Culti

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
Nel Tempio di Omegna, il Culto di Domenica 14 Dicembre, si terrà alle h.11, seguirà un pranzo comunitario

Intra - C.so Mameli 19
Nel Tempio di Intra, il Culto di Domenica 14 non si terrà, ma si terrà nel Tempio di Omegna alle h.11

06/01/2020

Matteo 2,1-12. Testo e predicazione. Culto dell’Epifania, domenica 6 gennaio



Matteo 2, 1 – 12
     Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode.
Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele “».
Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo».
Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via.”

“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda…”. 
Così, settecento anni prima che gli scribi nel vangelo dei Magi citassero il suo testo rispondendo al re Erode, il profeta Michea s’era rivolto a Betlemme, ricordandole, seppure per negarla dal punto di vista dell’importanza storica, la sua estrema piccolezza.
È sempre stata piccola, Betlemme, così “minima” da non essere neppure una città, ma piuttosto un villaggio di campagna, immerso tra verdi pascoli e campi ricchi d’orzo che le hanno dato il nome di Betlehem, “Casa del pane”, ma è antichissima e celebre.
C’era già trecento anni prima di Michea, e proprio allora era stata sede di un evento decisivo. Come abbiamo ascoltato in 1 Samuele 16, proprio lui, Samuele, aveva ricevuto da Dio l’ordine di ungere un altro re perché Saul era stato rigettato, ed era stato mandato a cercare il nuovo re proprio a Betlemme. Lì viveva un pastore, Isai coi suoi molti figli maschi. E Dio aveva indicato a Samuele di ungere il più piccolo dei figli di Isai, il giovanissimo Davide.
Era stata un’unzione clandestina, celebrata in un clima di paura per la possibile reazione di Saul, se avesse mai saputo di quel nuovo re nominato al posto suo. Ma poi Davide era davvero diventato re. Il più grande dei re di Israele.
E certo, un grande re non poteva rimanere nella piccola Betlemme. E infatti aveva scelto di porre la sua sede a sette chilometri da Betlemme, nella ben più popolosa e munita città di Gerusalemme, da lui appena strappata ai Gebusei. E lì aveva fatto trasferire l’arca del Signore, lì aveva costruito il suo palazzo, lì aveva progettato il tempio che avrebbe costruito suo figlio Salomone.
E nel palazzo di Gerusalemme s’erano succeduti i re, e nel tempio i sommi sacerdoti, e la piccola Betlemme aveva continuato nella sua esistenza sonnacchiosa di borgo di provincia…
* * *
Matteo 2, 1-12, ci ha una volta ancora raccontato che, mille anni circa dopo Samuele, altre persone vanno, proprio come è andato lui, a Betlemme a cercare un nuovo re quando già ce n’è uno assiso sul suo trono. Quelle persone non sono dei profeti, anzi, non sono nemmeno degli ebrei. Sono degli stranieri, sono dei “magi”, degli astrologi venuti “dall’Oriente”. Però anche loro sono guidati da Dio.
Sì, li ha guidati il medesimo Dio di Samuele, servendosi all’inizio del linguaggio muto e però per loro familiare delle stelle: hanno visto nel cielo una particolare combinazione astrale che annunciava la venuta nel mondo di un grande personaggio, e ne indicava anche il luogo della nascita: la terra di Israele. E così si sono messi in viaggio: evidentemente, quegli “uomini della notte”, abituati a scrutare nel cielo, erano gente attenta, sempre pronta a cogliere l’insolito… ad aprirsi alla novità. E questa era una novità importante, per la quale valeva la pena di fare tanta strada… Così, dietro le indicazioni della stella, eccoli adesso nella terra di Giuda. Ma in Giuda, dove andare? La stella questo non lo ha detto loro… s’era tenuta sulle generali…
Se cerchi un re e non sai dove andare, vai dove c’è un altro re. E dunque i magi vanno dal re Erode, e domandano a lui, con l’ingenuità possibile solo a chi non sa chi è Erode, se per caso conosce “dov’è il re dei giudei che è appena nato” …
Erode, da sempre abituato a temere complotti e a eliminare possibili avversari, chiaramente si allarma, ma fa finta di niente… Ha capito che quei sapienti venuti da lontano possono facilmente diventare i suoi inconsapevoli strumenti nella caccia che intende scatenare contro quel bimbo che osa farsi chiamare col titolo di re che spetta solo a lui: che vadano a cercarlo, e poi gli riferiscano dove si trova perché anche lui possa andare a rendergli l’omaggio che vuole tributargli…
Prima però, bisogna almeno sapere verso che territorio indirizzarli… E allora Erode si rivolge al suo clero, agli “scribi” che conoscono la Bibbia. E gli scribi – come già abbiamo visto – gli citano Michea che parla di Betlemme.
E i magi, seriamente intenzionati a far subito sapere – non appena l’abbiano trovato – a quell’anziano premuroso re, dove si trovi il nuovo re neonato, si rimettono in viaggio… stavolta molto molto breve: uno spostamento di appena poche miglia… E noi possiamo dire che, nonostante tutto, è Dio che li ha rimessi sulla giusta direzione attraverso la parola del profeta.
E, tornando all’inizio, eccoli adesso – proprio come Samuele – sulla via di Betlemme, in cammino dal vecchio al nuovo re. E riappare la stella, questa volta una strana stella in movimento, che va proprio a fermarsi sulla casa dove c’è il neonato che cercavano. E i magi entrano nella casa di Betlemme e si prostrano davanti al nuovo piccolo povero inerme re bambino che è però al tempo stesso così grande che una stella s’è mossa tutta quanta per lui.
Poi, dopo avergli offerto i loro doni, doni degni di un re, “avvertiti in sogno di non ripassare da Erode” (e qui vediamo come ancora una volta, dopo la stella e la profezia, Dio continui a guidarli in quest’altro nuovo modo) “tornarono” – ci dice l’evangelista Matteo – “al loro paese per un’altra via”.
Come sono apparsi, così questi uomini del cammino e della notte ora spariscono. A noi resta il ricordo, e la fiaba dei magi della stella, che hanno visto per primi sorgere nel mondo, nel volto di un piccolo povero re, la nuova vera “stella del mattino” …
* * *
Come abbiamo anche prima ricordato, oggi abbiamo anche ascoltato la storia di Samuele: la sua andata a Betlemme a cercarvi un re mille anni prima del tempo di Gesù, e l’unzione di Davide e il suo regno glorioso e la sua scelta di Gerusalemme e il suo palazzo e il tempio.
Facendo nascere suo figlio proprio a Betlemme, e facendovi arrivare i magi a rendergli omaggio, possiamo quasi dire che Dio ha voluto riportare le cose alla semplicità che avevano all’inizio, quando Samuele aveva lasciato dietro di sé Saul e la sua corte per andare a cercare il nuovo giovane re nella casa di Isai.
