Verbania - C.so Mameli 19
*Culto domenicale ore 10:30

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
*Culto domenicale ore 10:30

giovedì 24 dicembre 2015

Natale 2015

Domani è Natale.
     Questo è il Natale che ho nel cuore, che dedico a tutti voi.

Giampy Castelletti

sabato 14 novembre 2015

Antisemitismo. Le chiese evangeliche di Milano sull'aggressione contro Nathan Graff


Le chiese evangeliche di Milano intervengono sull'aggressione contro Nathan Graff, esprimendo la loro fraterna e completa vicinanza alla comunità ebraica di Milano e d'Italia:
«La bestiale "giustizia dei coltelli" ci chiama tutti alla difesa di quei valori 
di libertà di religione e di pensiero che stanno a fondamento di una pacifica convivenza fra i popoli, le religioni, le culture»
Roma, 13 novembre 2015 (NEV-CS61) – In seguito all'accoltellamento di Nathan Graff, ebreo ortodosso, occorso ieri sera a Milano, le chiese evangeliche del capoluogo ambrosiano hanno diffuso una nota per esprimere la loro solidarietà ai presidenti della comunità ebraica di Milano e al rabbino capo Alfonso Arbib. Di seguito il testo integrale:


«Venire accoltellati, oltretutto da dietro, alla schiena, per il semplice fatto che con gli abiti si testimonia la propria fede; passeggiare pacificamente per Milano ed essere aggrediti per la mera, ma visibile appartenenza al mondo ebraico... La bestiale "giustizia dei coltelli" che tende a dilagare in Medio Oriente e in Europa, ci chiama tutti alla solidarietà e alla difesa di quei valori di libertà di religione e di pensiero che stanno a fondamento di una pacifica convivenza fra i popoli, le religioni, le culture.

Le chiese evangeliche di Milano - valdese, metodista, battista, luterana, anglicana, avventista, - esprimono la loro fraterna e completa vicinanza alla comunità ebraica di Milano e d'Italia, nel momento del dolore e del pericolo.

Fermamente convinte che la testimonianza della cultura, della spiritualità, della fede e della presenza ebraica nel nostro Paese sia fondamentale e irrinunciabile per costruire assieme un cammino di pace e di giustizia, le chiese evangeliche di Milano assicurano il loro pieno impegno affinché la possibilità di vivere ed annunciare la propria fede sia garantita a ogni comunità e a ogni individuo, a partire dai fratelli ebrei». 

Laura Pausini. La sorpresa di scoprirci simili

di Pawel Gajewski
La sorpresa di scoprirci simili – è una parafrasi del ritornello della canzone che dà il titolo all’ultimo album di Laura Pausini Simili. Ho coniato questa espressione ascoltando la sua intervista su Repubblica.tv. Non succede spesso che una pop star di livello mondiale menzioni la nostra piccola chiesa. Se questo succede non posso che rallegrarmene. Al tempo stesso, come pastore devo pormi alcune domande.
La popolarità di Laura Pausini è trasversale e spesso le sue canzoni mettono d’accordo genitori e figli. Sembra tuttavia che la maggior parte del suo pubblico sia nata negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso; vale a dire: persone coetanee della cantante. Quando penso però alla composizione anagrafica delle nostre chiese la generazione e di Laura Pausini non è particolarmente rappresentata. Perché? Un abbozzo di risposta si trova sempre nella canzone Simili: “Sono scappata via quando mi sono vista dentro un labirinto senza decidere”. Molte persone restano però imprigionate nei loro labirinti, senza decidere, senza scappare via. Indubbiamente la situazione sociale in Italia favorisce un girovagare senza una meta precisa anche perché il fallimento morale di molte istituzioni ritenute infallibili si palesa sempre più chiaramente.
Laura Pausini vede invece nella nostra chiesa un'alternativa a una cultura, o piuttosto a una subcultura di matrice cattolica che rende il nostro paese abbastanza arretrato nel campo delle libertà civili. Il fatto che una delle sue migliori amiche non possa legalizzare la sua relazione omoaffettiva è una lacuna imperdonabile nel nostro ordinamento civile. Noi, protestanti italiani cerchiamo di impegnarci in prima linea per affermare i diritti fondamentali di ogni persona e per denunciare ingerenze indebite nei processi legislativi. Laura Pausini coglie bene questa nostra caratteristica. Tuttavia mi piacerebbe confrontarmi con lei su un quesito fondamentale: in che misura la nostra predicazione e la nostra azione sociale rispondono alla domanda di senso che si fa sempre più pregnante sia fuori sia dentro le nostre chiese?
9 novembre 2015

domenica 8 novembre 2015

“Gioiscano e si rallegrino in te quelli che ti cercano”

“Gioiscano e si rallegrino in te quelli che ti cercano”   (Salmo 40:16)

La storia dell’uomo è stata da sempre contrassegnata da un susseguirsi di ricerche e scoperte. Se non ci fosse stata la molla della curiosità e della sete di conoscenza, non avremmo mai registrato alcun progresso né miglioramento in nessun campo della nostra esistenza. Probabilmente nessuno di noi ha mai fatto parte di una squadra di ricercatori, però tutti noi possiamo indirizzare il nostrpegno in campo spirituale alla ricerca di Dio e della Sua comunione.
         Chi fa ricerca, spesso ottiene dei risultati inaspettati, talvolta quasi per caso, ma nutre sempre la speranza di poter fare una scoperta utile per l’umanità.   Chi ricerca Dio, invece, non nutre solo una vaga speranza, bensì possiede una certezza. Il nostro sforzo non sarà mai inutile, ma otterrà come risultato una gioia profonda e stabile e un senso di benessere interiore anche nei momenti di buio e difficoltà.
         La base di questa gioia è la fiducia che il Padre celeste ci ama e dirige ogni cosa verso il bene.

                                                                                                                                                  G.C.

domenica 1 novembre 2015

"La regola per eccellenza"

“Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti.”   (Matteo 7:12)


Il versetto che meditiamo, assomiglia a un detto mondano assai conosciuto: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.                                                              Eppure fra i due c’è una differenza fondamentale: il 1° è l’espressione della saggezza divina, è dettato dall’amore e ha come scopo il bene degli altri;  il 2°, invece, è frutto della saggezza umana, dettato dall’egoismo e ha come fine la protezione di se stessi.                                                                                        Mentre il 2° si pratica per istinto, il 1° deve essere imparato con l’aiuto di Dio; solo così si può essere gentili con persone scortesi, aiutare chi ha bisogno senza guadagnarci nulla, sopportare il male e l’ingiustizia senza minacciare o ripagare il torto subito.                                                                                       Signore insegnami la Tua saggezza e dammi la forza e il coraggio di metterla in pratica.     

