Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 14 Dicembre, si terrà alle h.11, seguirà un pranzo comunitario

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 14 non si terrà, ma si terrà nel Tempio di Omegna alle h.11

25/03/2017

Venerdì 31 Marzo ad Omegna: "INCONTRO CON LUTERO, Le 95 tesi: un’introduzione"


Testo della predicazione tenuto ad Omegna dal Pastore Alessandro Esposito, Domenica 19 marzo, durante il suo insediamento nelle comunità di Omegna ed Intra


Il 71mo volto (Esodo 32, 1-4)

«Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: “Facci un Dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal Paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. Aronne rispose loro: “Togliete i pendenti d'oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me”. Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani, li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: “Ecco il tuo dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dal Paese d'Egitto” »
(Esodo 32:1-4)


Vi sono episodi narrati dai testi biblici che vantano una fama che li precede: racconti di cui tutte e tutti, persino chi è estraneo a qualsiasi contesto religioso, abbiamo comunque almeno un lontano ricordo. Paradossalmente, però, sono proprio questi i testi che siamo invitate ed invitati a penetrare più in profondità, contro le presunte evidenze dei nostri ricordi vaghi e delle interpretazioni che solitamente ci hanno proposte. Rispetto ad un testo noto o ritenuto tale, la prima operazione da effettuare è quella di tralasciare per un momento tutta una serie di letture che ne abbiamo ascoltate: è necessario, prima di tutto, restituire verginità all'ascolto, darci una “lavata d'orecchi” che ci permetta di saper cogliere la novità dentro ciò che crediamo di conoscere già e che spesso giace sepolto dall'abitudine. Proviamo quindi per qualche istante a osservare meglio un paesaggio conosciuto per coglierne quei particolari che spesso ci sfuggono quando riteniamo che il luogo ci sia del tutto familiare. Esploriamo il già noto cercando di scoprirvi quell'ignoto che sempre vi si cela.
Israele sta vagando ormai da tempo in un deserto che è stato causa di lamentele, perplessità, malcontento. Ora anche quell'uomo che ha condotto il popolo fuori da una terra di schiavitù è improvvisamente scomparso: è salito su un monte e non ha più fatto ritorno. Era stato lui, quel Mosè, in fondo, a generare dubbi e mormorio: ora si è eclissato, è scomparso. Per cui l'occasione sembra quanto mai propizia.


Il popolo si rivolge quindi ad Aronne, fratello di Mosè, specialista, a quanto ci è dato di capire, di “questioni cultuali”. La richiesta è chiara ed estremamente significativa: “Facci un Dio”. Ovverosia: costruiscicelo, assemblalo, vedi un po' cosa puoi fare. Un Dio, infatti, lo si può edificare e una cultura qual è la nostra dovrebbe saperlo perfettamente. E Aronne, da buon sacerdote, mediatore del sacro, non si tira indietro di fronte alla proposta: al contrario, si presta al gioco e impartisce direttive concrete per mettere in atto una proposta che pare allettarlo. Dà così il via alla costruzione di ciò che più facilmente può essere confuso con Dio: l'idolo, vero e proprio Dio capovolto, tanto più ingannevole quanto più riesce ad assomigliare a Dio, o, per meglio dire, all'idea che ce ne siamo fatta e che, spesso, non è altro che la proiezione di un desiderio. Non è certo un caso che una delle espressioni latine per indicare l'avversario di Dio, colui che a Dio si contrappone, sia simia dei: ovvero, colui che è simile a Dio; letteralmente potremmo tradurlo: “la scimmia di Dio”, colui che lo scimmiotta, lo imita e che trae in inganno in virtù della sua somiglianza con Dio, non della sua differenza rispetto a Lui. Travestito da Dio fino al punto di far credere di essere Dio: un Dio a misura d'uomo e delle sue, delle nostre aspettative, un Dio manipolabile, a servizio di, conforme a.
Idolo, invece, è parola che proviene dal greco eidos, che, propriamente, significa “volto”, “aspetto”, “immagine”: insomma, “ciò che si vede” e che, una volta visto, permette l'identificazione. L'idolo è il volto inconfondibile di Dio, ciò che permette di dire: “Eccolo qua, è lui”. È identificazione piena, assoluta, senza riserve: è quel che si può vedere, niente di più, nulla al di là. È corrispondenza perfetta ad un'immagine, quella che ne ho io, solitamente: una sorta di documento d'identità rilasciato a Dio da chi presume di conoscerlo in un modo determinato e, si capisce, unico e adeguato. È la verità come assoluto, come evidenza. È la perenne tentazione dogmatica di definire Dio, di costringere l'altro, l'altra, a riconoscerlo nell'identikit che io ne fornisco. È il ribaltamento del racconto di Genesi: da un essere umano ad immagine di Dio ad un Dio ad immagine nostra, conforme alle nostre proiezioni e, quel che è peggio, ai nostri interessi. Il problema però non risiede tanto nel farsi un'immagine di Dio, cosa in parte inevitabile quando, in qualche modo, ne facciamo esperienza: il problema è, piuttosto, far coincidere Dio con quest'immagine, convincersi del fatto che anche l'altro, l'altra, che abbiano incontrato Dio, debbano conferirgli le stesse sembianze che noi gli abbiamo assegnate. Una tradizione rabbinica insegna che delle Scritture, che raccontano di Dio, è possibile individuare settanta sensi, numero che simboleggia quella completezza che è sempre figlia della pluralità, di una differenza positiva e insopprimibile. L'esortazione rabbinica, però, non è quella di esaurire questi settanta sensi, enumerandoli l'uno accanto all'altro: l'invito, piuttosto, è quello di esplorare ed aggiungere un “settantunesimo senso”, quello che ciascuno è chiamato a portare alla luce, quello che a Dio ancora manca.
Ho trovato assai belle le parole che il filosofo ebreo Emanuel Levinas propone alla nostra riflessione, commentando questa efficace immagine rabbinica del “settantunesimo senso”:


Tutto si svolge come se la molteplicità delle persone (...) fosse la condizione della pienezza della verità, come se ogni persona, con la sua unicità, assicurasse alla rivelazione un aspetto unico della verità: come se alcuni frammenti di questa verità non si sarebbero mai potuti rivelare nel caso in cui queste persone non fossero mai nate
(Tratto da: LEVINAS, E. La rivelazione nella tradizione ebraica, in: L'aldilà del versetto, Napoli, 1986)


Sfuggire all'idolatria significa rinunciare al possesso di Dio, che è l'eterna tentazione a cui ogni fede è inevitabilmente esposta: significa essere ancora capaci di lasciarci sorprendere da Dio, di scorgerlo laddove non immaginavamo di vederlo, là dove Lui, Lei, decide di lasciarsi incontrare.


