Verbania - C.so Mameli 19
*Culto domenicale ore 10:30

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
*Culto domenicale ore 10:30

sabato 24 marzo 2018

Sermone tenuto Domenica 4 Marzo ad Omegna dal Pastore Alessandro Esposito



Sapete, fratelli miei amati: sia ciascuno pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all'ira: l'ira dell'uomo, infatti, non realizza la giustizia di Dio (GIACOMO 1:19-20)

Essere comunità, si sa, è vocazione tutt'altro che facile: si tratta, infatti, di un compito impegnativo perché quotidiano. Comunità non lo si è mai pienamente, perché, ogni giorno di nuovo, è necessario ridiventarlo. Si tratta dello stesso processo che riguarda la fede di ciascuno e di ciascuna di noi: un cammino costante, inevitabilmente esposto a difficoltà, ostacoli, incomprensioni. Essere comunità significa cercare ogni giorno di divenirlo, vivendo concretamente la nostra fede attraverso le relazioni ed i gesti che le alimentano o le incrinano. Tutto nella vita, quindi anche nella vita comunitaria, è cura delle relazioni: cura che spesso trascuriamo di avere a causa di atteggiamenti che ci infastidiscono o di parole che ci amareggiano o ci feriscono. Così finiamo per rispondere a tono, alimentando, in tal modo, una spirale che porta soltanto all'inasprimento del rapporto. E, alla fine, ci lamentiamo per atteggiamenti che, in realtà, mettiamo in atto anche noi, utilizzando come giustificazione il fatto di esserci limitati a rispondere a chi, riteniamo, ci abbia aggrediti. Tutto ciò non può che lacerare i rapporti e ferire ambedue le persone coinvolte.

Mi sembra giusto dire, come prima cosa, che tutto questo è assolutamente normale: non desiderabile o lodevole, ma certamente del tutto normale. Succede, e succede dovunque.
Le comunità cristiane non ne sono in alcun modo esenti in virtù della fede che professano. Sarebbe ingenuo pensarlo e credo che sia del tutto fuori luogo manifestare meraviglia o persino indignazione. Certo, ogni contrasto addolora, e non soltanto le persone direttamente coinvolte: ma non credo che il dolore debba tramutarsi in rimprovero. Nessuno di noi, infatti, è estraneo a situazioni conflittuali: il conflitto abita l'intimità di ciascuna e di ciascuno e, per questo, poi, si manifesta nelle relazioni che viviamo. Anche in quelle comunitarie. Allora, per incominciare, il conflitto è meglio riconoscerlo che non nasconderlo o camuffarlo: poi, però, è necessario affrontarlo e fare tutto il necessario per non alimentarlo.

È piuttosto diffusa una sorta di “mitologia”, secondo cui le prime comunità cristiane vengono presentate come luoghi di perfetta pace e fratellanza, che ignoravano ogni contrasto ed ogni dissidio interno. Ogni mitologia crea danni e provoca frustrazioni, prendendo come riferimento un modello chiaramente irrealizzabile e proprio per questo improponibile. I conflitti comunitari in seno al cristianesimo ci sono sempre stati e, possiamo azzardare, ci saranno sempre: l'epistola di Giacomo, semmai ce ne fosse bisogno, sta a testimoniarlo. Si tratta di non fingere di scandalizzarsi e di vedere che cosa fare, concretamente, per evitare che una situazione di tensione prenda il sopravvento, sino a divenire quella predominante in seno ad una comunità. Giacomo tutto questo lo sa bene e ci regala parole che, a leggerle con attenzione, si rivelano estremamente attuali.

Si tratta di parole che amo particolarmente in ragione di una loro caratteristica: non sono, per l'appunto, parole di inutile ed ipocrita indignazione, né di saccente e fastidioso rimprovero: sono, invece, parole che rinviano alla responsabilità di ciascuna sorella e di ciascun fratello che partecipano alla vita comunitaria. E, in virtù di questo, sono parole sagge.

La prima raccomandazione è l'unica dalla quale abbia senso partire se si vuole davvero affrontare una qualsiasi difficoltà che, solitamente, scaturisce da un'incomprensione. Quindi, onde evitare fraintendimenti, l'invito di Giacomo appare sensato ed opportuno: ciascuno sia pronto ad ascoltare. Si tratta di un appello singolare, poiché invita alla prontezza in un atteggiamento, quello dell'ascolto, che, solitamente, viene considerato “passivo”. Ma soltanto da un ascolto attento, in realtà, ha inizio ogni dialogo ed ogni confronto: se si ascolta male, inevitabilmente, si risponde peggio. Non è un atto semplice, quello del mettersi all'ascolto: spesso sentiamo cose che, in realtà, non sono state dette e dimostriamo di essere, nell'ascoltare, disattenti e approssimativi. Questo perché, non di rado, siamo troppo concentrati sulla risposta che intendiamo dare a chi ci parla. Invece l'ascolto è un invito a partire dall'altro, dall'altra, a dargli, a darle la “precedenza”, come si fa in macchina quando si attraversa una strada principale provenendo da una secondaria. Noi siamo figlie e figli di una cultura marcatamente individualista, dove l'io occupa ostinatamente il centro di tutto: anche (anzi, forse, soprattutto) nelle relazioni. Quindi, di conseguenza, dei dialoghi e delle discussioni. Insomma: in un modo o nell'altro, si parte sempre da sé. Cosicché, spesso, non si ascolta.
La lingua ebraica, a questo proposito, presenta una curiosità che trovo estremamente significativa. Quando in ebraico si coniuga un verbo, non lo si fa come nella maggior parte delle lingue occidentali moderne, che incominciano tutte, immancabilmente, con la prima persona singolare. Quando si coniuga un verbo in ebraico, si incomincia con la terza persona. Perché l'ebreo sa che tutto, in verità, incomincia dall'altro, non da sé: e questo per il fatto che tutto ciò che facciamo o si diciamo ha come primo destinatario l'altro, l'altra. Non noi stessi. Quando dico o faccio qualsiasi cosa, la dico e la faccio prestando attenzione all'altro, alle sue possibili reazioni, alla sua sensibilità, necessariamente diversa dalla mia. Per cui sono attento ai toni che utilizzo, alla delicatezza dei miei gesti.
Noi figli dell'occidente, invece, siamo attentissimi agli accenti ed alle disattenzioni altrui, assai meno alle nostre. È quasi sempre l'altra, l'altro, a rivelarsi insensibile e siamo quasi sempre noi le vittime di un'assurda incomprensione. Partiamo dall'altro soltanto se si tratta di evidenziarne i torti, veri o presunti, in realtà, poco importa. Per tutto ciò che riguarda la comprensività, invece, quella ci è quasi sempre esclusivamente dovuta: ci lamentiamo del fatto che ne riceviamo poca e dimentichiamo puntualmente di darne. Il centro, immancabilmente, siamo noi, la nostra sensibilità offesa: ma, in tal modo, non può nascere alcuna comunità di nessun tipo. Crescere come comunità, infatti, significa imparare il decentramento: fino a quando al centro di tutto ci sono io, non c'è spazio per la vita comunitaria, che mette invece al centro la relazione. Quella relazione che, senza l'altro, senza l'altra, non può nascere.
Una relazione che agisce nell'ascolto e, agendo, ci trasforma: come un ruscello che alla fine riesce a vincere la resistenza della roccia, scavandovi un letto che porta movimento, freschezza e vitalità.

