Verbania - C.so Mameli 19
*Culto domenicale ore 10:30

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
*Culto domenicale ore 10:30

lunedì 17 aprile 2017




Se per una volta cancellassimo l'odio, se abbracciassimo con l'anima ogni colore e religione, se alzassimo bandiera bianca davanti ad ogni provocazione, se guardassimo oltre al buio dell'egoismo, potremmo vivere appieno il vero senso della Pasqua che è fatto di pace e serenità, con l’augurio che Pasqua possa portare pace e serenità a chi soffre, a chi è ammalato in ospedale, a chi si sente solo, a chi ha perso la fede, che tutti possano essere avvolti in un abbraccio di gioia, serenità e speranza.                                            
Auguriamo una Pasqua vissuta col cuore, senza odio ne rancore e con tanta serenità interiore.                                                 

Auguri di cuore a tutti 

mercoledì 5 aprile 2017

Testo relativo all'incontro di venerdì 31 marzo sulle 95 tesi di Lutero




 1

 LE 95 TESI: UN’INTRODUZIONE AL CONTESTO STORICO
Possediamo un’inveterata, cattiva abitudine: quella di isolare fatti storici rilevanti dal contesto che li ha ospitati, provocati e permessi. È questo il caso dell’affissione delle 95 tesi del monaco agostiniano Martin Luther sul portone della cattedrale di Wittemberg: se ignoriamo i presupposti di questo gesto e le conseguenze a cui esso condusse, non possiamo comprenderne realmente la portata. È per questo motivo che, nel corso dell’incontro di quest’oggi, cercheremo di tratteggiare a grandi linee il quadro storico, politico ed ecclesiale entro cui tale evento si colloca.
Nato il 10 novembre del 1483 ad Eisleben, in Sassonia, da una famiglia contadina, Lutero studiò dapprima diritto presso l’università di Erfurt: fu lì dove egli incontrò per la prima volta i monaci dell’ordine agostiniano, ai quali si unì a soli 22 anni, prendendo dimora presso il convento della città ed approfondendo, in particolare, lo studio dell’epistolario paolino. A partire dal 1508 cominciò ad insegnare presso la neonata università di teologia di Wittemberg, dove fu al contempo parroco della chiesa locale: fu proprio qui dove, nove anni più tardi, affisse le celeberrime 95 tesi.
Ora: qual era la situazione politica, sociale, culturale e religiosa dell’epoca? Ne stiliamo qui di seguito un breve quadro riassuntivo, dividendo per praticità piani che sono in realtà reciprocamente intersecati, ma che ragioni di chiarezza espositiva ci costringono a separare.
1. Il quadro politico

Sotto il profilo politico, la situazione era estremamente complessa: la Germania si trovava difatti frammentata in una molteplicità di Stati, formalmente legati all’istituzione del Sacro Romano Impero, ma in verità in lotta continua e serrata con essa. Imperatore, all’epoca dell’affissione delle tesi, era Massimiliano d’Asburgo, che, morto nel 1519, lascia vuoto un trono che scatena lotte di potere tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo V, nipote di Massimiliano. Alla fine, i principi elettori tedeschi si inclinarono per quest’ultimo, che divenne in tal modo signore di un territorio vastissimo che, oltre alle recentemente acquisite colonie centro e sud americane, si estendeva dalla Spagna (di cui ha ereditato il trono, appena sedicenne, nel 1516), alle Fiandre (di cui è principe ereditario) sino alla attuale Germania. I suoi possedimenti, dunque, cingono letteralmente d’assedio la Francia, che scatenerà contro Carlo V una guerra tanto lunga quanto infruttuosa, cercando altresì di estendere la propria influenza sull’Italia, anch’essa frammentata in una serie di Stati regionali, quasi tutti vassalli della potenza di turno.
Carlo V ottenne una schiacciante vittoria in campo militare nella battaglia di Pavia (1525), in cui fece persino prigioniero lo stesso Francesco I, il quale fu costretto a sottoscrivere le dure condizioni di pace del Trattato di Madrid (1526), attraverso cui il sovrano asburgico ottenne il definitivo controllo del Ducato di Milano e del Regno di Napoli, assicurandosi in tal modo un’influenza schiacciante sul frammentato territorio italiano. 2

Conferendo altresì un valore simbolico determinante al gesto sancito dalla tradizione, nel 1530 Carlo V si fece incoronare Imperatore del Sacro Romano Impero da papa Clemente VII, alleatosi contro di lui con Francesco I di Francia, nel duomo di Bologna. Anche il papato, difatti, rappresentava all’epoca uno degli attori principali della scena politica, specie a motivo della profonda influenza che esso esercitava sulle popolazioni rurali (produttrici dell’unica economia reale e non monetaria, quella agricola), nonché della sua rilevanza in ambito internazionale, datagli dai possedimenti e proprietà terriere che l’istituzione pontificia poteva vantare in tutto l’occidente europeo, con annessi tributi. Sarà proprio il desiderio congiunto di diversi territori ed aspiranti Stati nazionali (come, ad esempio, i Paesi scandinavi) di affrancarsi dal giogo pontificio a costituire uno dei motivi del progressivo affermarsi della Riforma nel nord Europa.
Oltre al conflitto estenuante con la Francia ed alla ricerca costante del placet pontificio che lo decretasse difensore del cristianesimo, Carlo V dovette al contempo fronteggiare la minaccia ottomana sul fronte orientale del suo impero: il sultano Solimano il Magnifico, salito al trono nel 1520, era difatti giunto sino alle porte della città di Vienna, assediandola nel 1529.
Guerra con la Francia e minaccia ottomana sul fronte orientale impedirono a Carlo V di occuparsi debitamente dell’emergere, in seno ai territori tedeschi, della Riforma: tale dispersione consentì pertanto al neonato movimento di rinnovamento ecclesiale e dogmatico di propagarsi, complice la volontà dei Principi Elettori tedeschi di sottrarsi progressivamente all’egemonia imperiale.

L’Europa all’indomani della battaglia di Mühlberg (1547). In scuro i domini asburgi 3


