Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 29 Marzo vedrà la partecipazione dei ragazzi del catechismo e quindi sarà alle ore 10,30.

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 29 Marzo si terrà alle h.11
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30/03/2015

Domenica delle Palme

di Giorgio Tourn

«Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Marco 11,9)

Nella tradizione cristiana la settimana santa si apre con la domenica delle palme, così detta perché gli evangelisti narrano che fra i pellegrini si notavano delle persone che avevano in mano dei rami di palma che agitavano in segno di gioia, di festa.

Dove stavano andando? Si trattava di ebrei che salivano a Gerusalemme in pellegrinaggio per partecipare alle cerimonie nel tempio, dove si svolgevano ancora i sacrifici prescritti dalla Legge (il tempio sarà distrutto una quarantina d’anni più tardi dai romani), ma soprattutto per celebravi la Pasqua. Era , ed è tuttora, una delle grandi feste della religione ebraica che ricorda l’uscita dall’Egitto del popolo di Israele al tempo di Mosè; non era una cerimonia pubblica ma famigliare, si celebrava in casa presieduta dal padre di famiglia, ma vivere quella festa pasquale a Gerusalemme assumeva significato particolare. Analogamente si può dire che trascorrere i giorni della settimana santa a Roma, per un cattolico al giorno d’oggi, pur non aggiungendo niente alla fede, è certo esperienza significativa.

Gesù ed un gruppo dei suoi discepoli sale dunque a Gerusalemme insieme a molti altri pellegrini per questa circostanza, si trattiene nella città fino al giovedì, quando verrà arrestato per essere crocifisso il giorno seguente.
L’episodio delle palme si colloca proprio durante questa marcia del pellegrini verso la città santa. Non va dimenticato che tutto ciò che riguarda la vita, le parole, i miracoli di Gesù, e cioè gli avvenimenti che accompagnano la sua esistenza, è narrato dagli evangelisti molto tempo dopo la sua morte e la sua risurrezione. Sono ricordi rivissuti alla luce di quello che è accaduto successivamente; quel giorno i discepoli non conoscevano quello che noi conosciamo, neppure sappiamo cosa pensassero, probabilmente che Gesù sarebbe stato accolto dai sacerdoti e avrebbe ricevuto una investitura ufficiale come maestro della legge, profeta.

Secondo la tradizione il corteo dei pellegrini canta dei salmi, ed esprime la sua lode appunto agitando rami di palme, simbolo della gloria, della lode. Le parole «Benedetto colui che viene nel nome del Signore», come «Osanna nei luoghi altissimi» sono appunto parole di questi salmi, che cantano tutti, anche i discepoli. Sono parole che annunziano la venuta del Cristo, del salvatore atteso messaggero del regno di Dio ma nessuno sa che è presente nel corteo, che Gesù è Colui che viene nel nome del Dio. Neppure i discepoli sono pienamente consapevoli di questo fatto, e solo a posteriori, dopo la risurrezione, ricordando quella giornata si rendono conto che si erano cantate le lodi di Gesù.
L’episodio letto oggi ha un messaggio molto chiaro: Gesù è il Salvatore che realizza le profezie; ma allora non era così, cantando i salmi antichi la gente pensava di esprimere la sua fede tradizionale, non era consapevole del fatto che gli stava rendendo omaggio.

Chissà quante volte nella vita abbiamo anche noi camminato accanto a Dio, o meglio con Dio accanto a noi (perché letto nell’ottica cristiana Gesù è la presenza di Dio) e non ce ne siamo accorti e abbiamo parlato di lui senza esserne consapevoli. Il credente è quello che sa riconoscere la presenza di Dio nella vita ma Dio non è presente solo per i credenti.

(Tratto dal sito ufficiale della Chiesa Valdese)

21/01/2015

Il costo del discepolato

"Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo" 
(Luca 14,26-33)
Meditazione del pastore Jean-Félix Kamba Nzolo

Le parole che Gesù rivolge alla folla che gli andava dietro non sono un invito a rompere i legami familiari. La famiglia è importante per l’esistenza stessa di una persona; avere una famiglia è un privilegio.  Gesù non ci insegna a trasgredire il comandamento che ordina di onorare i propri genitori. E’ questione di priorità. Vuoi seguirmi, vuoi diventare mio discepolo, devi mettermi al primo posto nella tua vita, vale a dire, prima del tuo lavoro, dei tuoi impegni, della tua famiglia e prima della tua stessa vita. Il terzo invitato della parabola del gran convito (Lc14,20) si scusa a motivo della moglie, rappresentando così tutti quelli che sono impediti a rispondere alla chiamata da uno dei più forti legami umani.
Mettere Cristo al primo posto non significa in nessun modo disprezzare gli affetti famigliari ma evangelizzarli, darli un nuovo senso  nella grazia di Cristo. Può sembrare fuori luogo la parola “odiare”, ma nel contesto semitico significa semplicemente volgersi da un’altra parte, distaccarsi da qualcuno o da qualcosa. Non c’è dunque nulla di quella emozione che noi sperimentiamo nell’espressione infelice "odiare qualcuno".
Quel che viene richiesto ai discepoli, è che, nell’intreccio di molte realtà in cui tutti noi viviamo, l’esigenza di Cristo e dell’evangelo non solo deve avere la precedenza, ma, in verità ridefinisce il ruolo di tutte. Questo comporta inevitabilmente una separazione.
Preferire Cristo alla propria vita, è  accettare la logica dell'amore indiviso per Gesù. Dio è un Dio geloso che non condivide la sua gloria (l’onore) con gli idoli. L’“io” è nell’uomo vecchio che non ha incontrato la grazia, il suo idolo che usurpa il posto di Dio. Invece la condizione del discepolo crea una netta separazione opponendoci al nostro io.
 Come rispondiamo quando qualcuno ci chiede, cosa fai nella vita? Potremmo rispondere, studio, lavoro, sono in pensione, mi prendo cura di una persona, ecc.  Tutto questo è bello, ma Paolo dice semplicemente: per me vivere è Cristo, cioè Cristo è la mia vita. Questo è ciò che viene prima nella sua vita, tutto il resto viene dopo.
Portare la croce non è ripetere il sacrificio di Cristo, ma scoprire come la Pasqua di Gesù Cristo è portatrice di senso e come essa ci libera dalle nostre prove, sofferenze e fallimenti, allo stesso tempo comunica misteriosamente a questo mondo gemente  nelle doglie del parto, la venuta del regno di Dio.
Che cosa è importante nella mia vita, cosa viene prima? La parola discepolo in greco significa imparare l'uso e la pratica, indica chi riceve un insegnamento. Normalmente, un discepolo segue gli insegnamenti di un maestro. Nel Nuovo Testamento, il discepolo è colui che è sempre in stretto e permanente rapporto con una persona. I dodici uomini che noi chiamiamo apostoli o discepoli di Gesù erano in stretta relazione con lui. Egli gli ammaestrava. Hanno visto quello che il Cristo faceva e hanno ascoltato quello che aveva da dire e hanno imparato da lui. Essere un discepolo di Cristo significa seguire le sue orme. Siamo dei veri discepoli quando obbediamo al Cristo, ci leghiamo alla sua persona. Questo ha un costo alto da pagare in termini di priorità. Essere un discepolo è un compito enorme, il contrario di riposare sugli allori.
Gesù non intende spaventare la folla né mettere in discussione la vocazione dell’uomo o della donna che va da lui, ma vuole che chiunque voglia seguirlo lo faccia con ogni cognizione di causa. Con due esempi (Lc 14,28-32), Gesù stigmatizza la follia di intraprendere una grande avventura senza prima calcolarne il costo, ricordando il costo del discepolato: "Chiunque di voi non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo"
In altre parole, ciò non costa solo un po’, non richiede soltanto l'impiego di alcune delle mie risorse e dei miei beni, ma tutto. Gesù lo dice chiaramente: se qualcuno non è disposto a rinunciare a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo.
Se volgiamo essere suoi discepoli dobbiamo essere pronti a rinunciare a tutto, anche alla nostra stessa vita. In altre parole, non ci sono mezze misure.  Un mezzo discepolo o un discepolo a metà non esiste nella mente di Gesù. Qui è o tutto o niente.  Gesù stesso è l’esempio del dono totale; ha dato tutto, perfino la propria vita per la salvezza del mondo, dunque se non siamo anche noi  pronti a dare tutto, anche la nostra vita, non possiamo essere suoi discepoli. Tradotto in termini di priorità, ciò vuol dire che se non sappiamo mettere Cristo e il suo vangelo al di sopra di ogni cosa, se non sappiamo cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6,33), non possiamo essere suoi discepoli.
Nel vangelo secondo Giovanni, un discepolo è colui che dimora nelle parole di Cristo (Gv 8,31); che prova l’amore per il suo prossimo (Giovanni13,35), e che porta molto frutto (Giovanni 15,8).

