante cose cambiarono allora nelle leggi e nelle pratiche sociali del paese. Basterà un semplice episodio a raffigurarci al vivo la portata di quella svolta: un grande avvocato destinato a luminosa carriera di studioso e di criminalista, Francesco Carrara, riuscì a salvare la vita di alcuni imputati di sacrilegio nella Lucca preunitaria con l’artificio di prolungare abbastanza la durata del processo fino al momento in cui con l’Unità italiana decadde quel mostruoso codice lucchese che aveva restaurato antiche e durissime norme elaborate a tutela dell’unico culto consentito. E non fu certo per caso che Francesco Ruffini conducesse le sue ricerche su alcuni eretici italiani del ‘500 mentre pubblicava uno stupendo libro di solida dottrina e di vibrante passione civile nelle edizioni di Piero Gobetti nell’anno 1926: un libro che si apriva con la domanda:”Il popolo italiano continuerà a godere di quelle libertà costituzionali che lo Statuto gli garantiva... o ne sarà a un tratto spogliato?”. Sappiamo quale fu la risposta della storia. E sappiamo anche che l’alleanza del regime fascista con la Chiesa cattolica aprì una ferita profonda nelle coscienze e lasciò una pesante eredità alla Repubblica italiana con quel concordato che modificava i rapporti tra le varie confessioni religiose presenti sul territorio della nazione.

Oggi nel bilancio che la ricorrenza imposta dalla “religione laica” dei centenari ci obbliga a fare, va riconosciuto alle minoranze religiose storicamente presenti e attive in Italia il merito di avere sempre combattuto per conquistare per sé e per tutti gli italiani il diritto alla libertà religiosa. La ricostruzione della partecipazione attiva dei protestanti alle lotte del Risorgimento e alla vita politica e culturale della nazione italiana nel suo primo cinquantennio quale fu portata avanti dalle appassionate ricerche di un Giorgio Spini storico e uomo di fede metodista, ha rivelato un panorama ricco di presenze fondamentali della nostra cultura, senza le quali l’inserimento dell’Italia nel contesto delle nazioni moderne sarebbe stato assai più lento e difficile di quello che di fatto è stato e l’elenco delle nostre istituzioni culturali – scuole e biblioteche, libri e riviste, circoli e luoghi di memoria – risulterebbe assai più povero.

Oggi è nel contesto di un mondo contemporaneo dove le guerre di religione divampano ancora ma lontano dai nostri confini, che possiamo guardare alla nascita dell’Italia unita come a un momento di svolta decisivo sulla via dell’affermazione dei diritti di libertà. Se nei secoli di storia del nostro paese precedenti alla nascita dell’Italia unita la lotta per la libertà religiosa fu a lungo un fatto di ristrette minoranze e di testimonianze individuali di fede e di passione, i 150 anni della nazione unita hanno radicato in profondità il costume della tolleranza e reso sempre più raro e insolito il pericolo dell’aggressione contro i diversi e i dissenzienti, mentre le presenze di religioni e di confessioni nel corpo della nostra società si vanno sempre più moltiplicando. Tutto questo permette di guardare con fiducia alla augurabile crescita dei diritti di libertà e al costume del rispetto dovuto a ogni scelta religiosa che non leda i diritti altrui. Ma se è doveroso celebrare quei lontani inizi della nazione italiana sotto la bandiera ideale dei diritti di libertà, non per questo ci si deve nascondere che nessun diritto si mantiene se non c’è una coscienza civile desta e pronta a resistere ai tentativi di sopraffazione comunque mascherati: e la realtà italiana di un regime di diritti costituzionali che ha accolto nella Carta fondamentale i Patti Lateranensi è anche la realtà di un paese che vede, come scriveva ancora Arturto Carlo Jemolo, la perenne tentazione di un “confessionismo statale” capace di alterare in concreto e di rendere meno efficace il diritto della libertà religiosa. Per questo bisogna essere grati a coloro che mantengono viva e attuale la tradizione risorgimentale della lotta per una corretta interpretazione e una concreta e sempre più ampia attuazione del principio cavouriano di “libera Chiesa in libero Stato” (nev-notizie evangeliche 07/11).