Dio – e la storia della monarchia d’Israele è lì a testimoniarlo – non ha mai amato troppo i re, la loro potenza e il loro sfarzo. Quando i capi del popolo avevano preteso da Samuele che nominasse un re sopra di loro, al profeta che era restio a farlo, il Signore aveva detto: “Da’ ascolto al popolo, perché non hanno respinto te, ma me, così che io non regni su di loro … Ora dunque dà ascolto alla loro voce. Abbi però cura di avvertirli solennemente e di fare loro ben conoscere quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro” …
E, Samuele li aveva avvertiti, e come! Aveva fatto l’elenco impressionante di tutte le angherie che i re imporranno loro quando fossero diventati loro sudditi, ed aveva concluso in questo modo: “Voi griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno il Signore non vi risponderà”.
Ma tutto inutilmente, perché, dice la Bibbia: “Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele e disse: – No! Ci sarà un re su di noi e così anche noi saremo come tutti gli altri popoli” (cfr 1 Samuele 8, 7 ss.).
Samuele però aveva ragione: con i re successori di Davide arriverà la rovina, e il popolo griderà a Dio tutta la sua sofferenza, e Dio per lungo tempo non risponderà.
Ora quella risposta eccola qui! Sotto gli occhi dei magi, si inaugura un nuovo modo di essere re – il modo che Dio vuole! Al posto della sete di dominio, la piccolezza inerme, invece della smorfia spaventata di chi vede dovunque dei nemici, il sorriso di un bimbo… Insomma, alla regalità che gli esseri umani cercano di accaparrarsi con le proprie forze, succede una regalità che è rinuncia a ogni potere…
Per rendersi conto di questo… per trovare il nuovo re che incarna questo in sé, bisogna essere passati da Gerusalemme a Betlemme. Sì, Betlemme torna al centro della storia. La piccola borgata prende il posto della grande città, la casa del bambino nato come tanti altri bambini, il posto dei palazzi del potere…
E così ancora una volta, dopo avere lungo i secoli inviato i suoi profeti a difendere la causa dei deboli contro le prepotenze dei potenti e dei re in particolare, Dio ribadisce la sua scelta per i poveri e gli ultimi.
Ma se lo spostamento da Gerusalemme a Betlemme è la condizione necessaria per trovare il piccolo Gesù, non è però la condizione sufficiente: ai magi è servito qualcos’altro. È servita “la gioia”.
Perché, ci si fa poco caso, ma la “grandissima gioia” con cui i magi si sono “rallegrati”, non è dovuta all’incontro con il piccolo re, ma è esplosa prima, quando hanno visto la loro stella che di nuovo brillava su di loro. Per questo hanno gioito, per la stella che illuminava la loro ricerca. E grazie a questa gioia per la stella hanno poi trovato e incontrato Gesù!
La gioia cristiana non è la soddisfazione di uno sforzo ben riuscito, e neanche è la consapevolezza trionfante del possesso di quello che volevi. No… è il rallegrarsi del cuore per una luce che arriva d’improvviso e ti mostra il cammino che ancora devi fare, ma che adesso puoi fare con una nuova lena, con il cuore leggero… insomma è una gioia donata…
Sì, “Si rallegrarono di una grandissima gioia”: i magi l’hanno vissuta fino in fondo, questa gioia donata dalla stella… si sono sentiti di nuovo nelle mani di Dio… hanno sperimentato la sua fedeltà che non ti lascia…
E quando poi sono entrati nella casa e hanno visto “il bambino con sua madre”, non hanno perso tempo a domandarsi se proprio quel bambino simile a tanti altri… in una casa semplice come tante altre case… era proprio il re atteso.
Erano “arcisicuri” di non aver sbagliato: proprio la grande gioia che avevano nel cuore, quella è stata la loro sicurezza. Non hanno chiesto il nome di quel piccolo… non hanno chiesto niente… si sono solo “prostrati” innanzi a lui, e gli hanno dato i doni che avevano portato: come abbiamo già detto, doni degni di un re, perché era proprio un re quello che stava là, davanti ai loro occhi… “un re senza corona e senza scorta”, per citare De André, eppure un grande re: il re annunciato dalla stella della gioia!
Siamo ancora all’inizio del nuovo anno… di un cammino da fare, da percorrere insieme come chiesa: la chiesa del piccolo grande re di Betlemme…
Alla luce del racconto dei magi, così come l’abbiamo commentato, forse oggi ci possiamo chiedere: che chiesa siamo e che chiesa vogliamo essere? Una chiesa-Gerusalemme o una chiesa-Betlemme?
Una chiesa cioè di gente convinta di conoscere a menadito le Scritture e di saperle citare a memoria come gli scribi alla corte di Erode, o una chiesa fatta di persone disponibili a lasciarsi interpellare e a mettersi in cammino alla ricerca di chi non possediamo e invece ci possiede e ci chiama ad andare?
Insomma, qual è la regalità sotto cui ci piace vivere? Una regalità quale quella che si viveva a Gerusalemme, fatta di potere posseduto, esercitato, difeso… o una regalità da Betlemme: una regalità di servizio? Il piccolo re adorato dai magi mostrerà giustamente, lungo tutta la sua vita, che la sua regalità non lo dispenserà mai da un’attitudine di servizio, fino al dono di se stesso. Ricordate: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per molti” (Marco 10, 45)?
E questa questione del potere nelle nostre comunità rinvia direttamente a quella del loro ruolo. Chiese che vivono per se stesse, tutte soddisfatte quando riescono a portare a buon esito le loro iniziative, senza starsi troppo a preoccupare di quello che succede fuori, o chiese “testimoni” che, come i magi oggi, apparsi quasi dal nulla nel vangelo, e poi tornati al nulla dopo aver indicato e adorato in Gesù “il re dei Giudei che è nato”, rinviano a una presenza altra e non a loro stesse, ad un amore che le precede sempre e le fa sempre essere comunità in cammino?
Davvero, invece di occupare tutto lo spazio alla maniera del palazzo di Erode a Gerusalemme, le nostre chiese potrebbero ispirarsi alla piccola casa di Betlemme, per giunta provvisoria, perché di lì a pochi giorni il piccolo re, ricercato dal “grande”, la dovrà abbandonare. Ma è proprio quella casa “provvisoria” il traguardo agognato del viaggio dei magi indicato dal cielo… toccato dalla stella…
La chiesa come “casa provvisoria” … casa aperta a chi arriva da lontano, come da lontano sono arrivati i magi… aperta agli stranieri, così come i magi erano degli stranieri… Sapendo che gli stranieri, è Dio che può mandarceli, perché ci rimettano in questione, ci obblighino a nostra volta a incamminarci… a fare cioè quello che dei cristiani debbono sempre fare, se vogliamo essere i discepoli che seguono Gesù.
La parola profetica ce l’abbiamo anche noi, la stella ci precede, e con lei c’è la gioia… la “grandissima gioia” che è donata da Dio, di chi vede la strada che gli si apre davanti… ci invita a camminare per trovare il nostro re, e trovare noi stesso… Andiamo avanti, allora: chi ci guida è il Signore!