Aronne, abbiamo visto, asseconda il desiderio del popolo di avere un'immagine di Dio chiara e disponibile, che poi è proprio quanto Dio aveva espressamente vietato al popolo nel primo dei dieci comandamenti. Proseguendo, il testo ci dice che quest'immagine è quella di un vitello. “Vitello”, in lingua ebraica, si dice 'egel. Mosso da curiosità, ho cercato di scavare nella direzione suggeritami da questa parola: non mi soddisfacevano, infatti, le spiegazioni tradizionali che si possono ricavare dalla maggior parte dei “commentari” al libro dell'Esodo.


Così, sono andato a cercare questo termine sul dizionario ebraico-italiano. Ora, in ebraico le uniche lettere di una parola che vengono scritte sono le consonanti: nel caso della nostra parola, 'egel, la g la l (più una lieve aspirazione ad inizio parola). Queste stesse consonanti, combinate con altre vocali, danno vita alla parola 'agol, che si scrive, dunque, allo stesso modo e che significa “cerchio, rotondo”. Ho trovato che si trattasse di una coincidenza interessante per due motivi.


Anzitutto il cerchio è rappresentazione di qualcosa di chiuso, di completo: immagine di perfezione, di qualcosa a cui non è possibile aggiungere nulla. L'idolo non è altro che Dio racchiuso nel cerchio di una determinata comprensione che si crede corretta ed esauriente. L'idolo scambiato con Dio sta dentro il cerchio e lì soltanto e l'ampiezza della sua circonferenza la stabilisce ciascuno attraverso le proprie convinzioni. Tutto ciò che non può esservi contenuto, circoscritto, resta fuori. L'idolo racchiude Dio in orizzonti di presunta certezza, in recinti dove sia possibile, in qualche modo, “addomesticarlo”. “Religione”, non a caso, viene da re-ligio: letteralmente “relegare”, confinare Dio entro i cortili del sacro, di modo da poterne, all’occasione, disporre. Questo è stato spesso l'obiettivo degli uomini e dei sistemi religiosi: imprigionare Dio dentro gli steccati di un sistema ritenuto non modificabile soltanto perché reso chiuso, impermeabile alle novità, alle scoperte a cui può portare l'incontro con Lui, con Lei. Quello che è possibile sperimentare nella relazione con Dio non è altro che uno dei Suoi volti che non è il volto, l’unico che Dio possegga, ma appena un frammento che Dio ha deciso di mostrare di Sé a quanti ne sono andati in cerca e che devono, ogni volta di nuovo, tornare a cercarlo.
Ma circolare, per tornare alla nostra parola ‘agol e provare a scavarne quel significato che trovo curioso ed interessante, è anche il cammino di chiunque si disponga a sostituire Dio con l'idolo: costui cammina in tondo, finisce per girare intorno a quel sé che è poi l'unico vero idolo per ciascuno. Seguire l'idolo, quindi, significa rimanere prigioniere e prigionieri di sé, edificare le mura della propria prigione, erigere le pareti che determinano, poi, la nostra insoddisfazione. Seguire l'idolo significa rimanere in quel deserto in cui lo si adora, senza che un cammino autentico sia in grado di portarcene fuori. Servire l'idolo, in definitiva, significa essere i carcerieri di noi stessi, non osare lo smarrimento, non avere il coraggio di sbandare dietro a Dio, per afferrarsi a una sicurezza che non tarderà a rivelarsi illusoria, ingannatrice.

Il Dio biblico, al contrario, ci propone il decentramento, la relazione come alternativa al cammino che finisce per farci avvitare su se noi stesse, su noi stessi.  Si tratta dell’invito che ci viene rivolto a scoprire ogni giorno, di Dio, un volto nuovo, che è quello che può esserci rivelato dall'incontro e dall'ascolto dell'altra, dell'altro. In ebraico, volto si dice panim ed è, assai significativamente, un plurale; più precisamente, si tratta di una forma di plurale del tutto particolare che viene definito duale, perché viene utilizzato per quelle situazioni che coinvolgono due soli soggetti, due sole persone. Per avere un volto dunque, ci insegna l’ebraico, bisogna essere in due: ognuno possiede un volto, infatti, soltanto quando sta di fronte a un'altra, a un altro, che, letteralmente, gliene fa dono. Funziona così per tutti. Anche per Dio: che in ciascuna, in ciascuno di noi, desidera soltanto specchiare quel settantunesimo volto che, di Sé, ancora, non ha rivelato.  

15/03/2017

Sermone di Domenica 12 Marzo 2017 tenuto ad Omegna sul testo biblico di Marco Capitolo 12, versetti da 1 a 12


