Culti
Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 29 Marzo vedrà la partecipazione dei ragazzi del catechismo e quindi sarà alle ore 10,30.
Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 29 Marzo si terrà alle h.11
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27/10/2011
15/07/2011
"Amore è aiutarmi a morire"
di Gianni Genre, pastore della Chiesa valdese di Pinerolo
Diciamolo subito: non avevamo alcun dubbio sul fatto che il disegno di legge Calabrò sarebbe stato approvato anche alla Camera. Anche questa è una sorta di vendetta “politica” dell’attuale maggioranza nei confronti della Magistratura e di tutti coloro che, sostenendo la battaglia di Beppino Englaro e Mina Welby, si sono battuti e si battono per garantire un minimo margine di libertà e di dignità nel momento in cui ciò che rimane di un’esistenza umana chiede di superare la soglia dell’eternità.
Ecco perché in molte nostre chiese, ovunque nel nostro Paese, c’è stata, c’è e ci sarà una mobilitazione delle coscienze: battaglia che, peraltro, portiamo avanti con persone che hanno altre appartenenze confessionali o non desiderano averne alcuna.
Tanto per essere chiari: nessuno nega il fatto che le delicate questioni che attengono alla fine della vita siano fonte di convincimenti che possono apparire del tutto controversi se non addirittura contrapposti. Ma il rispetto delle altrui posizioni non può venire calpestato da una legge frutto di un atteggiamento di protervia politica cui ci siamo purtroppo abituati nell’Italia di questi ultimi anni. Coloro che, come molte sorelle e molti fratelli nelle nostre chiese, depositano o raccolgono i “testamenti biologici” contenenti le “dichiarazioni anticipate di trattamento”, utilizzabili soltanto in circostanze estreme, dove la persona sia priva della capacità di intendere e di volere, non hanno mai pensato di imporre ad altri la loro scelta, ma di garantirla a sé stessi o ai loro cari.
Un’ultima scelta di libertà, quella di potere morire, quando la vita non è più possibile e viene spacciata per sopravvivenza.
La complessità del problema, infatti, che viene negata da questa pessima legge appena approvata, nasce dalla difficoltà di definire che cosa sia la vita e che cosa sia la morte.
Nella prospettiva biblica – lo abbiamo ripetuto per anni - la vita non è anzitutto un dato biologico ma biografico: è data cioè dall’insieme delle relazioni che riusciamo ad intessere con chi ci circonda ed eventualmente con Dio. Nella più conosciuta delle parabole, quella cosiddetta del “figliol prodigo”, Gesù afferma che il padre della parabola giustifica la grande festa che ha preparato per il ritorno del figlio perché “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita”. La morte avviene, dunque, quando dobbiamo registrare l’assenza di relazioni che dà contenuto e spessore alla nostra giornata terrena. La sopravvivenza, garantita da ventilazione, alimentazione e idratazione forzata, se contrarie alla volontà liberamente espressa dalla persona, si configurano invece, a mio avviso, come una sorta di atteggiamento idolatrico nei confronti della vita. Idolatria che viene spesso mascherata da dichiarazioni spesso ipocrite sulla sacralità della vita, esattamente come avviene nella legge approvata ieri alla Camera. In che cosa, infatti, si attenterebbe alla sovranità di Dio, permettendo ad una persona che lo ha richiesto di spegnersi in modo “naturale”, cioè senza accanimento sul proprio corpo?
A questo proposito, vale la pena leggere la legge nella sua interezza, dove si afferma che “alimentazione ed idratazione sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”.
Insomma, nessuna reale libertà di scelta, una sopravvivenza imposta che impedisce la pur minima autodeterminazione terapeutica e contraddice le sentenze della Corte di Cassazione che affermano invece il contrario. Il tutto ben sapendo che molti farmaci letali sono utilizzati, in molti casi, senza domanda esplicita al paziente (che spesso non può rispondere).
E senza volere riconoscere che persino la richiesta ad un aiuto “attivo” a morire (che va ben oltre al testamento biologico), nei Paesi dove questo sia reso possibile dalle locali leggi vigenti, è assolutamente minimo, inferiore ai quattro casi ogni mille decessi.
Questa battaglia non mi ha mai entusiasmato, anzi mi sono sempre sentito sorpreso (e un po’ umiliato) nel doverla condurre perché in un Paese che si dice libero e democratico abbiamo sperato e creduto che una legge moderna, che coniugasse il rispetto dell’esercizio della libertà dell’individuo con la tutela della dignità dell’essere umano e con quella dell’inviolabilità della vita, potesse al fine vedere la luce.
Il nostro impegno dovrà invece essere ancora più grande, semplicemente perché viviamo in Italia, il Paese delle troppe anomalie. Soltanto qui, ad esempio, la Chiesa Cattolica mantiene una posizione di chiusura del tutto incompatibile con quella della Conferenza episcopale tedesca che – fin dal 1999, attraverso un documento sottoscritto e già rivisto due volte con il Consiglio della Chiesa Evangelica – permette e considera eticamente ammissibile l’eutanasia passiva volta ad un dignitoso lasciare morire, non proseguendo né iniziando un trattamento volto al prolungamento della vita (es. l’alimentazione o la respirazione artificiale, la dialisi, la somministrazione di antibiotici o altro nel caso di malati terminali o inguaribili…).