2. La chiesa

Anche la chiesa si trovava in una tappa di profondi rivolgimenti: a partire dai concilî di Costanza (1415-1418) e di Basilea-Ferrara-Firenze (1441-1445), era andata consolidandosi in seno al cristianesimo occidentale una tendenza detta conciliarista, che, rifacendosi a concezioni già proposte da Marsilio da Padova e Guglielmo da Ockham (alla cui teologia, significativamente, lo stesso Lutero attinse) proponeva la subordinazione del potere papale a quello conciliare, inteso quale ultima istanza decisionale della vita ecclesiale. L’affermarsi di questo orientamento, unitamente al propagarsi dell’umanesimo e del suo ritorno alle fonti, diede vita ad un fervente movimento di rinnovamento, che aveva il proprio perno nell’approccio filologico ai testi bilici, svolto in maniera analoga rispetto a quanto, sino ad ora, era stato fatto solamente con i classici greci e latini. Nel 1516 (dunque un anno prima dell’affissione delle 95 tesi) Erasmo da Rotterdam pubblica la sua edizione critica del Nuovo Testamento, con testo originale greco ed apparato critico con note di commento in latino. Il fine umanista olandese propose la via di una riforma moderata e pacifica della chiesa ed ebbe in questo uno stuolo significativo di compagni e seguaci, specie nel (ristretto) ambito delle élites intellettuali europee: sorsero circoli di cristiani umanisti in tutta Europa, tra i quali spiccarono quello che si riunì a Napoli attorno all’ebreo spagnolo Juan de Valdés, quello che si raccolse intorno al teologo fiorentino Pier Martire Vermigli, o quelli sorti intorno a nobildonne quali Giulia Gonzaga a Mantova e Vittoria Colonna a Roma. La corrente umanistica influenzò profondamente anche l’ambiente accademico di Wittemberg, dove Lutero ebbe quali colleghi illustri esponenti di questo nuovo movimento culturale, specie nell’ambito delle lingue antiche e della correlata esegesi biblica. Si trattò di un aspetto fondamentale per l’affermarsi della Riforma, sebbene, va rimarcato, l’autorità concessa da Lutero alla Scrittura abbia perseguito, nelle intenzioni del riformatore, lo scopo di metterla al riparo da quella soggettività interpretativa nella cui direzione si svilupperà l’esegesi biblica moderna, la quale porrà al centro quella libera coscienza che il monaco agostiniano riterrà sempre asservita al testo biblico inteso come parola divina e per ciò stesso indiscutibile. Si tratta di un aspetto attualissimo, poiché ancora oggi è qui che risiedono la differenza e la divergenza (probabilmente non ricomponibile) tra l’approccio critico e quello di stampo fondamentalista al testo biblico: in ultima istanza, difatti, va compreso da un lato in che senso ci si riferisce alle scritture ebraico-cristiane come “parola rivelata” e, dall’altro, quale ruolo spetti alla coscienza del singolo ed alla sua libertà interpretativa.
Passando ora ad occuparci più da vicino del papato romano inteso come istituzione, va premesso che si trattava in tutto e per tutto di un attore di primo piano sulla scena politica, ragion per cui il ruolo del pontefice era in prima istanza un ruolo di natura politico-economica, assai più che ecclesiastica. La cattedra petrina, in questo periodo, fu occupata da membri delle più rinomate famiglie dell’aristocrazia italica, come i Piccolomini, i Della Rovere e, naturalmente, i De Medici. Specie i pontificati medicei (ovverosia quello di Leone X, responsabile della scomunica di Lutero, e quello di Clemente VII) furono caratterizzati da una notevole apertura della sede romana agli influssi rinascimentali, che determinarono la costruzione della basilica in Vaticano e la presenza nella città eterna di artisti del calibro di Raffaello e di Michelangelo. 4

Ciò, insieme ad un’apertura culturale ed artistica d’eccezione, comportò anche spese faraoniche, per coprire le quali i pontefici, oltre a ricorrere a prestiti contratti con i neonati istituti di credito bancario (in mano a famiglie come i Fugger di Augusta o gli Strozzi di Firenze, solamente per citare due tra le famiglie più note ed influenti), mettevano mano alle ingenti risorse provenienti dalla vendita delle indulgenze, una sorta di abbreviazione delle pene post mortem, acquistabile in moneta sonante. Fu questo abuso, non l’istituzione dell’indulgenza come tale, ciò che scatenò la protesta che condusse Lutero ad affiggere le celeberrime 95 tesi sul portone della sua chiesa di Wittemberg.
3. Lutero: o la Riforma imprevista

Quando il giovane professore e parroco agostiniano affisse al portone della sua chiesa le tesi che denunciavano l’abuso dell’istituzione penitenziale delle indulgenze, peraltro già fatta oggetto di denuncia dai riformati moderati come lo stesso Erasmo, egli non sospettò nemmeno lontanamente l’effetto dirompente che tale gesto avrebbe avuto nella (allora assai convulsa ed intricata, come abbiamo avuto modo di accennare) storia europea. Quella da lui inaugurata era, inizialmente, una abituale “disputa universitaria”, dove il banditore delle tesi invitava altri esponenti del mondo accademico a discuterne insieme con lui. La recente diffusione della stampa, però, contribuì a produrre ripercussioni insperate, anche grazie all’interessamento che la pubblicazione delle tesi generò nell’ambiente dei riformatori moderati, che aiutarono non poco a propagarle. Ciò portò Lutero a redigere e a dare alle stampe, appena un anno dopo, un’edizione commentata delle 95 tesi, denominata Resolutiones. Questo ebbe come conseguenza la convocazione, nel 1519, di una disputa pubblica nella città di Lipsia, dove Lutero si trovò a fronteggiare il teologo Eck, che difendeva le posizioni dell’ortodossia cattolica fedele al papato ed alla prassi delle indulgenze. Una volta ancora emersero le tesi conciliariste, in opposizione all’assolutismo papale: ad ogni modo, nessuno dei due contendenti uscì vincitore ed il conflitto si protrasse negli anni a venire.
Il 15 giugno del 1520 il papa mediceo Leone X scomunica il giovane professore e monaco agostiniano attraverso la bolla Exsurge Domine, nella quale viene condannata come eretica la dottrina della giustificazione sostenuta da Lutero sulla scorta dell’interpretazione dei corrispondenti scritti paolini (in particolare, l’epistola ai Galati e quella ai Romani); Lutero reagirà bruciando pubblicamente la bolla, scatenando l’ira pontificia ed entrando in una situazione di conflitto aperto e frontale. In seguito alla pubblicazione dei suoi primi scritti programmatici giovanili (La cattività babilonese della chiesa, Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca e La libertà del cristiano, dedicata, quest’ultima, proprio a Leone X) il pontefice risponderà con un’ulteriore bolla, la Decet romanum pontificem, mediante cui la rottura tra la chiesa di Roma ed il monaco agostiniano è definitivamente sancita e ritenuta ormai insanabile. 5

Allo scopo di comporre un conflitto che poteva arrivare a minare seriamente l’unità confessionale dell’Impero, Carlo V convocò nel 1521 una Dieta a Worms (ovverosia una assise dei Principi tedeschi presieduta dall’imperatore, la quale aveva funzioni precipuamente legislative), che si concluse con la promulgazione di un editto (l’Editto di Worms, per l’appunto) mediante cui Lutero era bandito dall’Impero.
Un intervento provvidenziale del Principe Elettore di Sassonia, Federico il Saggio, che simulò un rapimento, mise in salvo Lutero, che venne ospitato nel castello della Wartburg. I progetti di indipendenza dei principati tedeschi dal potere imperiale cominciano in tal modo a profilarsi, utilizzando la Riforma iniziata da Lutero come espediente e propulsore.
4. Ripercussioni sociali