Il secondo monito di Giacomo è una diretta conseguenza del primo: chiunque sia pronto ad ascoltare, non può che essere lento nel parlare. Abbiamo lingue spesso più veloci del nostro stesso pensiero, per lo meno di quello meditato, riflettuto. Tenere a freno la lingua è uno degli atteggiamenti più difficili da assumere, e nessuno, forse, lo sa bene quanto me. Spesso amiamo giustificare tanta prontezza vantandoci della sincerità che la anima: ma le cose si può anche imparare a dirle, senza che ciò significhi essere ipocriti o vigliacchi. Utilizzare i toni opportuni significa, ancora una volta, non dimenticare mai che le cose che diciamo le diciamo ad altri, ad altre, che hanno alle proprie spalle percorsi, esperienze, vissuti estremamente diversi dai nostri e spesso a noi del tutto ignoti. Dobbiamo apprendere la lentezza nel rivolgerci agli altri, perché non conosciamo mai del tutto l'effetto che le nostre parole possono provocare nei loro cuori. Perché le parole sono fatti. Una volta ancora, ce lo insegna la sapienza ebraica, che indica con un solo termine, davar, sia le parole che i fatti, i gesti, le azioni. Chi parla, in realtà, agisce; e a seconda di come ha parlato, chi gli sta di fronte re-agisce. Sembra semplice, detto così: ma in verità non pensiamo quasi mai al fatto che le reazioni degli altri sono spesso soltanto la conseguenza delle parole che abbiamo loro rivolte con scarsa attenzione e poca delicatezza.

L'ultimo appello di Giacomo è rivolto alla sua comunità affinché chi viene a costituirla contribuisca, con il proprio atteggiamento, a realizzare la giustizia di Dio. Giustizia che, in tutto l'evangelo, rappresenta la caratteristica principale del Regno. Un Regno che, certo non per caso, Gesù amava dipingere attraverso immagini di piccole cose. Un granello di senape, un pizzico di lievito: cose minime, come minimi, del resto, sono i destinatari dell'evangelo e gli eredi del Regno che esso annuncia. Non è una realtà eclatante, quella della volontà di Dio come volontà di giustizia: è appena uno sguardo attento alle piccole cose, quello stesso sguardo che, così spesso, ci capita di smarrire. La comunità è lo spazio entro il quale, predicando e praticando l'evangelo, questo sguardo si può tornare ad imparare. Impariamolo, allora: sarà la testimonianza migliore, perché muta, di un amore dal volto concreto. Quell'amore che ci insegna a tenere a freno la nostra irascibilità per non ferire e per non ferirci. Quell'amore attraverso il quale, come sperava Gesù, ci riconosceranno e ci riconosceremo, poiché ci renderà attenti, prima di tutto, all'altro, come termine ultimo e imprescindibile di ogni nostro dire e di ogni nostro agire.

(OMEGNA, Assemblea Straordinaria del 4 marzo 2018)


Alessandro Esposito

domenica 25 febbraio 2018

SERMONE TESTO BIBLICO DI ESODO 14, 10 - 16


 «Quando faraone si avvicinò, i figli d’Israele alzarono gli occhi: ed ecco, gli egiziani marciavano alle loro spalle. Allora i figli d’Israele ebbero una gran paura, gridarono al Signore e dissero a Mosè: “Mancavano forse tombe in Egitto per portarci a morire nel deserto? Che cosa hai fatto facendoci uscire dall’Egitto? Era proprio questo che ti dicevamo in Egitto: lasciaci qui a servire gli egiziani. Perché era meglio per noi servire gli egiziani che morire nel deserto”. E Mosè disse al popolo: “Non abbiate paura, state fermi e vedrete la salvezza che il Signore compirà oggi per voi” (…) Il Signore disse a Mosè: “Perché gridi a me? Di’ ai figli d’Israele che si mettano in marcia. Alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare e dividilo: e i figli d’Israele entreranno in mezzo al mare sulla terra asciutta (Esodo/Nomi 14: 10-16)