Marco 12, 1-12 # Matteo 21, 33-46
Ad una conferenza distrettuale, un Pastore parlò che vi era un tempo in cui, i cristiani evangelici, i protestanti in genere, erano conosciuti per la loro conoscenza della Parola di Dio la Bibbia, il loro grande senso del dovere verso gli altri e verso Dio, doveri che essi adempivano in modo fedele ed esemplare, disse che aveva la fondata impressione che la maggioranza dei cristiani che si professano evangelici oggigiorno, sia sempre meno all’altezza della loro fama di gente che compie a fondo ogni loro dovere verso Dio e verso gli altri, includendo anche se stesso.                                                           Se quello che il Pastore suindicato ha detto, è vero, come io credo, noi non ci rendiamo abbastanza conto di quanto possa essere pericolosa la nostra posizione, soprattutto di fronte a ciò che il Signore Gesù diceva al popolo di Dio della Sua generazione, parole che vengono ritrasmesse a noi in tutta la loro inalterata importanza.
Nella Parabola dei malvagi vignaioli che è descritta, al capitolo 12 versetti da 1 a 12 di Marco, abbiamo scoperto ancora una volta che,
1. Gesù, quando parlava alla gente, quello che diceva era sempre velato, ambiguo, esposto a diverse interpretazioni,…era solo con i Suoi discepoli, quelli che Lo seguivano con fiducia ed ubbidienza, che Gesù diceva le cose chiaramente. Con la gente in generale Gesù usava delle storie, dei racconti, delle illustrazioni prese dalla vita di tutti i giorni, intese a far riflettere su sé stessi, su Dio, sulle sue opere e soprattutto sulla Sua Persona, questo è il motivo per cui le persone che lo ascoltavano avrebbero dovuto capire il suo messaggio, come si dice, “fra le righe”; Gesù inizia questa parabola parlando di una vigna, una vigna come ce n’erano tante intorno a Gerusalemme, vigne rigogliose che producevano del buon vino, piantate su buona terra e coltivate a regola d’arte. Sono circondate da siepi di protezione, sono dotate di un luogo per pigiare l’uva e di una torretta di guardia in un angolo per avere una prospettiva di controllo su tutta la piantagione. Di solito queste vigne appartenevano ad un proprietario terriero che le affittava a dei contadini che se ne prendevano cura. Il pagamento dell’affitto di solito avveniva in natura. Il padrone della terra aveva diritto ad una parte concordata della produzione.
2. Ecco però, in questo racconto quei contadini, fittavoli, fanno una vera e propria “rivoluzione”. Si ribellano al loro padrone, gli espropriano la vigna, rifiutano di consegnargli la parte concordata della loro produzione, bastonano ed ammazzano i suoi inviati, ed alla fine uccidono persino il figlio del padrone sicuri ormai di essersi appropriati dell’”eredità”. ...se ne potrebbe trarre un film di questa storia, e naturalmente per molti uomini/donne, gli “eroi” sarebbero i contadini, non è vero? Giustizia, libertà, commercio equo... cose degne almeno per una campagna di “Pane per i Fratelli”! Le cose però, nella parabola di Gesù, non vanno in questo senso, perché il padrone arriva con le sue milizie private, massacra quei contadini, e...dà la vigna ad altri!
3. In questa parabola, avremo notato come Gesù lascia intendere che non parteggia per i contadini e che voglia parlare di “giustizia e libertà” scandalizzandosi per la crudeltà dei padroni…anzi, Gesù sembra avallare concetti come ordine, legalità, diritto inviolabile alla proprietà privata! E’chiaro come Gesù metta qui in evidenza i diritti del legittimo proprietario e che non si tratti affatto di un “Gesù socialista” come qualcuno vorrebbe che fosse. Il punto è un altro: Gesù non sta parlando qui della società umana, di classi sociali, di giustizia, di uguaglianza, di libertà...queste cose eventualmente troveranno il loro spazio in altri contesti. Qui Gesù - e chi lo ascoltava in quell’occasione lo aveva capito bene - stava parlando dei diritti inviolabili di proprietà che Dio ha sul mondo e su ciascuno di noi e che noi regolarmente disattendiamo, pretendendo di fare a meno di Lui e godendo allegramente dei beni di questo mondo senza voler avere nessuna responsabilità nei Suoi confronti.
4. Per essere più chiari, nel contesto di questa parabola, Gesù stava dicendo che tutto questo era da intendersi come una denuncia contro Israele, popolo eletto di Dio, il quale non solo non serviva il Signore rendendogli la gloria che Gli è dovuta con la fede, l’ubbidienza e con una testimonianza di vita ineccepibile, ma che sarebbe giunto persino a respingere e ad uccidere lo stesso Figlio di Dio, Signore e Salvatore. Che cosa avrebbe fatto il Signore Iddio di fronte a tutto questo? Avrebbe condannato e respinto il Suo popolo, chiamando altri a farne parte, che sarebbero stati più fedeli. Si, altri, proprio fra le genti pagane di questo mondo, che molti allora fra gli ebrei disdegnavano. E Dio nella Sua sovrana libertà lo poteva fare.
5. Tutto questo, è sorprendentemente un discorso scomodo, in quanto il ribadire i precisi diritti di sovranità di Dio ai presenti di allora dà molto fastidio. Come anche ai nostri giorni Dio è Signore sulla nostra chiesa ed è nostro preciso dovere darGli gloria con la nostra ubbidienza e servizio. Se non lo facciamo Dio la condanna e la abbandona, prendendo altre persone, altre chiese, altri gruppi che Gli siano più fedeli. E Dio fa prosperare oggi spiritualmente le chiese che Gli sono fedeli, in quanto non abbiamo il diritto di gestirci la vita come ci pare e piace per il semplice motivo che noi siamo sue creature e apparteniamo a Lui come anche siamo stati creati per essere in stretta comunione con Lui per servirlo, ed è quindi a causa di questo…che se pretendiamo di gestirci autonomamente…senza ubbidire a Dio malgrado tutta la Sua pazienza e tutti i suoi richiami che ci fa, in mille modi, credete che…chi persiste nella ribellione a Dio…avrà una sorte migliore di quei malvagi vignaioli?
Nel nostro testo è significativa quella frase pronunciata dal padrone della vigna, che dice: “Avranno almeno rispetto per mio figlio!”. Evidentemente si illudeva, perché quei vignaioli diranno: “Costui è l’erede, venite, uccidiamolo!”.