Ruggero Marchetti

30/12/2019

Pensiero di Natale dal Vangelo di Luca capitolo 2, versetti da 33 a 35


“E il padre e la madre di Gesù erano meravigliati per le cose che si dicevano di lui. E Simeone li benedisse e disse a Maria, la madre di Gesù: «Ecco, questo [tuo figlio] è posto per la caduta ed il rialzarsi di molti in Israele e come segno di contraddizione (e una spada, poi, trapasserà la tua stessa anima) di modo che vengano rivelati pensieri da molti cuori»” (Luca 2,33-35) 

Ci troviamo all’inizio del vangelo secondo Luca, in mezzo a quelle pagine che narrano dell’infanzia di Gesù. L’episodio inizia facendo riferimento alla meraviglia di Maria e di Giuseppe, sorpresi dalle parole che hanno ascoltate da Simeone, attraverso le quali il loro figlioletto appena nato era stato definito «luce che illumina le genti e gloria del Tuo popolo Israele». Ma chi è Simeone? Quando lo presenta, Luca lo descrive semplicemente ma significativamente come «un uomo giusto»: vive in Gerusalemme e, da uomo retto qual è, si tratta della persona più indicata per riconoscere Gesù come colui nel quale e attraverso il quale questa giustizia si compie.  
L’elemento più sorprendente e più dirompente però, in questa confessione, è un altro e consiste nel fatto che chi pronuncia queste parole è un laico, ovverosia, letteralmente parlando, un «uomo del popolo». Non si tratta, infatti, di un sacerdote, di un uomo che, per così dire, “per mestiere” si occupa di amministrare il sacro: Luca, con buona pace di quanti, allora come oggi, rimangono perplessi e scandalizzati da questa scelta, pone sin dall’inizio la vicenda umana e divina di Gesù sotto il segno della laicità. Simeone, uomo retto e laico, viene però incontro a Gesù e ai suoi genitori proprio dentro il tempio, per annunciare che, in verità, con quel tempio e con il suo sacerdozio la predicazione e la vita di quel bimbo, un giorno non lontano, entreranno inevitabilmente in contrasto. Profeta di questa notizia è, come quasi sempre sono i profeti biblici, un uomo del popolo, che agli occhi di Dio è affidabile più di qualsiasi uomo religioso per il semplice fatto che si tratta di un uomo giusto. E persino lo stesso nome che porta non è figlio del caso: Simeone, infatti, vuol dire, letteralmente, «colui che dà ascolto»; ed è questa stessa capacità, il suo saper volgere l’orecchio così come il cuore a Dio, ciò che lo rende, in ultima istanza, un uomo giusto. 
Ma le sorprese legate a quest’uomo semplice ed integro non sono ancora finite, al contrario, hanno appena avuto inizio. Simeone, infatti, contro ogni consuetudine propria del suo tempo e della sua cultura, sceglie di rivolgere le sue parole non al padre del bambino, ma alla madre. Nella religiosità sacerdotale, ieri come oggi, la donna non è considerata come possibile interlocutrice: la parola circola da maschio a maschio, perché i maschi custodiscono e circoscrivono lo spazio inviolabile del sacro. Il Dio delle istituzioni religiose parla ai soli maschi, i quali poi, sovente, si elevano al rango di depositari del vero. I vangeli, al contrario, sono storia di una rivelazione che, in modo assai significativo, si apre e si chiude al femminile. 
Ed è con un riferimento all’intimità che Simeone si rivolge, con una confidenza commovente e sorprendente, a Maria. Le dice, infatti: «Una spada, poi, trapasserà la tua stessa anima».  Simeone annuncia a Maria il suo dolore di madre, la ferita da cui dovrà imparare a germogliare la sua fede di donna: il suo Gesù infatti, e lei lo sa, appartiene a Dio, e lei dovrà riscoprirsi madre nel lasciarlo andare, nel rinunciare alla spontaneità del sentimento che tende a trattenere l’amato. Quel figlio suo e non suo, dono dell’amore come lo è ogni figlio, ogni figlia, sarà trafitto a morte e straziato, e con lui il suo cuore di madre. Ma in questo squarcio che verrà a dilaniarle il petto Dio, per bocca di Simeone, promette di gettare un seme: e da quel dolore muto e inconsolabile qual è il dolore della madre che veda morire il figlio, da quel solco che le si scaverà nell’anima e nei sensi, gli ultimi di questa terra riceveranno speranza e nuova vita.     