Libro dell’Esodo, poco prima della «scena madre» dell’attraversamento del Mare dei Giunchi: i figli d’Israele, in fuga dalla terra della loro schiavitù, vengono inseguiti dai loro oppressori. Ragion per cui gridano a Dio: vero e proprio segno di disperazione, gesto di chi non vede più vie d’uscita da una situazione drammatica. Dopodiché, scattano le accuse: sono rivolte a quell’uomo che ha deciso stoltamente di condurre il popolo nel deserto: ma come gli sarà mai venuto in mente? Ma che posto è mai un deserto per tentare la fuga? Senza risorse, senza riferimenti: soltanto un’arida distesa di roccia, nella quale prima o poi, anche senza la mano dell’oppressore, Israele avrebbe comunque incontrato la morte.
È stata soltanto una follia, il brivido che regala l’illusione di essere finalmente libere e liberi, il sogno che culla ogni donna, ogni uomo che soccombe sotto il giogo dell’oppressione. Ma dai sogni, lo sappiamo, la vita viene a risvegliarci bruscamente, ricordandoci che i rapporti di forza non mutano: chi nasce schiavo muore schiavo; e se si ribella, muore prima. Credere ad un destino diverso da questo è da illusi, da sprovveduti. E illuso, sprovveduto, era stato Mosè; e ancor più il popolo che, nonostante le motivate perplessità, si era infine risolto a seguirlo, lasciandosi incautamente persuadere. Ecco che a questo punto, però, Mosè gioca la sua ultima carta: Dio non avrà certo condotto il Suo popolo sino a lì invano. Interverrà, ne è sicuro: non si tratta di far altro se non di aspettare placidamente, di incrociare le braccia in fiduciosa attesa. Dio verrà in soccorso di Israele e lo metterà in salvo: Mosè non ha alcun dubbio al riguardo. È Dio, però, a sembrare perplesso, persino contrariato: «Perché gridi a me» -chiede a Mosè- «Datti da fare, piuttosto: di’ al mio popolo, Israele, di mettersi in marcia». Sì, perché mettersi in cammino è proprio l’atteggiamento che più contraddice la staticità, la paralisi a cui ogni schiavitù, inevitabilmente, porta. Dio non interviene a soccorrere la passività, incoraggiandola e dunque, in un certo qual modo, legittimandola: al contrario, chiede a noi donne a noi uomini di collaborare attivamente a quella salvezza che, troppo spesso, attendiamo dall’alto.

Nell’arco di questi ultimi anni stiamo assistendo, a poca distanza da noi, a nuovi esodi, a rivolte coraggiose di fronte a situazioni odierne di schiavitù. Quel mondo che per secoli pareva sopito si è risvegliato e bussa alle nostre porte. Spesso lo stretto braccio di mare che separa queste donne e questi uomini dal nostro benessere si richiude su di loro, che giacciono a migliaia sul fondo del Canale di Sicilia, inseguiti, braccati dalle navi poste a tutela della nostra sicurezza. Eppure sta a noi, come dice il nostro brano di oggi, riportarli «sulla terra asciutta». Inutile demandare a Dio la responsabilità di soccorrerli: «Perché gridi a me?» -potrebbe domandare a ciascuno di noi, così come ha fatto con Mosè- «Stendi, piuttosto, la tua mano». (A. Esposito – Predicazione 18-02-2018)

sabato 18 novembre 2017

«1 Si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. 3 Allora egli raccontò loro questa parabola: 4 “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovandola, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta!”. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia davanti a Dio per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Luca 15:1-7)

Qualcuno sconsiglia vivamente che un pastore si lasci andare a certe “confessioni intime” dinanzi alla propria comunità, ma ormai sapete bene che, personalmente, sono piuttosto restio ad accogliere questo genere di suggerimenti. Felice delle relazioni d'affetto e di fiducia che siamo stati capaci di costruire insieme in questi due anni, mi sento libero di dirvi che questo racconto dell'evangelo secondo Luca mi tocca profondamente. L'evangelo coinvolge necessariamente chi è chiamato ad annunciarlo, prima ancora che i suoi uditori e le sue uditrici. Di più: credo che un buon ascolto sia in una certa misura reso possibile dal coinvolgimento che il predicatore o la predicatrice è in grado di trasmettere. L'evangelo provoca, coinvolge, suscita emozioni spesso contrastanti: e questo perché il suo è un annuncio che si cala nei vissuti personali, li scuote, li interroga. Sì: l'evangelo emoziona; e questo perché esso rende testimonianza di un Dio che si lascia commuovere. Di questo Dio ci racconta la nostra parabola di oggi.
La situazione iniziale viene descritta brevemente ma assai chiaramente: mentre Gesù predicava, ovverosia, mentre raccontava di questo Dio e del suo costante mettersi in relazione con le donne e con gli uomini, molti pubblicani e peccatori, dice il testo, si avvicinavano per ascoltarlo. I pubblicani, al tempo di Gesù, erano coloro i quali riscuotevano le imposte per conto del potere occupante: è evidente, dunque, che non potevano essere ben visti dagli abitanti della regione. I cosiddetti “peccatori”, poi, erano tutti quanti coloro che, per svariati motivi, venivano additati come trasgressori della “legge”: in parole povere, tutti quanti si discostavano da una condotta irreprensibile della propria vita. Scribi e farisei, veri e propri “guardiani dell'ortodossia”, sono ovviamente facili all'indignazione: “Ma com'è possibile” -si chiedono- “che questo sedicente profeta proveniente da Nazareth si intrattenga con persone simili? Una cosa del genere non si è mai vista! Un uomo pio non si mischierebbe mai a gente come questa!”.
Non è un segreto, credo: i guardiani dell'ortodossia esistono anche oggi; e, immancabilmente, vengono ad offrire il loro ritratto di Dio, in tutto e per tutto simile alle più belle statue della scultura greca: perfetto e pietrificato. Un Signore inflessibile, da compiacere attraverso un'esistenza impeccabile, come un abito immacolato: un Dio invadente, soffocante, opprimente, sempre pronto al giudizio, a mettere in evidenza inevitabili imperfezioni. Un Dio che genera insoddisfazione e frustrazione, un Dio a cui guardare con timore e dal cui sguardo si cerca riparo. Un Dio lontano, che bisogna fare attenzione a non deludere o scontentare: un Signore accigliato e facilmente irritabile, duro fino all'insensibilità. Uno che certo non perde tempo appresso ai buoni a nulla. Ecco che Gesù, però, presenta di Dio un ritratto distinto: e lo fa, come di consueto, ricorrendo al linguaggio della parabola. A Gesù, infatti, non piace definire Dio, scattarne un'istantanea, immobilizzarlo nella fissità di una formula: ogni volta che parla di Dio, Gesù ama raccontarlo, restituirne il volto nella mobilità della narrazione. È un Dio in movimento, quello delle parabole: un Dio che ha in orrore la staticità con cui alcuni identificano la Sua immagine. Questo Dio descritto da Gesù viene in cerca di noi ogni qualvolta ci sentiamo smarrite, smarriti; di più: sembra che si faccia più vicino proprio in quegli istanti, in quelle situazioni, in cui noi ci sentiamo lontani da tutto e da tutti, persino da noi stesse, da noi stessi. In quei frangenti difficili e delicati il Dio biblico si mette sulle nostre tracce, segue i nostri passi con premura e discrezione, non ci perde di vista: poi, senza alcun rimprovero, senza rinfacciarci nulla, ci prende sulle spalle e ci riconduce a Sé, riconciliandoci con quegli aspetti di noi e delle nostre vite che fatichiamo a comprendere e ad accettare.
Pastore Alessandro Esposito