6. Gesù era cosciente di essere venuto in un ambiente alquanto ostile. L’ostilità non era tanto verso di Lui come persona, perché se avesse vissuto una vita “normale”, conformandosi bene o male all’andazzo di questo mondo, Lo avrebbero certamente lasciato in pace e magari sarebbe arrivato fino a tarda età...ma da li a pochi giorni sarà messo a morte e con questa Parabola dei malvagi vignaioli vuole denunciare la triste realtà di un’umanità fondamentalmente ostile e ribelle verso Dio, la cui colpa fatale e dannosa è quella di dire di appartenere alla Sua Chiesa e a Gesù, poi...lo respinge, lo ignora, lo trascura e molto spesso lo sottovaluta, ebbene, questa è una condizione di irrimediabile perdizione anche se si compiono delle “buone opere”, questo era il peccato dei Giudei che Gesù tramite la parabola stava denunciando, e non si trattava solo di una “lamentela”, E’ come se Gesù dicesse, sempre in modo sfumato: “Non vi fate illusioni: la ribellione umana alla legittima sovranità di Dio verrà punita”. I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani, ai quali Gesù aveva rivolto questa parabola, e che non sono stupidi, comprendono bene ciò che Gesù vuol dire. Il testo dice: “Allora essi cercavano di prenderlo, perché avevano capito che egli aveva detto quella parabola contro di loro” (12), in quel frangente, come abbiamo letto, non riusciranno nell’intento di metterlo a morte, ma quando vi riusciranno, questo omicidio avrebbe comportato loro una rovina momentanea ed eterna a motivo del fatto che l’aver ucciso Gesù li ha condannati senza assoluzione, così come, oggigiorno, respingere o ignorare Cristo Gesù è un peccato mortale ed è uno degli scopi che questa parabola ci vuol far capire.
7. Dovrebbe essere logico, naturale, e anche normale accogliere il Figlio di Dio con affetto e riconoscenza da creature come noi che abbiamo il disperato bisogno di Lui e della Sua opera, ma quanti purtroppo sono ciechi! Con quanta tristezza si osserva il fatto che il Signore e Salvatore Gesù Cristo sia dai più ignorato, trascurato, disprezzato. Respingere Cristo è pazzesco, del tutto incredibile agli occhi di coloro che hanno gustato quanto il Signore sia buono!
Gesù è il Salvatore di chi non ha più speranza, il sollievo per chi non trova nelle medicine di questo mondo l’aiuto decisivo e per chi è privo di soccorso.
Egli è il solo Sommo Sacerdote che possa offrire a Dio un sacrificio davvero riparatore per tutti i nostri peccati. nostri peccati.                                                                              Egli è il Re dell’universo che è stato investito di ogni potere in cielo e sulla terra, sommamente degno di ogni onore e gloria.
Egli è Colui che ha manifestato con efficacia senza pari l’amore di Dio Padre: come non vedere questo attraverso l’agonia e la tortura di quella croce?
Egli è capace di salvare efficacemente e fino in fondo tutti coloro che vanno a Dio attraverso di Lui. Egli è il sommo Profeta mandato per rendere pubblica la volontà di Dio Padre, per rivelare le profondità di Dio, e per mostrare il modo in cui peccatori colpevoli possono essere riconciliati con Dio.
Egli è il Giudice supremo dei vivi e dei morti. Non sarebbe forse ragionevole venire a patti con Lui prima che Lui emetta nei nostri riguardi la Sua sentenza?
8. Dovrebbe quindi essere assolutamente ragionevole...che, la suprema autorità di amore e misericordia, Gesù Cristo, riceva ubbidienza, gratitudine e riverito da tutti coloro che ne hanno beneficiato.                                                                   
9.Questo è il motivo per cui dobbiamo riflettere e porci domande come queste: quale tipo di accoglienza diamo a Gesù Cristo?
Quanto spazio il Signore Gesù occupa nei nostri pensieri e nelle nostre priorità?
Gesù Cristo è il soggetto favorito delle nostre conversazioni?
Il Suo amore regna nel nostro cuore? Se professiamo di amarlo, dove sono gli inseparabili frutti ed effetti del Suo amore nella nostra vita?
Abbiamo imparato ad affidare la nostra anima nelle Sue mani, per essere salvati da Lui interamente, nei Suoi termini?                         
Trascurando Gesù Cristo, aggraviamo la nostra colpa come dice la Scrittura: “Come scamperemo noi, se trascuriamo una così grande salvezza?” (Eb. 2:3).
Potremmo continuare ad essere così allegramente negligenti quando la Scrittura chiaramente afferma ed illustra il destino di coloro che pretendono di fare a meno del loro unico possibile Salvatore?
Domande importanti! Alle quali ognuno di noi dovrebbe rispondere così: “ho capito che sto vivendo un momento decisivo della storia e della mia storia personale. Chi mi sta davanti non è una persona qualunque, in Gesù si determina il mio destino momentaneo ed eterno. Non posso far finta di niente, altrimenti come mi presento di fronte a Lui?  Devo prendere una decisione, ora!”.
Conclusione
Abbiamo iniziato la nostra riflessione osservando come “storicamente” i cristiani evangelici, i protestanti, fossero da sempre conosciuti come persone molto serie e ligie ai loro doveri, sia verso Dio che verso il prossimo. Siamo noi, sono io, ancora all’altezza di questa fama? Viviamo forse una vita disordinata e superficiale, priva di disciplina facendo il meno possibile di quanto è giusto e, seguendo l’andazzo di questo mondo? Siamo coscienti di essere creature di Dio “soggette a padrone”, con dei precisi doveri da adempiere verso di Lui e verso gli altri? Se mi considero membro della chiesa cristiana, sono coerente nella mia professione di fede servendo gli interessi di Colui che chiamo Signore? Ho accolto Gesù Cristo degnamente come Egli presenta Sé stesso nella Bibbia, cioè come il Solo nome che sia stato dato all’umanità per cui essa può essere salvata? Dobbiamo essere per altro coscienti di ciò che attende tutti coloro che Lo respingono disdegnando i diritti del Signore Iddio sulla nostra vita. Di tutto questo la parabola che oggi abbiamo letto è assolutamente esplicita. Decidiamo già da ora di accettare al nostro fianco il nostro Signore se non vogliamo fare la fine dei malvagi vignaioli.          Amen