Ci dia il Signore la grazia di essere dei veri discepoli di Gesù Cristo, in parole e azioni.

15/11/2014

La speranza del ritorno di Cristo deve stimolare il nostro impegno quotidiano

"Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva;  perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno.  Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri". (1Tessalonicesi 5,1-6)

Meditazione del past.Jean-Félix Kamba Nzolo

Quando ritornerà il Signore?
La storia del Cristianesimo potrebbe essere riassunta attraverso la storia del rapporto con l’attesa del Regno di Dio.  I cristiani dei tempi apostolici erano convinti che dopo la sua ascensione in cielo, Gesù sarebbe ritornato di lì a poco. Nella comunità cristiana di Tessalonica molti, infatti, pensando che il ritorno di Cristo (parusia) fosse imminente, s’erano abbandonati a isterismi, lasciando la loro vita professionale e gli impegni quotidiani. Alla domanda quando ritornerà il Signore, si aggiungeva un’altra domanda: Cosa ne sarà di chi muore nel frattempo, prima che Gesù ritorni?
L’apostolo Paolo risponde a queste domande e a queste preoccupazioni che egli prende molto sul serio, orientandole, tuttavia, in un’altra direzione: il problema non è quando il Signore verrà, ma come viviamo noi l’attesa. Il ritorno di Gesù trionfante, oggetto della speranza cristiana, non ci esime dall’impegnarci nel quotidiano per costruire un mondo più umano e più fraterno.
L’invito che l’apostolo rivolge ai Tessalonicesi e a noi, è di vivere ogni istante del tempo di attesa in modo consapevole e responsabile, sapendo che verrà un giorno in cui  ciascuno dovrà rendere conto di ciò che ha fatto durante il tempo concessogli da Dio.
Il tempo che Dio ci dà non va usato egoisticamente per appagare i propri desideri di potere e di ricchezza, ma è un tempo di grazia (kairos), un tempo favorevole per convertirci a Dio, per  camminare nella luce della Sua Parola, per vivere nell’amore per Lui e per il nostro prossimo.
Alla domanda su che cosa avrebbe fatto se il mondo fosse finito il giorno dopo, il riformatore Martin Lutero rispose :“Oggi pianterei comunque ancora un melo”,  Con questa risposta “strana” Lutero  intendeva dire che, ciò che conta non è temere un avvenire incerto, ma lavorare già da oggi nella vigna del Signore e vivere fin d’ora il Regno di Dio nella nostra vita di tutti i giorni.
Ai Tessalonicesi desiderosi di sapere quando verrà il giorno del Signore, Paolo risponde con un immagine che non ha bisogno di spiegazioni: <<il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte>>. L’importante, dunque, è tenersi pronto, vegliare per non cadere nel sonno ingannatore; per non rinchiudersi nella conchiglia della propria vita privata, in altre parole, nell’egoismo e nell’indifferenza di fronte agli altri e tutto ciò che succede nel mondo. 

Essere cristiani significa, non solo essere portatori del nome di Cristo, (cristiani a parole), ma significa essere portatori di una parola da ascoltare, da vivere e da trasmettere: la Parola dell’amore di Dio testimoniato da Gesù in parole e azioni.  La responsabilità dei figli e delle figlie della luce a cui siamo invitati consiste nel trarre l’ispirazione dall’esempio di Gesù Cristo, nel seguire le sue orme e nel diventare a nostra volta delle piccole luci che manifestano l’amore di Dio nel mondo dell’odio, dell’ ignoranza, dell’egoismo e dell’indifferenza.
Il credere in Gesù si realizza in una vita del discepolato (sequela). Non c’è nulla da inventare, perché tutto è già stato fatto da Gesù;  per noi è sufficiente ripetere ciò che egli ha fatto: predicato il Regno di Dio; amato il proprio prossimo; accompagnato gli ultimi; curato i malati; sostenuto i deboli; liberato gli oppressi.
Così noi contribuiamo a costruire un mondo nuovo secondo la volontà di Dio e rendiamo testimonianza al Suo Regno, in parte, già presente in mezzo a noi.

27/09/2014

Tempo del creato 2014 -Domenica 28/09/2014

Genesi 2,4b-9 (10-14)15

 4b  Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli, 5 non c'era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il SIGNORE non aveva fatto piovere sulla terra, e non c'era alcun uomo per coltivare il suolo; 6 ma un vapore saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo.7 Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente.8 Dio il SIGNORE piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato. 9 Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta d'alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. 10 Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci.11 Il nome del primo è Pison, ed è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove c'è l'oro; 12 e l'oro di quel paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e l'ònice. 13 Il nome del secondo fiume è Ghion, ed è quello che circonda tutto il paese di Cus. 14 Il nome del terzo fiume è Chiddechel, ed è quello che scorre a Oriente dell'Assiria. Il quarto fiume è l'Eufrate. 15 Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse.

 Predicazione del pastore Jean-Félix Kamba Nzolo

Chi sono? Da  dove vengo? Dove vado?  Sono domande esistenziali che conosciamo bene e che ci poniamo in un momento o l’altro della nostra vita. La Bibbia cerca di rispondere a queste domande, prescindendo da dati scientifici e legando l’esistenza umana a quella di Dio. E, lo fa in una duplice narrazione della creazione, in Gensesi 1 e 2.
Se io, essere umano, esisto è perché esiste il mio Creatore. La Genesi, il libro che parla del principio, vuole riconciliarci  con la nostra esistenza!  Cerca di dirci perché viviamo e come dobbiamo vivere…
Ci sono tre affermazioni fondamentali nella seconda narrazione della creazione della terra e dell'uomo che è il nostro testo di oggi:
1.      Dio crea l’uomo;
2.      Dio si prende cura dell’uomo;
3.      Dio affida una missione all’uomo;
Tre sono parole chiave: creazione, cura e missione.
Al primo punto, Dio crea l’essere umano che noi siamo. Alla domanda: chi siamo? La risposta è siamo creature di Dio. Considerare l’esistenza umana da quest’angolatura dovrebbe cambiare il nostro modo di essere con noi stessi, con gli altri e con il giardino, questa terra che ci fa vivere.
 Al secondo punto, Dio si prende cura dell’uomo da Lui creato, provvedendo ai suoi bisogni e mettendo a sua disposizione tutto ciò di cui ha bisogno per vivere e crescere pienamente.
Al terzo punto, Dio affida una missione all’uomo. L'uomo Adamo, creato da Dio occupa una posizione privilegiata quella di trovarsi al centro della creazione. A lui è affidato il compito di coltivare e di custodire il giardino di Eden. In altre parole, il compito di valorizzarlo e salvaguardarlo, e non di prenderne possesso  diventandone proprietario,  sfruttandolo e  distruggendolo.
Eden è proprietà di Dio, Adamo ne è il custode. Nel custodire e proteggere questa proprietà, l'uomo Adamo entra nella dialettica vitale con Dio.  Il racconto della Genesi dimostra che l’uomo non è stato creato per se stesso, ma per rispondere ad una necessità.  Egli è fin dal principio collaboratore di Dio.
Nel suo commentario alla Genesi, Giovanni Calvino insiste sulla generosità del Creatore. Tutto è stato abbondantemente messo a disposizione dell'uomo. Il Signore provvede  a tutti suoi bisogni.
E bisogna che l'uomo (Adamo) non si comporti da padrone. Mangiare dell'albero proibito sarebbe come offendere i diritti del proprietario. Segno inevitabile, l'albero della vita è un richiamo concreto dell'identità del proprietario.
 Il giardino dell'Eden ci è presentato come un quadro di vita reale di una persona. Un quadro di vita benedetta dal Signore, l'acqua vi scorre in abbondanza e  il cibo non manca. Questo quadro ha bisogno dell'essere umano e del suo lavoro. Così, la "vita paradisiaca" che si pensa sia un ozio sacro, viene a rassomigliare la nostra vita ordinaria ovvero l'attività di ogni giorno per occuparci dei problemi del nostro mondo.  Come per Adamo, anche per noi, la domanda di fondo è come vivere con la creazione e nel mondo secondo la volontà di Dio.
Il nostro rapporto con Dio si rompe nel segno della sfiducia umana che contrasta la fiducia di Dio. Avere piena fiducia in Dio è accettare che Dio sia Dio, e riconoscerci nello stato di coloro che
dipendono dalla Sua grazia e  che riconoscono il limite creaturale.  Affermare che << Dio è Dio>> (K.Barth), significa riconoscere che Egli è il Creatore e noi siamo noi, cioè creature.
L'essere umano è il rischio di Dio. Creando l'essere umano dandogli la libertà, Dio accetta il rischio che l'uomo possa anche disobbedirGli. Ma Dio non ci vuole delle marionette da manipolare a piacere. Dio vuole che noi siamo libere creature in grado di vivere la reciprocità di un amore libero e incondizionato. La nostra vita che,  tutta riposa sulla libertà deve appartenere a Dio; per avere senso e ragione di essere ha bisogno di Dio. Come tralci  riceviamo vita solo rimanendo attaccati alla vite. Gesù ce lo dice: "Io sono la vera vite e il Padre mio il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più"; e ancora "Senza di me non potete far nulla" ( Gv15,1-2.5).
La possibilità che il mondo torni ad essere un Paradiso è una questione di fede e di fiducia. Aprirci a Dio e disponendoci a fare la Sua volontà è far sì che il regno di Dio che Gesù vede  già presente in mezzo a noi possa manifestarsi con tutta la sua forza attraverso il nostro impegno per la salvaguardia del creato (giustizia ecologica) e attraverso l’impegno per la giustizia economica.
 Dio  dice a ciascuno di noi: desiderami liberamente come io desidero te. Amami con il tuo intero essere senza sentirti costretto. Regoli il tuo volere sulla mia volontà perché io sono buono per te. Mi devi appartenere tutto intero. Ascolti soltanto me e obbediscimi in piena fiducia.