Nel rifugio sassone Lutero attese alla traduzione del Nuovo Testamento: a differenza di Erasmo, però, egli decise di redigerne una versione in lingua tedesca, dando così inizio a quel processo di alfabetizzazione popolare che ebbe in Lutero e nella sua infaticabile opera di traduttore uno dei suoi principali fautori.
Ciononostante, come dovrebbe risultare chiaro dallo stesso titolo di uno dei già citati scritti giovanili, mano a mano che procedeva la Riforma iniziata in maniera quasi inconsapevole da Lutero si svolse con l’avallo ed il sostegno (anche militare) della “nobiltà tedesca”, alla quale del resto il monaco doveva la vita. La radice teologica di questo atteggiamento è riscontrabile, una volta ancora, nell’epistolario paolino e deutero-paolino, dal quale i richiami all’obbedienza dovuta all’autorità civile, sebbene svolti in tutt’altro contesto, vengono ripresi e ribaditi (si veda in particolare, a questo riguardo, il passo contenuto in Romani 13:1). La verità è che la riforma instaurata da Lutero fu, se ci si passa il termine, più “paolina” che “gesuana”: i capisaldi teologici posti da Lutero a fondamento della sua riflessione sono tutti riconducibili alla (frammentaria) teologia dell’apostolo e non alla predicazione (di certo assai meno “sistematizzabile”) del maestro itinerante di Galilea.
I nodi, come è risaputo, non tardano a venire al pettine: nel 1524, al termine del suo periodo di “reclusione preventiva”, Lutero si affaccia su un mondo che non riconosce più: alcuni riformatori più radicali, come il suo amico e collega Carlostadio, hanno preso provvedimenti estremamente drastici, provocando la comprensibile preoccupazione dell’aristocrazia feudale tedesca; contemporaneamente, guidati dal giovane prete Thomas Müntzer, i contadini della Foresta Nera si sollevano e, il 7 maggio del 1525, vengono massacrati da truppe mercenarie al soldo dei principi.
Lutero non nascose mai il suo appoggio esplicito a questo sterminio, poiché temeva le conseguenze a cui poteva portare una Riforma in seno alla quale avesse prevalso l’ala radicale, che egli, in maniera dispregiativa, definiva degli “entusiasti” o “fanatici”. In realtà la cosiddetta Riforma radicale contemplò al proprio interno diversi orientamenti, alcuni dei quali (sorti in particolare in Olanda) improntati ad un misurato razionalismo e ad un pacifismo ad oltranza e tutt’altro che espressioni di un fanatismo brutale ed incolto. 6

Una prima conclusione provvisoria di un processo storico che culminerà nei bagni di sangue delle guerre confessionali è rappresentata dalla Dieta di Spira del 1526, in cui il reggente del Sacro Romano Impero Ferdinando I, fratello dell’imperatore, consentirà diritto di cittadinanza e di espressione all’emergente professione di fede luterana entro i confini imperiali. Lutero ottiene così un primo, fondamentale riconoscimento delle sue tesi da parte di quell’autorità civile che egli non mise mai in questione.
Appendice: breve prospetto cronologico Suggerimenti Bibliografici

 SPINI, G. Storia dell’età moderna – Vol. I (1515-1598), Einaudi, Torino, 1965
 LUTHER BLISSETT, Q, Einaudi, Torino, 1999
 BAINTON, R. Lutero, Einaudi, Torino, 2005
SHILLING, H. Lutero. Ribelle in un’epoca di cambiamenti, Claudiana, Torino, 2016



domenica 2 aprile 2017

Raccolta indumenti per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa


Un'occasione per aiutare il prossimo
L'Osservatorio di Mediterranean Hope a Lampedusa, invita chiunque ne abbia la possibilità a contribuire alla raccolta di indumenti per i ragazzi e le ragazze migranti che si trovano sull'isola. Ci uniamo all'appello della chiesa cattolica di San Gerlando e alla comunità locale nel chiedere alcuni beni specifici:
Uomo:
- Felpe, tute, pantaloni, maglie (taglie M-L);
- scarpe (dal 38 in su).
Donna:
- Tute, maglie, felpe, pantaloni (taglie S- M- L)
- scarpe (dal 37 in su).
Chiediamo di inviarci solo indumenti in buone condizioni (integri e puliti), ancora meglio se nuovi.
Gli indumenti sono da inviare a:
Parrocchia di San Gerlando, Lampedusa (AG).
Vi ringraziamo per l'aiuto e il sostegno che vorrete offrirci.
Per ulteriori informazioni rivolgersi a Mediterranean Hope – Lampedusa:

Sermone di Domenica 26 Marzo 2017, tenuto ad Omegna, 4ª del Tempo di Passione, LAETARE, (Gioite con Gerusalemme – Isaia 66,10)

Giovanni 6:55-68

55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui. 57 Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a motivo del Padre, così chi mi mangia vivrà anch'egli a motivo di me. 58 Questo è il pane che è disceso dal cielo; non come quello che i padri mangiarono e morirono; chi mangia di questo pane vivrà in eterno».
59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga di Capernaum. 60 Perciò molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?» 61 Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62 E che sarebbe se vedeste il Figlio dell'uomo ascendere dov'era prima? 63 È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma tra di voi ci sono alcuni che non credono». Gesù sapeva infatti fin dal principio chi erano quelli che non credevano, e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65 E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre». 66 Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. 67 Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» 68 Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna;

“Gesù mette alla prova la lealtà dei discepoli”
Pensate alle parole scritte in questo Vangelo da Giovanni, parole dette da Gesù a proposito dell’importanza che Egli dava al dovere di “mangiare la sua carne”, diceva: “Io sono il pane vivente che è disceso dal Cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; or il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo” (Gv. 6:51)...cannibalismo?  
Era davvero troppo: discorsi così creavano scandalo ed imbarazzo, e persino diversi suoi simpatizzanti un giorno arrivarono a dire:“...questo parlare è duro” (60a), e se ne andarono.
Questo discorso di Gesù potrebbe sorprendere anche noi, scopriremo insieme che le parole pronunciate da Gesù non sono “dure” e che il suo parlare “non è duro” da comprendere;...se questo vi può consolare, non è mai stato facile capire Gesù ai suoi tempi. Tutto quello che Gesù era, diceva e faceva, lasciava perplessi un po’ tutti. Gesù, possiamo dire, era una continua provocazione, provocazione a quello che anche allora era “il buon senso”, “la logica”, la tradizione, gli usi e i costumi più accreditati. Gesù era diverso da chiunque altro. Molti tentavano di classificare Gesù in vario modo, ma nessuna etichetta, nemmeno quella di “pazzo” o “sovversivo” si rivelava appropriata per Lui.
Gesù era e rimane davvero unico, in effetti, alcune delle Parabole di Gesù sono paragonabili al latte, liquido facile da digerire per i bambini, altre al cibo solido, cibo per coloro che sono adulti, cioè, cibo spirituale che il cristiano comprende sempre meglio nella misura in cui cresce spiritualmente, diventa spiritualmente adulto,…cibo che non tutti sono in grado di assimilare, nonostante abbiano l’esperienza e le facoltà esercitate a comprendere Cristo, in quanto, molti cristiani oggigiorno, a causa del cuore umano che è diventato insensibile e indurito dal peccato, sono rimasti al livello della scuola domenicale, nonostante che, …noi,…siamo creature fatte per essere in comunione con Dio, quindi, le sue parole dovrebbero essere comprensibili e “andar giù come niente”,…nonostante ciò,…la gente dice: “Chi lo può capire?” (60b),…“mangiare la sua carne?…lui che sarebbe venuto dal cielo?”. “Una tale predicazione ed un tale predicatore è intollerabile “...è spiritualismo, ...è misticismo,...che i predicatori parlino piuttosto di temi etici e sociali....vogliamo una predicazione che ci parli delle cose di questo mondo, di cose che comprendiamo e che rispecchiano la nostra esperienza di tutti i giorni”. Costoro non erano veri cristiani,…non avevano “udito ed imparato dal Padre” (Gv. 6:45), altrimenti, non sarebbero stati scandalizzati dalle parole del Signore appena dette al riguardo di come venire a Lui, questo è il motivo per cui essi se ne vanno, lo abbandonano come Salvatore e Redentore.
Si rendono conto che Gesù non sarebbe stato davvero un re di questo mondo. Non comprendendo più, gli voltano le spalle per “ritornare alle cose che erano posteriori”, ritornano per così dire “nel mondo”, nel senso che ritornano ai loro maestri di un tempo,       ai loro vecchi amici, a Satana, ai desideri del loro cuore, alle religioni comode del mondo che solleticano l’orgoglio umano, al “comprensibile” umanesimo ed alle filosofie di moda senza sottomettersi più a Cristo. Troppo impegnativo...indubbiamente un triste caso,…è avvenuto di loro quello che dice il v. di 2° Pietro 2:22 : “Il cane è tornato al suo vomito”, e: “la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango”.