Questa legge oscurantista, liberticida, nasce male, anche perché è ancora una volta segno di un’ulteriore prova di “captatio benevolentiae” nei confronti del Vaticano da parte di una compagine politica e del suo leader che – come dimostra anche l’attuale crisi di credibilità prima ancora che economica in cui è scivolato il nostro Paese – cerca disperatamente appigli cui aggrapparsi mentre sta affondando, trascinando a fondo tutti noi.
Delle questioni relative alla fine della vita, insomma, non si è voluto e non si vuole discutere serenamente, come molti italiani ci chiedono di fare. Tra gli altri ce lo ha chiesto un grande giornalista ”di frontiera” scomparso alcuni anni fa, Enzo Aprea. Aggredito e letteralmente “fatto a pezzi” dal morbo di Burger che lo ha costretto ad una serie terribile di amputazioni agli arti superiori e inferiori, in una poesia dedicata al suo ultimo, imprevisto, amore in quegli anni di sofferenza atroce, scriveva: “Amore è aspettarsi il domani/ amore è accettare un addio/ amore è lasciarsi andare./ Amore è aiutarmi a morire”. (nev-notizie evangeliche 28/11)
10/02/2011
Testamento biologico. Il "no" dei valdesi e metodisti al ddl Calabrò
Iniziative a Roma, Milano e Bologna nel segno della laicità e dei valori costituzionali
Roma (NEV), 9 febbraio 2011 - A pochi giorni dalla discussione alla Camera sul testamento biologico - il progetto di legge approderà in aula il 21 febbraio - valdesi e metodisti, insieme ad esponenti della società civile e del mondo politico, dicono il loro "no" al ddl Calabrò, organizzando iniziative in diverse città.
Questa sera l'Aula Magna della Facoltà valdese di teologia (via Pietro Cossa 40) ospita il Convegno promosso da MicroMega sul tema: “Chi decide sul fine vita?”. All'incontro, dall'impronta laica, partecipano Daniele Garrone, Ignazio Marino, Stefano Rodotà, Giorgio Parisi, Giovanni Franzoni e Paolo Flores d’Arcais. La data del 9 febbraio non è casuale: è l'anniversario della morte di Eluana Englaro, ma è anche la “Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi” istituita dal governo, una decisione ritenuta dagli organizzatori del convegno "moralmente mostruosa", "un'ignominia", perché fa esplicito riferimento alla data della morte di Eluana. Sempre questa sera, e sempre nello stesso spirito improntato dai valori costituzionali, anche l'incontro organizzato dalla "Rete Laica Bologna" che si tiene nella chiesa metodista di via Venezian, dal titolo: "Testamento biologico. Saldi di fine stagione", con interventi - tra gli altri - di Carlo Flamigni del Comitato Nazionale per la Bioetica; Marco Cappato dell'Associazione Luca Coscioni; e il pastore valdese Michel Charbonnier. Venerdì 11 febbraio sarà la volta di Milano, dove, presso la Libreria Claudiana, si terrà una tavola rotonda politica dal titolo: "Eluana, una cittadina diversa dagli altri?". All'incontro, organizzato dalla Chiesa valdese di Milano, interverranno: Benedetto Della Vedova, Lucio Malan e Ivan Scalfarotto. Modererà l'incontro Monica Fabbri, membro della Commissione Bioetica della Tavola Valdese.
Per Luca Savarino, coordinatore della Commissione di Bioetica della Tavola Valdese, quella di Calabrò è una proposta "contro" il testamento biologico, una "finta legge". Lo ha affermato in un'intervista a "L'indro" (http://costruendo.lindro.it) spiegando come secondo quel ddl, già approvato dal Senato, l’alimentazione e l’idratazione artificiale non possono essere oggetto delle dichiarazioni anticipate. "Sarebbe una legge che annuncia la difesa di un principio che successivamente non integra pienamente, e quindi riconoscendolo a metà lo nega completamente. Il principio di autodeterminazione non può limitarsi al principio di informazione e tanto meno alla concessione d’una libertà parziale", ha detto Savarino, che domani sera interverrà su questo tema in un dibattito pubblico nella sala consigliare del Comune di San Mauro (TO).
Testamento biologico. Una legge che non rispetta la libertà dei figli di Dio
di Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese
Eppure, io sono certa che la vicenda di Eluana ha creato un precedente dal quale non si può tornare indietro nonostante il cattivo gusto e l’inopportunità della decisione del Consiglio dei ministri di indire una "giornata degli stati vegetativi”, nonostante la proposta di legge Calabrò, già approvata dal Senato, che va contro la dignità e la libertà dei cittadini e contro la libertà di coscienza sancita dalla Costituzione.
La perseveranza di Englaro ha creato una coscienza diversa e diffusa che in questi anni ha aperto riflessioni plurali su tante cose.
Si è capito che in tanti casi la morte non è un fatto naturale ma dipende dalla decisione dei medici. La scienza medica rende la vita più lunga ma non sempre migliore. Se quindi non è la “natura” a decidere, chi deve decidere della morte? Il paziente? il medico? la famiglia? la chiesa? La mia risposta è che a decidere può essere solo il paziente. Non si può imporre il proprio punto di vista ad un altro, nessuno lo può fare, né un medico, né un familiare, né una chiesa. Oggi questa semplice realtà, che d’altronde la Costituzione afferma e che per molti era acquisita da sempre, è più diffusa, è diventata patrimonio di tanti.