                                                                 G.C.

giovedì 22 ottobre 2015

“Voi siete il sale della terra"

Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo” (Matteo 5,13-14)

La chiesa, comunità di credenti in Cristo è, secondo il Vangelo di Matteo, sale della terra e luce del mondo. Ogni seguace di Cristo è chiamato personalmente a essere sale e luce, ma il plurale “Voi” rinvia a una dimensione comunitaria. La comunità nel suo insieme è chiamata a adempiere la sua missione collettiva di servire come sale e luce per il mondo. Tale compito non può essere realizzato da individui indipendenti: dobbiamo lavorare insieme. Ma prima dobbiamo chiederci che senso hanno le parole di Gesù.
Se guardiamo indietro nel tempo, alla storia bimillenaria del cristianesimo ci rendiamo conto che, non sempre i cristiani sono stati sale della terra e luce del mondo.
Molte situazioni negative smentiscono queste “qualità” (guerre, crociate, divisioni, discriminazioni, ecc.).
Le parole di Gesù sono da intendere non come descrizione di una condizione “Voi siete”, ma di una funzione: << Voi dovete essere sale per dare sapore alla vita del mondo intero, dovete essere luce per illuminare le tenebre dell’odio, dell’egoismo; dovete essere come una città su un monte, come una lampada ben visibile>>. Essere visibili non significa mettersi in mostra, cercare a tutti i costi la visibilità; il desiderio di essere visti è fin troppo umano, accarezza l’amor proprio, la sete di vanità. La motivazione per cui siamo chiamati a essere visibili deriva dalla vivida consapevolezza della grandezza di Dio. Le opere da noi compiute devono essere percepite nel mondo profano come illustrazioni dell’amore di Dio.
L’agire dei credenti deve funzionare nel mondo profano come testimonianza dell’amore di Dio, Padre che non discrimina i suoi figli e che deve essere lodato con atti di generosità verso i poveri e di clemenza verso i nemici, che non con le sole preghiere. Si tratta, in definitiva, di coniugare insieme la salvezza per grazia mediante la fede e le opere, senza le quali la fede è morta.
Essere sale e luce è, dunque, una vocazione, una chiamata a cui dobbiamo rispondere con la vita di ogni giorno, sia come singoli credenti sia come comunità.
Non si è chiesa perché si risponde a certi requisiti, come disporre di locali propri per il culto e le attività o di un certo numero di ministeri ecc.. Si è chiesa quando si vive la vocazione di essere sale e luce.
E, per ultimo, la chiesa è sale e luce, soltanto quando proclama autenticamente che Gesù Cristo è il Signore. Quando manifesta la vita di Cristo nella sua propria. La chiesa non è la luce stessa, ma soltanto la finestra attraverso cui la si può vedere. Noi siamo luce nella fedeltà a Cristo, vera luce del mondo. Gesù rivolge queste parole a quelli che chiama “beati” cioè coloro che, con il loro modo di vivere contrastano la mentalità del mondo, lottando per un mondo più giusto, più umano e più fraterno. Sono loro il sale della terra e luce del mondo in quanto fanno trasparire nella loro vita, la giustizia e la misericordia di Dio. Ogni chiesa, così come ogni credente, che si conformi così completamente al mondo profano circostante da dimenticare la sua vocazione si rende inutile; il suo sale diventa insipido e privo di interesse.

Past. J-F. Kamba Nzolo

giovedì 15 ottobre 2015

Meditazione del brano del Vangelo di Giovanni 3,16-17

GIOVANNI 3 , 16 - 17
«Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede
in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo
per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Viviamo un periodo di crisi: rabbia e tristezza si impadroniscono spesso di noi. Siamo portati a giudicare gli altri, in modo spietato e con amarezza. Spesso le nostre vittime sono l'impiegato dietro lo sportello, l'infermiere in ospedale, l'insegnante dei nostri figli che ci sembra non facciano il loro dovere, mentre probabilmente soffrono quanto noi. Certo, ci sarebbero molte cose da criticare, da denunciare, da eliminare... se fossimo noi a giudicare, sapremmo chi e cosa condannare! Dio, invece, ci sorprende con un annuncio diverso: Lui non ha interesse a divide-re, a fare scelte, a verificare cosa salvare e cosa buttare. Il messaggio nuovo e sorprendente è che a Dio non interessa condannare il mondo, ma lo vuole salvare!
Non che a Dio facciano piacere le nostre cattiverie, le ingiustizie e le sofferenze che ci infliggiamo l’un l’altro; se lo volesse, potrebbe annientarci, e sarebbe anche meritato! Ma Dio non ragiona come gli esseri umani: è pa-ziente e buono, ci dice la Bibbia, non risponde al nostro male con un male più grande per annientarci! Lui pensa a salvarci, e mette in questo tutto il suo impegno.
Potremmo però obiettare: “Se Dio è giusto, scelga Lui i pochi che fanno il bene e li salvi, e abbandoni il resto del mondo alla distruzione!” Perché sicuramente ci sono quelli che fanno il bene, quelli che si impegnano nel volonta-riato, quelli che svolgono il loro lavoro con coscienza e impegno! Probabilmente alcuni di noi fanno parte di questo gruppo. Ma siamo sicuri di non avere alcuna colpa? Anche quelli che sono capaci di fare un po' di bene o tanto bene? Guardiamoci dentro e intorno con onestà: se il mondo va male non è colpa anche dei nostri piccoli e grandi egoismi? Anche di quelli come noi che pure non sono dei delinquenti?
Dio decide di venire in nostro aiuto, ribaltando tutto: non perde tempo a giudicare i giusti e gli ingiusti, quelli da tenere e quelli da buttare. Siamo noi che ragioniamo così, perché ci sentiamo migliori degli altri tanto da sentir-ci, a volte, onnipotenti. Così tanto, che spesso pensiamo che noi avremmo la ricetta per salvare il mondo... e in-tanto tutto diventa più triste e ingiusto! In che modo Dio ribalta questa situazione? Tutti, ai suoi occhi, sono importanti! E Lui ci guarda con amore, destinandoci non al male, ma al bene!
E il male? Il male l’ha vinto Gesù, che Lui ha mandato apposta per farci capire questo. Quel Gesù che era uomo, ma anche Figlio di Dio, ci ha raggiunto portando per noi il peso del male e donandoci speranza. Lui che è davvero onnipotente si è mostrato a noi nella più totale debolezza, morendo su una croce come un delinquente. Sì, il mon-do è davvero salvato dal male, siamo tutti davvero salvi per opera di Gesù Cristo: credete a questa buona notizia che trasforma la vostra vita!
Certo, c’è sempre qualcuno che dice: “Non è vero! Dio non esiste, il mondo va male e andrà sempre peggio, noi dobbiamo e possiamo salvarci da soli, i cristiani sono degli illusi...” Eppure, noi pensiamo che gli illusi sono proprio quelli che pensano a salvarsi da soli! Guardiamo al nostro mondo non come a un mondo perduto, ma a un mondo salvato. Se lo vediamo con questi occhiali, possiamo davvero impegnarci perché questo mondo sia meno triste, meno ingiusto, e abbia speranza. Ma dove la troviamo questa speranza? Dove diventa evidente? In due luoghi: nella Bibbia, che da secoli ci parla di un Dio che ci ama oltre ogni ragionevolezza, e in noi stessi, perché Dio non smette di sussurrare a tutti e tutte noi che siamo, e saremo, salvati!
Amen.