La possibilità che il mondo torni a essere un paradiso è dunque una questione di fede, di fiducia.
La vera grandezza dell’essere umano è quella datagli da Dio, cioè di adempiere la sua missione di gestire e salvaguardare la creazione. Ciò riguarda l’amore per la terra, la lotta contro ogni forma di spreco, contro l’inquinamento, lo sfruttamento dissennato delle risorse della terra; la lotta contro ogni forma di ingiustizia e di emarginazione e contro la povertà e le violenze.
Cosa compriamo? Cosa buttiamo? Dove lo buttiamo? …
I racconti della creazione ci indicano il cammino della vita e del buon vivere insieme, invitandoci a preoccuparci della vita delle generazioni future: che terra lasceremo ai figli dei nostri figli?  Dio si serve di questi racconti per darci le istruzioni per l’uso della vita che conduciamo ogni giorno per ricordarci che siamo polvere, ma ch’Egli non ci lascia soli. Che Egli si prende cura di noi e che, per mezzo dello Spirito Santo  ci dona la forza, l’inventiva, la saggezza per adempiere la nostra missione. Amen. 

20/09/2014

Occorrono forza e coraggio per costruire una comunità di chiesa più fraterna e più impegnata

<< Sii forte e coraggioso; non temere e non ti sgomentare>> (1 Cronache 22,13)

Il versetto del mese di settembre del Lezionario “Un giorno, una parola”, carico di incoraggiamento e di speranza è  adatto per una riflessione biblica su questo numero della lettera Circolare delle nostre chiese, alla ripresa delle attività, dopo la pausa estiva.
Ancora in tenera età, Salomone riceve l’incarico da Davide, suo padre, di costruire una casa (tempio) al Signore. Un compito gravoso per il futuro giovane re che, non solo deve onorare la parola del padre e ubbidire al Dio  d’Israele che lo ha scelto, ma che, a differenza di Davide, re guerriero, Salomone di cui il nome significa “pacifico”, ha il compito di portare la pace in Israele. Salomone sarebbe, tuttavia, riuscito  a  costruire il tempio  e a stabilire la pace, solo se il Signore fosse rimasto con lui, e se avesse osservato le sue leggi. Ma deve anche  avere la forza d’animo. Il difficile compito che deve svolgere richiede forza e coraggio.
Il tempio di Gerusalemme era considerato come  segno della presenza e della protezione di Dio. Per noi cristiani evangelici, per dirla con le parole del riformatore Giovanni Calvino : << non c’è più tempio materiale in cui è necessario andare in pellegrinaggio per sacrificare a Dio, ma che oggi siamo suoi templi spirituali, e che dobbiamo in ogni luogo alzare le mani pure al cielo>>.  Siamo, tuttavia, chiamati a <<dresser l’Église>> (costruire la Chiesa ) come diceva lo stesso riformatore Calvino.
Il termine “tempio” nell’accezione neotestamentaria non indica semplicemente una struttura architettonica, ma il popolo di Dio: << Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?>> (1Co 3,16).   L’ apostolo Pietro ci ricorda chi siamo per sola grazia di Dio: <<Anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo>> (1Pt2,5). E ancora: << Voi siete un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa>>( 1Pt 2,9).

Siamo chiamati a essere un popolo consacrato al servizio di Dio e che  ha  il compito  non facile di vivere e di testimoniare l’amore di Dio al mondo.  Ricordare questo è importante, perché  la chiesa è costituita da persone che hanno i loro pregi e difetti, limiti e doni.  E la costruzione di una comunità più fraterna  può essere un compito  arduo. Per questo, abbiamo bisogno anche noi di  tanta forza, di tanta determinazione e di tanto coraggio per  camminare e essere chiesa insieme.
Past. Jean-Félix Kamba Nzolo

(Dalla Lettera Circolare delle Chiese Metodiste di Verbania e di Omegna, n.4, settembre-ottobre 2014) 

27/08/2014

Lo Spirito Santo sostiene e difende la fede del credente nell'agire quotidiano


Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 15-21

15 «Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16 e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre, 17 lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani; tornerò da voi. 19 Ancora un po', e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi. 21 Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui»

Predicazione tenuta Pastore Jean-Félix Kamba Nzolo durante il Culto mattutino del Sinodo delle Chiese Valdesi e Metodiste, lunedì 25.08.2014




Gesù ha appena condiviso l’ultimo pasto con i suoi discepoli, pasto durante il quale aveva loro lavato i piedi (Gv 13,1-17). Ma il momento del suo arresto è vicino (Gv13,33). Il testo che abbiamo letto poc’anzi fa parte del discorso di addio ai discepoli. A loro Gesù fa le sue ultime raccomandazioni, prima di essere consegnato nelle mani dei suoi uccisori e prima lasciare questo mondo. In questo modo, egli prepara i discepoli a vivere senza di lui, rassicurandoli che la sua assenza non sarà che apparente e ch’essa si tradurrà in un’altra forma di presenza.

Ma immaginiamo un po’ la situazione: Gesù parla ai suoi discepoli per prepararli al momento in cui la sua morte an­nunciata diventerà una realtà. Guarda i suoi compagni di avventura, gli amici più cari, e coglie in pieno la loro confusione e la loro incertezza rispetto al futuro che li attende senza più la sua presenza. I discepoli sono angosciati perché devono perdere la loro guida spirituale e, secondo alcuni di loro, colui che doveva liberarli dal giogo romano. Devono perdere colui che li aveva chiamati e che hanno seguito durante tutto il tempo del suo ministero abbandonando tutto. Cosa sarebbe stato di loro? Cosa sarebbe diventata la loro vita?  Dove avrebbero trovato la forza per tirare avanti? La loro fede in Gesù li avrebbe permesso di continuare la sua opera?