Non siamo eterni minori che hanno bisogno di essere guidati e presi per mano da qualcuno che pensa di sapere qual è il nostro bene. Siamo donne e uomini adulti, con la schiena diritta. La fatica di vivere, ma anche la bellezza della vita, è che possiamo e dobbiamo prendere decisioni che nessuno può prendere al nostro posto. Questo vale anche per la conclusione della nostra vita. E nel caso non fossimo più in grado di farlo è importante che le persone che ci amano e ci conoscono possano chiedere che sia rispettata la nostra volontà e la nostra visione delle cose.
La chiesa valdese sa da sempre che la vita è un dono che riceviamo da Dio insieme alla libertà e alla responsabilità di farne qualcosa di buono, di metterla al servizio del prossimo, di cercarne il senso insieme agli altri uomini e alle altre donne. Nessuno può frapporsi tra la nostra coscienza e Dio, nessuno può mediare, nessuno ci può togliere il bene prezioso della coscienza individuale e la libertà di decidere e anche eventualmente di sbagliare. Una legge come quella proposta dal ddl Calabrò, che vorrebbe ridurre le persone a minori sotto tutela, è una legge che non rispetta la Costituzione e, ne sono profondamente convinta, nemmeno la libertà dei figli di Dio (nev-notizie evangeliche 06/11).
07/12/2010
Bioetica. La moderatora valdese Maria Bonafede interviene sul caso Fazio-Saviano
Quale par condicio è garantita a comunità di fede con un’idea della vita diversa da quella cattolica?
Roma (NEV), 1 dicembre 2010 - La pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, in seguito alla decisione del Consiglio di amministrazione della RAI di garantire la replica di alcune associazioni "per la vita" dopo gli interventi di Mina Welby e Beppino Englaro nella trasmissione di Fazio e Saviano, ha pubblicato il 26 novembre scorso un commento sul sito della Chiesa valdese (Unione delle chiese valdesi e metodiste), del quale riportiamo un ampio stralcio.
"Quando il tema del 'fine vita', proprio in relazione ai casi Welby e Englaro, era assai più caldo, le reti televisive pubbliche e private hanno offerto a esponenti del mondo cattolico uno spazio pressoché esclusivo per spiegare come e perché quello che la moglie di Piergiorgio e il padre di Eluana chiedevano fosse, al fondo, libertà di omicidio: un atto violento e irresponsabile contrario all’etica naturale e al principio dell’assoluta sacralità della vita umana.
Dov’era, allora, la par condicio per i 'laici che credono', ovvero per coloro che sono mossi da una fede ma respingono l’idea che una chiesa o una religione possano imporre un’etica di stato? Dov’era lo spazio per i cattolici che la pensavano, al fondo, come Mina o Beppino? Quale par condicio è stata garantita alle altre comunità di fede che hanno un’idea della vita diversa da quella della Chiesa cattolica? Chi ha mai visto un pastore o un teologo protestante invitato in un talk show che abbia potuto spiegare che dal suo punto di vista la vita non è soltanto un cuore che batte grazie a una macchina ma è anche una relazione? Che proprio l’amore di Dio per le sue creature dovrebbe risparmiare inutili e artificiali sofferenze? Che proprio la dignità della persona a immagine di Dio impone di rispettare ciò che lei, lucidamente e in libertà, ha chiesto nel caso di una malattia che la costringesse a una vita artificiale?
No, queste testimonianze in televisione non sono arrivate perché quando si parla di bioetica nel nostro sistema della comunicazione c’è spazio solo per i casi umani, qualche anticlericale e per il monsignore di turno. Il dramma è che chi non c’è in televisione non c’è nella società. Ma un dramma ancora più grande è che, esclusione dopo esclusione, censura dopo censura, silenzio dopo silenzio, l’Italia diventa un paese più povero di idee e di libertà".
Roma (NEV), 1 dicembre 2010 - La pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, in seguito alla decisione del Consiglio di amministrazione della RAI di garantire la replica di alcune associazioni "per la vita" dopo gli interventi di Mina Welby e Beppino Englaro nella trasmissione di Fazio e Saviano, ha pubblicato il 26 novembre scorso un commento sul sito della Chiesa valdese (Unione delle chiese valdesi e metodiste), del quale riportiamo un ampio stralcio.
"Quando il tema del 'fine vita', proprio in relazione ai casi Welby e Englaro, era assai più caldo, le reti televisive pubbliche e private hanno offerto a esponenti del mondo cattolico uno spazio pressoché esclusivo per spiegare come e perché quello che la moglie di Piergiorgio e il padre di Eluana chiedevano fosse, al fondo, libertà di omicidio: un atto violento e irresponsabile contrario all’etica naturale e al principio dell’assoluta sacralità della vita umana.
Dov’era, allora, la par condicio per i 'laici che credono', ovvero per coloro che sono mossi da una fede ma respingono l’idea che una chiesa o una religione possano imporre un’etica di stato? Dov’era lo spazio per i cattolici che la pensavano, al fondo, come Mina o Beppino? Quale par condicio è stata garantita alle altre comunità di fede che hanno un’idea della vita diversa da quella della Chiesa cattolica? Chi ha mai visto un pastore o un teologo protestante invitato in un talk show che abbia potuto spiegare che dal suo punto di vista la vita non è soltanto un cuore che batte grazie a una macchina ma è anche una relazione? Che proprio l’amore di Dio per le sue creature dovrebbe risparmiare inutili e artificiali sofferenze? Che proprio la dignità della persona a immagine di Dio impone di rispettare ciò che lei, lucidamente e in libertà, ha chiesto nel caso di una malattia che la costringesse a una vita artificiale?