[NATALE 2019 – Pastore Alessandro Esposito]


28/12/2019

Filippesi 2, 6-11. Testo biblico e predicazione tenuta durante il culto di Natale



                          Filippesi 2 , 6 – 11


Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio, non considerò un possesso per sé l’essere uguale a Dio,

ma annientò se stesso prendendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini.

Facendosi incontrare davvero come un uomo, umiliò se stesso, essendo divenuto obbediente sino alla morte,

e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha fatto grazia del nome

che è al disopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi,

e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre.



IPaolo noi leggiamo alcuni testi che non sono suoi. Sono degli inni delle comunità che riprende ed inserisce nelle sue lettere. E dal momento che le lettere di Paolo sono i più antichi scritti cristiani in nostro possesso, quegli inni, che sono addirittura più antichi delle lettere, rappresentano allora la primissima voce dei credenti arrivata fino a noi, una voce che risale anche a quasi solo venti anni di distanza dalla morte e risurrezione del Signore.


Il più famoso di quegli inni “primordiali” è quello che abbiamo ascoltato dall’epistola ai Filippesi.

É bello ed è prezioso, dare voce oggi a quest’antichissima voce, perché questa superba confessione di fede della primissima cristianità ci ricorda che l’evento Gesù è così grande che ogni banalizzazione, anche coi più sinceri buoni sentimenti, di ciò che lo riguarda, è qualcosa di grave, è quasi una bestemmia.


I.

Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio, non considerò un possesso per sé l’essere uguale a Dio, ma annientò se stesso prendendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”.

Era “uguale a Dio” e “annientò se stesso”. I credenti delle prime comunità vedevano nel bambino nato a Bethleem né più né meno che l’annientamento di Dio! Questo è la verità di quell’evento di duemila anni fa che oggi ricordiamo. E allora è l’impensabile! Colui che “era nel principio, e era presso Dio, e era Dio… la Parola, il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutte le cose son ostate fatte, e senza la quale assolutamente nulla è stato fatto”, s’è fatto una creatura, un batuffolo di carne e di sangue. Siamo davanti al “mistero dei misteri”… siamo alle prese con la vertigine…


Di più. Questa è la “bestemmia” che le altre grandi religioni monoteiste rimproverano al Cristianesimo: Dio, l’Altissimo il Santo, del quale dobbiamo stare attenti anche soltanto a pronunciare il nome, perché lo si può solamente mormorare in alcuni momenti “con timore e tremore”, si fa “servo”!

Davvero, quest’annuncio è insopportabile! È un insulto alla maestà dell’Eterno, alla sua immutabilità e alla sua onnipotenza.


Così gli altri credenti nel Dio unico hanno reagito ed ancora reagiscono all’Evangelo dell’Incarnazione. E così dimostrano di aver colto l’abisso che quell’evangelo ci spalanca sotto i piedi, molto più di tanti cristiani e cristiane che vivono con tutta tranquillità la nascita di Gesù come la “bella poesia” del presepe…

In realtà, qui è tutto un mondo che si capovolge, e quando il mondo si capovolge, nessuno più riesce a stare in piedi. Ognuno deve capovolgersi anche lui…

Oggi” – così hanno detto ai pastori gli angeli dell’annuncio del Natale – “oggi è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore” (Luca 2,11). E nulla è più, e nulla può più essere, come prima. Il mondo, la vita, la morte, il senso delle cose… tutto cambia! E anche noi dobbiamo cambiare. Se tu intuisci anche vagamente che in quel bambino che nasce, “Dio si annienta”, questo non può non sconvolgerti la vita: o provi orrore, o il cuore ti si gonfia di stupore.


Quello stupore, e la riconoscenza… l’entusiasmo che ricolma quest’inno che Paolo ci ha trasmesso: “Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio… annientò se stesso…divenendo simile agli uomini”.

C’è qui davvero tanta meraviglia. C’è la sorpresa di chi è alle prese con l’impossibile, e pensa di sognare e poi si rende conto che… no… non sta sognando e invece sta contemplando la realtà. E si rende anche conto che tutto questo è accaduto ed accade per lui, che se Dio in Gesù “ha annientato se stesso”, l’ha fatto per me! Perché mi ama. Ama me, proprio me!