venerdì 9 ottobre 2015

I GIORNI SONO MALVAGI
“Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi.”                                            
                                                                                              (Efesini 5 : 15 - 16) 

“I giorni sono malvagi”; questa constatazione è più che mai attuale, come potremmo contraddirla?
Basta che seguiamo i Tg Televisivi, leggiamo i giornali quotidiani o ci guardiamo intorno, per dire che questi nostri giorni sono “Malvagi”, non meno di quanto lo fossero i giorni delle prime comunità cristiane; in fin dei conti, la storia ce lo insegna, tutti i giorni sono segnati dall’odio, dall’indifferenza, dall’ingiustizia, dall’egoismo, vissuti dall’umanità in modo non conforme alla volontà del Signore, sono “Malvagi”.   Soprattutto oggi, anche per le nostre chiese “i giorni sono Malvagi”, cala la frequenza ai culti, cala la disponibilità a partecipare alle attività comunitarie, a farsi carico di qualche responsabilità, si è notato che è sempre più difficile che qualcuno se la senta di affrontare la sfida ardua e bellissima del pastorato o predicatore locale, i simpatizzanti, anche i più assidui e fedeli, sono sfavorevoli a fare il passo decisivo per diventare membri di Chiesa. La Chiesa, sembra che sia apprezzata solo da chi la guarda dall’esterno e da lontano, conosco molti, che la stimano, la ammirano, addirittura destinano l’8x1000, ma si mantengono a riguardosa distanza dalle sue porte e dall’entrarvi, certo, potremmo incolpare di tutto alla “gente”, che ha scarsa volontà di impegnarsi, alla loro superficialità e alla loro poca fede; non avremmo del tutto torto, perché diciamoci la verità, questi nostri giorni, oltre e forse più ancora che “Malvagi”, sono giorni frettolosi, giorni pieni di distrazioni e dispersivi. Tuttavia, la lettera agli Efesini, non ci indica la strada dell’accusa, né quella del rammarico, della recriminazione, tantomeno quella del lamento e nemmeno quella del rimpianto dei bei tempi passati, perché sono tutte strade senza sbocco. Paolo, nella sua lettera ha in mente qualcosa di totalmente diverso: “Ci invita a essere saggiamente pratici”; in sostanza ci dice: “I giorni sono Malvagi”? E’ vero. Allora? Da questi giorni Malvagi, cerchiamo di trarne frutto. Cerchiamo di capire come questi giorni “Malvagi” ci interpellino, che cosa vogliono dirci e cogliamo ogni pur minima opportunità per recuperare il tempo che questi giorni ci offrono.  Per far cosa? Per chiedere in preghiera al Signore di darci finalmente il coraggio e la voglia di affrontare con “Coraggio” e “Responsabilità” quello che da qualche tempo chiamiamo “crisi della Chiesa” ovvero: “Che ne sarà di me, se prendo posizione?”, che il Signore ci insegni allora, a capovolgere la domanda: “Che ne sarà di me, di questo progetto, di questa Chiesa, del compito che Dio mi ha affidato, se io non prendo posizione?”. Cerchiamo di puntare una buona volta il nostro sguardo su ciò che davvero conta, sul Come Ci Comportiamo: “Su come ci comportiamo Noi membri di Chiesa, Noi simpatizzanti, Noi Chiese, su come accogliamo, su come evangelizziamo e su come adempiamo i nostri compiti”. Può capitare, allora, che questi nostri “giorni Malvagi”, finiscano per rivelarsi come “giorni Benedetti”.

C.G.