No, queste testimonianze in televisione non sono arrivate perché quando si parla di bioetica nel nostro sistema della comunicazione c’è spazio solo per i casi umani, qualche anticlericale e per il monsignore di turno. Il dramma è che chi non c’è in televisione non c’è nella società. Ma un dramma ancora più grande è che, esclusione dopo esclusione, censura dopo censura, silenzio dopo silenzio, l’Italia diventa un paese più povero di idee e di libertà".
03/07/2010
05/08/2009
Commissione bioetica della Tavola valdese: "Sì alla ricerca sulle staminali embrionali"
Roma (NEV), 5 agosto 2009 - "Siamo favorevoli alla possibilità che la ricerca si avvalga di embrioni 'sovrannumerari', altrimenti destinati alla distruzione. Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche riteniamo inoltre che sia doveroso non vietare in maniera pregiudiziale vie di ricerca potenzialmente fruttuose e che sia dunque necessario mantenere aperta la ricerca sulle cellule staminali embrionali accanto a quella sulle cellule staminali adulte". E' quanto si legge nelle conclusioni di un lungo ed articolato documento a firma della Commissione della Tavola valdese per i problemi etici posti dalla scienza (Commissione bioetica), e pubblicato come inserto dal settimanale evangelico "Riforma" del 31 luglio.
La Commissione bioetica - composta da una dozzina di teologi, giuristi, medici, scienziati e ricercatori - con il suo documento intitolato "Cellule staminali. Aspetti scientifici e questioni etiche", intende rilanciare il dibattito etico in Italia, diventato "sterile e ripetitivo", senza tuttavia semplificarne o minimizzarne i termini. "La ricerca sulle cellule staminali si colloca all’incrocio di enormi quesiti teologici, antropologici, etici ed economico-sociali", ha dichiarato Luca Savarino, coordinatore della Commissione bioetica, sottolineando la complessità dei fattori in gioco: "Libertà di ricerca, tutela della salute, equità nell’allocazione delle risorse sanitarie, salvaguardia dell’embrione: valori egualmente difendibili entrano, talora, in aperto conflitto".
Il documento sulle cellule staminali vuol essere uno strumento per districarsi, senza preconcetti, nel complicato gergo biotecnologico. L'intenzione di fondo è quella di fornire spunti di riflessione per una valutazione informata ed autonoma delle "nuove frontiere del sapere scientifico". A questo scopo offre una breve carrellata sulla recente storia dell'evoluzione delle biotecnologie; un interessante capitoletto sulla questione della "brevettazione del vivente"; e delucidazioni su varie posizioni esistenti in merito alle applicazioni biomediche, un problema sentito anche a livello europeo e tutt'altro che risolto, come si evince dal documento.
"La direzione di ricerca sulle cellule staminali embrionali solleva grandi speranze, in ragione delle possibilità terapeutiche che essa dischiude, per combattere patologie che affliggono l’umanità e che attualmente sono giudicate inguaribili o incurabili" - afferma Savarino, ricordando come la sollecitudine verso i malati appartiene sin dalle origini all'essenza del cristianesimo. "L'annuncio evangelico non si traduce immediatamente in una norma etica oggettiva e autoevidente - si legge nel documento -, ma ci chiama al rischio dell'interpretazione del messaggio cristiano".
La parte del documento dedicata più propriamente alle questioni eticamente sensibili spiega come caratteristico della tradizione protestante sia il richiamo alla responsabilità individuale, che fatalmente si traduce in un pluralismo di posizioni sia tra le diverse chiese, sia all'interno delle comunità, sia tra teologi. La domanda cruciale allora è quella riferita alla tutela dell'embrione e il suo utilizzo ai fini di ricerca. Anche qui, sul preciso momento in cui si può iniziare a parlare di "individualità", i pareri all'interno del protestantesimo divergono. La Commissione bioetica, dopo attenta riflessione, giunge alla seguente conclusione: "Qualsiasi soluzione si voglia dare a una questione così annosa e controversa, a noi sembra evidente che la blastocisti non possieda alcuna caratteristica che permetta di identificala con un essere umano". Meglio rinunciare a ogni "atteggiamento pregiudizialmente difensivo" e guardare al progresso scientifico "in una prospettiva laica, in grado di coglierne i limiti e le potenzialità emancipative".
L'auspicio della Commissione è ora quello di poter suscitare una discussione approfondita e serena sui temi elaborati nel documento al prossimo Sinodo delle chiese valdesi e metodiste che si terrà dal 23 al 28 agosto a Torre Pellice (TO). Intanto il documento - scaricabile dal sito www.chiesavaldese.org/pages/attivita/bioetica.php - è stato già mandato per lo studio e la valutazione alle singole chiese.