Ma allora, se mi sento insignificante, ora so che non è così. Perché so che per lui, per il mio Dio, io sono importante; so che lui tiene a me al punto che s’è svuotato di se stesso per farsi come me, per dare senso, redenzione, gioia alla mia vita! Allora, se mi sento povero e miserabile, so che non è così. Io adesso sono ricco, sono un vero nababbo, perché Dio adesso è mio… adesso mi appartiene come io appartengo a lui. E se mi sento solo e abbandonato, so che in quel bambino Dio mi si è fatto vicino, s’è fatto mio fratello, il mio compagno di strada che non mi lascia più, qualsiasi cosa accada…


E lo stupore a questo punto si fa gioia, si fa entusiasmo ed inno…

Perché poi, non soltanto nel bambino di Bethleem, Dio s’è fatto “simile agli uomini”, ha cioè condiviso la nostra condizione, ma ha poi portato questa condivisione fino al suo compimento. E così la parabola della storia dell’uomo Gesù di Nazareth, iniziata sul legno della mangiatoia si chiuderà su un legno ben diverso: “Umiliò se stesso, essendo divenuto obbediente sino alla morte, e alla morte di croce”.

Gesù è nato per morire, come tutti noi. E morirà su un patibolo, della morte dei malfattori. Ma proprio perché in lui è Dio che s’è reso presente in mezzo a noi, la morte non ha potuto trattenerlo nelle sue grinfie. Gesù è stato strappato via da quegli artigli, e la potenza della divinità ha annientato colei che lo annientava. E con lei ha sconfitto, una volta per tutte, il male ed il peccato.

E alla vittoria fa seguito il trionfo: “Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha fatto grazia del nome che è al disopra di ogni nome”, e adesso davanti a lui è necessario e giusto che “si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.


C’è qui davvero come un santo entusiasmo, una gioia esplosiva.

Quei poveri, sparuti primissimi cristiani, sovente emarginati, a volte perseguitati, confessano Gesù come l’unico “Signore” (lui, e non il Cesare di Roma!) davanti al quale ci si deve inchinare, e chiamano l’universo a unirsi a loro. Ogni realtà che ha vita deve adesso prostrarsi e celebrare colui che “essendo uguale a Dio”, è nato, è morto, è risorto per tutti.

Davvero questo è l’inno della gioia cristiana. La gioia dirompente di chi ha scoperto in Gesù la grande offerta di vivere finalmente da uomo e donna liberi.


II.

Ma liberi da chi?… o da che cosa?…

C’è un particolare in questa confessione di fede, che ci può forse aiutare a capire perché quegli uomini e quelle donne erano così gioiosi della libertà ricevuta in dono dal Signore. È là dove la confessione afferma: “nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi…”.

Il mondo in cui il cristianesimo è nato, nonostante la pax romana imposta a tutti, era in preda a una grande insicurezza, perché aveva un principe in terra, ma non aveva più dèi in cielo. Le divinità tradizionali della Grecia e di Roma erano ormai invecchiate, irrimediabilmente. Non avevano più credibilità. Si continuava, certo, ad andare ai loro templi, a offrire loro doni e sacrifici, lunghi cortei e splendide cerimonie, ma quasi nessuno credeva più alla loro reale esistenza. Erano figure simboliche, splendide personificazioni della sapienza umana e dei poteri che conducono la storia, dei sogni degli umani e delle realtà e dei fenomeni naturali, come il cielo, il mare, le sorgenti, i fiumi, i boschi, la pioggia. Ed era bello, era doveroso, era “da cittadini dell’Impero” rendere loro pubblicamente omaggio. Ma nessuno avrebbe più seriamente affidato la sua vita e le sue speranze a “Giove Ottimo Massimo” e ai suoi fratelli e sorelle.


I vecchi numi dell’Olimpo, insomma, si stavano sgretolando, e non ce ne erano nuovi all’orizzonte. Ma se mancano gli dèi, il cielo allora è vuoto!

E poiché gli esseri umani hanno sempre avuto il terrore del vuoto, ecco che, per riempirlo, arrivano gli spiriti. Ogni cosa si popola di un brulichio di esseri misteriosi, di origine e di fattezze incerte, benigni o maligni, o benigni e maligni al tempo stesso, potenti oppure deboli, seri e burloni. Una turba invisibile, eppure ben presente, che ricolma ogni spazio, ogni recesso, e si agita e si muove senza posa attorno all’uomo ed alle sue dimore, e nelle profondità stesse della terra; appunto: “nei cieli, sulla terra e negli abissi”…

E è una presenza ti mette a disagio. Ti senti nudo, impotente ed inerme davanti al male, ed anche al bene che potrebbero farti; senti di dipendere dai loro capricci, dal loro buono o cattivo umore…


E non soltanto questo. Se mancano gli dèi, se il cielo resta vuoto, non soltanto gli spiriti, anche le potenze terrene aumentano di forza, si fanno più incombenti, minacciose.

È proprio così. Se non ci sono i signori del cielo che li frenano, i signori della terra, i re e i grandi del mondo, non hanno più alcun limite alle loro pretese di dominio. Abbiamo già accennato ai Cesari, agli imperatori di Roma: non a caso rivendicheranno per sé quel posto vuoto in cielo e il titolo di “Dominus et Deus”, “Signore e Dio”, e in questo modo vorranno impossessarsi non soltanto dei corpi e dei denari, ma anche delle coscienze di chiunque sia sottoposto alla loro signoria.