Certo è che, Dio conosce la debolezza dello spirito umano, la precarietà dell’esistenza delle donne e degli uomini, la loro incapacità a rimanere fedeli. Dio sa che gli esseri umani non possono essere lasciati soli. Per questo Gesù promette ai suoi discepoli che, appena giunto dal Padre, lo pregherà affinché Egli invii presso di loro un “altro Consolatore”, lo Spirito Santo. Questa è la prima promessa. La seconda promessa riguarda la presenza di Gesù stesso. Con la promessa del Consolatore Gesù promette che egli stesso tornerà, che il mondo non lo vedrà, i discepoli, invece, lo vedranno. La terza promessa è quella riguardante la vita in Gesù Cristo, in lui, il vivente, essi vivranno.

Non è tutto! Se fosse tutto, la vita di fede sarebbe solo rose e fiori, là dove tutti gli altri vedono solo buio cupo. Invece con la quarta promessa che ha per oggetto l’amore, Gesù inquadra le tre precedenti, in effetti, l’amore supera ogni cosa. "Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti"(Gv 14, 5) dice Gesù. E ancora: "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama"(v.21).  L’amore richiesto da Gesù non è da intendere in modo romantico ma concretamente: l’espressione pratica dell’amore è l’osservanza dei comandamenti, degli impegni lasciati da Gesù. Gesù subordina l’invio del consolatore all’osservanza dei suoi comandamenti, vale a dire di tutte le sue parole e istruzioni. A queste condizioni egli pregherà il Padre di inviare il paraclito, "colui che è chiamato vicino" a noi per assisterci, per difenderci e aiutarci a sormontare gli ostacoli che ci troviamo sul nostro cammino.
"Non si può fare a meno di notare con sorpresa l’avvicinamento fra l’amore e i comandamenti. Giovanni lo spingerà avanti a tal punto da parlare del comandamento dell’amore, del “comandamento nuovo” (Gv 13, 34). La sorpresa viene dal fatto che nella nostra mentalità, l’amore e il comando appartengono a due esperienze di vita, a due universi totalmente differenti: l’amore fa riferimento al mondo del dono gratuito, il comando a quello del diritto e dell’autorità. Questo modo di pensare non è quello biblico: tutta la storia biblica sta nel rapporto che Javhé ha costruito con il suo popolo, sta nella sua potente e trasformante presenza. Dio è un padre e una madre che porta il suo popolo come si porta un bambino; Dio è uno sposo che abbraccia il suo popolo e lo rende fecondo e gioioso. L’amore è il fulcro dei rapporti di Dio con il popolo. In questo quadro va collocato il “comandamento”: non si deve ridurre l’amore a misura dei comandamenti ma leggere questi come una prima espressione dell’adesione all’amore di Dio. In questa linea l’adesione o il rifiuto dei comandi di Dio diventa adesione o rifiuto di Dio stesso: l’amore si lega così all’esercizio dei comandamenti" (G.Colzani)
Invitandoci a osservare i suoi comandamenti, Gesù colloca la fede nella dimensione dell'agire cristiano. La questione ci tocca da vicino in quanto pone a noi, singoli credenti e alla chiesa nel suo insieme il problema del rapporto tra la nostra fede e l’agire quoti­diano nella nostra esistenza. L’opera dello Spirito consiste nel rendere vivo in noi l’amore di un Dio che ci ama di un amore viscerale e che ci invita ad amarLo e servirLo, amando e servendo il nostro prossimo; nel rendere presente in noi Gesù stesso che, partecipa alla nostra vita interiore, continua ad ammaestrarci e guidarci nella Verità di Dio, per cambiare in profondità il nostro modo di vivere. Gesù non c’invita a rifugiarci nella sfera dell’interiorità e della contemplazione di lui, (ah che bello!), ma di testimoniare concretamente l’amore di Dio. Lo Spirito Santo promesso da Gesù è un alleato strategico per la testimonianza dei discepoli che, da lì a poco diventeranno degli apostoli, cioè degli inviati che hanno il compito di annunciare quest’amore al mondo.
La promessa di Gesù "non vi lascerò orfani", carica di incoraggiamento, di fiducia e di speranza, ci raggiunge questa mattina, all’inizio dei lavori del nostro Sinodo, e in mezzo a tante e legittime preoccupazioni per il futuro delle nostre chiese. In noi ci sono più domande che risposte, più dubbi che certezze, e forse anche lo scoraggiamento per i problemi che sono senza soluzioni. Gesù c’invita a sentire la sua presenza in mezzo a noi, a vivere i suoi comandamenti e a ricevere la vita ch’egli ci offre. La vita della Chiesa non dipende, prima di tutto, da ciò che fa. Non è essa ad assicurare la sua sopravvivenza. Per vivere, la Chiesa ha bisogno di ricevere la vita da colui che è vivente, Gesù Cristo. Egli è il cuore e capo della Chiesa. E' lui - che attraverso lo Spirito, il soffio vitale, la potenza dall'alto - dà ai cristiani e alla loro comunione vitalità, slancio e dinamismo per accompagnarli nella loro testimonianza e nell'impegno a favore del più piccolo dei loro fratelli.
La speranza alla quale siamo chiamati è un impegno e un mettersi in movimento, una chiamata a testimoniare in parole e opere, assumendosi tutti i rischi possibili e immaginabili, nella certezza che non siamo soli, come possono farci pensare, a volte, la precarietà, la povertà dei nostri mezzi e il senso di impotenza di fronte a quello che succede intorno a noi e nel mondo, penso alla situazione tragica dei cristiani come noi in fuga dai jihadisti in Iraq, ma anche ad altre tragiche situazioni in cui si trovano i cristiani in altre parti del mondo. Per non parlare   dell’indifferenza religiosa dei nostri contemporanei nella quale c’imbattiamo ogni giorno, e del movimento di defezione che impoverisce quantitativamente le nostre comunità.
Il forte e chiaro messaggio che ci raggiunge dal Vangelo di Giovanni, è un messaggio di speranza. Possiamo essere un piccolo gregge esposto all’odio e all’indifferenza del mondo, ma non siamo soli. Gesù Cristo, il Buon Pastore continua a prendersi cura di noi e della nostra testimonianza.
Abbiamo bisogno oggi - come ai tempi dei primi cristiani – di un difensore, lo Spirito di Verità, lo Spirito Santo che Gesù ci ha promesso e che è presente nella nostra storia e si manifesta in mezzo a noi. Abbiamo bisogno del difensore per difenderci da noi stessi, dalle nostre paure e resistenze e per difendere la nostra fede da tutto ciò che vuole soffocarla, privarle vitalità, di impegno. Amen.


Preghiera

Dio nostro,

che in Gesù Cristo, Tuo Figlio,

Sei venuto nel mondo,

per essere nostro Salvatore.

Non ti chiediamo di ri-cominciare , ogni volta,

La tua opera per noi.

Ti chiediamo, invece, di farci rinascere alla Tua Vita.

Ti chiediamo di venire continuamente nello Spirito santo,

per donarci la certezza della Tua salvezza;

Per insegnarci ad affidarTi le nostre vite; e per insegnarci a vivere nella gioia della Tua pre­senza.

Vieni continuamente per farci crescere nella fede,

speranza e amore. Grazie Dio nostro. Amen.