Quanto erano scandalosi! Non compresero che era impossibile cibarsi corporalmente di Gesù, tutto ciò, si spiega, perché il messaggio era simbolico ed incomprensibile per il motivo che erano ancora persone carnali e che diventerà chiaro solo dopo il sacrificio di Gesù sulla croce, dopo la sua risurrezione e la discesa su di loro dello Spirito Santo; solo dopo la sua risurrezione, Cristo Gesù, sarebbe diventato colui “che siede nei cieli” e il mediatore tra il Padre e noi creature umane, così da essere il vero cibo spirituale di ogni uomo, ogni donna, che confida sinceramente in Cristo Gesù e ai quali spetterà la vita eterna. Molti dei suoi discepoli, non avendo capito questo, come ho già detto si tirarono indietro e non andarono più con lui”.
Gesù certo non li avrebbe costretti né li avrebbe implorati a rimanere con Lui magari ammorbidendo il Suo messaggio ed eliminando la causa del loro scandalo: “le sue parole dure”, anzi, Gesù non si occuperà più di quelli che se n’erano andati, sapeva che la grazia di Dio non era in loro e che non appartenevano a Lui, e quindi il loro allontanamento non lo imbarazza. Si rivolge invece agli apostoli che sono rimasti, quelli che amava, e con tranquillità chiede loro: “Volete andarvene anche voi?” (67).
Non lo dice perché abbia paura anche del loro allontanamento, bensì è come se dicesse loro: “Considerate bene anche voi il costo di essere miei discepoli. Considerate bene che cosa in ultima analisi vi conviene di più. Vi converrebbe davvero ritornare anche voi nel mondo?”.
La risposta di Pietro, a nome di tutti i veri discepoli di Cristo, non lascia dubbi: “SIGNORE, DA CHI ANDREMO NOI? TU HAI PAROLE DI VITA ETERNA!”
La risposta data da Pietro è significativa, come se dichiarasse: “Chi altri è come te, Signore Gesù. Ora che abbiamo gli occhi illuminati dalla grazia e dai doni di Dio tramite te, non potremmo trovare nel mondo alcunchè che ci possa attrarre avendolo già conosciuto per quello che è, quindi…secondo te…noi…torneremo ad un mondo corrotto,…arrogante,…privo di senso…e di speranza?” “Questo mondo non può offrire nessuna gioia durevole, e tantomeno non può offrire “La salvezza”, cioè “la vita eterna”.
Pietro si rendeva conto che solo il Signore Gesù poteva dare quello che il mondo non può dare all’anima umana: “La salvezza”, Pietro ha capito il senso reale e profondo delle PAROLE di GESU’, non COME COLORO CHE MORMORANDO SE NE ANDARONO SCANDALIZZATI, per il fatto che NON CAPIRONO quel suo parlare, tanto da ritenerlo INCOMPRENSIBILE, INACCETTABILE A LIVELLO PRATICO e un “PARLARE DURO”.
OGGIGIORNO…“E’ DAVVERO DURO,…DIFFICILE DA CAPIRE QUEL MODO DI PARLARE DI GESU’?”.
“E’ FORSE UN LINGUAGGIO COSI’ ELEVATO…DA NON ESSERE COMPRESO QUANDO LO ASCOLTIAMO?”
Possiamo tranquillamente rispondere: “NO”
Molti di noi sanno che l’evangelo di Gesù non è per nulla OPPRIMENTE, bensì: “ELEVAZIONE E LIBERAZIONE PER L’UOMO”.
A QUESTO PUNTO SORGE UNA DOMANDA:
 Come mai…ai giorni di Gesù…come ai giorni nostri
VI E’ UNA NOTEVOLE RILUTTANZA NEL CAPIRE IL SUO MESSAGGIO ?
Tutto ciò, si spiega, perché le persone rifiutano il messaggio dell’Evangelo, ritenendolo incomprensibile, inaccettabile, ma soprattutto non adatto a soddisfare le richieste della società moderna. La causa di tale rifiuto,…non è per la “durezza” del linguaggio di Gesù, ma perché i cuori e le coscienze di molte persone di questa società sono diventati indifferenti, perché leggono e ascoltano l’insegnamento di Gesù in modo distratto, con una mentalità, a volte, esaltata da svariate teorie materialistiche, ubriacati da fascinose filosofie, schiavi di superstizioni, passioni carnali; in questa situazione non potranno mai capire realmente ciò che la parola di DIO vuole dire.
Ed è con questa mentalità che la maggior parte degli uomini e donne non riesce a comprendere le parole di Gesù, il quale…esorta uomini e donne ad adoperarsi maggiormente per ciò che conta realmente: “i valori spirituali e morali in questo mondo materialista,…in cui ha il sopravvento su tutto, la corsa al guadagno superfluo, indifferenti al bisogno dei più indigenti, emarginati, sfollati…ecc. ecc.”.
Possiamo vedere coi nostri occhi come la vita dei paesi più ricchi e progrediti del pianeta sia maggiormente tesa agli interessi finanziari, a speculazioni commerciali ed industriali…, trascurare questi grandi interessi, per far posto ai valori spirituali è impensabile in questa società dove “ONESTA’,…PENTIMENTO,…RAVVEDIMENTO E CONVERSIONE”, come chiede l’Evangelo, è considerato troppo, troppo esigente e “duro”!
Gli uomini e le donne del nostro secolo si sentono indipendenti ed emancipati nei confronti di DIO…perciò…si rivolgono al Signore come allora,…con le stesse parole: “IL TUO PARLARE E’ DURO, CHI PUO’ ASCOLTARE LA TUA PAROLA!”, così si allontanano e rifiutano l’Evangelo; nonostante tutto, tramite la sua parola, Gesù esorta continuamente tutti gli uomini e le donne ad avere un rapporto con Dio tramite la preghiera, rendersi disponibili all’azione dello Spirito del Signore accettando il dono della fede che trasforma i cuori e le menti;
solo allora tutta la mente sarà trasformata,…rinnovata…e si potrà capire senza alcuna difficoltà il senso della Parola di Gesù e, solo allora, ognuno si renderà conto che l’evangelo non è una dottrina nociva, ma una autentica PAROLA DI VITA.
Una PAROLA che LIBERA L’UOMO DAL SUO FANATISMO E DA OGNI SUA MISEREVOLE E MESCHINA PRESUNZIONE.
Riepilogando,…potremmo dire che…la domanda di Gesù:…“Non volete andarvene anche voi?”  (V.67)
Può sembrare, a prima lettura, una proposta di sfida che riguarda tutti NOI. TUTTAVIA, è molto chiara e allo stesso tempo richiede una risposta, PRECISA,…CHIARAE SINCERA; (PAUSA) Gesù…cerca…e vuole al Suo seguito, uomini e donne decisi e convinti, amici veri, non importa, quanti saranno; saranno persone che riconoscono i loro limiti, la loro incapacità di farcela senza di Lui, per questo motivo, anche noi, come cristiani dovremmo pronunciare le stesse parole che disse l’Apostolo Pietro: “Signore da chi andremmo noi…” !! Sopratutto in questi tempi odierni…dove abbiamo bisogno di vero sostegno spirituale,…morale,…vera pace…e…una luce che illumini il nostro cammino per non essere sopraffatti da questo mondo caotico che pensa solo di schiacciare i più deboli, in quest’era dove prevale la corsa al profitto senza guardare in faccia a nessuno; oggi…ognuno di noi ha continuamente bisogno di aiuto per avere il coraggio di resistere ai momenti di sconforto e smarrimento,…questo aiuto ci viene fornito in ogni momento tramite la lettura e l’ascolto della Parola di Dio, la Bibbia.
A QUESTO PUNTO è opportuno anche esaminare bene la nostra posizione di credenti chiedendoci:…“Abbiamo forse accettato di seguire Cristo solo perché le nostre esigenze materiali venissero appagate?” Se fosse così,…presto o tardi le parole di Gesù saranno impenetrabili anche per NOI e lo abbandoneremo per lasciarci assorbire dalla mondanità, (PAUSA) quella mondanità che forse molti DI NOI hanno già provato in passato e chi ha già provato, come il sottoscritto, vi può assicurare che la mondanità o seguire le idee del mondo porta solo amarezze e delusioni, tenendo ben in mente questo fattore negativo, dobbiamo essere fermamente convinti che solo nelle parole di Gesù TROVEREMO il cibo indispensabile per saziare la nostra fame e sete spirituale arrivando così a dire a Cristo Gesù quelle stesse parole che disse l'apostolo Pietro: “Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna;”
RIVOLGIAMO, dunque, lo sguardo su Gesù, Lui, la vera Luce venuta nel mondo, illuminerà il nostro sentiero, un passo dopo l’altro come CI RASSICURA la scrittura con le parole di Giovanni 8:12: “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.”
QUANDO CI SENTIAMO COLTI DA ANGOSCIA,…SMARRIMENTO,… SCONFORTO…E ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO SPIRITUALE,…SEGUIAMO IL SENTIERO ILLUMINATO DA GESU’, LA VERA LUCE, COSI’ CHE, EGLI ENTRERA’ NEI NOSTRI CUORI DICENDOCI: “VI HO DETTO QUESTE COSE, AFFINCHE’ ABBIATE PACE IN ME. NEL MONDO AVRETE TRIBOLAZIONE; MA FATEVI CORAGGIO, IO HO VINTO IL MONDO.”