In questa situazione, è difficile, è quasi impossibile non essere inquieti, non sentirsi in pericolo, e sotto un giogo sempre più pesante. E allora cerchi aiuto, cerchi una via di scampo dalla dipendenza dagli spiriti “dell’aria, della terra e degli abissi”, e anche una via di scampo dall’oppressione dei potenti che vogliono impossessarsi del tuo animo. Non a caso, l’epoca della nascita di Cristo è stata l’epoca d’oro dei maghi, dei fattucchieri, degli astrologi, dei ciarlatani di ogni origine e tipo, dei riti più bizzarri, di chiunque affermava di avere “la risposta”, di conoscere la via e i mezzi per poterti salvare, per vincere l’angoscia che devastava tanti…


Ma ecco un “lieto annuncio” diverso da ogni altro comincia a circolare e a scuotere e a stupire tutto il mondo romano. È l’“evangelo” di Gesù Cristo, che si rivolge a tutti, ma soprattutto agli umili, ai poveri, agli schiavi e alle schiave, a chi non può permettersi nemmeno il più scalcinato dei maghi, e proclama che “è nato un Salvatore, che è il Cristo, il Signore”; e questo “Salvatore”, nato “povero tra i poveri”, da povero è vissuto e da povero è morto, della più miserabile delle morti.

Ma era davvero “il Signore”. È stato ed è il “Dio con noi”, che ha nel cielo il suo trono da cui nulla e nessuno potrà mai spodestarlo, e che pure ha lasciato di sua volontà, per farsi gratuitamente, per amore!, uno di noi.

E prima in pochi, e poi sempre più numerosi e consapevoli, e con sempre più gioia, tanti sudditi e le suddite dell’impero si sono aperti a questo incredibile, sconvolgente, bellissimo “lieto annuncio”. E si sono scoperti felici. Hanno scoperto di non avere più paura: nessuno spirito più o meno capriccioso, nessun potente assetato di dominio potrà più fare loro veramente del male, perché l’unico vero Dio Signore del cielo e della terra, adesso è il loro Dio.


Cristo è nato per vincere, ed ha vinto! “Ha annientato se stesso”, perché ha avuto pietà del nostro smarrimento e, con la sua umiliazione e la sua morte, ha trionfato sul potere bizzarro degli spiriti e su quello terribilmente “normale” dei principi del mondo. Dio lo ha risuscitato, e gli ha restituito “la gloria” che era sua “prima che il mondo fosse” (cfr Giovanni 17,5).

Adesso, tutto è finito. La minaccia degli spiriti maliziosi che infestano ogni luogo, ogni realtà, il giogo blindato dei potenti, anche il potere implacabile del fato, la forza del destino scandito dalle stelle che con il loro corso tenevano nel pugno le sorti degli umani, ora tutto è sconfitto! Adesso, chi appartiene a Gesù Cristo è libero per sempre, perché lui è veramente, come cantano gli angeli del Natale: la “pace sulla terra agli uomini che Dio ama”. Sì, Gesù è il vincitore! Del male, della morte, di ogni cosa.


Ecco allora chi era Gesù per quei nostri primi fratelli e sorelle nella fede.

Ecco cosa voleva dire per loro la sua nascita (il suo benedetto “annientamento”): Dio che irrompe nel mondo e si fa mondo, per sottoporre a sé le potenze dell’aria, della terra, degli abissi del mondo. Per questo, quegli uomini e quelle donne non potevano non essere colmi di quell’entusiasmo la cui eco è arrivata, integra e contagiosa, fino a noi.

Sì, “contagiosa”. Dall’apostolo Paolo noi sappiamo che le prime comunità cristiane erano cosi ricche di fede e di gioia, che capitava che se qualcuno si trovasse ad assistere per la prima volta a una loro assemblea, ad un loro culto, spesso si alzasse in piedi ed esclamasse: “Davvero Dio è presente in mezzo a voi!” (cfr 1 Corinzi 14,25).


III.

Ci siamo riportati al primo secolo, a quel tempo di spiriti fluttuanti, di potenze dell’aria e della terra, di vecchi dèi malati. Un tempo apparentemente agli antipodi del nostro tempo, della nostra cultura e mentalità tecnico-scientifica di uomini e donne del ventunesimo secolo. Eppure sono convinto che proprio oggi noi ci troviamo a vivere l’epoca che forse più di ogni altra di questi duemila anni, è vicina a quel remoto primo secolo.

Allora – abbiamo detto – gli dèi tradizionali erano moribondi e non ce ne era di nuovi all’orizzonte. Oggi, tutto un modo antichissimo di concepire e vivere la religione è entrato in crisi. Siamo nell’epoca del “post”: siamo postmoderni e anche postcristiani. E sentiamo l’orrore del vuoto, e siamo alla ricerca spesso affannosa di un nuovo modo di vivere il nostro rapporto col trascendente, con quella che alcuni chiamano “energia cosmica”, che possa dare un senso all’universo.

Allora, il cielo vuoto aveva favorito tutto un proliferare di spiriti, demoni, forze occulte, e di maghi, stregoni, ciarlatani. Oggi, basta guardarsi attorno. Quanti dei nostri contemporanei abituati a viaggiare in turbo jet e ad essere un tutt’uno col computer, l’iPad, il cellulare, affidano le loro angosce e le loro speranze a nuove forme più o meno strane e esotiche di spiritualità, religiosità, magia, confidano in credenze misteriose, si lasciano guidare dal guru o dall’oroscopo…

Allora, sempre quel cielo vuoto, rendeva più oppressivo il dominio dei potenti, oggi il nostro “cielo vuoto” apre sempre nuovi spazi di conquista ai poteri finanziari ed economici, al terreno e terreste “dio mercato” ed ai suoi sacerdoti; e c’è poi ancora il potere dei politici, e dei media, e delle mode; e c’è il senso di una crisi profondissima che è economica, e non è solo economica, ma è una crisi di sistema, ed è crisi morale, culturale, antropologica, crisi di prospettive…

Davvero, non siamo per niente lontani da quel lontano primo secolo…


Come per quegli antichi uomini e donne la cui fede è arrivata sino a noi nell’inno di Filippesi 2, si tratta anche per noi di riscoprire, nell’evangelo del Dio che si fa uomo, il lieto annuncio della nostra libertà. Di dare anche noi ascolto al canto di Bethleem: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore”, come alla proclamazione gioiosa dell’avvento del “Grande Vincitore” su tutto quello che ci rende schiavi.