domenica 24 settembre 2017

Sermone tenuto Domenica 17 Settembre 2017 a Intra

Marco 3:31-35 

La madre e i fratelli di Gesù 

31 Giunsero sua madre e i suoi fratelli; e, fermatisi fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Una folla gli stava seduta intorno, quando gli fu detto: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle là fuori che ti cercano». 33 Egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» 34 Girando lo sguardo su coloro che gli sedevano intorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre».

La figura di Maria nel mondo odierno e nelle religioni più affermate (come il Cattolicesimo) risulta essere molto imponente e determinante.
Gli storici però, affermano che tale ruolo, si sia affermato perlopiù intorno il V secolo dopo Cristo divenendo la figura che oggi conosciamo come "Madonna".
Vediamo se le scritture confermano questa idea di alta posizione celeste da parte di Maria oppure no.
Nel testo presentatoci da Marco, sembrerebbe che Gesù, quando si avvicinarono a Lui la madre e i suoi fratelli per parlargli, stesse insegnando in una casa, ed il motivo per cui i parenti di Gesù vennero ed insistettero a voler arrivare fino a lui, malgrado la densità della folla, era per il fatto che erano venuti a conoscenza che Gesù era accusato di essere posseduto da un demonio, altrimenti non si sarebbero azzardati ad interromperlo mentre era occupato ad insegnare pubblicamente, se non avessero avuto una valida ragione,quella ragione era senza dubbio una ansiosa preoccupazione per la sua salvezza.
Possiamo dedurre che, sia la madre che i fratelli di Gesù, non avevano ancora compreso bene il Suo ruolo di completa dedicazione a Dio e pensavano di poterlo persuadere a non predicare e andarsene da quel luogo con loro, Gesù però prende un netto distacco dai suoi famigliari, compresa sua madre; eglinon aveva più alcun legame con coloro che lo avevano allevato.
Essi avevano avuto questo importante privilegioma non avevano più alcuna autorità su di lui in quel momento. Il loro ruolo finiva lì. Potevano divenire suoi discepoli ma non avrebbero avuto ruoli particolari solo per il loro grado di parentela che avevano con lui. Dal comportamento di Maria, si può capire che una tale condotta fosse perfettamente compatibile coll’ amore che c’è tra una madre e un figlio, Maria quindi è scusabile sulle imperfette idee che aveva sulla missione di suo figlio Gesù qui sulla terra, «forse,anche perchédopo la morte di Giovanni Battista, essa non riusciva più a spiegarsi l'andamento dell'opera di suo figlio Gesù e quindi era combattuta da opposti giudizi », quello che accade ad una madre che vuol proteggere il proprio figlio, in quanto, Maria, non sapeva che Gesù, era venuto sulla terra per salvare dal peccato originale tutte le donne e gli uomini nonostante rivestisse la nostra stessa natura umana essendo nato da una donna, per questo, Gesù, TRAMITE LO SPIRITO SANTO, SI SAREBBE UNITO A TUTTI COLORO CHE SAREBBERO DIVENTATI SUOI FRATELLI SPIRITUALI; questo è per sottolineare il fatto che non era obbligato a voler bene ai suoi parenti terreni, ma doveva voler bene a coloro che egli era venuto ad ammaestrare e condurre alla salvezza, nel senso che, Gesù, è come se dicesse: “Se voi credete che,le mie relazioni di famigliasiano limitate come le vostre,nel senso che,mia madre e i miei fratelli, siano per me, quello che per voi sono coloro che voi chiamate madre o fratello/sorella, v'ingannate».
Con questo, non si vuol dire che Gesù non nutrisse vero affetto e amore verso Sua madre e i suoi fratelli, anzi, sappiamo che erano teneri i vincoli che univano Gesù alla madre tanto è vero che affida la madre a Giovanni come abbiamo letto in Giov. 19, 25-27 , ma l’atteggiamento dimostrato verso coloro che erano intorno a Lui, deve farci capire che verso i suoi veri discepoli, Gesù, è unito in maniera ancora più tenera e sacra, in quanto solo chi farà la volontà di Suo Padre che è nei cieli, farà parte di questa famiglia spirituale che sarà unita a Lui per sempreª.
Questa unione di tenero affetto di Gesù,verso coloro che sono intorno a Lui è spiegato nel Vangelo di Matteo 12, 49 dove è scritto: “e stendendo la mano verso i discepoli disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!»”, in questo caso, Gesù è come se dicesse: “costoro che sono intorno a me sono la mia famiglia e la mia più stretta parentela, io non sono legato come voi ad una semplice casata; ma abbraccio come apparentata a me, tutta questa numerosa folla”.
Sempre a proposito della parentela tra Gesù e Maria sua madre, Marco è l’unico evangelista che oltre a scrivere: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli” aggiunge la parola “le tue sorelle”, alcuni studiosi, pensano che Marco abbia aggiunto la parola “sorelle”, per far sembrare più affettuosa la frase, il che può benissimo essere, tuttavia, ci viene in aiuto un Teologo Protestante di nome Rudolf Ewald Stier il quale pubblicò vari commenti a diversi libri scritturali, tra cui, scrisse un commento al riguardo del nostro testo di oggi, nel quale dice: “l’unione delle parole “fratelli e sorelle” con quella di “madre”, nella bocca del Signore, è una forte prova che fratelli i quali in quel momento lo cercavano, erano veramente figli propri di Sua madre. Si può osservare oltretutto, che Gesù, nel testo, non menziona mai Giuseppe in quanto non riconosceva alcun padre terreno, anzi, il suo vero Padre, Gesù, lo indica nelle parole: “il Padre mio che è nei cieli”.