La Commissione bioetica - composta da una dozzina di teologi, giuristi, medici, scienziati e ricercatori - con il suo documento intitolato "Cellule staminali. Aspetti scientifici e questioni etiche", intende rilanciare il dibattito etico in Italia, diventato "sterile e ripetitivo", senza tuttavia semplificarne o minimizzarne i termini. "La ricerca sulle cellule staminali si colloca all’incrocio di enormi quesiti teologici, antropologici, etici ed economico-sociali", ha dichiarato Luca Savarino, coordinatore della Commissione bioetica, sottolineando la complessità dei fattori in gioco: "Libertà di ricerca, tutela della salute, equità nell’allocazione delle risorse sanitarie, salvaguardia dell’embrione: valori egualmente difendibili entrano, talora, in aperto conflitto".
Il documento sulle cellule staminali vuol essere uno strumento per districarsi, senza preconcetti, nel complicato gergo biotecnologico. L'intenzione di fondo è quella di fornire spunti di riflessione per una valutazione informata ed autonoma delle "nuove frontiere del sapere scientifico". A questo scopo offre una breve carrellata sulla recente storia dell'evoluzione delle biotecnologie; un interessante capitoletto sulla questione della "brevettazione del vivente"; e delucidazioni su varie posizioni esistenti in merito alle applicazioni biomediche, un problema sentito anche a livello europeo e tutt'altro che risolto, come si evince dal documento.
"La direzione di ricerca sulle cellule staminali embrionali solleva grandi speranze, in ragione delle possibilità terapeutiche che essa dischiude, per combattere patologie che affliggono l’umanità e che attualmente sono giudicate inguaribili o incurabili" - afferma Savarino, ricordando come la sollecitudine verso i malati appartiene sin dalle origini all'essenza del cristianesimo. "L'annuncio evangelico non si traduce immediatamente in una norma etica oggettiva e autoevidente - si legge nel documento -, ma ci chiama al rischio dell'interpretazione del messaggio cristiano".
La parte del documento dedicata più propriamente alle questioni eticamente sensibili spiega come caratteristico della tradizione protestante sia il richiamo alla responsabilità individuale, che fatalmente si traduce in un pluralismo di posizioni sia tra le diverse chiese, sia all'interno delle comunità, sia tra teologi. La domanda cruciale allora è quella riferita alla tutela dell'embrione e il suo utilizzo ai fini di ricerca. Anche qui, sul preciso momento in cui si può iniziare a parlare di "individualità", i pareri all'interno del protestantesimo divergono. La Commissione bioetica, dopo attenta riflessione, giunge alla seguente conclusione: "Qualsiasi soluzione si voglia dare a una questione così annosa e controversa, a noi sembra evidente che la blastocisti non possieda alcuna caratteristica che permetta di identificala con un essere umano". Meglio rinunciare a ogni "atteggiamento pregiudizialmente difensivo" e guardare al progresso scientifico "in una prospettiva laica, in grado di coglierne i limiti e le potenzialità emancipative".
L'auspicio della Commissione è ora quello di poter suscitare una discussione approfondita e serena sui temi elaborati nel documento al prossimo Sinodo delle chiese valdesi e metodiste che si terrà dal 23 al 28 agosto a Torre Pellice (TO). Intanto il documento - scaricabile dal sito www.chiesavaldese.org/pages/attivita/bioetica.php - è stato già mandato per lo studio e la valutazione alle singole chiese.
11/03/2009
Staminali embrionali. La svolta americana, il dogmatismo italiano
di Paolo Naso, giornalista e docente di Scienza politica
“Come persona di fede, credo che noi siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri e a lavorare per alleviare la sofferenza umana. Io credo che ci sia stata data la capacità e la volontà di proseguire in questa ricerca, e l'umanità e la coscienza per farlo responsabilmente. D'ora in poi – ha aggiunto Barack Obama – l'Amministrazione prenderà i suoi provvedimenti sulla base di decisioni scientifiche basate sui fatti e non sull'ideologia”.
Si consuma così un'altra frattura con le politiche dell'era Bush, orientate e condizionate da quella galassia di chiese e movimenti di tipo fondamentalista inquadrati nella Destra religiosa.
Come prevedibile la decisione della Casa Bianca ha provocato le reazioni della Conferenza episcopale degli USA che ha parlato di “una triste vittoria della politica sulla scienza e sull'etica”; ancora più duro il giudizio delle associazioni “per la vita” che sui loro siti hanno accusato il presidente “di aprire le porte alle fabbriche degli embrioni umani”.
Un sondaggio dell'Istituto Gallup del 9 marzo, rilevava che era favorevole all'abolizione delle restrizioni sulla ricerca il 52% degli americani mentre si dichiarava contrario soltanto il 41%. Ancora più netto il giudizio sulla moralità della ricerca scientifica sulle staminali embrionali: moralmente accettabile per il 62% degli americani; moralmente sbagliata per il 30%. Su questo tema, pure controverso, il presidente naviga con un buon vento in poppa e “spacca” il fronte repubblicano: valga ad esempio, il pubblico apprezzamento espresso a Obama da Nancy Reagan, vedova del presidente che aprì le porte dello Studio ovale alla stessa Destra religiosa che ora biasima la decisione della Casa Bianca.
Scrivendo degli USA ma pensando all'Italia, vogliamo proporre tre osservazioni. La prima è che in un sistema rigorosamente “separatista” tra lo Stato e le comunità di fede come quello USA, le ipoteche confessionaliste possono anche affermarsi e consolidarsi come è accaduto negli anni di George W. Bush, ma non hanno vita eterna. Nessun presidente, neanche il più fondamentalista, potrà andare oltre una certa soglia di commistione tra politiche dello Stato e valori confessionali: ne va del fondamento stesso del “patto civile” alla base di una società eccezionalmente pluralista anche sotto il profilo religioso.