Quell’evangelo ha sconvolto, stupito, innamorato, ricolmato di gioia tanti uomini e donne di duemila anni fa, ed il loro entusiasmo è ancora oggi risuonato per noi. Sia questo l’evangelo di questo ennesimo Natale di crisi, e ci contagi con il suo entusiasmo.


Io ho un sogno di Natale. Colui che è nato per essere “confessato” come “il Signore a gloria di Dio Padre”, ci conceda, in un giorno che speriamo non lontano, che qualcuno che si trovi per la prima volta ad assistere ad un nostro culto, resti così colpito dalla nostra fede, e dalla luce dei nostri occhi e dei nostri sorrisi, da alzarsi e dire: “Davvero Dio è presente in mezzo a voi!”.


                                                               Ruggero Marchetti

10/11/2019

I Tempi della fecondità



Diceva poi questa parabola: «Un tale aveva piantato un fico nella sua vigna e venne a cercarne il frutto e non lo trovò. Disse allora al vignaiolo: “Ecco: da tre anni vengo a cercare frutto presso questo fico e non ne trovo. Taglialo, dunque: perché sfrutta inutilmente la terra”. Quegli, allora, rispondendo gli dice: “Signore, lascialo anche quest’anno, di modo che io possa scavargli intorno e spargere concime: chissà che non porti frutto in futuro. Altrimenti, lo taglierai”» (Lc 13:6-9)

A differenza dei dotti teologi di ogni tempo, Gesù aveva il dono di saper parlare ai semplici senza rinunciare alla profondità, dimostrando, in questo modo, una stima ed un rispetto autentici nei confronti di quante e quanti non avevano avuto accesso all’istruzione, ma che non per questo erano privi di cultura. Provenendo dalle campagne della Galilea, infatti, Gesù sapeva bene, a differenza di noi, che cultura e coltivazione sono non soltanto termini, ma anche pratiche strettamente imparentate: per questo credeva fermamente nella cultura contadina e la preferiva di gran lunga al vaniloquio dei dottori della legge, istruiti ma, spesso, per nulla colti e persino aridi. Muovendosi per i villaggi rurali della sua terra, Gesù ne incontrava la gente, umile, vessata, sovente disprezzata da latifondisti che, quasi senza eccezione, risiedevano nelle città e inviavano periodicamente qualcuno a riscuotere il frutto del lavoro altrui. Gesù, nel suo annuncio itinerante, snobba volutamente i centri cittadini, dove gli scaltri politici di oggi suggerirebbero di dirigersi se l’obiettivo è quello di diffondere un messaggio: ma ciò che Gesù ha da dire si sposa assai meglio con gli spazi, fisici e mentali, della campagna e della sua gente, che accoglie la novità con prudenza, ma senza diffidenza e preconcetto.
A queste donne e questi uomini semplici e dall’intelligenza pronta, Gesù si rivolge con un linguaggio chiaro e senza fronzoli, che egli utilizza per coinvolgere i suoi interlocutori e mai per abbindolarli. Gesù plasma l’annuncio di Dio per le orecchie e, ancor prima, per i cuori di braccianti e contadine: tutto ciò che gli preme è che possano intendere, che abbiano accesso ad un mondo che, normalmente, è loro precluso dagli «addetti ai lavori», dottori della legge e teologi di professione. Il maestro di Nazaret viene ad annunciare un Dio dai piedi scalzi, che con parole semplici calca i sentieri impolverati della disprezzata Galilea: tutte e tutti possono udire la Sua voce e comprendere ciò che dice; nessuno è considerato inetto, ignorante, analfabeta. Gesù presenta loro un Dio che parla una lingua semplice e chiara, priva di formule incomprensibili e di concetti astrusi: un Dio contadino, come loro schietto, diretto, informale. Gesù lo rende una figura finalmente vicina, confidenziale, a portata di mano: e lo fa calandolo nel movimento vivo di un racconto, facendogli recitare un ruolo, portandolo dalla distanza del cielo alla quotidiana concretezza della terra,
dagli spazi angusti del tempio ai confini aperti della campagna. Così, con semplicità e leggerezza, Gesù mette in scena la relazione tra Dio e noi donne e noi uomini, coniando quei racconti che sono noti come parabole, storie all’interno delle quali chi ascolta viene necessariamente coinvolto e da semplice uditore diviene, improvvisamente, protagonista.

Ogni parabola di Gesù nasce da una situazione concreta; quella del nostro racconto è rappresentata da un dialogo che ha per oggetto il tema, delicato e controverso, della conversione: parola, oggi più che mai, abusata, che richiama alla mente costrizioni e violenze.
Ma nel suo uso originario, tanto in lingua ebraica come in lingua greca, questo termine evoca il cambiamento concreto della direzione dei propri passi e la trasformazione profonda del proprio modo di pensare: questo soltanto, per Gesù, è il senso autentico di ogni conversione che, come tale, non può mai nascere dall’imposizione ma soltanto dall’intimo convincimento. Ed è proprio questa convinzione personale ciò che le parabole raccontate da Gesù vogliono sollecitare e trasformare, nel pieno rispetto della libertà di chi ascolta. Gesù si limita ad offrire un’opportunità di riflessione: desidera uditrici ed uditori intelligenti, non ossequiosi; crede che la fede sia questione di comprensione profonda, non di sottomissione della coscienza. Così, attraverso narrazioni che fanno del coinvolgimento il cuore del loro fascino, Gesù invita i semplici che lo ascoltano a rialzare la testa e a fidarsi di quell’intelligenza che posseggono, sebbene le autorità politiche e religiose la disprezzino poiché, in ultima analisi, la temono. A queste donne e a questi uomini restituiti alla piena dignità della loro intelligenza, Gesù narra la parabola che abbiamo ascoltata.