Nel v.35, troviamo scritto:Chiunque avrà fatto la volontà di Dio,…….”, fare la volontà del Padre che è nei cieli, significa, tra le altre cose, far conoscere Dio e la Sua Parola tramite i vari Culti che si tengono nelle varie Chiese sparse in tutto il mondo, in questi ultimi anni, si è notato però, che, per i Sermoni si utilizzano molti testi del N. Testamento, così facendo, si è arrivati ad avere poca stima dell’Antico T., quasi che fosse nella massima parte un libro composto da favole, cosa che invece non accade tra i nostri Pastori, i qualialternanosu consigli del lezionariotesti omogenei per l’ascolto e la comprensione sia dell’Antico Testamento come del Nuovo Testamento, prendendo spunto anche dal nostro Signore Gesù, del quale, ci conforta il fatto che, spesso ha ritenuto innegabilmente vero il V. Testamento, tanto da citarlo in varie occasioni, come riportato in Mt.12,42 dove si parla della Regina del Mezzodì come di una donna che ha veramente vissuto su questa terra e nel testo fa riferimento anche a Salomone, e del miracolo di Giona come di un fatto innegabile, pensando alle citazioni fatte a tal riguardo da Gesù, non sarà fuori luogo notare che anche gli Scribi come i Farisei non ammettevano queste dichiarazioni ma volevano vedere da Gesù altri miracoli per poter essere più convinti a diventare suoi discepoli, Gesù allora disse a loro: “Non i miracoli, ma la volontà è quel che vi manca; non vi fanno difetto le prove, ma voi non volete lasciarvi persuadere”, nella stessa situazione, si trovano oggigiorno molti uomini e donne nelle varie Chiese sparse sulla terra, i quali ingannano se stessi fino al punto di credere che, per diventare veri cristiani, bisogna assistere a: “qualche ulteriore dimostrazione”, in quanto, spesso e volentieri, l’uomo ha bisogno di qualche oggetto o qualche mito per riempire il suo cuore e volgere così i propri affetti. Stiamo in guardia contro lo spirito della incredulità, che è un grande e crescente malanno dei giorni nostri, nel senso che, diviene sempre più un carattere dei tempi odierni…avere come difetto, una fede semplice ed infantile in ogni ordine della convivenza sociale, tutto questo avviene solamente quando noi lasciamo libero il nostro cuore dai pensieri benefici e dagli insegnamenti di Cristo Gesù per far spazio a idee malvage, le quali una volta entrate nel nostro cuore, eserciteranno in noi un potere sempre più crudele e letale fino ad allontanarci dalla volontà del Padre del nostro Signore, quindi per non lasciar entrare nel nostro cuore idee malvage, dobbiamo pensare a quanto è glorioso il pensiero che anche qui sulla terra, c’è una famiglia della quale il Figlio di Dio è il fratello maggiore; famiglia nella quale il legame d'affetto ed il principio dominante èl’ubbidienza al Padre del nostro Signore Gesù Cristo; famigliache raccoglie in seuomini di ogni stato, di ogni età, i quali «hanno compreso che il Signore è buono»; famiglia della qualei membri possono gia da subito intendersi e consigliarsi insiemedolcemente, anche se si incontrano per la prima volta dagli opposti bordi della terra; famigliache la morte non spegne, ma che solo traslocca nella casa del Padre. Se i Cristiani tenessero presente abitualmente questo concetto, ed in conformità di esso operassero, quali effetti benefici ne verrebbero nella Chiesa e nel mondo!
In questa famiglia vi è anche giustamente la madre di Gesù, tuttavia se noi prendiamo i vari riferimenti sparsi nei Vangeli intorno alla madre di Gesù, troviamo degli scritti molto interessanti, i quali messi insieme costituiscono una testimonianza decisiva contro la raccapricciante credenza popolare che diede a Maria il posto d'una dea. Le parole pronunciate alle nozze di Cana¹ sono molto enfatiche, togliendo così di mezzo l'idea che Maria madre di Gesù, alla quale Egli s'era mostrato con amorosa umiltà e sottomesso, potesse ora pretendere di esercitare sopra di lui la sua autorità materna o dirigerlo con i suoi consigli. La parentela umana di madre e figlio, viene assorbita in quella famiglia spirituale e divina, “da credente a Salvatore”, “da discepolo a maestro”. Solo in questa maniera, dopo di allora, Maria, potè avvicinarsi a Gesù.
L'ultimo scorcio che abbiamo di Maria è quando, dopo la Resurrezione di Gesù, si trova insieme ai discepoli in preghiera nell'Alto Solaio.
Maria è presente in quell'Alto Solaio non come oggetto di adorazione, nè come promotrice della chiesa nascente, ma come un'umile supplicante insieme a tutti gli altri, inclusi i suoi figli, che nel frattempo sono diventati credenti. Dopo l'esperienza della Pentecoste, il nome di Maria non è più menzionato nel Nuovo Testamento, il che insegna pienamente che non ha alcun potere soprannaturale attribuitole dalla chiesa romana.
Con il graduale sviluppo del Cattolicesimo Romano dal terzo/quarto secolo d.Cristo, la figura di Maria appare sempre di piùfino ad allontanare sempre piùMariadalla verità biblica. 
Se la Chiesa Romana avesse semplicemente notato la reticenza neotestamentaria relativa a Maria, non avrebbe avuto la colpa di accecare gli occhi delle moltitudini di fedeli, impedendo loro di vedere la gloria di Gesù, cheanche se figlio di Maria, è venuto al mondo come l'immagine manifesta del Padre e come unico e solo Mediatore tra Dio e l'uomo.
Maria non è diversa dal resto dell'umanità peccaminosa; non è nata nè tantomeno rimasta immacolata!
Il ritratto cristiano della madre di Gesù è solo quello che troviamo nei vangeli, i quali ci insegnano che l'uomo ha accesso a Dio solo tramite l’opera di mediazione di Gesù²,il culto di Marianon ha nessuna origine biblica perchè non c'è nessuna parola nella Bibbia che lo attesta, nè nel Credo apostolico nè in altri scritti dei primi cinque secoli.
Maria, con i fratelli di Gesù, altre donne e gli apostoli componevano dunque la prima congregazione cristiana. Non ci sono più riferimenti a Maria da qui in avanti nelle scritture Greche. Non si sa nulla di come visse in seguito, della sua morte, così come non si nulla di molti altri discepoli e di alcuni apostoli stessi. Di conseguenza, comprendiamo che, dopo queste documentazioni, a Maria, non va data alcuna venerazione particolare pur essendo stata la madre di Gesù. Va considerata come una donna di fede che ha abbracciato il cristianesimo divenendo una seguace del Cristo come ogni persona che si ritiene cristiana.
La sua glorificazione come oggetto di adorazione, la sua funzione come intercessore che porta le preghiere a Cristo, e la sua costante influenza su di Lui sono delle false creazioni, l'adorazione di Maria è antiscritturale!
Riassumendo, possiamo dire che se vogliamo seguire la via indicata da Gesù: ”Fare la volontà del Padre Suo che è nei cieli”, dobbiamo dare il Culto solo a Dio e al nostro Signore Gesù Cristo, a Maria non va data alcuna venerazione particolare, pur avendo avuto il privilegio di essere stata la madre di Gesù, solo così facendo, entreremo a far parte di quella famiglia che Gesù indicò con questa frase: “mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”, quindi, o si sta con Gesù e si fa la volontà del Padre che lo ha mandato, o non si è veramente suoi fratelli, sorelle, nemmeno madre!
AMEN