19/01/2011

Il presidente dell’Unione battista scrive al presidente Berlusconi

Roma (NEV), 19 gennaio 2011 - In seguito alle vicende di cronaca di questi giorni, il presidente dell’Unione cristiana evangelica battista in Italia (UCEBI), pastore Raffaele Volpe, ha inviato oggi una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Di seguito riportiamo il testo della lettera.

“Signor Presidente, Le scrivo come presidente dell’Unione Cristiana Evangelica Battista in Italia, ma soprattutto come pastore, per indirizzarLe alcuni passi del Salmo di Davide (101). Davide, come uomo di governo, non seppe sempre gestire bene il delicato rapporto tra il potere e la responsabilità. In questa preghiera che rivolge a Dio, assume degli impegni molto chiari in cui egli impone un limite al suo potere e rende evidente la sua responsabilità.

Pongo alla Sua attenzione questi impegni, lo faccio non solo nel ruolo di pastore, ma anche come cittadino e come credente; in un tempo di degrado morale della vita italiana, Le chiedo di confrontarsi con una Parola più autorevole della mia o di quella di chiunque altro. Una Parola che ha effettivamente il potere di giudicare e di assolvere.

Salmo 101: Canterò la bontà e la giustizia; Avrò cura di camminare nell'integrità; Camminerò con cuore integro, dentro la mia casa; Non mi proporrò nessuna cosa malvagia; Allontanerò da me il cuore perverso; Avrò gli occhi sui fedeli del paese per tenerli vicini a me; Chi cammina per una via irreprensibile sarà mio servitore; Chi agisce con inganno non abiterà nella mia casa.

Nella speranza che Lei potrà riservare a queste parole l’attenzione dovuta, le rivolgo i miei più cordiali saluti.”

06/10/2009

Ladri difesi a colpi di scudo

In Italia l’evasione fiscale è sì un reato ma alla fine è condonabile e anche premiata con il pacco dono della depenalizzazione del falso in bilancio: peggio di così!
Giovanni Arcidiacono