Volantino Ordine del Culto di Domenica 12 Marzo 2017



11/03/2017

Predicazione del 26/02/2015 tenuta ad Omegna e Intra dal Pastore Alessandro Esposito

«E andò via di là Isacco e si accampò presso il torrente Gherar e abitò là. E tornò Isacco e scavò pozzi d’acqua che aveva scavato un tempo suo padre Abramo e che i filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo e li chiamò con il nome con cui li aveva chiamati suo padre. E scavarono poi i servi di Isacco nella valle e là trovarono un pozzo d’acqua viva»                                                                                                                                        (Gen 26:17-19)

L’inizio della cosiddetta «storia dei Patriarchi», che costituisce il cuore del libro che la tradizione cristiana ha denominato Genesi e che l’ebraismo chiama In Principio, è una storia costellata di pozzi: intorno ai pozzi, del resto, non può che svolgersi la vita di una famiglia di allevatori come è quella di Abramo e della sua discendenza. Chiaramente, però, il significato dell’episodio è allusivo, simbolico: Isacco, infatti, torna a scavare là dove suo padre aveva scavato prima di lui. Vorrei riflettere insieme con voi su questo particolare, soffermandomi su due aspetti estremamente significativi. Anzitutto Isacco, agendo in questo modo, porta avanti la tradizione paterna, con cui non intende rompere: si pone nel solco tracciato da Abramo in maniera consapevole e decisa. Scava là dove già suo padre, prima di lui, aveva scavato: questo gesto rappresenta l’elemento di continuità con chi lo ha preceduto e, per ciò stesso, gli ha trasmesso sapienza, fecondità, vita. Isacco non ha alcuna intenzione di rinnegare tutto questo: ne riconosce il valore, è animato da gratitudine e decide persino di mantenere i nomi che Abramo aveva dato ai pozzi. Nessuna rottura con il passato, dunque, nessuna novità che calpesta la memoria: soltanto un segno di fedeltà, braccia che tornano a scavare nel punto in cui i padri avevano attinto l’acqua. Ma, insieme con questo, c’è un altro aspetto, in un certo qual modo speculare rispetto al primo ed altrettanto essenziale: è vero che Isacco riprende quanto fatto dal padre, ma è comunque compito suo riportare alla luce quanto il tempo, seppur breve, ha già provveduto a sotterrare. Questo è il pericolo costante che si corre ogniqualvolta si sostituisce il rispetto per la tradizione con l’ossequio ad essa: si rischia di recarsi presso pozzi che non dissetano più, perché attendono prima essere dissotterrati. Questo è il lavoro che attende ogni generazione: riportare alla luce l’eredità dei padri e delle madri tornando a scavare. Perché quello della tradizione è un pozzo, non una sorgente: pertanto esso va liberato dai detriti che, inevitabilmente, ogni sapere accumula e di cui, anche, deve imparare a disfarsi, se vuole tornare ad attingere acqua che spenga la sete. Una volta assolto questo compito di fedeltà creativa, non dobbiamo però credere che il lavoro sia terminato. Ultimato il dissotterramento dei pozzi paterni, Isacco ed i suoi cominciano a scavare altrove: anche questo è il compito che attende ogni nuova generazione. Isacco scava anche in una direzione nuova: e qui si imbatterà nell’inatteso. Narra infatti il nostro testo che, grazie al coraggio di osare, Isacco scoprirà acqua di sorgente: una sorta di corso sotterraneo, che fluisce e non ristagna. Il pozzo dei padri, infatti, in un certo qual modo è acqua cheta: è fresca, limpida, ma anche ferma. Perché sia possibile attingere alla fonte e non appena al pozzo dobbiamo azzardare la novità: scavare là dove nessuno, ancora, aveva messo mano prima di noi.


Alessandro Esposito  

14/02/2017

Verso il 500° della Riforma, 1517 - 2017


Volantino Ordine del Culto Domenica 12/02/2017



Sermone del testo biblico di Luca 17,7-10 tenuto domenica 12/02/2017 nelle Chiese Evangeliche Metodiste di Omegna e Intra

        