30/11/2013

Meditazioni per l’avvento – 1 dicembre 2013

Scritto da  il 29 novembre nel articoli 
 L’ospitalità
Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli.
(Ebrei 13: 2)
Nella cultura albanese l’ospite è quasi “sacro”: gli viene servito il pasto migliore, offerta la sedia migliore, chi lo ospita si impegna a proteggerlo contro ogni minaccia. Il vero significato di ospitalità è: amare lo straniero. Si può sperimentare la vera ospitalità quando ci si sente accolti con tutte le nostre gioie e pene.
Siamo ospiti sulla terra; persone che vengono e partono. In questo senso è Dio che ci ospita. Ci accoglie; ci manda altre persone che ci amano e che noi amiamo a nostra volta. Ci ascolta quando ci sentiamo schiacciati da un peso. Ci accompagna nel nostro viaggio. Dio è un buon ospite e, con il suo esempio, Gesù vuole insegnarci come, a nostra volta, possiamo essere ospitali nelle nostre società.
Siamo soggetti a cambiamenti, allo stesso modo cambiano anche le nostre relazioni. Possiamo diventare, a nostra volta, estranei per alcuni; altri possono cambiare nel corso della loro vita, agendo in modo diverso da come erano abituati.
Non è necessario essere completamente in accordo per incontrare l’altro con rispetto e stima.
Il modo in cui incontriamo gli stranieri, le persone che sono diverse da noi, le persone che ci interrogano con i loro dubbi, ha molto che fare con la nostra fede.
Una chiesa ospitale apre le sue porte ed è composta di fratelli e sorelle che si aprono alle persone e al mondo.
Preghiera: Ti ringraziamo Signore, perchè ci accogli con le nostre gioie e le nostre pene. Grazie per coloro che ci apprezzano per ciò che siamo. Aiutaci a nostra volta ad accogliere e rispettare coloro che sono diversi da noi. Accresci la nostra sensibilità verso gli stranieri intorno a noi e concedici di superare con l’amore ogni ostacolo ad un autentico incontro. Amen.
(Rigel Kasmollari, Albania)

12/11/2013

“… ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi” (Luca 17,21) .

Meditazione  del Patore Jean-Félix Kamba Nzolo
Dalla Lettera circolare delle Comunità evangeliche Metodiste di Verbania e Omegna di novembre 2013

 Il versetto scelto dal lezionario "Un giorno, una parola" per il mese di novembre, è la risposta di Gesù alla domanda dei  farisei, i quali vogliono sapere quando verrà il regno di Dio. Non si tratta di una trappola, almeno in questo caso, ma di una domanda sincera. I farisei
attendevano il regno di Dio che avrebbe ristabilito una volta per tutte la giustizia e la pace.
     Di fronte alle ingiustizie, alle guerre e alle violenze che dominano il nostro mondo, anche noi, credo, avremmo posto la stessa domanda a Gesù, se fosse vissuto oggi. E Gesù ci avrebbe risposto alla stessa maniera: << Il regno di Dio è in mezzo a voi>>.
     Una risposta deludente questa ?  Come intendere le parole di Gesù?  A seconda delle traduzioni <>, i  vangeli sono concordi nell’affermare che in Gesù  il regno di Dio ha fatto irruzione in questo mondo. Gesù incarna il regno di Dio. In lui  e attraverso il suo ministero, non solo Dio ha visitato il suo popolo, ma è il regno stesso all’opera.
     E’ questo regno che uno dei dieci lebbrosi guariti riconosce in Gesù: <>> (vv.15-16). Mentre gli altri nove continuano il loro cammino per comparire davanti ai sacerdoti i quali avrebbero convalidato la loro guarigione con la conseguente riammissione in comunità, il lebbroso straniero, invece, torna indietro, non soltanto per ringraziare ma perché vede nella sua guarigione la  presenza di Dio. 
Non c’è dubbio che, nel primo momento, tutti e dieci hanno creduto alla parola di Gesù mettendosi in cammino, senza essere ancora guariti. Ma solo uno di loro decide di intraprende un cammino solitario per raggiungere Gesù  e integrare la comunità dei discepoli.  E’ importante notare che, alla domanda sul quando arriverà il regno di Dio, Gesù risponde con come: il regno non viene in modo osservabile; << è in mezzo a voi>>. In altre parole, il regno di Dio è accessibile a tutti e sperimentabile nell’ordinarietà  della vita come qualcosa da vivere con tutto il proprio essere.
     Il regno di Dio, certo, non si è ancora stabilito definitivamente su questa terra, ma  viviamo della promessa che Gesù a stabilito questo regno in noi e tra di noi. In questo tempo intermedio tra il già e il non ancora, a noi è richiesto di consolidare il regno già presente cioè la presenza di Cristo in noi. Siamo  chiamati a un lavoro interiore, di approfondimento per la nostra crescita spirituale.
      Siamo ugualmente chiamati a un lavoro di testimonianza rivolto verso l’esterno, verso gli altri.  La nostra responsabilità  nei confronti degli altri e del mondo è di fare in modo che ogni nostro atto sia compatibile con la giustizia del regno di Dio. L’attesa del regno di Dio è inseparabile dall’amore del prossimoCredere nel regno venturo significa vivere il presente con coscienza, impegnarci in vista del futuro, di un futuro che motiva il presente.

09/09/2013

La pace è frutto della giustizia trasformatrice. Non c'è pace senza giustizia

"Allora la rettitudine abiterà nel deserto, e la giustizia abiterà nel frutteto. L'opera della giustizia sarà la pace e l'azione della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in un territorio di pace, in abitazioni sicure, in quieti luoghi di riposo" (Isaia 32,16-18)

di  Jean-Félix Kamba Nzolo

     Il concetto di pace è molto spesso correlato a quello di guerra. La pace in realtà è l'opposto della violenza e non della guerra. La guerra è correlata al concetto di difesa ed è in un certo senso un modo di difesa collettiva.

       La pace intesa nel senso di assenza di guerra non è pace. Invochiamo giustamente la pace quando scoppiano i conflitti armati che fanno decine di migliaia di vittime innocenti, ma non dobbiamo distogliere l’attenzione dalla realtà della quotidiana guerra non combattuta con le armi che continua a mietere le vittime ogni giorno. Parlo dell’ingiustizie e delle discriminazioni a cui assistiamo ogni giorno.

Non può esserci una vera pace senza la giustizia. Pace e giustizia sono un binomio molto ricorrente nella Bibbia. La pace è frutto della giustizia. Il frutto della “giustizia trasformatrice” è la pace e la dignità dell’essere umano, recita un documento ecumenico (1).
      Sarebbe folle pensare che una guerra armata possa portare alla giustizia. Sempre la fine delle ostilità ha aperto nuove spaccature tra vinti e vincitori, ha sempre dato origine a nuove ingiustizie, ha sempre rappresentato il seme di nuove azioni armate:  guerra chiama guerra.
      Di fronte alla tragica realtà dei conflitti armati (Siria, Egitto, Rep. Dem. del Congo ecc…) dobbiamo chiederci cosa significa veramente la pace.
Il concetto biblico “Shalom” non significa solo pace, ma benessere totale, pienezza di vita, lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, col prossimo, con sé stesso, con Dio.  La società umana è considerata come il riflesso dell'intera creazione che Dio ha destinato al “shalom” cioè a un ordine armonioso, a un equilibrio in cui ciascuno essere umano trova suo posto. Ed è per questo che Dio stesso ama lo straniero e si occupa della sua integrazione (Dt10,18) invitando il popolo d’Israele a fare altrettanto.
      Nel Nuovo Testamento la vera pace è dono della grazia di Dio in Cristo. Non è la pace delle trattative diplomatiche e di compromessi politici che lasciano il tempo che trovano. E' la pace della fede, la pace che nasce spontaneamente dal riconoscimento dell'altro e dell'altra creatura di Dio, come un soggetto che gode dei nostri stessi diritti, come una persona che ha qualcosa da dire indifferentemente se la pensa come noi o meno.
      Cristo Gesù è la nostra pace, la lettera agli Efesini che individua l’effetto primario della pace di Cristo nella riconciliazione avvenuta nel suo nome. Le divisioni e le distinzioni non esistono più per quanto riguarda la posizione di ciascuno dinanzi a Dio.
Essere in Cristo significa essere in pace con Dio e con il prossimo. Una  pace che va salvaguardata data la nostra umana  fragilità. Sono convinto che le parole che Gesù rivolge ai discepoli dicendo "Voi siete sale della terra… Voi siete la luce del mondo... una città posta sulla montagna”  non sono una conferma di quello che essi erano in quel momento, ma sono una vocazione che Gesù rivolge a loro e a noi. Sale della terra e luce del mondo siamo se viviamo secondo le beatitudini: se ci adoperano per la pace.
                L’incontro con l’altro ci coinvolge personalmente, non possiamo delegare altri a rappresentarci e a decidere. Vuole dire che dobbiamo imparare ad assumerci le nostre responsabilità ed essere anche disposti a pagare il prezzo di tutto ciò. Al termine della strada ci può essere una croce, come avvenne per Gesù. Ma non dev’essere una scusa per fermarsi, come non fu per Gesù.
Inviando gli apostoli ad annunziare la Buona Novella, Gesù dice loro: “Quando entrerete nella casa, salutate. Se quella casa ne è degna, venga la vostra pace su di essa; se invece non ne è degna, la vostra pace torni a voi” (Matteo 10, 12-13 ). In questa citazione biblica la pace viene concepita come qualcosa di molto concreto, come qualcosa di vivo, di tangibile, che può andare da un uomo all'altro e, se non trova accoglimento, ritornare a chi la augura. E' anche possibile immaginare attraverso le parole di Gesù le opposizioni che possono riscontrare coloro che si adoperano per la costruzione di un mondo senza violenze.
                 Definire dunque la pace come assenza di violenza significa considerare la non violenza come un modo di vita in cui ogni essere umano vede i suoi diritti rispettati ed è incline a rispettare quelli altrui. In questo contesto la pace risulta un effetto dello sviluppo sociale causato dal pieno godimento dei diritti umani, e perciò diventa un risultato naturale dell'eguale ripartizione tra potere decisionale e fruizione di risorse (2)