«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva… Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53 Costituzione Italiana). Questo principio costituzionale ha formato e informato la coscienza di generazioni di docenti e professionisti che hanno operato e ancora oggi operano nei settori economici più disparati e che hanno creduto, soprattutto dopo la riforma fiscale del 1972, alla possibilità
di una significativa e duratura inversione di tendenza nel rapporto fiduciario tra cittadini e lo Stato, convinti che si potesse restituire alle generazioni future il principio della responsabilità del cittadino contribuente di fronte allo Stato nell’ambito del rapporto costi-benefici: la partita del Dare rappresentata dalle imposte prelevate dallo Stato in ragione della capacità contributiva di ciascuno e la partita dell’Avere, rappresentata dalla quantità e qualità di servizi erogati dallo Stato per il benessere della collettività.
Si è trattato di una lunga e lenta azione pedagogica e professionale orientata al superamento di una cultura fiscale che, formatasi nei secoli passati, ed essenzialmente fondata sul rapporto di sottomissione del subditus nei confronti dello Stato, aveva favorito il diffondersi di un agire illegale noto come «evasione fiscale», aggravando il bilancio dello Stato con evidenti squilibri sociali sul piano della equità fiscale e della distribuzione dei redditi.
Il primo atto di clemenza tributaria fu avviato proprio all’indomani della riforma tributaria dall’allora ministro Colombo, che avvertì la necessità di introdurre nella legislazione fiscale il concetto di «condono» nella convinzione che fosse il primo e l’ultimo, in quanto in costanza del nuovo regime tributario le entrate dello Stato sarebbero state accertate con maggior rigore al fine di garantire, migliorandolo, lo stato sociale per la collettività. Così non fu: negli anni successivi si sono susseguiti condoni e «scudi fiscali» che hanno nei fatti ostacolato significativamente l’azione di chi testardamente ha difeso, nelle varie sedi professionali, l’esigenza di una giustizia sociale equitativa.
In particolare, l’istituto dello Scudo fiscale reca in sé non solo una cultura premiante chi ha esportato capitali all’estero e/o nei cosiddetti paradisi fiscali, proteggendo patrimoni e ricchezze di provenienza spesso illegale e criminale dalla scure del fisco, ma anche una percezione culturale secondo cui l’evasione fiscale è sì un reato, ma alla fine condonabile, e, sul piano etico soprattutto, è un furto.
È difficile oggi convincere gli imprenditori, nel rapporto fiduciario professionale, che l’evasione fiscale è riconducibile a tutti gli effetti alla fattispecie del «furto», perché si concretizza la «sottrazione» di risorse allo Stato, creando una sperequazione tra le categorie sociali di sempre più vaste dimensioni, in particolare tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi: i primi tassati alla fonte e i secondi solo su quanto dichiarato, salvo accertamenti.
Con la recente introduzione dello Scudo fiscale ter non solo si prevede l’istituzione di una minima imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali (5%), ma anche l’anonimato, l’assoluta certezza che nessun accertamento sarà applicato da parte dello Stato e un pacchetto «dono» composto da varie depenalizzazioni a partire dal reato di falso in bilancio. Con lo Scudo fiscale ter prende corpo e sostanza la dichiarazione dell’attuale presidente del Consiglio fatta nel 2004 secondo cui «L’evasione fiscale per chi paga il 50% di tasse è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini e non ti fa sentire moralmente colpevole» (Berlusconi).
Oggi non è il tempo della lotta all’evasione fiscale, ma è il tempo in cui si riducono la quantità e la qualità dei servizi sociali, a partire dalla scuola: le ragioni del Dare (entrate) prevalgono sulle ragioni dell’Avere (servizi). La partita doppia di questa contabilità presenta un saldo negativo pesantissimo da sopportare per le giovani generazioni. L’abbassamento del livello complessivo del sistema scuola in Italia grida vendetta e il richiamo, per citare lo scomparso Ralf Dahrendorf, recentemente fatto dal presidente della Repubblica Napolitano è più che opportuno: «La principale ragione per istruire i cittadini non è il fatto che ciò comporta evidenti vantaggi economici per il paese, ma il principio secondo cui “ogni essere umano, dovunque sia nato e di chiunque sia figlio, deve avere l’opportunità di sviluppare i propri talenti”». È quello che dice d’altronde l’articolo 2 della nostra Costituzione, quella «legge delle leggi» che è oggetto di specifico insegnamento nelle scuole: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana», dice la nostra Carta. E tra questi ostacoli il maggiore è forse proprio quello di un insufficiente livello di istruzione».
In qualità di commissario agli esami di Stato, ho toccato con mano la gravità dell’insufficienza del sistema scolastico che premia studenti di scuole private che non studiano, non frequentano le lezioni, ma pagano profumatamente il loro «diritto all’istruzione». E allora v’è da sottolineare una saldatura tra l’evasione fiscale e l’evasione scolastica dalla scuola pubblica a favore della scuola privata: si può rubare anche il titolo di Ragioniere!
E le chiese in tutto questo processo di disgregazione sociale che ruolo hanno in Italia? Quale parola possono annunciare? E qual è la parola che non annunciano? A mio giudizio va preso sul serio il comandamento «Non rubare». Ci si deve chiedere se si può continuare a servire le istituzioni, a esempio quelle finanziarie, che sempre più sono implicate in processi di globalizzazione crescente e che partecipano a sistemi di scambio sempre più violenti e immorali. Non rubare significa anche impegnarsi nella lotta contro l’evasione fiscale perché attiene nelle democrazie avanzate alla lotta contro la povertà e alla realizzazione di una giusta distribuzione della ricchezza. Scudo fiscale e «Scudo Istruzione» sono i segni della prevalenza del criterio del rubare.
Che fare? Ci rimane quanto ci suggerisce Eric Fuchs: «la possibilità di trasgredire la falsa sacralità del denaro attraverso la rivendicazione perseverante all’onestà e alla generosità»
* docente di Economia aziendale e dottore commercialista a Bari