In queste ultime settimane, i testi usati per la predicazione narrano episodi in cui, Gesù sta insegnando ai discepoli di allora ma anche ai discepoli di oggi quello che accadrà dopo la sua morte sulla croce, ma soprattutto spiega come ci si deve comportare per rimanere fedeli ai principi di Dio, PER IL NOSTRO BENEFICIO, teniamo presente che all’atto della nostra confermazione siamo diventati anche noi discepoli di Gesù, teniamolo presente perchè ci aiuterà a capire questo Sermone, in quanto il testo biblico di oggi, a prima vista può risultare imbarazzante già dal titolo stesso: “I doveri del servo” per il motivo che parlare di uno schiavo totalmente sottomesso al suo padrone può sembrare al giorno d’oggi un argomento molto sconveniente, soprattutto “non piace” alla mentalità attuale di uomini/donne del nostro tempo a motivo del fatto che è comune l’idea di considerarsi liberi e non servi di qualcuno, nel senso che non si vuole a che fare con qualcuno che ci comanda o ci dia degli ordini e sopratutto non essere “servi” di Dio. In secondo luogo, a molti uomini/donne, ripugna la parola “obbligo”, nel senso che non vogliono sottostare all’obblico di dover ubbidire a Dio. Inoltre, questa parabola sembra giustificare un “ingiusto” sfruttamento dei lavoratori da parte del padrone. Infine, appare persino tutto ingiusto perché sembra negare che chi lavora abbia diritto ad un’adeguata ricompensa. Insomma: la schiavitù! Possibile che Gesù insegni cose simili o addirittura voglia che noi le prendiamo come esempio?
Ebbene, scopriremo insieme come questo testo non solo sia in linea con il messaggio dell’Evangelo ma sopratutto ci farà capire due punti di vista: “quello del servo e quello del padrone”, soprattutto ci farà capire che dobbiamo essere “SERVITORI” per essere liberi, in quanto la nostra vera libertà la troviamo solo in Dio e non mettendoci contro di LUI.Gesù, in questa parabola utilizza semplicemente la realtà di quel tempo, un’economia basata sulla schiavitù, non tanto per denunciarla, non almeno questa volta e tanto meno per giustificarla, ma per far comprendere importanti principi evangelici. Poco importa se essi non piacciono! Gesù è il nostro Signore: non siamo qui per criticarlo, ma per ricevere con fiducia la Sua Parola. I principi di cui parla in questa parabola, infatti, non-solo continuano oggi ad essere validi, ma ad essi ci dobbiamo convertire! Quali sono? Cerchiamo di capire tutto questo senza pregiudizi e con fiducia.
Iniziamo a capire il significato di “servo” contenute nel testo: La parola greca usata in questo testo non vuol dire “servo Salariato”, (Luca 15:17,19), il quale, finché è pagato, deve compiere le faccende impostigli dal suo padrone, e può licenziarsi quando vuole, nel testo di oggi, la parola originariamente usata è “doulos”, la quale indica uno schiavo comperato in contanti, e perciò divenuto proprietà del padrone come il suo bue o il suo asino, e costretto, al par di questi animali, per amore o per forza a logorarsi la vita nei lavori giornalieri.
All’inizio di questo sermone, mettevo in evidenza come la nostra generazione, in linea di massima, consideri “scandalosa” ed “offensiva” una parabola di questo genere, perché uno dei problemi della nostra generazione è la sua arroganza nei confronti di Dio, pretendendo che Dio sia al loro servizio e non il contrario ma soprattutto si ritengono offesi se Dio non dà a loro quello di cui pensano di aver diritto o non si comporti con loro come si aspetterebbero. Secondo molti Dio “ci deve” vita, salute, benessere, protezione… Dio “deve” rispondere ad ogni nostro desiderio e preghiera, ...incondizionatamente, allo schiocco delle nostre dita! Se non lo fa, ...siamo pronti alle ritorsioni! Se non fa quel che diciamo o pensiamo di dover avere, allora ...gli sottraiamo la nostra fede, non andiamo al culto, oppure, ...ritiriamo il nostro appoggio alla Chiesa!   Tutto questo è ridicolo, puerile, ma anche tragico, perché questo atteggiamento è molto più comune di quanto molti siano disposti ad ammettere! Chi si comporta così, non si rende conto di chi sia Dio!                                                                                                    Un simile atteggiamento è così rivoltante e irriverente che viene da dire... “ma costoro che si comportano così chi pensano di essere?”    Solo il Signore Iddio è degno della nostra più incondizionata ubbidienza, tutto ciò che facciamo ed anche la nostra volontà e forza che abbiamo per compierlo, è Suo e dipende da Lui. Egli non “ci deve” proprio nulla, noi, semmai dobbiamo tutto a Dio per il motivo che ha mandato l’innocente e puro Gesù a morire sulla croce pagando Lui stesso il prezzo della nostra salvezza, questo è il motivo per cui non dobbiamo osare di pretendere da Dio alcunché, se non il nostro giusto e ben meritato castigo di peccatori
Il messaggio di questa parabola, vuol far capire, ai discepoli di allora come ai discepoli di oggi, prima che sia troppo tardi, i principi esposti da Gesù: la “gloria” spetta solo a Dio. Faccio un’esempio per far capire meglio il senso: “la gloria” spetta solo a Dio”.
I discepoli di Gesù hanno ricevuto dei compiti da svolgere nel mondo ed anche la capacità straordinaria per adempierli. Ecco, così, che Gesù li esorta a non vantarsene come se fosse loro merito e dovessero, per questo, riceverne la gloria, né a considerare queste opere come “un servizio retribuito”. Essi dovranno operare in modo riconoscente dando, in quello che fanno, soltanto la gloria a Dio.
Quel che riceviamo da Dio è per sola grazia: nulla ci è dovuto, dai molti privilegi che abbiamo alla salvezza stessa come dalle letture precedentemente fatte: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio” (Efesini 2:8).