lunedì 7 settembre 2015

Un pensiero dalla  predicazione sul testo biblico di Giovanni 10 : 3 - 21

Davanti a circostanze e problemi della vita che non possiamo controllare, siamo come delle pecore, deboli e bisognosi d’aiuto. Dio ci viene in soccorso dandoci un Buon Pastore che risponde al nome di Gesù Cristo.  Nell’Antico Testamento, l’immagine del pastore viene usata molte volte da Dio per aiutarci a capire quanto Lui tiene al suo gregge. Il Salmo 23 ne è un esempio. Oltre a ciò era stato profetizzato che Gesù sarebbe stato il Buon Pastore come scritto in Ez. 34:23. In alcuni testi saranno menzionati Falsi Pastori, questo per aiutarci a capire di stare attenti e non essere sviati dalla Vera Fede. In questo capitolo di Giovanni, Gesù ci fa capire che solo Lui è il Vero Pastore e il Buon Pastore. Se seguiamo Lui saremo salvati. Gesù chiama per nome ognuna delle sue pecore, ciò sta a significare che ha un rapporto personale e diretto con ogni sua pecora, Gesù è il vero Buon pastore, come tale, ha dato la sua vita per salvarci dal peccato, a differenza dei Falsi Pastori o mercenari, che al primo pericolo scappano e lasciano le pecore indifese in modo tale che il Lupo le possa sbranare.  I mercenari dei giorni nostri, chi sono?  Sono uomini o religiosi che dicono di amare e prendersi cura delle pecore, ma in realtà, portano le pecore lontano dalla salvezza, fanno questo perché vedono il ruolo di accudire le pecore come fonte di guadagno, tipo: soldi, la stima delle persone e una vita più facile. La cosa importante è di non associarsi a questi mercenari ma di aggrapparsi a Gesù Cristo, il vero Buon Pastore. Erroneamente molti pensano che solamente il popolo di Israele possa essere salvato, tuttavia in Gv 10:16 Gesù fa una dichiarazione meravigliosa per tutti coloro che non sono Giudei, ha delle pecore che non sono di quell’ovile, ovvero, che non sono Giudei. La salvezza in Gesù Cristo non è solo per i Giudei. Chiunque riconosce il proprio peccato e crede veramente in Cristo sarà salvato.  Il messaggio di Gesù in questo capitolo è chiaro, è l’unico che può salvare, Egli è il Buon Pastore. Davanti a Gesù Cristo, nessuno può rimanere neutrale, o si accoglie bene il suo messaggio, oppure, prima o poi il nostro cuore si indurirà fino ad odiare Cristo, viceversa, ci si umilia davanti a Cristo e si crede in Lui come Signore e Salvatore. Detto ciò, sorgono delle domande molto importanti che riguardano tutti noi, riguarda la nostra vita e l’eternità: “Chi è Gesù per noi? E’ il nostro Buon pastore, che ci salva? Rispondendo “Si”, vuol dire che siamo una Sua pecora.” “Lo ascoltiamo di cuore, e Lo seguiamo giorno per giorno?” “Ci informiamo su qual è la Sua volontà, e nelle nostre decisioni e pensieri seguiamo la Sua volontà, anziché quella della nostra carne?” “Crediamo a Gesù culturalmente, ma in realtà, non Lo ascoltiamo, e non Lo seguiamo, facendo di testa nostra, e vivendo come vogliamo noi?”
 - Valutiamo bene queste domande, perché la nostra vita eterna dipende da queste risposte. Se Gesù Cristo è il nostro Buon Pastore, consideriamo quanto grande è il Suo amore per tutti noi ! Consideriamo che il Suo amore è costante, la Sua custodia è perfetta, la Sua attenzione è tenera. Possiamo gettare ogni nostro peso su di Lui, perché Egli ha cura di noi ! Ascoltiamolo e Seguiamolo, in ogni decisione della giornata, Il nostro Buon Pastore ci accudirà per tutta la vita e per tutta l’eternità. Se pensiamo di non essere una sua pecora, ravvediamoci già da oggi, e corriamo da Lui.     Crediamo in Lui e saremo salvati !     Amen                              
                                                                                                                     G. C.

mercoledì 29 luglio 2015

Un pensiero dalla predicazione su Matteo 11:25-30


Nella prima parte del brano Dio si rivela ai piccoli e nasconde la Sua verità ai sapienti e
agli intelligenti, SI ! Dio nasconde le verità del Suo Regno a chi crede di essere sapiente e intelligente ai propri occhi, ma le rivela agli umili, poiché gli uomini non arriveranno mai a conoscere Dio, se Dio non lo vorrà, oltretutto Gesù fa da mediatore per rivelare il Padre agli uomini, ma solo a coloro che Gesù vuole rivelare. Nel v.28 Gesù invita gli uomini a cercare riposo in Lui.   A chi è indirizzato questo invito? Non è indirizzato a tutti gli uomini ma solo ad un certo tipo di uomini, chi viene a Lui deve essere tra quelli denominati: “Affaticati e oppressi”.  Costoro, sono coloro che riconoscono davanti a Dio di essere schiavi del peccato, solo così possono andare a Gesù per la salvezza.  Si imparerà che Gesù è “mansueto e umile di cuore”, ma solo se avremo fede in Lui lo potremo conoscere e seguirlo con tutto il cuore, quindi è molto importante sperare in Gesù, anziché in altre cose, questo riguarda ogni aspetto della nostra vita, che significa: “Dire NO al lamentarsi di continuo, dobbiamo portare ogni peso che Egli ci dà”  –  “Dire NO al peccato” –  “Dire SI ad accettare tutto quello che Gesù ci dà, sia nel bene che nel male”  –  “Dire SI a vivere i nostri rapporti secondo i suoi insegnamenti”.   “Imparate da me”, SI! Dobbiamo imparare da Lui, questo però richiede un cuore umile, se abbiamo un cuore orgoglioso non impareremo mai da Gesù, perché presumeremo che i nostri ragionamenti siano giusti e non sbagliati, se saremo umili di cuore presumeremo che i nostri ragionamenti non abbiano valore se non sono ben fondati nella Parola di Dio.
Imparare da Gesù, significa che dobbiamo dedicare del nostro tempo, il nostro impegno alla lettura della Bibbia, meditare su quello che abbiamo letto e farla entrare nel nostro cuore in maniera che la Parola di Gesù abiti in Noi abbondantemente, solo se abbiamo un cuore umile e aperto saremo pronti ad imparare da Lui giorno dopo giorno e  di conseguenza sottomettere ogni nostro ragionamento a Lui. Questo, è un impegno che dura tutta una vita.
  -   In conclusione -  Gesù invita tutti noi ad umiliarci come un piccolo bambino, per riconoscere la vera condizione spirituale di essere “affaticati e oppressi” per poter andare a Lui per il perdono e la salvezza, perché solo chi cammina per fede ed è come un fanciullo,
ovvero, umile, può stare vicino a Gesù e accettare tutte le prove che Dio gli dà.    Dobbiamo imparare da Gesù ! Ci vuole tutta una vita per imparare da Gesù, imparare richiede impegno e tempo, ma soprattutto, imparare da Cristo richiede un cuore aperto, perché potremmo anche conoscere a memoria la Bibbia, avere un buon insegnamento, leggere i migliori libri cristiani, ma se non abbiamo un cuore umile ed aperto, non impareremo mai da Gesù !  Quanto è importante raccogliere l’invito di Gesù e imparare da Lui ! Solo così troveremo riposo alle nostre anime ! Confidiamo in Lui per ogni cosa, Egli è il mediatore che ci porta al Padre celeste. Se il nostro cuore è freddo e duro, se non abbiamo lo zelo e la passione che dovremmo avere, rivolgiamoci a Gesù in preghiera, solo Lui può cambiare il nostro cuore.   
Grazie a Dio per averci dato Cristo Gesù come Salvatore, pronto ad accoglierci e
perdonarci.                                           
Andiamo a Lui e saremo salvati !     Amen
                                                                                                                     G. C.