SE CONCENTRIAMO IL NOSTRO SGUARDO SU GESU’, VEDREMO SEMPRE LA COSA GIUSTA DA FARE.
POSSA IL SIGNORE GUIDARCI IN QUESTO!
AMEN

sabato 25 marzo 2017

Venerdì 31 Marzo ad Omegna: "INCONTRO CON LUTERO, Le 95 tesi: un’introduzione"


Testo della predicazione tenuto ad Omegna dal Pastore Alessandro Esposito, Domenica 19 marzo, durante il suo insediamento nelle comunità di Omegna ed Intra


Il 71mo volto (Esodo 32, 1-4)

«Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: “Facci un Dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal Paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. Aronne rispose loro: “Togliete i pendenti d'oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me”. Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani, li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: “Ecco il tuo dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dal Paese d'Egitto” »
(Esodo 32:1-4)


Vi sono episodi narrati dai testi biblici che vantano una fama che li precede: racconti di cui tutte e tutti, persino chi è estraneo a qualsiasi contesto religioso, abbiamo comunque almeno un lontano ricordo. Paradossalmente, però, sono proprio questi i testi che siamo invitate ed invitati a penetrare più in profondità, contro le presunte evidenze dei nostri ricordi vaghi e delle interpretazioni che solitamente ci hanno proposte. Rispetto ad un testo noto o ritenuto tale, la prima operazione da effettuare è quella di tralasciare per un momento tutta una serie di letture che ne abbiamo ascoltate: è necessario, prima di tutto, restituire verginità all'ascolto, darci una “lavata d'orecchi” che ci permetta di saper cogliere la novità dentro ciò che crediamo di conoscere già e che spesso giace sepolto dall'abitudine. Proviamo quindi per qualche istante a osservare meglio un paesaggio conosciuto per coglierne quei particolari che spesso ci sfuggono quando riteniamo che il luogo ci sia del tutto familiare. Esploriamo il già noto cercando di scoprirvi quell'ignoto che sempre vi si cela.
Israele sta vagando ormai da tempo in un deserto che è stato causa di lamentele, perplessità, malcontento. Ora anche quell'uomo che ha condotto il popolo fuori da una terra di schiavitù è improvvisamente scomparso: è salito su un monte e non ha più fatto ritorno. Era stato lui, quel Mosè, in fondo, a generare dubbi e mormorio: ora si è eclissato, è scomparso. Per cui l'occasione sembra quanto mai propizia.


Il popolo si rivolge quindi ad Aronne, fratello di Mosè, specialista, a quanto ci è dato di capire, di “questioni cultuali”. La richiesta è chiara ed estremamente significativa: “Facci un Dio”. Ovverosia: costruiscicelo, assemblalo, vedi un po' cosa puoi fare. Un Dio, infatti, lo si può edificare e una cultura qual è la nostra dovrebbe saperlo perfettamente. E Aronne, da buon sacerdote, mediatore del sacro, non si tira indietro di fronte alla proposta: al contrario, si presta al gioco e impartisce direttive concrete per mettere in atto una proposta che pare allettarlo. Dà così il via alla costruzione di ciò che più facilmente può essere confuso con Dio: l'idolo, vero e proprio Dio capovolto, tanto più ingannevole quanto più riesce ad assomigliare a Dio, o, per meglio dire, all'idea che ce ne siamo fatta e che, spesso, non è altro che la proiezione di un desiderio. Non è certo un caso che una delle espressioni latine per indicare l'avversario di Dio, colui che a Dio si contrappone, sia simia dei: ovvero, colui che è simile a Dio; letteralmente potremmo tradurlo: “la scimmia di Dio”, colui che lo scimmiotta, lo imita e che trae in inganno in virtù della sua somiglianza con Dio, non della sua differenza rispetto a Lui. Travestito da Dio fino al punto di far credere di essere Dio: un Dio a misura d'uomo e delle sue, delle nostre aspettative, un Dio manipolabile, a servizio di, conforme a.
Idolo, invece, è parola che proviene dal greco eidos, che, propriamente, significa “volto”, “aspetto”, “immagine”: insomma, “ciò che si vede” e che, una volta visto, permette l'identificazione. L'idolo è il volto inconfondibile di Dio, ciò che permette di dire: “Eccolo qua, è lui”. È identificazione piena, assoluta, senza riserve: è quel che si può vedere, niente di più, nulla al di là. È corrispondenza perfetta ad un'immagine, quella che ne ho io, solitamente: una sorta di documento d'identità rilasciato a Dio da chi presume di conoscerlo in un modo determinato e, si capisce, unico e adeguato. È la verità come assoluto, come evidenza. È la perenne tentazione dogmatica di definire Dio, di costringere l'altro, l'altra, a riconoscerlo nell'identikit che io ne fornisco. È il ribaltamento del racconto di Genesi: da un essere umano ad immagine di Dio ad un Dio ad immagine nostra, conforme alle nostre proiezioni e, quel che è peggio, ai nostri interessi. Il problema però non risiede tanto nel farsi un'immagine di Dio, cosa in parte inevitabile quando, in qualche modo, ne facciamo esperienza: il problema è, piuttosto, far coincidere Dio con quest'immagine, convincersi del fatto che anche l'altro, l'altra, che abbiano incontrato Dio, debbano conferirgli le stesse sembianze che noi gli abbiamo assegnate. Una tradizione rabbinica insegna che delle Scritture, che raccontano di Dio, è possibile individuare settanta sensi, numero che simboleggia quella completezza che è sempre figlia della pluralità, di una differenza positiva e insopprimibile. L'esortazione rabbinica, però, non è quella di esaurire questi settanta sensi, enumerandoli l'uno accanto all'altro: l'invito, piuttosto, è quello di esplorare ed aggiungere un “settantunesimo senso”, quello che ciascuno è chiamato a portare alla luce, quello che a Dio ancora manca.
Ho trovato assai belle le parole che il filosofo ebreo Emanuel Levinas propone alla nostra riflessione, commentando questa efficace immagine rabbinica del “settantunesimo senso”:


Tutto si svolge come se la molteplicità delle persone (...) fosse la condizione della pienezza della verità, come se ogni persona, con la sua unicità, assicurasse alla rivelazione un aspetto unico della verità: come se alcuni frammenti di questa verità non si sarebbero mai potuti rivelare nel caso in cui queste persone non fossero mai nate
(Tratto da: LEVINAS, E. La rivelazione nella tradizione ebraica, in: L'aldilà del versetto, Napoli, 1986)


Sfuggire all'idolatria significa rinunciare al possesso di Dio, che è l'eterna tentazione a cui ogni fede è inevitabilmente esposta: significa essere ancora capaci di lasciarci sorprendere da Dio, di scorgerlo laddove non immaginavamo di vederlo, là dove Lui, Lei, decide di lasciarsi incontrare.


Aronne, abbiamo visto, asseconda il desiderio del popolo di avere un'immagine di Dio chiara e disponibile, che poi è proprio quanto Dio aveva espressamente vietato al popolo nel primo dei dieci comandamenti. Proseguendo, il testo ci dice che quest'immagine è quella di un vitello. “Vitello”, in lingua ebraica, si dice 'egel. Mosso da curiosità, ho cercato di scavare nella direzione suggeritami da questa parola: non mi soddisfacevano, infatti, le spiegazioni tradizionali che si possono ricavare dalla maggior parte dei “commentari” al libro dell'Esodo.


Così, sono andato a cercare questo termine sul dizionario ebraico-italiano. Ora, in ebraico le uniche lettere di una parola che vengono scritte sono le consonanti: nel caso della nostra parola, 'egel, la g la l (più una lieve aspirazione ad inizio parola). Queste stesse consonanti, combinate con altre vocali, danno vita alla parola 'agol, che si scrive, dunque, allo stesso modo e che significa “cerchio, rotondo”. Ho trovato che si trattasse di una coincidenza interessante per due motivi.


Anzitutto il cerchio è rappresentazione di qualcosa di chiuso, di completo: immagine di perfezione, di qualcosa a cui non è possibile aggiungere nulla. L'idolo non è altro che Dio racchiuso nel cerchio di una determinata comprensione che si crede corretta ed esauriente. L'idolo scambiato con Dio sta dentro il cerchio e lì soltanto e l'ampiezza della sua circonferenza la stabilisce ciascuno attraverso le proprie convinzioni. Tutto ciò che non può esservi contenuto, circoscritto, resta fuori. L'idolo racchiude Dio in orizzonti di presunta certezza, in recinti dove sia possibile, in qualche modo, “addomesticarlo”. “Religione”, non a caso, viene da re-ligio: letteralmente “relegare”, confinare Dio entro i cortili del sacro, di modo da poterne, all’occasione, disporre. Questo è stato spesso l'obiettivo degli uomini e dei sistemi religiosi: imprigionare Dio dentro gli steccati di un sistema ritenuto non modificabile soltanto perché reso chiuso, impermeabile alle novità, alle scoperte a cui può portare l'incontro con Lui, con Lei. Quello che è possibile sperimentare nella relazione con Dio non è altro che uno dei Suoi volti che non è il volto, l’unico che Dio possegga, ma appena un frammento che Dio ha deciso di mostrare di Sé a quanti ne sono andati in cerca e che devono, ogni volta di nuovo, tornare a cercarlo.
Ma circolare, per tornare alla nostra parola ‘agol e provare a scavarne quel significato che trovo curioso ed interessante, è anche il cammino di chiunque si disponga a sostituire Dio con l'idolo: costui cammina in tondo, finisce per girare intorno a quel sé che è poi l'unico vero idolo per ciascuno. Seguire l'idolo, quindi, significa rimanere prigioniere e prigionieri di sé, edificare le mura della propria prigione, erigere le pareti che determinano, poi, la nostra insoddisfazione. Seguire l'idolo significa rimanere in quel deserto in cui lo si adora, senza che un cammino autentico sia in grado di portarcene fuori. Servire l'idolo, in definitiva, significa essere i carcerieri di noi stessi, non osare lo smarrimento, non avere il coraggio di sbandare dietro a Dio, per afferrarsi a una sicurezza che non tarderà a rivelarsi illusoria, ingannatrice.

Il Dio biblico, al contrario, ci propone il decentramento, la relazione come alternativa al cammino che finisce per farci avvitare su se noi stesse, su noi stessi.  Si tratta dell’invito che ci viene rivolto a scoprire ogni giorno, di Dio, un volto nuovo, che è quello che può esserci rivelato dall'incontro e dall'ascolto dell'altra, dell'altro. In ebraico, volto si dice panim ed è, assai significativamente, un plurale; più precisamente, si tratta di una forma di plurale del tutto particolare che viene definito duale, perché viene utilizzato per quelle situazioni che coinvolgono due soli soggetti, due sole persone. Per avere un volto dunque, ci insegna l’ebraico, bisogna essere in due: ognuno possiede un volto, infatti, soltanto quando sta di fronte a un'altra, a un altro, che, letteralmente, gliene fa dono. Funziona così per tutti. Anche per Dio: che in ciascuna, in ciascuno di noi, desidera soltanto specchiare quel settantunesimo volto che, di Sé, ancora, non ha rivelato.  

mercoledì 15 marzo 2017

Sermone di Domenica 12 Marzo 2017 tenuto ad Omegna sul testo biblico di Marco Capitolo 12, versetti da 1 a 12