Anche il bene che facciamo è opera di Dio: “infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo” (Efesini 2:10).
I discepoli di Gesù, così come abbiamo descritto dai vari versetti, non devono immaginare di poter pretendere alcunché dalle mani di Dio e di aver guadagnato dei meriti per tutte le cose fatte, perchè tutto deve essere fatto per grazia.
Come discepoli siamo pure esortati a svolgere un dovere dopo l’altro senza pensare di aver fatto mai abbastanza. Esiste un momento in cui potremmo dire anche noi come discepoli di aver fatto abbastanza per Dio, così da averlo “ripagato”? No!
Nella parabola di Gesù, il padrone non ritiene che i suoi servi abbiano per quel giorno fatto ormai abbastanza, ma che solo sia loro dovere continuare a servirlo. Il discepolo non può in alcun modo pensare di essere creditore nei confronti di Dio, per quanto abbia lavorato duramente per tutta la vita; infatti: Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato?”.
Non ha dunque senso parlare di voler avere “una ricompensa” per la nostra ubbidienza al Signore. Quale ricompensa vorremmo avere dopo aver già ricevuto tutto dal Signore, tra cui la morte di Cristo sulla croce per la nostra salvezza a motivo della Sua grazia?
Al versetto 10 vi è una frase che spaventa molti uomini e donne: “Così, quando avrete fatto tutto ciò che vi era stato comandato, dite: ‘Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare” (v. 10).
"Siamo servi inutili", ragionandoci sopra, …potremmo dire che non è esatta, perché lo schiavo che compie il suo lavoro non è inutile e perché Dio non ha creato nulla di inutile, anche in questo caso ci viene in aiuto la traduzione dal greco, il termine greco "achreioi" significa “inutili senza utile”, cioè senza guadagno. Ciò significa che i cristiani non fanno il loro lavoro apostolico per guadagno, per un utile personale, ma per dovere e gratuitamente: non per vergognoso interesse (cfr 1Pt 5,2), ma spinti dall'amore di Cristo Signore che è morto per tutti (cfr 2Cor 5,14). L'apostolato è di sua natura gratuito e rivela la sorgente da cui scaturisce, l'amore gratuito di Dio: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
I discepoli di Cristo sono esortati, in questa parabola, sia come ministri che come singoli credenti, ad essere altrettanto laboriosi di chi ara nei campi o si prende ogni giorno cura del bestiame del loro Signore. Dovere dei ministri di Dio è quello di ricevere e di ritrasmettere la Parola di Dio, amministrare e svolgere tutti gli altri doveri del ministero. Ogni singolo credente, altresì, deve impegnarsi nell’opera della fede, nella fatica dell’amore, della pazienza e della speranza; come pure deve assolvere ai propri doveri verso sé stesso, la famiglia, la chiesa ed il mondo in maniera gratuita, oltretutto, come servitori di Dio, dobbiamo essere sempre all’opera, e quando un compito è svolto, dobbiamo mettere mano ad un altro, così come il compito del genitore, che non è mai finito. Potrebbe un genitore dire: “Ho fatto le mie otto ore di genitore, e ora non ci penso più”? No, in quanto sappiamo che il ruolo di un genitore dura 24 ore al giorno per tutta la vita, questo vale anche per il servizio cristiano, il quale è “un servizio permanente”, animato dall’amore e dalla riconoscenza verso Dio. I cristiani non possono “andare in vacanza” dall’essere cristiani.
Tutto ciò che ci è comandato, come ricevere la Parola o trasmetterla, pregare, qualsiasi atto di giustizia, di benevolenza, ogni dovere fatto in risposta e nel modo che Dio ci comanda nella Sua Parola, è un dovere ed un’espressione di riconoscenza per quello che Dio è ed ha già operato nella nostra vita. Se siamo stati “utili” al Signore, questo è stato possibile per la volontà, forza e grazia che Dio ci ha accordato. Noi non possiamo dare a Dio nulla che Egli già non abbia. Dio non-ha alcun obbligo verso di noi, né deve riconoscerci il merito per quello che abbiamo fatto. Chi parla di “guadagnarsi il paradiso” non-ha capito nulla dell’Evangelo di Gesù Cristo.
Per cui, per quanto la diligenza sia del tutto appropriata e ragionevole compierla per l’opera del Signore, è necessaria anche l’umiltà. Non dobbiamo rivendicare ciò che non ci spetta o…vantarci dell’opera che abbiamo fatto, dato che anche quando abbiamo fatto il meglio o il massimo, abbiamo fatto solo quello che dovevamo fare e di cui avevamo l’obbligo.
Conclusione
Tutto questo dovrebbe averci fatto capire che, se pretendiamo di “avere la giusta ricompensa” per i nostri sforzi; o che diciamo, quando ci chiedono qualcosa: “Non sono mica tuo servo! Arrangiati”, stiamo rinnegando Gesù che disse: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Luca 22:27). Avevano forse diritto ad essere serviti da Gesù i Suoi discepoli o le persone che Egli beneficiava della salvezza dal peccato con la Sua morte sulla croce? Certamente no. Questo suo comportamento, deve farci capire altresì che Gesù manifesta il Suo amore gratuitamente, come la Sua grazia, ed è anche il comportamento che si aspetta dai Suoi discepoli, come annunciò dopo aver lavato loro i piedi: Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io.” (Giovanni 13:14-17).
Gesù, con questo suo comportamento ci ha insegnato la gratuitità, che significa servire gli altri senza mai risparmiarci, donandoci sempre agli altri senza riserve, sempre con gioia, con amore e soprattutto senza aspettarci nulla o niente in cambio.
Gia da oggi vogliamo seguire ed eseguire il lavoro come servi del nostro Signore Dio e Gesù Cristo a favore di tutti gratuitamente.
AMEN