La seconda considerazione è che, come già aveva fatto in campagna elettorale, Barack Obama ha parlato da presidente ma anche da “uomo di fede”: e da credente ha voluto richiamare un'etica cristiana della libertà e della responsabilità: liberi di cercare, responsabili di fronte a Dio delle nostre azioni e delle nostre scelte. Siamo ben lontani dall'etica e dalla teologia dei “valori assoluti” che delegittimano altri valori come quello della ricerca scientifica o del tentativo di “alleviare la sofferenza umana”.
La terza considerazione è che, negli USA come altrove, esiste un'opinione pubblica che ha un'idea molto precisa del diritto alla libertà di ricerca scientifica e non accetta che le chiese o le confessioni religiose impongano limiti e condizioni. Il che non significa che non vi siano limiti e condizioni, ma non sono quelli dettati da un Magistero: sono il frutto di un dibattito pubblico e di un processo nelle istituzioni “laiche” della politica. Se così non fosse, più che a Washington, saremmo vicini a Teheran. (NEV-10/2009)
“Come persona di fede, credo che noi siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri e a lavorare per alleviare la sofferenza umana. Io credo che ci sia stata data la capacità e la volontà di proseguire in questa ricerca, e l'umanità e la coscienza per farlo responsabilmente. D'ora in poi – ha aggiunto Barack Obama – l'Amministrazione prenderà i suoi provvedimenti sulla base di decisioni scientifiche basate sui fatti e non sull'ideologia”.
Si consuma così un'altra frattura con le politiche dell'era Bush, orientate e condizionate da quella galassia di chiese e movimenti di tipo fondamentalista inquadrati nella Destra religiosa.
Come prevedibile la decisione della Casa Bianca ha provocato le reazioni della Conferenza episcopale degli USA che ha parlato di “una triste vittoria della politica sulla scienza e sull'etica”; ancora più duro il giudizio delle associazioni “per la vita” che sui loro siti hanno accusato il presidente “di aprire le porte alle fabbriche degli embrioni umani”.
Un sondaggio dell'Istituto Gallup del 9 marzo, rilevava che era favorevole all'abolizione delle restrizioni sulla ricerca il 52% degli americani mentre si dichiarava contrario soltanto il 41%. Ancora più netto il giudizio sulla moralità della ricerca scientifica sulle staminali embrionali: moralmente accettabile per il 62% degli americani; moralmente sbagliata per il 30%. Su questo tema, pure controverso, il presidente naviga con un buon vento in poppa e “spacca” il fronte repubblicano: valga ad esempio, il pubblico apprezzamento espresso a Obama da Nancy Reagan, vedova del presidente che aprì le porte dello Studio ovale alla stessa Destra religiosa che ora biasima la decisione della Casa Bianca.
Scrivendo degli USA ma pensando all'Italia, vogliamo proporre tre osservazioni. La prima è che in un sistema rigorosamente “separatista” tra lo Stato e le comunità di fede come quello USA, le ipoteche confessionaliste possono anche affermarsi e consolidarsi come è accaduto negli anni di George W. Bush, ma non hanno vita eterna. Nessun presidente, neanche il più fondamentalista, potrà andare oltre una certa soglia di commistione tra politiche dello Stato e valori confessionali: ne va del fondamento stesso del “patto civile” alla base di una società eccezionalmente pluralista anche sotto il profilo religioso.
La seconda considerazione è che, come già aveva fatto in campagna elettorale, Barack Obama ha parlato da presidente ma anche da “uomo di fede”: e da credente ha voluto richiamare un'etica cristiana della libertà e della responsabilità: liberi di cercare, responsabili di fronte a Dio delle nostre azioni e delle nostre scelte. Siamo ben lontani dall'etica e dalla teologia dei “valori assoluti” che delegittimano altri valori come quello della ricerca scientifica o del tentativo di “alleviare la sofferenza umana”.
La terza considerazione è che, negli USA come altrove, esiste un'opinione pubblica che ha un'idea molto precisa del diritto alla libertà di ricerca scientifica e non accetta che le chiese o le confessioni religiose impongano limiti e condizioni. Il che non significa che non vi siano limiti e condizioni, ma non sono quelli dettati da un Magistero: sono il frutto di un dibattito pubblico e di un processo nelle istituzioni “laiche” della politica. Se così non fosse, più che a Washington, saremmo vicini a Teheran. (NEV-10/2009)
12/02/2009
Testamento biologico: sì a un confronto laico e pluralista
La voce unanime degli evangelici.
“L'Italia non è uno stato etico, non ha una religione ufficiale legittimata ad imporre valori e norme universali” – ribadisce Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, in un editoriale pubblicato oggi sul quotidiano Liberazione. Per noi valdesi e metodisti “la vita è un dono e una grazia di Dio, che si vive nella relazione con il prossimo e con il Signore che ci ha creati. Ma la vita biologica – un cuore che pulsa in un corpo spento e mantenuto vitale solo con degli artifici – è un'altra cosa. Insomma da credenti – conclude la moderatora - sentiamo il pericolo di un'idolatria biologica che finisce per essere strettamente apparentata all'accanimento terapeutico”.