² Giovanni 14:6 “Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.”


® Giampaolo Castelletti 07/07/2017

domenica 3 settembre 2017

Sermone di domenica 3 settembre 2017 nel tempio di Omegna


Sermone sul testo biblico di Isaia 29,17-24

Il testo biblico di oggi, parla di quelle che potremmo chiamare: “Le sorprese della grazia di Dio”, nel senso che, quando meno ce lo aspetteremmo, Iddio, come aveva manifestato la Sua ira, manifesta la Sua grazia e la Sua misericordia.
Tutto questo ci insegna a vivere non in un universo personale, casuale e spietato, ma a vivere nell'ambito dell'universo di un Dio che regola ogni cosa secondo i Suoi eterni propositi, sempre buoni e giusti. Esso ci insegna a vivere consapevolmente, ubbidendo con fiducia anche quando non comprendiamo ciò che avviene, in comunione con Lui, il Signore di tutta la realtà. 

Il Profeta Isaia, parla di diversi comportamenti che causavano e causano ancora oggi, dolore e sofferenze, soprattutto a coloro che il testo chiama: “gli umili”, “i più poveri tra gli uomini” (19b), i “traviati di spirito” (24), costoro sono le categorie umane più deboli ed indifese, come chi non ha mezzi finanziari, gli invalidi, gli anziani, i migranti stranieri, chi ha bisogno dell'appoggio e della solidarietà degli altri, come i disprezzati, gli emarginati, gli oppressi, e coloro che sono sfruttati senza scrupolo alcuno.                                                                                                               
Sì, diciamo che essi sono vittime di chi non ha scrupoli onesti. La cosa peggiore, però, e ciò che il profeta lamentava,…il comportamento indecente proprio fra coloro che gli scrupoli onesti avrebbero dovuto averli! Questi comportamenti, infatti, il profeta li vede e li denuncia proprio perché avvenivano all'interno del popolo di Dio, popolo che avrebbe dovuto distanziarsi nettamente dal modo di pensare, di parlare e d'agire comune a questo mondo. Infatti, di tutte queste cose, dice il testo (22b), “si vergogna Giacobbe” e sono tali da farlo “impallidire”. In altre parole, di tutte queste cose i nostri padri nella fede si vergognerebbero e impallidirebbero scandalizzati!