28/05/2009

Lettera aperta ai presidenti delle istituzioni europee

«Dal 28 al 30 aprile 2009, i rappresentanti delle chiese europee si sono incontrati a Bruxelles e a Malines, in Belgio, in occasione di una conferenza intitolata: «Ridefinire le politiche economiche e sociali europee in tempi incerti». La conferenza era organizzata dalla Commissione Chiesa e società della Conferenza delle chiese europee (Kek). Abbiamo incontrato i membri del Parlamento europeo, i rappresentanti della Presidenza europea e della Commissione europea. In conclusione delle nostre discussioni, vorremmo condividere le nostre vedute sulla situazione economica e sociale in Europa, fondate sulle esperienze delle nostre diverse comunità. In quanto cristiani, la nostra prima preoccupazione è il benessere delle persone. Questo fa parte del nostro impegno di amare i nostri vicini.
Commissione Chiesa e società della Kek
«Dal 28 al 30 aprile 2009, i rappresentanti delle chiese europee si sono incontrati a Bruxelles e a Malines, in Belgio, in occasione di una conferenza intitolata: «Ridefinire le politiche economiche e sociali europee in tempi incerti». La conferenza era organizzata dalla Commissione Chiesa e società della Conferenza delle chiese europee (Kek). Abbiamo incontrato i membri del Parlamento europeo, i rappresentanti della Presidenza europea e della Commissione europea. In conclusione delle nostre discussioni, vorremmo condividere le nostre vedute sulla situazione economica e sociale in Europa, fondate sulle esperienze delle nostre diverse comunità. In quanto cristiani, la nostra prima preoccupazione è il benessere delle persone. Questo fa parte del nostro impegno di amare i nostri vicini.
Siamo convinti che la crisi attuale sia molto più profonda di quanto le analisi delle istituzioni europee abbiano lasciato intendere finora. La crisi rimette in discussione un certo numero di evidenze su cui si sono basate le politiche economiche dell’Unione europea negli ultimi decenni, quali la deregulation, il primato dei criteri economici in tutti i campi della vita nonché lo spazio esorbitante lasciato al profitto e la crescita senza limiti. La crisi attuale è in gran parte una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni politiche e finanziarie e nei confronti del sistema che l’ha provocata.

Questa crisi ha una dimensione etica importante: le nostre società soffrono di uno stile di vita che si concentra sul profitto individuale, il consumo e l’avidità anziché assumere responsabilità per l’interesse generale, il benessere di tutti, il futuro di ciascuno nel mondo in cui viviamo.
La crisi economica deve essere vista in connessione con altri grandi problemi che dobbiamo affrontare: il cambiamento climatico, la crisi dell’energia e delle riserve d’acqua, la mancanza di cibo, problemi che hanno impatti notevoli in molte zone del mondo. Il problema delle evoluzioni demografiche ci costringe a orientarci verso politiche sostenibili. Una risposta coerente di fronte al-l’ampiezza degli sconvolgimenti politici è inevitabile.

Supponendo che questo approccio sia corretto, temiamo che le misure che sono state prese dall’Unione europea e dai suoi Stati membri non rispondano al problema ma che esse agiscano semplicemente sui suoi sintomi.
Stimolare il consumo non farebbe che aumentare le disuguaglianze già esistenti, saccheggiando le risorse naturali, provocando cambiamenti irreversibili sul clima del pianeta e distruggendo la biodiversità naturale. Alimentare un debito pubblico sempre più ampio non è sostenibile, ed è contrario all’etica. E non farà altro che ritardare la crisi, senza contribuire a risolverla.

Le chiese europee comprendono questa crisi come un appello al cambiamento. Tornare al «business as usual» non risolverà nulla. Per raccogliere le sfide della crisi, sarà necessario giungere a cambiamenti significativi nelle politiche economiche e sociali dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.
Cambiare significa trasmettere con più forza i valori dell’Europa nell’economia come nella politica sociale e ambientale. Il trattato di Lisbona stabilisce i valori di base dell’Unione europea in quanto «rispetto per la dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, la giustizia, la solidarietà tra gli uomini e le donne» (art. 2). Il trattato propone la piena occupazione, il progresso sociale, l’alto livello di protezione e il miglioramento della qualità dell’ambiente come elementi essenziali di un «mercato economico e sociale altamente competitivo» (art. 3). Una valutazione sociale ed ecologica di tutte le misure prese dall’Unione europea e dai suoi Stati membri potrebbe in seguito assicurare una risposta duratura alla crisi economica.

Cambiare significa rivedere sostanzialmente la strategia del trattato di Lisbona, che è stata sviluppata quando il mercato economico parzialmente regolato sembrava fiorente. Ora è ovvio che la strategia dell’Ue fondata sulla crescita e l’occupazione non fornisce gli strumenti appropriati per una guarigione economica. Chiediamo all’Ue di investire di più sugli individui: l’educazione, la formazione professionale, l’apprendimento durante tutta la vita, l’innovazione e la ricerca. Un’educazione di alta qualità comincia da giovane e necessita il supporto di un sistema sociale che funzioni bene.