"La violenza è fondamentalmente una violazione dei limiti, una trasgressione dello spazio che ogni essere vivente giustamente richiede per lo spiegamento e l’appagamento della sua ragione di vivere. E’ quindi la violazione dell’integrità e dell’armonia delle innumerevoli relazioni che sostengono il tessuto del creato.
La violenza ha un numero incalcolabile di espressioni. A livello personale le forme più odiose sono le umiliazioni e le ferite intenzionali, l’abuso sessuale, lo stupro e l’omicidio, l’abbandono e la fame. A livello di società e di nazioni, la violenza si manifesta negli atti di guerra e di terrorismo,
compresa la “guerra al terrore”, nella triste realtà dei milioni di profughi e di rifugiati, nei bambini costretti a combattere o a prostituirsi, nella disperazione dei contadini che si suicidano per i debiti che non riescono a pagare. La violenza si esprime anche nella violazione delle diversità del mondo naturale, nello sfruttamento sfrenato dei beni comuni come l’acqua potabile e i combustibili fossili, nell’abbattimento delle foreste, nella pesca esagerata in mari e oceani, nello smaltimento scriteriato dei rifiuti e nell’estinzione delle specie" ("Gloria a Dio e pace sulla terra" Convocazione internazionale ecumenica sulla pace- Kingston, Giamaica 17-25 Maggio 2011).

(1) Alternativa Globale: Ambiente, Pace,Economia (AGAPE) Consiglio Ecumenico delle Chiese-Ginevra 2005.
(2) Mario Borrelli, diritti umani e metodologia per la pace. Materiali a cura dell'I.P.R.I, se vuoi la pace educa alla pace, Edizioni Gruppo Abele 1984


Preghiera : 
Che  le mani si congiungano

Fà, o Signore, che le mani si congiungano,
per rendere più umana la terra in cui hai soffiato la vita all'uomo da te modellato: 
Adamo e Gesù il tuo Figlio diletto.
Fà, o Signore, che noi stringiamo la tua mano nera,
affinché la terra porti i frutti della speranza.
Fà, o Signore, che noi stringiamo la tua mano gialla, 
affinché il mondo rimanga giovane 
e ognuno guadagni con dignità il proprio cibo: il suo pane, il suo riso,...
Fà, o Signore, che noi stringiamo la tua mano bianca, 
affinché i germogli che portano gioia 
e giustizia fioriscano su tutti i rami.
Fà, o Signore, che ai crocicchi delle strade, 
noi stringiamo la tua mano rossa, 
affinché gli uomini dell'Africa, dell'Asia, dell'Europa, dell'America e dell'Oceania, 
gli uomini di ogni tempo e di ogni cielo, 
su tutti i continenti, traccino assieme strade di sviluppo 
e coltivino campi di preghiera e di dedizione.
Padre, per mezzo di Gesù, tuo amatissimo Figlio 
che ha lavorato la terra di Palestina, 
ti rendiamo grazie per il tuo amore.
Uniamo le nostre voci a quelle degli angeli, 
per cantarti e proclamare la tua gloria: Santo! Santo! Santo!
Amen.

(Preghiera scritta da Nabil Mouamès – un cristiano del Libano)

13/02/2013

Perseverare nella libertà in Cristo.

Meditazione per la Settimana evangelica della libertà.
Festa del 17 febbraio 2013 - ricorrenza della pubblicazione delle Lettere Patenti del re Carlo Alberto di Savoia (17 febbraio 1848) con le quali concedeva i diritti civili e politici alla minoranza protestante valdese.

di Jean-Félix Kamba Nzolo, pastore valdese

"Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù. Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso»". Galati 5,1.13-14

"Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti d'Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: "Voi diverrete liberi"?»  Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi". Giovanni 8,31-35

La libertà è spesso intessa come facoltà di disporre se stesso, nel senso del libero arbitrio condannato da Lutero. Siamo sempre convinti oggi che tutti gli esseri umani nascono liberi e tali rimangono, ma se ci guardiamo intorno vediamo persone schiave di ogni sorta di schiavitù!
Ai tempi dell’apostolo Paolo si poteva nascere schiavi o diventarlo, insomma, la schiavitù era legalizzata. La libertà di cui parla Paolo nella sua lettera alle comunità cristiane della Galazia, non è evidentemente una libertà naturale, possesso inalienabile; è una libertà donata a chi per natura non la possedeva, appunto una libertà di schiavi liberati. Paragonando la condizione dei cristiani della Galazia a quella di schiavi per i quali è stato pagato il riscatto, come difatti succedeva a quei tempi, Paolo invita i suoi fratelli e sorelle nella fede a perseverare nella libertà ricevuta con la fede in Cristo. Il Cristo, prosegue l’apostolo, ci ha liberati dal peccato e dalla morte suo salario (Rm 6,23). Cristo ci ha liberati prendendo su di sé la maledizione della legge, inchiodandola sulla croce per sé e per noi che, partecipando alla sua morte nel battesimo siamo sottratti all’intero sistema della legge-peccato – maledizione - morte. L’ appello accorato di Paolo è rivolto alle persone che hanno ricevuto il vangelo di Cristo e ne hanno sperimentato la forza liberatrice, ma si sono sviati in buona coscienza dalla strada indicata dall’apostolo e con ciò si sono messi di nuovo sotto il giogo delle pratiche legali.
Il punto di partenza è una chiamata a libertà. Un punto comune a tutta la tradizione biblica del Nuovo Testamento sulla libertà è che essa è legata alla filiazione in Cristo. Avete ricevuto lo Spirito di adozione, scrive Paolo, in virtù del quale ci rivolgiamo a Dio come al nostro Padre. Questa adozione a figli e figlie di Dio resa possibile dalla liberazione avvenuta nell'opera di Cristo è il fondamento della libertà cristiana. Per l’apostolo non c’è libertà che non sia legata a una certezza e a una speranza: Gesù Cristo ha cambiato le regole del gioco di questo mondo per cui non ci sono più distinzioni sociali, religiosi e sessuali. Per questo i credenti non sono più condannati a divorarsi a vicenda, ma sono invitati a mettersi al servizio gli uni degli altri nella libertà dell’amore.
La libertà cristiana è una vocazione : <>. Siamo chiamati a ricevere, a vivere la libertà che ci è donata, una libertà-dono che solo Cristo può dare. L’opera di Cristo culminante nella morte sulla croce è un’opera di liberazione: <>. Per Paolo la vocazione cristiana si riassume in questo <> a una libertà che riceviamo come dono nella fede. La libertà cristiana è la stessa vita di fede nella sua essenza più profonda o natura. In altri termini, è nella vita di fede vissuta ogni giorno che ciascuno, ciascuna, sperimenta la libertà dell’essere figlio e figlia di Dio. Questo avviene attraverso scelte responsabili dettate dalla forza dell’amore. La vita cristiana è l'opposto del moralismo. Non siamo chiamati a osservare una legge impostaci dall'esterno, ma alla legge di Cristo che è legge della grazia, scritta nel nostro cuore per ispirarvi spontaneità e fervore. Il credente agisce in modo libero e responsabile perché lo sente dentro e non semplicemente per salvare le apparenze.
Per perseverare nella libertà bisogna vivere l’agape. Invitando i credenti a perseverare nella libertà offerta da Cristo, Paolo afferma che in Cristo Gesù<< quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore>> (Galati 5,6). L’agape è il fondamento per una libertà autentica. Vi è la vera libertà solo nell’amore di Dio. I Galati si erano sviati dalla via indicata da Paolo che era la via dell’agape per dedicarsi all’osservanza delle prescrizioni di una legge disconnessa, sganciata dalla sua fonte che è appunto l’amore per Dio e per l’essere umano. Una legge che divide là dove Cristo ha unito tutti i credenti nell’unica famiglia di Dio.
Per perseverare nella libertà che ci è donata in Cristo, dobbiamo combattere l’egoismo oggi dilagante. Intendere la libertà semplicemente come possibilità di fare ciò che si vuole, dimenticando che ogni libertà ha i suoi limiti, apre facilmente la strada all’egoismo e all’individualismo che sono i mali di cui soffre la nostra società. L’individualismo oltre a togliere all’essere umano la sua peculiarità di <>, cioè un essere chiamato alla socievolezza e alla solidarietà, fa dimenticare che non si è liberi, se non si è responsabili nelle proprie scelte; non si è liberi, quando si confonde il buono, il vero, il giusto con ciò che mi piace, mi pare, mi rende (non solo in termini di denaro …).
Tutta la vicenda di Gesù, vista in tutto il suo svolgimento, dagli inizi sino al culmine della Passione, morte e risurrezione, si è rivelata una scelta di libertà da ogni priorità egoistica.
L’apostolo Pietro mette in guardia i cristiani contro il reale rischio di servirsi della libertà come di un velo per coprire la malizia (1Pietro 2,16). Paolo ci invita a vivere il grande paradosso della libertà in Cristo: essere liberi significa essere nell'amore di Cristo, schiavi, cioè servi gli uni degli altri. Mettersi al servizio gli uni degli altri è rendere possibile un altro modo di vivere, un altro tipo di società, più giusta e più fraterna. Qui sta la forza trasformatrice del messaggio evangelico come messaggio di liberazione. L'Evangelo non è una dottrina o un insegnamento ma una forza vitale che cambia l'essere umano rendendolo responsabile nei confronti degli altri. Una forza che ci mette a contatto con la persona viva di Gesù Cristo, il Liberatore. Secondo l'evangelista Giovanni, la verità che rende liberi è Gesù stesso, è l'incontro con Gesù, il totalmente degno di fiducia che donna la vera libertà. Non nasciamo liberi ma lo diventiamo grazie a un incontro personale con Cristo, incontro che le Scritture identificano con la chiamata che Dio ci rivolge.