Sul tema è intervenuto anche l'Unione italiana delle chiese cristiane avventistedel 7° giorno (UICCA) ribadendo “che la libertà del vangelo impone il rispetto della coscienza di uomini e donne che, credenti e non credenti, affrontano le tragedie della vita”, ricorda che tutte le confessioni religiose si devono astenere “dall'ingerirsi nelle decisioni prese dai diversi poteri di uno Stato laico come quello italiano e che in materia di coscienza e di fede nessuno può imporre con la coercizione convinzioni ispirate a qualsiasi credo”.
Guardando al futuro e quindi al dibattito sul testamento biologico, è intervenuto anche il Centro Studi di etica e bioetica collegato con l'Istituto di formazione evangelica e documentazione (IFED) di Padova che, in altre occasioni sui temi etici aveva espresso posizioni diverse da quelle delle denominazioni evangeliche raccolte nella Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI): in un comunicato l'IFED denuncia la “cieca biolatria cattolica che considera la vita un assoluto astratto” e l'“egolatria laica che piega tutto all'autodeterminazione degli individui. Solo un'etica in grado di collegare le norme morali alle situazioni particolari e alle legittime convinzioni personali – conclude – può trovare un punto di equilibrio virtuoso di fronte alle scelte gravose che le sfide di bioetica presentano. In questa prospettiva “invita il Parlamento a non intervenire in maniera emotiva, affrettata e segnata da agende politiche esterne”, ed auspica “una discussione aperta a tutte le componenti della società, compresa quella evangelica”.
NEV-11 febbraio 2009
“L'Italia non è uno stato etico, non ha una religione ufficiale legittimata ad imporre valori e norme universali” – ribadisce Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, in un editoriale pubblicato oggi sul quotidiano Liberazione. Per noi valdesi e metodisti “la vita è un dono e una grazia di Dio, che si vive nella relazione con il prossimo e con il Signore che ci ha creati. Ma la vita biologica – un cuore che pulsa in un corpo spento e mantenuto vitale solo con degli artifici – è un'altra cosa. Insomma da credenti – conclude la moderatora - sentiamo il pericolo di un'idolatria biologica che finisce per essere strettamente apparentata all'accanimento terapeutico”.
Sul tema è intervenuto anche l'Unione italiana delle chiese cristiane avventistedel 7° giorno (UICCA) ribadendo “che la libertà del vangelo impone il rispetto della coscienza di uomini e donne che, credenti e non credenti, affrontano le tragedie della vita”, ricorda che tutte le confessioni religiose si devono astenere “dall'ingerirsi nelle decisioni prese dai diversi poteri di uno Stato laico come quello italiano e che in materia di coscienza e di fede nessuno può imporre con la coercizione convinzioni ispirate a qualsiasi credo”.
Guardando al futuro e quindi al dibattito sul testamento biologico, è intervenuto anche il Centro Studi di etica e bioetica collegato con l'Istituto di formazione evangelica e documentazione (IFED) di Padova che, in altre occasioni sui temi etici aveva espresso posizioni diverse da quelle delle denominazioni evangeliche raccolte nella Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI): in un comunicato l'IFED denuncia la “cieca biolatria cattolica che considera la vita un assoluto astratto” e l'“egolatria laica che piega tutto all'autodeterminazione degli individui. Solo un'etica in grado di collegare le norme morali alle situazioni particolari e alle legittime convinzioni personali – conclude – può trovare un punto di equilibrio virtuoso di fronte alle scelte gravose che le sfide di bioetica presentano. In questa prospettiva “invita il Parlamento a non intervenire in maniera emotiva, affrettata e segnata da agende politiche esterne”, ed auspica “una discussione aperta a tutte le componenti della società, compresa quella evangelica”.
NEV-11 febbraio 2009
11/02/2009
Testamento biologico: una legge da pensare al plurale
“Vieni, tu, dolce ora della morte…”. Sono le parole di un’aria di una cantata di Johann Sebastian Bach con cui salutiamo Eluana Englaro che ha finalmente potuto essere accompagnata alla morte dopo 17 anni di esistenza vegetativa. Succede, nella tragicità della vita, di invocare la morte senza più temerla, aspettarla nel nome della vita e della dignità della persona umana, nell’abbandono fiducioso con il Signore della vita, come suggerisce Bach.
“Ci hanno impedito di salvarle la vita” ha affermato il Presidente del Consiglio che si è sentito come battuto sul traguardo quando pensava ormai di avere la vittoria a portata di mano. Vittoria di che cosa, di chi? Dimenticava che in questa materia nessuno è vincitore e che la morte può arrivare anche nel momento opportuno per farsi beffa dei “decreti di salvezza” di un governo che ha mostrato non solo mancanza di umanità e di rispetto per la famiglia Englaro, ma più che questo, ha osato violare i principi democratici di uno stato di diritto che la Costituzione (ancora) garantisce a tutti i cittadini.
Una morte accompagnata che ha posto fine a 17 anni di vita vegetativa in cui Eluana, da giovane ragazza, è diventata donna adulta senza poter vivere quella vita adulta in modo cosciente, partecipativo, relazionale. Ciò che fa del vivere umano una vita autentica e che distingue un corpo biografico da un corpo biologico. Chi non fa questa distinzione inganna se stesso e il prossimo e propone delle crociate pro-vita prive di senso, osando insultare il padre Beppino che ha lottato fino all’ultimo per difendere il legame d’amore e di fiducia che lo legava alla figlia, quel legame famigliare che altre volte la cultura cattolica esalta fino all’esasperazione e che qui viene improvvisamente cancellato.