Cambiare significa ridurre significativamente il livello di disoccupazione nella Unione europea. Siamo preoccupati della banalizzazione della segmentazione del lavoro con sempre più lavori precari e l’aumento dell’emarginazione di gruppi specifici come i disoccupati a lunga scadenza, gli individui meno istruiti, le persone disabili o gli immigrati. Nel pensiero cristiano, il lavoro non è soltanto un fattore di produttività ma anche un elemento centrale della personalità umana e della sua partecipazione alla vita della società. In questa crisi, i sistemi di apprendimento devono essere accessibili a tutti nella società, a prescindere dagli alti e bassi del mercato del lavoro. Allo stesso modo, una nuova organizzazione che proponga transizioni tra posti di lavoro senza tagli all’occupazione, già sperimentate in alcuni Stati membri, offre un’alternativa che permette di evitare la perdita di occupazione e di reddito.

Il finanziamento dell’Ue dovrebbe essere utilizzato più efficacemente per raggiungere i più vulnerabili. La povertà e l’esclusione sociale vengono spesso percepite come problemi urbani. Ci interroghiamo sulle zone rurali: vengono prese sufficientemente in considerazione dall’Europa?
Crediamo fermamente che il nostro forte rapporto con una grandissima varietà di persone in tutta l’Europa possa contribuire a sviluppare politiche sostenibili e più eque per tutti i popoli d’Europa».

Bruxelles, 9 maggio 2009
da www.riforma.it

21/04/2009

25 aprile a Verbania: Quale salute? Quale sicurezza?


Fratelli d'Italia, cittadini del mondo

In piazza Ranzoni a Verbania Intra dalle ore 15 alle 18 di sabato 25 aprile, giornata di riflessione sul pacchetto sicurezza del Governo.
Ci saranno musiche dal vivo, danze popolari, giocoleria, letture e stands delle associazioni e realtà aderenti con presentazione della propria attività. Si preparerà inoltre una merenda con prodotti del commercio Equo e solidale

Comunicato degli organizzatori:

Siamo cittadini del Verbano, diversi per idee, estrazione culturale, fede religiosa e orientamento politico, ma accomunati dalle stesse preoccupazioni di fronte al “decreto sicurezza” che il Governo si accinge a varare. Veniamo dal mondo dell’associazionismo, dall’impegno civile e religioso, dalla militanza politica: abbiamo condiviso alcune riflessioni e vogliamo renderle pubbliche, aprendo un dibattito con tutte le persone interessate al bene comune.
Crediamo che, in un momento così difficile per tutti, lanciare messaggi forti nel tentativo di diffondere un senso di sicurezza, anche in vista delle prossime elezioni, sia la risposta sbagliata ai bisogni dei cittadini. Ha scritto bene Famiglia Cristiana: “Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato nell’aula del Senato della Repubblica...”
I valori più autentici del popolo italiano, così ben espressi nella nostra Costituzione, ci sembrano calpestati da una politica demagogica e populista, che cavalcando la paura rinuncia allo stato di diritto. Il “decreto sicurezza” ci spaventa ed aumenta, paradossalmente, le nostre insicurezze! Cittadini (ex poliziotti, militari in pensione…!?) che si organizzano in associazioni paramilitari (le ronde); medici invitati a denunciare le persone irregolari o clandestine (col rischio che questi ultimi, non rivolgendosi più alle strutture sanitarie, diffondano epidemie); permessi di soggiorno a punti e costosissimi (col rischio di aumentare i clandestini).Ma come possiamo sentirci più sicuri, quando ogni elementare principio di rispetto dei diritti fondamentali di ogni individuo viene calpestato “per legge”? Quando la nostra Repubblica “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” (Art. 32 della Costituzione Italiana), come è possibile che un governo, per decreto, stabilisca il contrario? Vogliamo capire. Vogliamo condividere le nostre preoccupazioni.

Promuovono la giornata:
Chiesa Evangelica Metodista, Associazione 21 marzo , Associazione ManiTese Verbania, Associazione Nonsoloaiuto , Associazione Sottosopra, Tante voci Caritas Verbano, Caritas Vicariale, Gattabuia, Camminare insieme, Sindacati, Emergency, Anpi, Gruppo Abele di Verbania, Partito Democratico, Pax Christi , Casa della Resistenza, Agesci, Unione degli studenti, Collettivo degli studenti, Cooperativa Raggio Verde