martedì 23 giugno 2015

La visita di papa Francesco ai Valdesi

Caro papa Francesco...

di Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola Valdese
Visita di papa Francesco alle Chiese Valdesi e metodiste (foto Romeo/Riforma) Caro papa Francesco, caro fratello in Cristo,
mi permetta di accoglierLa in questo tempio rivolgendomi a Lei con questa espressione dei primi credenti che seguirono Gesù diventando i suoi discepoli e i suoi apostoli. Rivolgendoci a Lei come il fratello in Cristo Francesco, noi riconosciamo la nostra comune condizione di figli di quel Dio che è “al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Efesini 4,6).
I valdesi del ramo italiano, da me rappresentati, e i metodisti – qui rappresentati dalla presidente Alessandra Trotta – e i rappresentanti delle Chiese evangeliche sorelle luterane, battiste, avventiste, salutiste, La accolgono con gioia, avendo apprezzato molti discorsi e molti gesti che Lei ha compiuto sin dall’inizio del suo ministero.
Come Moderatore della Tavola valdese, voglio ringraziarLa in particolare per le parole di fraternità che Lei ha ripetutamente espresso nei confronti della nostra Chiesa.
Entrando in questo tempio, Lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana.
Qual era il peccato dei valdesi? Quello di essere un movimento di evangelizzazione popolare svolto da laici, mediante una predicazione itinerante tratta dalla Bibbia, letta e spiegata nella lingua del popolo.
Visita di papa Francesco alle Chiese Valdesi e metodiste (foto Romeo/Riforma)Da oltre otto secoli, attraverso una storia a lungo segnata da varie forme di persecuzione e quindi scritta anche col sangue di molti martiri, non abbiamo voluto essere altro che una comunità di fede cristiana al servizio della parola di Dio e della libertà del suo annuncio.
Oggi, come nel Medioevo e nei secoli successivi, il nostro programma è: libere praedicare, «predicare nella libertà» l’Evangelo di Cristo. E’ questa l’unica ragion d’essere della Chiesa valdese.
Questa libera predicazione dell’Evangelo di Cristo avviene oggi in un’Italia largamente secolarizzata, ma almeno avviene in un contesto sempre più ecumenico grazie all’impegno e all’apertura spirituale di evangelici e cattolici, come questa Sua visita dimostra in modo eloquente.
A questo proposito, abbiamo letto nella Sua «Esortazione apostolica» Evangelii gaudium due affermazioni sul modo di intendere e vivere l’ecumenismo che siamo lieti di poter condividere.
La prima riguarda la visione dell’unità cristiana come «diversità riconciliata» che Lei propone (n. 230), e che è la stessa che l’ottava Assemblea mondiale della Federazione Luterana riunita a Curitiba (Brasile) proponeva nel 1990.
Crediamo anche noi che l’unità cristiana possa e debba essere concepita proprio così: come «diversità riconciliata», in cui occorre sottolineare sia la parola «diversità», sia l’esigenza che sia «riconciliata».
La seconda affermazione riguarda i rapporti tra le diverse chiese cristiane. Lei scrive: «Sono tante e tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (n. 246).
Visita di papa Francesco alle Chiese Valdesi e metodiste (foto Romeo/Riforma)È molto bello questo pensiero di cercare nelle chiese diverse dalla nostra non i difetti e le mancanze – che indubbiamente ci sono – ma ciò che lo Spirito Santo vi ha seminato «come un dono anche per noi».
Proprio questo è l’ecumenismo: la fine dell’autosufficienza delle chiese; ogni chiesa ha bisogno delle altre per realizzare la propria vocazione. Non possiamo essere cristiani da soli.
Ma proprio perché è così, riteniamo che i rapporti tra la Chiesa valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi) e la Chiesa cattolica romana, che già hanno prodotto buoni frutti in diversi ambiti – ricordo solo la traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente (TILC), la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la collaborazione a livello di facoltà teologiche, il testo comune tra CEI e valdesi e metodisti sui matrimoni interconfessionali, la collaborazione alla stesura della Carta Ecumenica, fino al documento comune cattolici-evangelici-ortodossi per contrastare la violenza contro le donne che abbiamo sottoscritto insieme il 9 marzo scorso – ecco, questi buoni frutti possano essere ulteriormente migliorati e incrementati, nei modi che potremo cercare e stabilire insieme.
Dovremo affrontare, però, anche questioni teologiche tuttora aperte.
E poiché ci è data oggi questa bella occasione di incontro e di dialogo, vorrei proporne almeno due che ci stanno Visita di papa Francesco alle Chiese Valdesi e metodiste (foto Romeo/Riforma)particolarmente a cuore.
La prima è questa: il concilio Vaticano II ha parlato delle chiese evangeliche come di «comunità ecclesiali». A essere sinceri, non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa? Conosciamo le ragioni che hanno spinto il Concilio a adottare quell’espressione, ma riteniamo che essa possa e debba essere superata. Sarebbe bello se questo accadesse nel 2017 (o anche prima!), quando ricorderemo i 500 anni della Riforma protestante. È nostra umile ma profonda convinzione che siamo Chiesa: certo peccatrice, semper reformanda, pellegrina che, come l’apostolo Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta (Filippesi 3,14), ma chiesa, chiesa di Gesù Cristo, da Lui convocata, giudicata e salvata, che vive della sua grazia e per la sua gloria.