Qual è dunque la realtà…che il profeta denuncia tramite le parole del nostro testo?                         
Egli vede nella società del suo tempo, diverse categorie di persone che, “fan vergogna” non solo al popolo di Dio, ma ad ogni società civile, come per esempio: “L'uomo violento” (20a),…letteralmente, l'uomo potente e tirannico, che approfitta della sua malvagità e della debolezza altrui, per maltrattare e perseguitare gli altri, come le forze imperialiste che circondavano Israele, le quali non avevano scrupoli a devastare e saccheggiare chi voleva solo starsene in pace. Questo avviene persino oggigiorno nei luoghi di lavoro, è il fenomeno del Mobbing, cioè, quella forma di terrore psicologico, che viene esercitato sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti da parte dei colleghi o dei datori di lavoro, le forme che esso può assumere sono molteplici: dalla semplice emarginazione, alla diffusione di maldicenze, dalle continue critiche, all'assegnazione di compiti dequalificanti fino alla compromissione dell'immagine sociale. Nei casi più gravi si può arrivare anche a sabotare il lavoro e ad azioni illegali. Lo scopo del Mobbing è quello di escludere una persona che è, o è divenuta, in qualche modo "scomoda", distruggendola psicologicamente e socialmente, in modo da provocarne il licenziamento o da indurla alle dimissioni.
Nel testo, troviamo anche un termine che non siamo abituati a sentire:…“Il beffardo (20b)”, ebbene, questo termine, viene usato per chi prende in giro un'altra persona; come gli Assiri, i quali minacciavano Israele prendendosi gioco della loro fede, dicendo che il loro Dio non avrebbe mai potuto salvarli, perché loro erano invincibili. I persecutori di Gesù lo prendevano in giro e lo infastidivano, considerandolo solo uno stupido. Le dottrine predicate dagli apostoli del Cristo venivano spesso derise. Anche oggi, capita spesso che i cristiani sono derisi, per la loro presunta “ingenuità” a “credere a quelle cose”, da coloro che… “vegliano per commettere iniquità” (20 c), costoro…sono quelli che osservano bene gli altri,…soprattutto i credenti, per vedere se possono trovare qualcosa per accusarli, così da far notare loro quanto siano ingenui e come la loro fede non valga nulla, come avvenne al tempo di Gesù, dove gente falsamente religiosa cercava in ogni modo di farlo cadere in contraddizione per trovare qualcosa di cui accusarlo tramite il pretesto della giustizia e quindi giustificare sé stessi; 
in questa situazione, si trova, il credente di oggi, il quale soffre perché detestato e deriso da gente ignorante. Questi ignoranti, si comportano proprio come dice la scrittura: “violano il diritto per un nulla” (21c), nel senso che, condannano altri con dei pretesti falsi.  Gesù, il Giusto per eccellenza, era stato condannato sulla base di accuse inconsistenti e false testimonianze. Gesù era stato processato come un criminale e…come spesso accade in questo mondo, la sorte degli stessi apostoli non è da meno, come afferma Paolo, citando l'Antico Testamento: “Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello” (Ro. 8:36).
Non si tratta, però,…solo di comportamenti sociali vergognosi, ma anche di quelli che potremmo chiamare “crimini di lesa maestà” contro Dio, altrettanto gravi,…se non di più,…dei crimini sociali.   E’ fonte di grande tristezza da parte di un credente, vedere molti suoi contemporanei che non credono nella verità di quanto la Bibbia afferma, anzi, si rifiutano persino di leggerla, di prenderla sul serio, di studiarla, la disprezzano o la sottovalutano. Non si rendono conto come essa mostri loro la via della loro salvezza. Spiritualmente sono ciechi e sordi…tanto da non credere che Iddio sia il sovrano Creatore e Signore dell'universo, oltretutto non credono che a Dio è dovuto ogni onore e gloria, un detto popolare afferma giustamente: “non c'è più religione”, ed è vero, perché è largamente scomparso ogni rispetto per Dio. Il profeta Michea potrebbe ben scrivere anche per la nostra generazione: “L'uomo pio è scomparso dalla terra; non c'è più gente retta fra gli uomini; tutti stanno in agguato per spargere il sangue, ognuno dà la caccia con la rete a suo fratello” (Mi. 7:2).
Come prima cosa nella vita…è dovuto a Dio il culto, la lode, la gloria, il timore, il rispetto,…la fede e l'ubbidienza. 
Infine, nel nostro testo troviamo “i mormoratori”, i quali, sono coloro che, con i loro mormorii, si lamentano sempre, non sono mai contenti, borbottano, contraddicono e non sono mai riconoscenti, tanto da prendersela (24b) con Dio e lo bestemmiano senza alcuno scrupolo se le cose non vanno come vorrebbero loro, come gli Israeliti, che, nonostante le promesse ricevute e i continui segni della divina provvidenza che li accompagnavano, spesso mormoravano contro Dio e contro Mosè ad ogni più piccola difficoltà quando erano in cammino nel deserto, così facendo, suscitarono l'ira di Dio, tanto che…ad un'intera generazione fu impedito l'ingresso nella terra promessa. Quanta tristezza vedere intorno a sé gente sempre malcontenta ed irriconoscente!