Il 17 febbraio è per noi un giorno di festa della libertà, in ricordo della concessione dei diritti civili e politici alla minoranza protestante valdese da parte del re Carlo Alberto di Savoia. Celebrare questa festa della libertà è rendere testimonianza della nostra liberazione in Cristo. E’ riconoscere che i cristiani valdesi, sono stati chiamati a libertà, sono stati liberati non da un sovrano umano ma dal Signore della loro fede. Il popolo valdese era libero spiritualmente e interiormente, ancor prima dell’avvenimento del 17 febbraio 1848 e della conseguente libertà di Culto.
La tentazione dei Galati è la stessa a cui siamo anche noi esposti. Anche noi siamo tentati di abbandonare la corsa o rischiamo di fare una cattiva corsa legando le nostre azioni ad una realizzazione ipotetica della legge, invece di accogliere la grazia liberante di Dio e lasciarci trasformare da essa. Da protestanti mettiamo sempre la fede davanti a qualsiasi opera del credente, ma il rischio sempre presente è che le nostre tradizioni e organizzazioni ecclesiastiche diventino in un certo senso delle leggi che ci offrono una falsa sicurezza di fronte a Dio; non siamo salvati perché manteniamo la chiesa con le nostre risorse o perché vi apparteniamo da generazioni, no! Ai Galati, Paolo ricorda che, una vita giusta, giustificata, una vita approvata da Dio non può essere meritata mediante le pratiche della Legge, solo la fede nella liberazione del Cristo vissuta nell’amore è decisiva. La fragile libertà che ci è donata in Cristo reclama la fermezza della fede per non ricadere nella ricerca della giustizia con i propri sforzi e mezzi.

28/09/2012

Il Tempo del creato 2012

Il Tempo per il Creato è celebrato dalle chiese europee ogni anno dal 1° settembre al 4 ottobre. Il tema proposto per quest’anno è il suolo, associato ai beni comuni, la varietà della specie, l’agricoltura nella sua ciclicità e rinnovamento, ma anche la promessa e la speranza. Dall’humus che è la ricchezza del suolo viene etiomologicamente la virtù dell’umiltà.
In Italia, il materiale per la celebrazione è preparato dalla Commissione "Globalizzazione e Ambiente" della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia propone dei materiali per il Tempo.
 
  Il suolo, considerazioni bibliche
Nella narrazione della creazione così come si dipana all’inizio della Genesi il primo attore che si presenta è la luce, che separa il tempo del giorno dal tempo delle tenebre; il secondo gesto creativo separa le acque in modo orizzontale, dando collocazione al cielo; il terzo momento è ancora di separazione, cioè di ordine: “Poi Dio disse: «le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari»” (Genesi 1, 910). La terra, dunque, è il segmento asciutto e solido estratto dal caos e su di essa avviene la produzione di quanto necessario alle forme di vita che via via popolano il creato: “Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione…» »” (Genesi 1, 11). Anche la terra, come tutto il creato, ha il suo sabato, il settimo giorno del riposo. E infatti sul monte Sinai il Signore parla a Mosè di nuovo di essa: “Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non seminerete e non raccoglierete quello che i campi produrranno da sé, e non vendemmierete le vigne incolte” (Levitico 25,11), tanto più che, aggiunge il Signore, “le terre non si venderanno per sempre; perché la terra è mia e voi state da me come stranieri e ospiti” (Levitico 25,23). È poi nella parabola del seminatore che la terra viene analizzata nelle sue diverse tipologie, rocciosa, fertile per l’agricoltura, antropizzata dalle infrastrutture o colonizzata dalla vegetazione infestante (Matteo 13,123; Marco 4, 120; Luca 8, 415).

Gli ingegneri chiamano suolo qualunque terreno, indipendentemente dalle sue caratteristiche pedologiche; i geologi e gli agronomi invece denominano in questo modo soprattutto lo strato superficiale, che può raggiungere uno o due metri di profondità, adatto allo sviluppo della copertura vegetale. In realtà tutto il terreno nel suo insieme svolge una funzione unitaria insostituibile per governare il ciclo dell’acqua, il ciclo dell’erosione ed in fine l’organizzazione dell’agricoltura e dell’allevamento. Negli ultimi decenni, soprattutto a partire dall’inizio degli anni ’70, si è fortemente accelerato il cosiddetto consumo di suolo, quel processo cioè che modifica in modo profondo il paesaggio naturale. Il consumo di suolo sia agricolo che non, è conseguenza di due tipi di interventi: da un lato l’ampliamento e la moltiplicazione delle infrastrutture come strade, porti, aereoporti ecc. e degli insediamenti abitativi, dall’altro l’espandersi dell’agricoltura industrializzata. Il primo insieme di interventi, quelli infrastrutturali e urbani, ha conseguenze in particolare sul ciclo della acque, perché impermeabilizza superfici in precedenza in grado di assorbire lentamente e in modo distribuito le precipitazioni, restituendole con pari ritmo ai corpi idrici. Buona parte del dissesto idrogeologico che in Italia è molto diffuso e distruttivo è conseguenza di queste modificazioni. Il secondo complesso di modificazioni, quello che porta a ridisegnare vaste aree di terre fertili, è legato soprattutto all’industria chimica, all’ingegneria genetica, all’impiego massiccio dell’irrigazione con la messa in atto di quella che oggi viene chiamato complesso idroagroindustriale. Il risultato di un utilizzo molto massiccio di prodotti chimici (biocidi quali antiparassitari e funghicidi, fertilizzanti ecc.), di mezzi per la lavorazione del terreno pesanti ed energivori, di acqua distribuita per aspersione e conseguente dilavazione dei suoli ha il risultato di impoverire, anche in tempi assai brevi, l’humus delle sue sostanze organiche e di innescare estesi processi di desertificazione. Così il suolo agrario si riduce in valori assoluti, oltre a subire contaminazione inquinante che coinvolge anche le acque di superfice e sotterranee. Va aggiunto che molte ricerche e sperimentazioni hanno ormai ripetutamente dimostrato che un’agricoltura organica nel medio periodo ha livelli di produttività per nulla inferiori a quelli della agroindustria che, viceversa, vede le rese decrescere dopo pochi anni di abbondanti raccolti. Come dice Luca 8,15, da soli i semi che cadono nella buona terra “portano frutto con perseveranza”.