La seconda questione, che sappiamo quanto sia delicata, è quella dell’ospitalità eucaristica. Tra le cose che abbiamo in comune ci sono il pane e il vino della Cena e le parole che Gesù ha pronunciato in quella occasione. Le interpretazioni di quelle parole sono diverse tra le chiese e all’interno di ciascuna di esse.
Ma ciò che unisce i cristiani raccolti intorno alla mensa di Gesù sono il pane e il vino che Egli ci offre e le Sue parole, non le nostre interpretazioni che non fanno parte dell’Evangelo.
past. Eugenio Bernardini (foto Romeo/Riforma)Sarebbe bello se anche in vista del 2017 le nostre chiese affrontassero insieme questo tema.
In questa giornata, però, non possiamo dimenticare le sofferenze del mondo e le sfide che il mondo pone alle nostre chiese.
Anche su questo piano abbiamo in atto importanti collaborazioni che possono crescere ulteriormente.
Per esempio nel campo della libertà di religione e di coscienza.
Proprio per la nostra storia di minoranza “eretica” prima, “tollerata” poi, “ammessa” successivamente e finalmente “riconosciuta”, noi avvertiamo una forte responsabilità nei confronti di chi ancora oggi – in varie aree del mondo ma anche in Europa e in Italia – è discriminato o perseguitato a causa della sua fede, sia egli cristiano o di altre fedi – per noi non fa differenza – perché, affermando il valore della libertà della coscienza, riteniamo che chiunque debba essere libero e libera di credere secondo la sua ispirazione, così come debba essere libero e libera di non credere o di credere in forme non convenzionali.
Un altro campo sul quale i cristiani e le cristiane dovrebbero impegnarsi con più forza e unità è quello del dialogo interreligioso.
Visita di papa Francesco alle Chiese Valdesi e metodiste (foto Romeo/Riforma)Oggi il mondo è attraversato da guerre che spesso si combattono “nel nome di Dio”. Questa pretesa blasfema di una religione ridotta a ideologia di violenza e di vendetta scuote la nostra coscienza e ci impone di perseguire con determinazione – come Lei tante volte ha fatto – un’altra strada: quella del dialogo tra uomini e donne che, confessando l’unico Dio, non possono condividere parole e gesti di offesa, oltraggio e violenza nei confronti di altri credenti e di altri essere umani, e che invece insieme riescono a tracciare e percorrere strade diverse, strade di pace.
Per noi cristiani – cattolici, protestanti, ortodossi – il richiamo a essere “operatori e operatrici di pace” non è un ornamento retorico della nostra fede ma il cuore della legge dell’amore e della riconciliazione voluta da Gesù Cristo.
E parlando di amore e riconciliazione, caro fratello in Cristo Francesco, sento di dover cogliere questa occasione per richiamare l’urgenza di proseguire e intensificare la testimonianza – talora comune ed ecumenicamente ispirata – a favore dei profughi che bussano alla nostra porta.
La “fortezza Europa” li respinge rigettandoli nell’abisso di sofferenze, persecuzioni e dolore da cui fuggono; ma la legge che il Signore afferma ci impone di accogliere lo straniero, l’orfano e la vedova; e l’Evangelo che noi predichiamo dalle nostre chiese e dai nostri pulpiti ci invita ad aprire la porta della nostra casa, Visita di papa Francesco alle Chiese Valdesi e metodiste (foto Romeo/Riforma)a dare da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete perché solo accogliendo chi soffre si può accogliere Cristo.
L’ecumenismo cresce anche nel servizio (diakonìa) e in una predicazione comune che scuota i cuori e le coscienze di chi pensa di risolvere il dramma sociale e umanitario che investe grandi regioni del mondo alzando altri muri, bombardando dei barconi o pattugliando il Mediterraneo con mezzi militari.
E termino.
Chiudendo quest’anno la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nella basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, Lei ha affermato: “L’unità dei cristiani non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni. Verrà il Figlio dell'Uomo e ci troverà ancora nelle discussioni. Dobbiamo riconoscere che per giungere alla profondità del mistero di Dio abbiamo bisogno gli uni degli altri, di incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti”.
Condividiamo queste sue parole. Visita di papa Francesco alle Chiese Valdesi e metodiste (foto Romeo/Riforma)Secoli di confronto e dibattito non hanno appianato, purtroppo, divergenze teologiche che in larga misura hanno resistito nel tempo. Eppure oggi siamo qui a riconoscerci come figli del Padre, fratelli in Cristo, gli uni e gli altri animati dalla forza dello Spirito Santo.
Di fronte a noi c’è un mondo inquieto, sofferente, carico di tensioni; un mondo sovraccarico di parole mute, sterili, vane.
In questo mondo, noi cristiani siamo chiamati a dire la Parola della verità e della vita, una parola che non ritorna invano ma che cambia i cuori e le menti.
Annunciare questa Parola è la nostra fatica e la nostra gioia di sorelle e fratelli in Cristo.
Ed è il nostro vero mandato ecumenico, caro fratello Francesco: quello che ci chiama all’unità anche e soprattutto nell’annuncio della Parola “perché il mondo creda” (Giovanni 17,21).
Caro papa Francesco, grazie per essere tra noi e con noi.
Dio illumini e benedica il Suo servizio.
Torino, 22 giugno 2015