12 febbraio 2017.







17/01/2017

Preghiera Ecumenica per unità dei cristiani

Siamo invitati sabato 21 Gennaio alla Preghiera Ecumenica per l'unità dei cristiani che si terrà al Sacro Monte di Orta alle ore 17:15 poco dopo la messa delle ore 16:00.
   

14/01/2017

1^ Domenica dopo l'Epifania; Predicazione: Matteo 4,12-17

Sermone tenuto Domenica 8 Gennaio nella Chiesa Evangelica Metodista di Omegna e Intra

1^ Domenica dopo l'Epifania

Predicazione: Matteo 4,12-17

Tutti i giorni sentiamo parlare di omicidi, di femminicidi, i quali ci vengono riferiti dagli organi di informazione, come la notizia di una settimana fa, dove la violenza nei confronti dei cristiani e dei musulmani in Turchia ha prodotto diverse vittime, tutti questi episodi rappresentano un quadro tragico, una spirale di paura e di morte che sembra diventare ogni giorno sempre più asfissiante, sempre più stringente, oltre a questi efferati episodi, vi è anche la costante pressione che esercitano i vari mercati azionari sulle varie ditte, come nel caso delle case farmaceutiche che per conquistarsi la fetta più grossa del mercato, non esitano a far sì che si inventino sempre nuovi slogan pubblicitari, come nel caso delle ditte che producono pastiglie le quali usano frasi come: “prodotti decisamente migliorati perché usiamo la formula più genuina in assoluto e i risultati sono clinicamente verificati” e simili pretese...
Ho letto di un Pastore che un giorno ha scritto una lettera ad una ditta di compresse contro il mal di testa, di questo tenore: “Gentili signori, voi producete aspirine che tolgono il dolore, fan passare il raffreddore e abbassano la febbre. La miscela usata nelle vostre formule fa sì che la gente possa alzarsi dal letto e combattere mal di testa, spasmi muscolari ed altri problemi. I vostri prodotti operano meraviglie dal lunedì al venerdì, e sono particolarmente efficaci di sabato. La gente che li prende di domenica, sembra non averne alcun giovamento! La domenica non riescono a liberarsi dai loro mal di testa e dolori e così a venire in chiesa per il culto. Ora, è possibile per voi verificare di nuovo i vostri prodotti e mettervi magari qualche ingrediente che li faccia funzionare anche la domenica?”.
       Ora mi domando…come si può rompere questo sistema costruito sulle intolleranze, sulle discriminazioni, sul sopruso e sui fallimenti?
Di fronte alle violenze ed alle ingiustizie, per Dio sarebbe stato semplice intervenire d’autorità, ma non lo ha fatto, tuttavia…nella sua scelta di lasciarci liberi ci ha voluto insegnare il modo per superare le difficoltà e le sofferenze, per accettarle e per superarle con dignità.
Se da una parte c’è la domanda sul perché Dio permette tutto questo dall’altra…c’è Gesù che è entrato nella nostra storia umana morendo vittima degli interessi umani e della malvagità di chi vede il proprio profitto e la propria classe sociale superiore persino a Dio.
La vicenda che Matteo ci riferisce è uno dei tanti momenti drammatici che uomini e donne hanno vissuto a quell’epoca: il fatto che Giovanni il battezzatore viene messo in prigione (Mt.11,2) è il messaggio molto forte di una società che, messa in discussione, elimina a suo modo il problema e lascia nello sconcerto coloro che vedevano in Giovanni l’uomo chiamato a realizzare le promesse dei profeti, cioè il cambiamento.
Gli abitanti di Capernaum erano venuti a sapere che, oltre a Giovanni appena incarcerato, vi era un’uomo che si era appena trasferito nel loro territorio, il cui nome era Gesù, il quale compiva miracoli di guarigione ed in modo particolare era manifesta la sapienza che esercitava nei suoi discorsi, per di più…avevano udito parlare che a motivo di queste sue azioni Gesù fosse pieno della “potenza dello spirito” e quindi poteva essere il “Messia”; è significativo che la predicazione di Gesù inizi a Capernaum, località di confine, dove vivevano persone i cui principi erano molto lontani da quelli del popolo eletto, questo è il motivo per cui Gesù decise che doveva portare il messaggio dell’Evangelo anche a costoro;  
Gesù, nella sua predica, riprende la frase detta da Giovanni poco prima di essere incarcerato: “ravvedetevi”, uno slogan che caratterizza la sua predicazione, un messaggio molto forte col quale intendeva dire: “cambiate totalmente il vostro modo di pensare e di vivere”.
La frase di Gesù, unita alla “potenza dello Spirito” che dimostrava di avere, era pericolosa, per il fatto che colpiva alla radice le situazioni di peccato, di ingiustizia…e le trasformava radicalmente. L’azione di Gesù era una valida offensiva per smantellare le forze spirituali della malvagità quali: “l’ipocrisia umana”, “la religione di comodo”, “le ingiustizie” e “la corruzione del potere”, agendo così…Gesù era diventato pericoloso come Giovanni Battista, per il motivo che…una persona che si affida a Gesù non è più “idonea al sistema ipocrita della società”…in quanto viene trasformata nel pensare, nel parlare, nell’agire, nel rapportarsi con Dio e gli altri in modo totalmente nuovo.
Con Gesù, preso seriamente e fino in fondo, le cose cambiano veramente: non sono “parole” ma, come dice l’Apostolo Paolo, “dimostrazione di Spirito e di potenza” (1 Co. 2:4).
Le parole pronunciate da Gesù “ravvedetevi” sono valide anche per noi oggi, la sua esortazione a ravvederci è l’unico modo per sentirlo vicino a noi nei momenti in cui ci sentiamo vacillare o siamo talmente confusi da non capire più cosa dobbiamo fare.
Ravvederci, significa rimettere al centro della nostra vita Cristo e da parte tutto il resto, è risaputo che tutte le volte che uomini e donne pensano di poter affrontare i vari problemi attraverso gli strumenti del mondo, dimenticano il loro dovere di cristiani, nel senso che…perdono di vista il valore primario, cioè Cristo.
Mi spiego meglio: una crisi economica può essere affrontata con gli strumenti dell’economia, quella sociale con quelli della sociologia, quella del disagio personale con la psicologia, quella del lavoro e dell’occupazione con quelli della politica sociale, quelli della malattia con la scienza medica.
Ognuno di questi strumenti specifici o quant’altro possiamo immaginarci…che ho appena elencato, sono sicuramente validi, ma nel momento in cui…queste “qualità del mondo” o “le potenze di questo secolo” diventano un principio assoluto e il dio risolutivo del problema, significa che stanno dominando l’umanità anziché servirla come vuole Dio, per questo Gesù ci sta dicendo “ravvedetevi”, questa espressione, non è il “pentitevi”…che alcuni ignoranti delle Scritture hanno sostenuto, ma è piuttosto l’appello a cercare “solo Cristo” (il “solus Christus” della Riforma”), cioè, il mettersi in una riflessione critica verso tutte le nostre concezioni della vita.
Noi non dobbiamo pentirci di nulla, ed a maggiore ragione non dobbiamo pensare che un pentimento sia la merce di scambio per la vita eterna.
Nessuna delle parole che ci sono state tramandate da Gesù dice di fare penitenza, anzi, quello che ci viene chiesto è la metanoia, cioè il cambio di mentalità che trasforma completamente il nostro modo di pensare, questo cambiamento inizia proprio dal “solus Christus”, che mette nelle mani di Dio tutte le nostre scienze, così come le soluzioni che cerchiamo di usare, per affrontare, gestire o risolvere ogni problema.
La conseguenza del nostro cambiamento, della nostra metanoia, devono diventare un comportamento di amore, di umiltà, di giustizia, di equità, di accoglienza, di pace, di lealtà e di quanto altro si può immaginare di qualsiasi bella cosa, le quali sono anche l’etica della chiesa e il principio a cui il cristiano deve uniformare la propria vita.
Al tempo di Gesù, molti uomini e donne non seppero accogliere quel messaggio che parlava delle radicali possibilità della trasformazione personale e sociale…create da un rinnovato rapporto con Dio, perfino oggi, spesso non sappiamo accogliere…equivochiamo o non riusciamo a comprendere i messaggi che vengono pronunciati dal pulpito per la nostra trasformazione personale e sociale…a causa del fatto che, sovente siamo distratti da cose o pensieri che non centrano nulla con quanto ci viene pronunciato dal Predicatore o dal Pastore, soprattutto, vi è anche un’altra causa che non ci permette di comprendere il messaggio del Predicatore o del Pastore, la causa è dovuta al fatto che…a prima vista…il messaggio sembra sia un argomento scottante ed allora ci viene comodo equivocare su quello che stiamo ascoltando, questo avviene, quando capiamo che Cristo ci interpella personalmente, quando mette in discussione la nostra persona e ci fa riflettere su cosa pensiamo e su come agiamo, ma tutto quello che ci viene pronunciato non deve essere equivocato, in quanto, solo tramite l’osservazione della Parola di Dio Gesù cerca di farci modificare definitivamente i nostri “valori”, i nostri “rapporti con Dio” e con “gli altri”, solo in questo modo possiamo effettuare una radicale trasformazione religiosa e sociale, così da poter ottenere la vita eterna come è descritta nell’Evangelo.
Questo è il motivo per cui dobbiamo analizzare attentamente e fare nostro quello che ascoltiamo, lasciando fuori dalla Chiesa ogni distrazione, pensiero o quant’altro che possa farci equivocare quello che il Predicatore o il Pastore stanno dicendo, solo analizzando bene quello che ci viene detto riusciremo a capire che la trasformazione alla quale Gesù ci chiama è una proclamazione di libertà, molti uomini e donne pensano che seguire i consigli di Cristo sia come se ci rinchiudiamo in una gabbia, ma vi assicuro che, chi ha già anche solo in minima parte messo in pratica i consigli di Cristo vi può confermare che questa trasformazione ci renderà liberi dalla schiavitù interiore e dalla schiavitù esteriore, questa trasformazione ci libera dall’essere schiavi del peccato e dalle cose di questo mondo per diventare liberi attraverso Dio, questa liberazione dalla schiavitù del peccato è disponibile a tutti coloro che fanno di Cristo il loro personale Signore e Salvatore e...se mettiamo in pratica quello che Gesù ci chiede tramite quello che è scritto da Paolo nella sua lettera ai Romani 12: “2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà”.

Ringraziamo Dio per i suoi consigli, così da trasformare la nostra mente per sottometterci a Cristo come al nostro personale Signore e Salvatore già da oggi, non aspettiamo domani, domani quell’opportunità potremmo perderla per sempre.
AMEN

Giampaolo Castelletti, Letture bibliche inerenti al Sermone di Matteo 4,12-17: Marco 1,14-15; Romani 12,1-2; Luca 3,15-20; Matteo 11,1-10; Matteo 14,1-12