Un cambiamento possibile
Il Profeta Isaia,…denuncia tutta questa situazione di degrado. 
Sorge quindi una domanda spontanea…è possibile che un giorno tutte queste cose cessino? 
Se tutte queste cose non cesserebbero, ci sarebbe veramente da disperare, ed anche fra di noi al riguardo, spesso, prevale il pessimismo, Isaia, però, in questo testo ci fa capire che nonostante tutto non è disperato, ma vede “ancora un brevissimo tempo” e questa situazione sarà completamente ribaltata.
Egli annuncia l'impensabile: “Ancora un brevissimo tempo, e il Libano sarà mutato in un frutteto, e il frutteto sarà considerato come una foresta” (17), 
Isaia ci dice che avverranno cambiamenti inaspettati. Quelle che un tempo erano foreste, oggi possono diventare terre coltivate, viceversa, quelle che un tempo erano terre coltivate, possono diventare foreste perché abbandonate dall'uomo ed inselvatichite, nel senso che, la trasformazione morale e spirituale della nazione ebraica diventerà come dice il testo: “da foresta a terra coltivata e viceversa”. Sarà una cosa improvvisa e stupefacente, a motivo del fatto che, se ciò non avvenisse, non ci sarebbe speranza per l'essere umano se fosse lasciato a sé stesso e non intervenisse provvidenzialmente la misericordia di Dio con il Suo Santo Spirito, per “soffiare”, su una situazione umana che si sta avviando al declino e trasformarla radicalmente, come ha fatto e continua a fare anche nella peggiore delle situazioni quando si sono riprodotti quelli che, nella storia della chiesa cristiana, sono stati chiamati “risvegli”.
Sì, il profeta annuncia rivoluzioni radicali prodotte dallo Spirito “su ogni carne” (Is. 32:15). Sarebbe avvenuto prima sugli Israeliti, che avrebbero poi visto il ristabilimento della loro nazione (Is. 29:2; Za. 12:10), poi sugli altri popoli (Gioele 2:28). Ciò che prima era infruttuoso porterà frutto…e l'empio, che sembrava felice e tranquillo, senza problemi, manifesterà tutta la sua reale aridità.

Un cambiamento che inizia oggi
Quando, allora, avverranno tutte queste trasformazioni? Forse che il profeta esprime solo pie illusioni e vane speranze? 
No,…Iddio, quando,…come e dove ritiene più opportuno, ci fa la grazia di mandare il Suo Spirito in Cristo, ed è con Cristo Gesù che sono possibili queste trasformazioni. Non è teoria, ma è la realtà che si manifesta in tutte quelle persone che sin da oggi si convertono a Cristo dopo aver udito il messaggio dell'Evangelo.
Riprendiamo, allora, le parole del nostro testo e non consideriamole come se fossero limitate ad un lontano futuro: “In quel giorno, i sordi udranno le parole del libro e, liberati dall'oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno” (18). 
E’ stupefacente che, ogni qual volta, l'Evangelo di Gesù Cristo, tocca una vita umana tramite lo Spirito Santo, vedere come questa persona, che prima era indifferente od ostile alla verità biblica, comprenda la Bibbia e la “divori” con interesse e desiderio, nel senso che, coloro che sono spiritualmente ciechi, sono liberati dalle loro tenebre: “I ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri” (Mt. 11:5): questo era l'effetto dell'opera di Gesù! 
Isaia ci dice ancora: “Gli umili avranno abbondanza di gioia nel SIGNORE e i più poveri tra gli uomini esulteranno nel Santo d'Israele” (19). Sì, un giorno le categorie umane più deboli e indifese come chi non ha mezzi finanziari, gli invalidi, gli anziani, i malati, i migranti stranieri, chi ha bisogno dell'appoggio e della solidarietà degli altri, avrà abbondanza di gioia, perché vedrà coloro che sono stati convertiti dall'Evangelo prendersi amorevolmente cura di loro.
Queste trasformazioni non sono da proiettare in un lontano futuro, ma sono il risultato dell'opera rigeneratrice dello Spirito Santo quando converte donne/uomini    a Cristo, dopo che hanno udito la fedele predicazione dell'Evangelo di Gesù Cristo. E' infatti in Cristo Gesù che il futuro diventa presente.
Ricordate la testimonianza esemplare dello stesso apostolo Paolo? (1 Ti. 1:12-17).  

Conclusione
Tante cose possono avvenire all'improvviso e quando meno ce lo aspettiamo. Chi invece vive nella prospettiva di Dio, quella che Egli ha rivelato nella Bibbia, non pensa tanto alle disgrazie...ma confida,…spera e prega…affinché Dio gli faccia la grazia di vedere nel suo tempo e nel suo luogo, un Suo speciale intervento di grazia e di misericordia. Quando Isaia predicava questo messaggio non c'era alcun motivo di essere ottimisti, anzi, lo scenario era solo di disperazione, Isaia, però, conosceva Dio e viveva nella Sua prospettiva, in quanto conosceva l'amore e la misericordia di Dio che, inaspettatamente, trasforma anche la situazione peggiore in una situazione migliore, così sarà anche per noi.
Il Dio di Isaia, è quello di Abraamo, Mosè e Gesù Cristo, Colui che “fa rivivere i morti, e chiama all'esistenza le cose che non sono” (Ro. 4:17).                                            
Anche nella “disgrazia”, Isaia credeva che Iddio aveva il completo controllo della situazione e che…“sa quello che fa e lo fa bene”…per un preciso motivo, anche noi, oggigiorno…siamo chiamati a vivere nella stessa prospettiva del Profeta Isaia, siamo chiamati a credere nel Dio “dell'impossibile” e ad aspettarci un'intervento speciale di Dio.
Dobbiamo farlo, naturalmente, non in modo passivo, ma…noi stessi…dobbiamo dare dei segni concreti di quello che abbiamo compreso, per annunciare in anticipo ciò che Iddio sta per fare: “gli umili avranno abbondanza di gioia nel SIGNORE e i più poveri tra gli uomini esulteranno nel Santo d'Israele”. 

Che così possa essere per tutti noi. 
AMEN  
P.L. G. Castelletti   




CALENDARIO CULTI SETTEMBRE - OTTOBRE


martedì 16 maggio 2017

INCONTRI con MARTIN LUTERO


Nell’anno del 500° anniversario della Riforma, proseguono gli incontri di approfondimento del suo messaggio con la lettura di testi, nella Sala C.E.D.I., 
Via F.lli Di Dio 64 ad Omegna
Venerdì 19 Maggio, ore 20:45, sul tema:

 “Libero o servo arbitrio? Lutero contro Erasmo”