martedì 9 giugno 2015

Tutti i numeri della violenza contro le donne

Esce l'ultima ricerca dell'Istat: il fenomeno è sempre grave ed esteso ma aumenta anche il numero di chi reagisce e denuncia

E’ il primo dato assoluto che emerge dalla nuova ricerca, molto attesa, dell'Istat sulla violenza sulle donne. E’ un dato assoluto che però va ragionato sulle molte altre novità che la ricerca, svolta tra novembre e dicembre 2014, evidenzia.
Ma certamente non irrilevanti sono le percentuali interne di questo dato assoluto.
Intanto il 20,2% delle donne (4 milioni 353 mila) denuncia violenza fisica, quasi simile è il dato sulla violenza sessuale: il 21% (corrispondente a 4 milioni 520 mila) e il 5,4% denuncia stupri o tentati stupri.
Cercando di definire le violenze queste si possono identificare in spintonamenti/strattonamenti (11,5%), schiaffi, pugni, e morsi (7,3%), colpi con oggetti che possono far male (6,1%), meno frequenti, ma presenti, forme più gravi come tentativi di strangolamento ustione, soffocamento (1,5%) e la minaccia o uso delle armi (1,7%).
Un quadro che colpisce, soprattutto se accompagnato dai dati su chi commette queste violenze e dove. La ricerca conferma che l’ampia maggioranza della violenza vissuta dalle donne nella loro vita è esercitata da partner ed ex partner. Anche se negli ultimi cinque anni c’è stata una diminuzione della violenza rispetto ai 5 anni precedenti al 2006; una differenza lieve (dal 13,3% all’11,3%) ma sicuramente un segnale di miglioramento da cogliere.
Rimangono invariati i dati che confermano la trasversalità della violenza rispetto alla cultura e status sociale. Anche se la ricerca rivela che le donne che subiscono più violenze fisiche o sessuali nel corso della vita sono le separate e divorziate (51,4%).
Da evidenziare poi la percentuale particolarmente alta delle donne disabili o con problemi di salute che subiscono violenza (36% contro il 31,5%) con un numero più che doppio di stupri rispetto alle altre donne (il 10% contro il 4,7% delle altre). Questo è un dato particolarmente grave su cui riflettere. Si direbbe che la maggiore debolezza di queste donne consente un aumento della violenza fisica, ma soprattutto sessuale.
Ci sono poi i dati sulle donne in gravidanza. Per il 5,9% delle donne che hanno subito violenza in gravidanza, questa è iniziata con la gravidanza stessa. Per chi subiva già violenza prima della gravidanza, nel 23,7% dei casi è diminuita, non sparita! Mentre per 11,3% è aumentata.
In questa marea di dati su cui sicuramente bisognerà ritornare per riflettere e per mettere in atto strategie di contrasto soprattutto culturali, non va dimenticato il grave problema che la violenza in famiglia significa per i figli essere vittime della violenza assistita che lascia gravi segni sulla loro formazione di uomini e donne. Già solo questa considerazione meriterebbe di accendere con decisione i riflettori sulla violenza domestica. Al di là del fatto che la violenza di genere sulle donne è una vera e grave violazione dei diritti della persona.
Ma qualcosa di importante è cambiato ed è la percentuale di donne che si è ribellata a questa violenza. Il 68,6% delle donne che avevano un partner violento in passato, lo ha lasciato e lo ha fatto a causa della violenza subita. E la violenza per il 41,7% dei casi è stata la causa principale della separazione.
E ancora la importante è che le donne giovani sono le protagoniste del cambiamento. Le donne giovani (16-24 anni), rispetto la ricerca del 2006, denunciano meno casi di violenza (passati dal 31,7% al 27,1%). Diminuzione confermata sia per la violenza fisica, che sessuale esercitata sia da partner sia da ex-partner. Si potrebbe valutare che la coscienza femminile sta crescendo ed intacca i livelli di violenza fisica, sessuale e psicologica.
Però ugualmente lo zoccolo duro della violenza non viene intaccato ma, cosa ancora più grave non diminuiscono né le uccisioni di donne, né gli stupri e i tentati stupri e la gravità della violenza è aumentata. Ancora. Un discorso poi a parte meriterebbe i dati, nuovi ed interessanti, sulle donne immigrate, ma anche questo è un tema ampio su cui vale la pena di ritornare in un altro momento.
«La violenza continua ad essere un fenomeno grave, ampio ed esteso – ha affermato Linda Laura Sabbadini, responsabile della ricerca Istat sia del 2006 che del 2014 alla conclusione della conferenza stampa – e anche se è aumentato il numero delle donne che riconoscono la violenza come reato, questa percentuale resta ancora troppo bassa (7% contro il 4,6% del 2006) così come bassa è la percentuale delle donne che denunciano o che si rivolgono ai centri o ai servizi per essere aiutate. Ma la situazione è in movimento e le donne stanno reagendo».

martedì 5 maggio 2015

Terremoto nel Nepal

La Federazione delle chiese evangeliche lancia una sottoscrizione

Roma (NEV), 29 aprile 2015 
In seguito al violento terremoto che il 25 aprile scorso ha devastato il Nepal, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha lanciato una sottoscrizione per l'aiuto alle vittime. Le morti salirebbero a 10 mila, gli sfollati a 8 milioni, mentre l'80% delle costruzioni sono crollate o inagibili. A Kathmandu, città di un milione di abitanti, il terremoto ha fatto crollare la torre di Dharahara del 1832, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
"La popolazione nepalese così duramente colpita da questa catastrofe è al centro delle nostre preghiere, rivolte specialmente a coloro che hanno perso i loro cari o che ancora sono all'oscuro di cosa sia successo a persone a loro vicine", ha dichiarato il presidente della FCEI, il pastore Massimo Aquilante a nome di tutte le chiese aderenti alla FCEI. "La FCEI estende la sua solidarietà anche alle migliaia di persone che in queste ore drammatiche stanno portando soccorso prestando assistenza ai feriti e ai sopravvissuti".

Per chi volesse inviare donazioni può farlo utilizzando i seguenti conti correnti specificando la
causale "Terremoto Nepal":

Banca Prossima - IBAN: IT79C0335901600100000112766 - SWIFT/BIC: BCITITMX771
Conto corrente postale FCEI n° 38016002 - intestato alla Federazione delle chiese evangeliche in
Italia - IBAN: IT54S0760103200000038016002 - BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

I fondi raccolti saranno destinati all'organizzazione umanitaria Action by Churches Together - ACT
Alliance, una coalizione di 140 chiese associate al Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) e alla
Federazione luterana mondiale (FLM), già operativa nelle zone disastrate sin dalle prime ore dopo
il sisma (www.actalliance.org).

Le chiese membro della FCEI sono: la Chiesa evangelica valdese, l'Opera per le chiese
evangeliche metodiste in Italia (OPCEMI); l'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI);
la Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI); l'Esercito della Salvezza; Chiese libere; la Chiesa
apostolica italiana; la St. Andrew's Church of Scotland di Roma (www.fcei.it)

venerdì 24 aprile 2015

Segni dei Tempi RSI La1

settimanale evangelico di informazione



sabato 25 aprile 2015, RSI La1, 12.00 ca.
lunedì 27 aprile 2015, RSI La1, 23.15 ca.

un programma a cura di Paolo Tognina

Genocidio degli armeni. Il testimone svizzero
Una storia di generosità, coraggio e umanità
un film di Paolo Tognina

Nella primavera di cent'anni fa, l'impero ottomano lanciò una vasta operazione di eliminazione della popolazione armena presente sul suo territorio. Lo svizzero Jakob Künzler, infermiere e chirurgo a Urfa, in Turchia, fu testimone del primo genocidio del 20. secolo e con la moglie Elisabeth curò e mise in salvo migliaia di uomini, donne e bambini.