Marco 12, 1-12 # Matteo 21, 33-46
Ad una conferenza distrettuale, un Pastore parlò che vi era un tempo in cui, i cristiani evangelici, i protestanti in genere, erano conosciuti per la loro conoscenza della Parola di Dio la Bibbia, il loro grande senso del dovere verso gli altri e verso Dio, doveri che essi adempivano in modo fedele ed esemplare, disse che aveva la fondata impressione che la maggioranza dei cristiani che si professano evangelici oggigiorno, sia sempre meno all’altezza della loro fama di gente che compie a fondo ogni loro dovere verso Dio e verso gli altri, includendo anche se stesso.                                                           Se quello che il Pastore suindicato ha detto, è vero, come io credo, noi non ci rendiamo abbastanza conto di quanto possa essere pericolosa la nostra posizione, soprattutto di fronte a ciò che il Signore Gesù diceva al popolo di Dio della Sua generazione, parole che vengono ritrasmesse a noi in tutta la loro inalterata importanza.
Nella Parabola dei malvagi vignaioli che è descritta, al capitolo 12 versetti da 1 a 12 di Marco, abbiamo scoperto ancora una volta che,
1. Gesù, quando parlava alla gente, quello che diceva era sempre velato, ambiguo, esposto a diverse interpretazioni,…era solo con i Suoi discepoli, quelli che Lo seguivano con fiducia ed ubbidienza, che Gesù diceva le cose chiaramente. Con la gente in generale Gesù usava delle storie, dei racconti, delle illustrazioni prese dalla vita di tutti i giorni, intese a far riflettere su sé stessi, su Dio, sulle sue opere e soprattutto sulla Sua Persona, questo è il motivo per cui le persone che lo ascoltavano avrebbero dovuto capire il suo messaggio, come si dice, “fra le righe”; Gesù inizia questa parabola parlando di una vigna, una vigna come ce n’erano tante intorno a Gerusalemme, vigne rigogliose che producevano del buon vino, piantate su buona terra e coltivate a regola d’arte. Sono circondate da siepi di protezione, sono dotate di un luogo per pigiare l’uva e di una torretta di guardia in un angolo per avere una prospettiva di controllo su tutta la piantagione. Di solito queste vigne appartenevano ad un proprietario terriero che le affittava a dei contadini che se ne prendevano cura. Il pagamento dell’affitto di solito avveniva in natura. Il padrone della terra aveva diritto ad una parte concordata della produzione.
2. Ecco però, in questo racconto quei contadini, fittavoli, fanno una vera e propria “rivoluzione”. Si ribellano al loro padrone, gli espropriano la vigna, rifiutano di consegnargli la parte concordata della loro produzione, bastonano ed ammazzano i suoi inviati, ed alla fine uccidono persino il figlio del padrone sicuri ormai di essersi appropriati dell’”eredità”. ...se ne potrebbe trarre un film di questa storia, e naturalmente per molti uomini/donne, gli “eroi” sarebbero i contadini, non è vero? Giustizia, libertà, commercio equo... cose degne almeno per una campagna di “Pane per i Fratelli”! Le cose però, nella parabola di Gesù, non vanno in questo senso, perché il padrone arriva con le sue milizie private, massacra quei contadini, e...dà la vigna ad altri!
3. In questa parabola, avremo notato come Gesù lascia intendere che non parteggia per i contadini e che voglia parlare di “giustizia e libertà” scandalizzandosi per la crudeltà dei padroni…anzi, Gesù sembra avallare concetti come ordine, legalità, diritto inviolabile alla proprietà privata! E’chiaro come Gesù metta qui in evidenza i diritti del legittimo proprietario e che non si tratti affatto di un “Gesù socialista” come qualcuno vorrebbe che fosse. Il punto è un altro: Gesù non sta parlando qui della società umana, di classi sociali, di giustizia, di uguaglianza, di libertà...queste cose eventualmente troveranno il loro spazio in altri contesti. Qui Gesù - e chi lo ascoltava in quell’occasione lo aveva capito bene - stava parlando dei diritti inviolabili di proprietà che Dio ha sul mondo e su ciascuno di noi e che noi regolarmente disattendiamo, pretendendo di fare a meno di Lui e godendo allegramente dei beni di questo mondo senza voler avere nessuna responsabilità nei Suoi confronti.
4. Per essere più chiari, nel contesto di questa parabola, Gesù stava dicendo che tutto questo era da intendersi come una denuncia contro Israele, popolo eletto di Dio, il quale non solo non serviva il Signore rendendogli la gloria che Gli è dovuta con la fede, l’ubbidienza e con una testimonianza di vita ineccepibile, ma che sarebbe giunto persino a respingere e ad uccidere lo stesso Figlio di Dio, Signore e Salvatore. Che cosa avrebbe fatto il Signore Iddio di fronte a tutto questo? Avrebbe condannato e respinto il Suo popolo, chiamando altri a farne parte, che sarebbero stati più fedeli. Si, altri, proprio fra le genti pagane di questo mondo, che molti allora fra gli ebrei disdegnavano. E Dio nella Sua sovrana libertà lo poteva fare.
5. Tutto questo, è sorprendentemente un discorso scomodo, in quanto il ribadire i precisi diritti di sovranità di Dio ai presenti di allora dà molto fastidio. Come anche ai nostri giorni Dio è Signore sulla nostra chiesa ed è nostro preciso dovere darGli gloria con la nostra ubbidienza e servizio. Se non lo facciamo Dio la condanna e la abbandona, prendendo altre persone, altre chiese, altri gruppi che Gli siano più fedeli. E Dio fa prosperare oggi spiritualmente le chiese che Gli sono fedeli, in quanto non abbiamo il diritto di gestirci la vita come ci pare e piace per il semplice motivo che noi siamo sue creature e apparteniamo a Lui come anche siamo stati creati per essere in stretta comunione con Lui per servirlo, ed è quindi a causa di questo…che se pretendiamo di gestirci autonomamente…senza ubbidire a Dio malgrado tutta la Sua pazienza e tutti i suoi richiami che ci fa, in mille modi, credete che…chi persiste nella ribellione a Dio…avrà una sorte migliore di quei malvagi vignaioli?
Nel nostro testo è significativa quella frase pronunciata dal padrone della vigna, che dice: “Avranno almeno rispetto per mio figlio!”. Evidentemente si illudeva, perché quei vignaioli diranno: “Costui è l’erede, venite, uccidiamolo!”.
6. Gesù era cosciente di essere venuto in un ambiente alquanto ostile. L’ostilità non era tanto verso di Lui come persona, perché se avesse vissuto una vita “normale”, conformandosi bene o male all’andazzo di questo mondo, Lo avrebbero certamente lasciato in pace e magari sarebbe arrivato fino a tarda età...ma da li a pochi giorni sarà messo a morte e con questa Parabola dei malvagi vignaioli vuole denunciare la triste realtà di un’umanità fondamentalmente ostile e ribelle verso Dio, la cui colpa fatale e dannosa è quella di dire di appartenere alla Sua Chiesa e a Gesù, poi...lo respinge, lo ignora, lo trascura e molto spesso lo sottovaluta, ebbene, questa è una condizione di irrimediabile perdizione anche se si compiono delle “buone opere”, questo era il peccato dei Giudei che Gesù tramite la parabola stava denunciando, e non si trattava solo di una “lamentela”, E’ come se Gesù dicesse, sempre in modo sfumato: “Non vi fate illusioni: la ribellione umana alla legittima sovranità di Dio verrà punita”. I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani, ai quali Gesù aveva rivolto questa parabola, e che non sono stupidi, comprendono bene ciò che Gesù vuol dire. Il testo dice: “Allora essi cercavano di prenderlo, perché avevano capito che egli aveva detto quella parabola contro di loro” (12), in quel frangente, come abbiamo letto, non riusciranno nell’intento di metterlo a morte, ma quando vi riusciranno, questo omicidio avrebbe comportato loro una rovina momentanea ed eterna a motivo del fatto che l’aver ucciso Gesù li ha condannati senza assoluzione, così come, oggigiorno, respingere o ignorare Cristo Gesù è un peccato mortale ed è uno degli scopi che questa parabola ci vuol far capire.
7. Dovrebbe essere logico, naturale, e anche normale accogliere il Figlio di Dio con affetto e riconoscenza da creature come noi che abbiamo il disperato bisogno di Lui e della Sua opera, ma quanti purtroppo sono ciechi! Con quanta tristezza si osserva il fatto che il Signore e Salvatore Gesù Cristo sia dai più ignorato, trascurato, disprezzato. Respingere Cristo è pazzesco, del tutto incredibile agli occhi di coloro che hanno gustato quanto il Signore sia buono!
Gesù è il Salvatore di chi non ha più speranza, il sollievo per chi non trova nelle medicine di questo mondo l’aiuto decisivo e per chi è privo di soccorso.
Egli è il solo Sommo Sacerdote che possa offrire a Dio un sacrificio davvero riparatore per tutti i nostri peccati. nostri peccati.                                                                              Egli è il Re dell’universo che è stato investito di ogni potere in cielo e sulla terra, sommamente degno di ogni onore e gloria.
Egli è Colui che ha manifestato con efficacia senza pari l’amore di Dio Padre: come non vedere questo attraverso l’agonia e la tortura di quella croce?
Egli è capace di salvare efficacemente e fino in fondo tutti coloro che vanno a Dio attraverso di Lui. Egli è il sommo Profeta mandato per rendere pubblica la volontà di Dio Padre, per rivelare le profondità di Dio, e per mostrare il modo in cui peccatori colpevoli possono essere riconciliati con Dio.
Egli è il Giudice supremo dei vivi e dei morti. Non sarebbe forse ragionevole venire a patti con Lui prima che Lui emetta nei nostri riguardi la Sua sentenza?
8. Dovrebbe quindi essere assolutamente ragionevole...che, la suprema autorità di amore e misericordia, Gesù Cristo, riceva ubbidienza, gratitudine e riverito da tutti coloro che ne hanno beneficiato.                                                                   
9.Questo è il motivo per cui dobbiamo riflettere e porci domande come queste: quale tipo di accoglienza diamo a Gesù Cristo?
Quanto spazio il Signore Gesù occupa nei nostri pensieri e nelle nostre priorità?
Gesù Cristo è il soggetto favorito delle nostre conversazioni?
Il Suo amore regna nel nostro cuore? Se professiamo di amarlo, dove sono gli inseparabili frutti ed effetti del Suo amore nella nostra vita?
Abbiamo imparato ad affidare la nostra anima nelle Sue mani, per essere salvati da Lui interamente, nei Suoi termini?                         
Trascurando Gesù Cristo, aggraviamo la nostra colpa come dice la Scrittura: “Come scamperemo noi, se trascuriamo una così grande salvezza?” (Eb. 2:3).
Potremmo continuare ad essere così allegramente negligenti quando la Scrittura chiaramente afferma ed illustra il destino di coloro che pretendono di fare a meno del loro unico possibile Salvatore?
Domande importanti! Alle quali ognuno di noi dovrebbe rispondere così: “ho capito che sto vivendo un momento decisivo della storia e della mia storia personale. Chi mi sta davanti non è una persona qualunque, in Gesù si determina il mio destino momentaneo ed eterno. Non posso far finta di niente, altrimenti come mi presento di fronte a Lui?  Devo prendere una decisione, ora!”.
Conclusione
Abbiamo iniziato la nostra riflessione osservando come “storicamente” i cristiani evangelici, i protestanti, fossero da sempre conosciuti come persone molto serie e ligie ai loro doveri, sia verso Dio che verso il prossimo. Siamo noi, sono io, ancora all’altezza di questa fama? Viviamo forse una vita disordinata e superficiale, priva di disciplina facendo il meno possibile di quanto è giusto e, seguendo l’andazzo di questo mondo? Siamo coscienti di essere creature di Dio “soggette a padrone”, con dei precisi doveri da adempiere verso di Lui e verso gli altri? Se mi considero membro della chiesa cristiana, sono coerente nella mia professione di fede servendo gli interessi di Colui che chiamo Signore? Ho accolto Gesù Cristo degnamente come Egli presenta Sé stesso nella Bibbia, cioè come il Solo nome che sia stato dato all’umanità per cui essa può essere salvata? Dobbiamo essere per altro coscienti di ciò che attende tutti coloro che Lo respingono disdegnando i diritti del Signore Iddio sulla nostra vita. Di tutto questo la parabola che oggi abbiamo letto è assolutamente esplicita. Decidiamo già da ora di accettare al nostro fianco il nostro Signore se non vogliamo fare la fine dei malvagi vignaioli.          Amen