Quando una chiesa che si proclama “esperta in umanità” pronuncia le parole che abbiamo sentito in questi mesi, è lecito dubitare della bontà di una tale esperienza. Ancora una volta si è voluto tirare in ballo la cultura della vita contro la cultura della morte, di qua i cattolici, di là i laici. Strumentalizzazione indegna, perché anche i cattolici sono divisi nelle loro letture e interpretazioni del vivere e del morire, così come lo sono i cittadini italiani nel loro insieme. Si pensa plurale, signori del Vaticano. Riconoscere che i valori, le spiritualità, i modi di essere responsabili della propria vita (cristiana e non) sono diversi e questa diversità chiede rispetto, è ancora un obiettivo da conquistare, nella società politica come nella chiesa romana.
Il fatto che alla strumentalizzazione del corpo di Eluana si siano prestati anche diversi esponenti dell’opposizione parlamentare dà l’idea dello sfascio attuale degli indirizzi della politica italiana. Che ne sarà ora della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento? Sarà una legge coercitiva per tutti i cittadini? Sarà possibile approvare un testo di legge senza doversi prima inchinare al volere di santa romana chiesa? Ciò che è preoccupante, per uno stato laico, è che in questa strumentalizzazione vi sia stato di mezzo, ancora, lo stato del Vaticano, che da un lato si è compiaciuto con Berlusconi lodando la sua iniziativa, mentre dall’altro lato il Segretario di stato Bertone dichiarava al telefono, in privato, la non-interferenza vaticana al Presidente della Repubblica. Quanta ipocrisia! Proprio oggi ricorre l’11 febbraio, data fatidica del Concordato tra stato e chiesa romana, vecchio ormai di 80 anni. In una Italia per molti versi provincia vaticana, la civiltà europea è ancora molto, molto lontana.
Ermanno Genre, professore di teologia pratica alla Facoltà valdese di teologia
“Ci hanno impedito di salvarle la vita” ha affermato il Presidente del Consiglio che si è sentito come battuto sul traguardo quando pensava ormai di avere la vittoria a portata di mano. Vittoria di che cosa, di chi? Dimenticava che in questa materia nessuno è vincitore e che la morte può arrivare anche nel momento opportuno per farsi beffa dei “decreti di salvezza” di un governo che ha mostrato non solo mancanza di umanità e di rispetto per la famiglia Englaro, ma più che questo, ha osato violare i principi democratici di uno stato di diritto che la Costituzione (ancora) garantisce a tutti i cittadini.
Una morte accompagnata che ha posto fine a 17 anni di vita vegetativa in cui Eluana, da giovane ragazza, è diventata donna adulta senza poter vivere quella vita adulta in modo cosciente, partecipativo, relazionale. Ciò che fa del vivere umano una vita autentica e che distingue un corpo biografico da un corpo biologico. Chi non fa questa distinzione inganna se stesso e il prossimo e propone delle crociate pro-vita prive di senso, osando insultare il padre Beppino che ha lottato fino all’ultimo per difendere il legame d’amore e di fiducia che lo legava alla figlia, quel legame famigliare che altre volte la cultura cattolica esalta fino all’esasperazione e che qui viene improvvisamente cancellato.
Quando una chiesa che si proclama “esperta in umanità” pronuncia le parole che abbiamo sentito in questi mesi, è lecito dubitare della bontà di una tale esperienza. Ancora una volta si è voluto tirare in ballo la cultura della vita contro la cultura della morte, di qua i cattolici, di là i laici. Strumentalizzazione indegna, perché anche i cattolici sono divisi nelle loro letture e interpretazioni del vivere e del morire, così come lo sono i cittadini italiani nel loro insieme. Si pensa plurale, signori del Vaticano. Riconoscere che i valori, le spiritualità, i modi di essere responsabili della propria vita (cristiana e non) sono diversi e questa diversità chiede rispetto, è ancora un obiettivo da conquistare, nella società politica come nella chiesa romana.
Il fatto che alla strumentalizzazione del corpo di Eluana si siano prestati anche diversi esponenti dell’opposizione parlamentare dà l’idea dello sfascio attuale degli indirizzi della politica italiana. Che ne sarà ora della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento? Sarà una legge coercitiva per tutti i cittadini? Sarà possibile approvare un testo di legge senza doversi prima inchinare al volere di santa romana chiesa? Ciò che è preoccupante, per uno stato laico, è che in questa strumentalizzazione vi sia stato di mezzo, ancora, lo stato del Vaticano, che da un lato si è compiaciuto con Berlusconi lodando la sua iniziativa, mentre dall’altro lato il Segretario di stato Bertone dichiarava al telefono, in privato, la non-interferenza vaticana al Presidente della Repubblica. Quanta ipocrisia! Proprio oggi ricorre l’11 febbraio, data fatidica del Concordato tra stato e chiesa romana, vecchio ormai di 80 anni. In una Italia per molti versi provincia vaticana, la civiltà europea è ancora molto, molto lontana.
Ermanno Genre, professore di teologia pratica alla Facoltà valdese di teologia
(NEV-Notizie Evangeliche, 11 febbraio 2009)
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