Con gli storici Rolf Hosfeld e Hans-Lukas Kieser, il giornalista Emanuel La Roche, il pastore di Hundwil - villaggio natale di Jakob Künzler - Paul Bernhard Rothen

per rivederci online

Paolo Tognina

giovedì 23 aprile 2015

Genocidio armeno. Il Consiglio FCEI per il riconoscimento da parte della Turchia



Il 24 aprile una delegazione KEK a Erevan per il centenario del genocidio

Roma (NEV), 22 aprile 2015 - "In occasione del Centenario del genocidio armeno che ricorre il prossimo 24 aprile, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) accoglie con convinzione l'appello del Consiglio mondiale evangelico armeno ad unirsi nella preghiera affinché la Turchia riconosca il genocidio come fatto storico". Così si è espresso con un'apposita delibera il Consiglio della FCEI, riunito lo scorso 20 aprile a Roma. Con queste parole ha aderito alla richiesta del pastore Joël Mikaélian, presidente del Consiglio mondiale evangelico armeno (CMEA), nonché presidente dell’Unione delle chiese evangeliche armene di Francia, a pregare per il riconoscimento da parte della Turchia del genocidio armeno costato tra il 1915 e il 1918 la vita a 1,5 milioni di persone. Il pastore Mikaélian ha anche ricordato come l'Armenia sia stato il primo paese ad adottare già nel 301 il cristianesimo come religione di Stato.
Numerose altre chiese evangeliche hanno risposto all'appello del pastore armeno, prima fra tutte la Federazione protestante di Francia (FPF), che ha invitato le proprie chiese membro a dedicare nei culti del 26 aprile uno speciale momento di preghiera alla ricorrenza. Anche le chiese protestanti svizzere ricorderanno il genocidio armeno durante i culti di domenica prossima. A questo proposito la Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (FCES) ha predisposto un'apposita liturgia che ricorda come nel 1915 molti dei sopravvissuti trovarono rifugio proprio in Svizzera.
Anche gli organismi ecumenici ed evangelici di tutto il mondo si preparano a ricordare il genocidio armeno: in particolare, il 24 aprile il vescovo Christopher Hill e il pastore Guy Liagre, rispettivamente presidente e segretario generale della Conferenza delle chiese europee (KEK), saranno in Armenia dove ricorderanno l'eccidio insieme ad esponenti ecclesiastici, delle istituzioni e della società civile. Solo la verità dei fatti storici e il dialogo sincero possono condurre al perdono e alla guarigione delle memorie e il genocidio del popolo armeno è oggi una ferita nel cuore dell'Europa che chiede di essere sanata: questo il senso della visita in Armenia, come ha spiegato in un'intervista all'agenzia SIR il pastore Liagre, sottolineando come serva ancora la voce profetica delle chiese. A breve è inoltre prevista una conferenza internazionale per il riconoscimento del genocidio armeno organizzata dal Consiglio ecumenico delle chiese (CEC).
Tra le numerose iniziative in ricordo del Centenario del genocidio armeno, la FCEI ha copromosso recentemente a Roma una settimana di incontri e dibattiti dal titolo: "Armenia: metamorfosi fra memoria e identità".

Dove sono tuo fratello e tua sorella?



di Paolo Naso, coordinatore Commissione studi Federazione delle chiese evangeliche in Italia

Oggi siamo dalla parte di Caino. A pochi giorni dalla strage a poche miglia dalle coste libiche che ha ucciso centinaia di persone – in queste ore si parla di circa 900 uomini, donne e bambini –, qualcuno ci chiede dove siano i nostri fratelli, dove siano le nostre sorelle. E noi, come Caino, rispondiamo che non lo sappiamo, che non siamo noi responsabili della loro vita e della loro morte. Non lo siamo, perché “la colpa è dei trafficanti che hanno caricato oltre ogni logica misura un barcone affollato di disperati”. Non lo sappiamo perché “la colpa è dell’Europa che non si fa carico di questa problema”. C’è perfino chi dice che non lo sappiamo perché gli unici veri colpevoli della morte di Abele sono “coloro che aiutano ed accolgono i profughi” e che sarebbe meglio istituire un “blocco navale”.
Ognuno ha la sua da dire per giustificare la sua innocenza e scaricarsi da ogni colpa. Ma i corpi di Abele sono lì di fronte ai nostri occhi, e sono tanti, ricorrenti, perfino prevedibili. E allora, chi lo ha ucciso?
La domanda risuona anche a Lampedusa e a Scicli (RG) dove opera Mediterranean Hope (MH), il progetto promosso ormai da un anno dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Ed è una domanda lacerante e dolorosa, anche per chi in queste ore sta facendo tutto quello che può per accogliere, sostenere, curare persone ferite e provate. E tra queste persone ci siamo anche noi che da qualche mese, con una newsletter, proviamo a raccontare la nostra esperienza di MH.
Non ci rassegniamo ad esser dalla parte di Caino, noi che ci identifichiamo con Abele e con le vittime. Ma intanto, al di là della nostra intenzione e della nostra volontà, siamo parte di quel mondo che non vuole trovare una soluzione a questo problema drammatico. Non vuole. Da mesi, come MH, avanziamo una proposta e siamo pronti a dare il nostro contributo attivo e diretto: l’idea - accolta da ampi settori del mondo delle associazioni, delle comunità di fede e di alcuni settori politici - è quella di aprire dei corridoi che consentano ai profughi di ottenere una protezione umanitaria presso le ambasciate europee e quindi di viaggiare in condizioni di sicurezza. Se condivisa a livello europeo, sarebbe un’operazione assai meno onerosa di Mare Nostrum o di Triton; ripartendo i profughi tra vari paesi europei, i numeri sarebbero assolutamente sostenibili e gestibili. Parliamo infatti di decine di migliaia di persone per ogni paese, niente di più. Infine, si sottrarrebbero risorse finanziare ai trafficanti e alle centrali politiche o affaristiche che li controllano.
Tutto questo è tanto più sostenibile quanto più sarà l’Europa a farsi carico di una nuova fase dell’azione umanitaria di soccorso dei profughi. Da sola l’Italia non può farcela, come non ce la possono fare i paesi più esposti agli approdi fortunosi dei profughi.
Ce la può fare quell’Unione che deve ritrovare la sua coscienza e la sua anima più profonda che non è solo stabilità finanziaria e burocratizzazione legislativa. L’Europa è nata nel sogno della pace e della libertà. Ma questi valori non finiscono a Lampedusa.
Mare Nostrum ha molti partner, in Europa e negli USA. Ci rivolgiamo a loro per lavorare insieme per liberarci dall’ombra di Caino della nostra impotenza.
Serve una parola d’ordine comune e condivisa. La nostra è “corridoi umanitari”. (Mediterranean Hope/nev-notizie evangeliche 17/2015)