Il primo a comparire sulla scena è il proprietario della vigna che, tra le viti del suo terreno, aveva piantato un fico, allo scopo, naturalmente, che quest’albero portasse frutto. Da tre anni, però, dice il nostro racconto, quest’uomo si avvicina all’albero e ne constata la sterilità. Di una pianta ornamentale, però, il padrone della vigna sembra proprio che non abbia che farsene: a suo giudizio quel fico non fa che occupare inutilmente il terreno. Di più: sfrutta a vuoto la terra, ovvero, letteralmente, fa ciò che compie ogni sfruttatore: rende senza frutti un terreno potenzialmente fruttifero, lo impoverisce e vive alle sue spalle.
Si tratta, in fin dei conti, di una sorta di parassita: si nutre della terra sottostante e non produce nulla. Il parallelo con la realtà delle nostre società dell’opulenza è estremamente calzante: quasi tutti noi abitanti del cosiddetto «primo mondo» conduciamo, in fin dei conti, un’esistenza parassitaria, che si alimenta in eccesso sottraendo ad altre vite l’essenziale, senza che, peraltro, la cosa provochi scandalo o indignazione. Ma l’immagine di Gesù vale anche sotto l’aspetto personale: la sterilità che si nasconde dietro l’apparente rigogliosità delle nostre vite è la fonte più nascosta di un malessere strisciante, di un’insoddisfazione dilagante. Il frutto è l’immagine di ciò attraverso cui ciascuno, ciascuna di noi è in grado di nutrire chi gli sta accanto o le si fa incontro: e constatare la nostra aridità è fonte inevitabile di delusione e frustrazione. Per noi, certamente, ma anche per quel Dio che ci vorrebbe feconde e fruttiferi.

Dietro l’immagine del proprietario della vigna, difatti, si adombra quella di un Dio, come noi, deluso, che di fronte alla constatazione di una sterilità prolungata e avvilente, conclude sconsolato: qui non resta altro da fare che tagliare. Del resto, è ciò che farebbe ogni contadino assennato: e gli uditori di Gesù lo sanno bene, tanto che non rimprovererebbero nulla ad un padrone che ragionasse in questi termini e chiedesse loro, con tutto il diritto, di recidere un albero infruttuoso. Ma ecco che avviene l’inatteso: il vignaiolo, colui che ogni giorno ha lavorato il terreno godendo della vista di quell’albero e, probabilmente, della sua ombra ristoratrice nell’arsura estiva, chiede una proroga: «Un anno soltanto», dice. E non si tratterà di un tempo durante il quale lui resterà a guardare che cosa succederà: no, si rimboccherà le maniche.
Scaverà tutt’intorno al fico, farà tutto il possibile per smuovere il terreno dove affondano le sue radici, lo concimerà: gli dedicherà tempo, cure, amore, che è disposto a sottrarre alla cura della vigna, purché quell’albero all’apparenza inutile possa continuare a vivere. Un anno soltanto: una richiesta che fa appello alla clemenza del proprietario, che intende smuoverne il cuore attraverso l’amore che lega chi lavora la terra alla pianta che gli offre riparo dalla pioggia e ristoro durante la canicola. Il contadino farà di tutto perché quel fico amato torni a portare frutto: ma sa che il suo sforzo e il suo compito si esauriscono nelle cure date con amore e senza risparmiarsi. La certezza di una nuova fecondità non gli è data: l’albero dovrà fare la sua parte, dimostrarsi sensibile a quell’affaccendarsi premuroso intorno alle sue radici. Anche l’amore, unico rimedio efficace alla sterilità, va accolto, avvertito, sostenuto: da solo, persino lui, è incapace di restituire alla vita, di preparare la nuova fioritura.

Gesù vuole credere nella nostra capacità di portare frutto: stempera persino il pessimismo di un Dio sconsolato di fronte alla nostra persistente aridità; chiede ancora del tempo, quel bene così prezioso che ci sfugge come sabbia tra le dita e che stoltamente ci illudiamo che sia infinito.
Di più: al padrone della vigna rivolge parole chiarissime: «Se poi questo frutto non dovesse arrivare, allora potrai tagliare l’albero: ma dovrai farlo Tu – sembra dirgli – da me non aspettarti che lo faccia».
Gesù non conosce la logica dell’ultima spiaggia: è sempre disposto ad offrire una nuova opportunità, a dare fiducia oltre ogni limite ragionevole, a concedere ancora del tempo, anche quando di tempo, ormai, sembra non essercene più.
«Aspetta ancora un poco», chiede per noi Gesù al Padre: crede fermamente che la nostra sterilità possa mutare in fioritura. Se sapremo sentire la premura delle sue mani che smuovono la terra intorno alle nostre radici, se avvertiremo la loro carezza fiduciosa, ciò che giaceva spento nei nostri tronchi secchi tornerà a germogliare, nuova linfa riprenderà a percorrere i nostri rami nudi, rivestendoli di foglie e Dio raccoglierà, insieme con noi, i frutti maturi e dolci del nostro tornare ad essere, proprio come Gesù, l’instancabile vignaiolo, pienamente umani.

[Intra, Domenica della Riforma 2019 - Pastore Alessandro Esposito]

L'umanità di Gesù