Volantino Ordine del Culto di Domenica 12 Marzo 2017



sabato 11 marzo 2017

Predicazione del 26/02/2015 tenuta ad Omegna e Intra dal Pastore Alessandro Esposito

«E andò via di là Isacco e si accampò presso il torrente Gherar e abitò là. E tornò Isacco e scavò pozzi d’acqua che aveva scavato un tempo suo padre Abramo e che i filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo e li chiamò con il nome con cui li aveva chiamati suo padre. E scavarono poi i servi di Isacco nella valle e là trovarono un pozzo d’acqua viva»                                                                                                                                        (Gen 26:17-19)

L’inizio della cosiddetta «storia dei Patriarchi», che costituisce il cuore del libro che la tradizione cristiana ha denominato Genesi e che l’ebraismo chiama In Principio, è una storia costellata di pozzi: intorno ai pozzi, del resto, non può che svolgersi la vita di una famiglia di allevatori come è quella di Abramo e della sua discendenza. Chiaramente, però, il significato dell’episodio è allusivo, simbolico: Isacco, infatti, torna a scavare là dove suo padre aveva scavato prima di lui. Vorrei riflettere insieme con voi su questo particolare, soffermandomi su due aspetti estremamente significativi. Anzitutto Isacco, agendo in questo modo, porta avanti la tradizione paterna, con cui non intende rompere: si pone nel solco tracciato da Abramo in maniera consapevole e decisa. Scava là dove già suo padre, prima di lui, aveva scavato: questo gesto rappresenta l’elemento di continuità con chi lo ha preceduto e, per ciò stesso, gli ha trasmesso sapienza, fecondità, vita. Isacco non ha alcuna intenzione di rinnegare tutto questo: ne riconosce il valore, è animato da gratitudine e decide persino di mantenere i nomi che Abramo aveva dato ai pozzi. Nessuna rottura con il passato, dunque, nessuna novità che calpesta la memoria: soltanto un segno di fedeltà, braccia che tornano a scavare nel punto in cui i padri avevano attinto l’acqua. Ma, insieme con questo, c’è un altro aspetto, in un certo qual modo speculare rispetto al primo ed altrettanto essenziale: è vero che Isacco riprende quanto fatto dal padre, ma è comunque compito suo riportare alla luce quanto il tempo, seppur breve, ha già provveduto a sotterrare. Questo è il pericolo costante che si corre ogniqualvolta si sostituisce il rispetto per la tradizione con l’ossequio ad essa: si rischia di recarsi presso pozzi che non dissetano più, perché attendono prima essere dissotterrati. Questo è il lavoro che attende ogni generazione: riportare alla luce l’eredità dei padri e delle madri tornando a scavare. Perché quello della tradizione è un pozzo, non una sorgente: pertanto esso va liberato dai detriti che, inevitabilmente, ogni sapere accumula e di cui, anche, deve imparare a disfarsi, se vuole tornare ad attingere acqua che spenga la sete. Una volta assolto questo compito di fedeltà creativa, non dobbiamo però credere che il lavoro sia terminato. Ultimato il dissotterramento dei pozzi paterni, Isacco ed i suoi cominciano a scavare altrove: anche questo è il compito che attende ogni nuova generazione. Isacco scava anche in una direzione nuova: e qui si imbatterà nell’inatteso. Narra infatti il nostro testo che, grazie al coraggio di osare, Isacco scoprirà acqua di sorgente: una sorta di corso sotterraneo, che fluisce e non ristagna. Il pozzo dei padri, infatti, in un certo qual modo è acqua cheta: è fresca, limpida, ma anche ferma. Perché sia possibile attingere alla fonte e non appena al pozzo dobbiamo azzardare la novità: scavare là dove nessuno, ancora, aveva messo mano prima di noi.


Alessandro Esposito