Nel comportamento e nelle scelte dei singoli e delle comunità si pone quindi la necessità di promuovere una cultura e comportamenti volti non solo a ridurre il consumo di suolo, ma anche impegnati a rigenerare aree in precedenza alterate, piccole o grandi che esse siano. Perché cambiare rotta rispetto ai cammini intrapresi è sempre possibile e non vi sono cambiamenti irreversibili.
Teresa Isenburg

Meditazione

E l'Eterno disse: `Ho veduto, ho veduto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi angariatori; perché conosco i suoi affanni; 8 e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani, e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese ove scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Hittei, gli Amorei, i Ferezei, gli Hivvei e i Gebusei.

Esodo 3,7

Siamo sul Sinai. Il Signore, il Dio quadrilittero nella sua misericordia, vede, ascolta e conosce intimamente il dolore che viene dalla oppressione.

Lui che aveva creato l’umanità a sua immagine e che, a sua immagine, le aveva comandato di dominare la terra sapeva che per questa creatura la dimensione del limite era ‘esterna’, affidata alla libertà e alla responsabilità –e infatti proiettata sui due alberi al centro di Eden, e che per essa non c’era un confine ‘naturale’ tra dominio e sopraffazione.

Viceversa in Gen 1,28 il verbo radah (governare) non consente di trascendere tant’è che è usato anche nel Salmo 72,78. Dunque nel passaggio dal primo al secondo racconto della creazione la definizione della consegna all’umanità vede un passaggio di accentuazione –non di sostanzadal servizio alla sovranità come due modi di esercitare la responsabilità in una relazione sì asimmetrica ma cocreaturale. E per ricordare questo la pedagogia ebraica ha istituito lo Shabbat come un antidoto al delirio di onnipotenza.

Ma non è bastato. Il limite allo sfruttamento tra gli umani e della restante creazione non è stato messo in forma di tabù, come è stato per l’incesto e per il cannibalismo ma di patto, sottoposto alla lealtà del contraente più forte.

In questa occasione Dio non solo si addolora ma si mobilita: scende per liberare gli oppressi e per farli salire in un’altra terra, buona e larga. Sembra di vedere in questa immagine un adulto che prende in braccio un bambino inciampato per rimetterlo in piedi in un punto sicuro. Il nome più elevato di Dio è proprio quello che verrà rivelato al v13: io sono colui che c’è, ‘il sarò’, un Dio che coincide con le sue manifestazioni storiche, non una essenza ma una presenza che chiede la collaborazione umana.

La sua mano avrebbe guidato i passi di Mosè. Non erano possibili una rivoluzione o una riconciliazione delle relazioni. La situazione era compromessa, lo schema dei rapporti era irrimediabilmente mortifero. Gli oppressi dovevano sottrarsi, venire via per poter ricostruire la propria umanità ferita, il senso di sè, la progettualità, la dignità. L’Egitto era

diventata una terra malvagia e stretta. Fin peggio di Ninive che si sarebbe convertita in seguito all’annuncio del recalcitrante Giona.
Mosè, che da qualche tempo aveva fatto propria la causa degli oppressi, sul Sinai cerca inutilmente di sottrarsi al conflitto con il potere, rappresentato da Faraone, che sarebbe inevitabilmente scoppiato alla richiesta di lasciar partire Israele. La liberazione incontra resistenze interne ed esterne.

La forza per affrontarle era sicuramente in Dio ma anche nella allettante alternativa da lui promessa: una terra buona e larga dove fluiscono latte e miele, certo abitata da molti popoli. Da una situazione angusta dove gli spazi vitali in tutti i sensi venivano soffocati si poteva uscire! La speranza è il linguaggio della vita, recita il tema della quarta assemblea del Consiglio per la missione nel mondo. La speranza chiama a raccolta per cercare alternative nella visione del mondo, in un mondo dove l’ingiustizia sociale, economica ed ecologica regna impunemente. Il popolo di Dio ha il dovere di esprimere insoddisfazione con scelte di vita smarcate e di misurarsi con queste forze a favore di una esistenza piena per tutta la creazione di Dio, in cui gli aspetti nutrienti della vita vengano enfatizzati. Scegliere la vita vuol anche dire cercare di proteggerla e preservarla.

Gli attributi di questa terra hanno dei richiami un po’ fiabeschi: la fuga dalla terramatrigna verso la terramadre che era già stata promessa ad Abramo, da cui la fame li aveva allontanati. Questa terra si era popolata ma era estesa, c’era ancora posto.
Non una terra sconosciuta ma un ritorno i cui termini sono espressi in maniera figurata dalla prodigiosa capacità di secernere latte e miele.
Il latte ed il miele hanno in comune l’essere prodotti di trasformazione attuati dalle madri nei mammiferi e dalle api. Là dove sono latte e miele ci sono madri e api, corpi che nutrono.
Entrambe sono alimenti legati al nomadismo e fruibili anche in condizioni ambientali scarse: se il pascolo è magro la mucca sopravvive e può dare latte e le api possono produrre miele.

Una terra che offre questi alimenti è una terra di rinascita perché alla nascita sono anche associati. Abbondanza di latte e miele significa anche possibilità di ricominciare, di lavorare la terra da persone libere come liberi e non proprietari sono il latte e il miele: beni comuni non merci!
Latte e miele sono il nutrimento quotidiano e non il cibo dell’abbondanza costituito dal grano, il vino, l’olio o la carne. Ma sono anche un nutrimento possibile in condizioni di conflitto e mobilità forzata come quella che Israele sperimenterà all’arrivo nella terra oltre il deserto. Grano, vino e olio maturano lentamente e hanno bisogno di cura. Presuppongono un tempo di pace.
Latte e miele sono anche legati al culto di Demetra che non solo abbraccia, scalda e nutre ogni essere umano, ma anche pone norme di vita sociale fondate più sul rispetto che sul dominio.

Mosè dunque prospetta all’Israele oppresso una terra dove le necessità materiali minime sono soddisfatte, dove il latte e il miele, come la farina e l’olio della vedova di Sarepta (I Re 17), non si esauriscono. Potremmo dire che l’esperienza della manna (Es 16) ne sarebbe stata una anticipazione.

Nella promessa è quindi contenuta anche una visione sociale ed economica fondata sulla sobrietà, sulla sufficienza e sulla condivisione con altri popoli.
Nel versetto 8 non si dice che quella era la loro terra ma il luogo dove abitavano, ovvero il luogo dove Dio –che è il Luogo del mondofarà giungere anche Israele. In tutto questo testo la definizione geografica non ha rilievo.
Mosè trasmetterà ad Israele questo desiderio e questo dono di Dio che non è solo annuncio di sostegno per la liberazione ma anche un progetto di vita ispirata ad Eden, attraversata da un fiume. Una relazione riconciliata con il suolo che egli aveva maledetto a causa di Adamo: tra adam e adamà –l’uomo e la terraè possibile uno scambio sostenibile per entrambe. La terra se non viene ferita produce latte e miele per tutte le creature.
Antonella Visintin Rotigni

Preghiera
Grazie per i suoli


Grazie Dio, padre e madre, per i suoli,

che ci sostengono e ci nutrono.

Che prestano il terreno, a noi, a tutti i popoli,

a tutti gli animali e a tutte le piante.

Tu sei il nostro suolo e per il nostro bene

Porti dentro di noi il risveglio

(Preghiera dal Perù, 2008)