Verbania - C.so Mameli 19
*Culto domenicale ore 10:30

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
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giovedì 29 novembre 2012

Segni dei Tempi RSI La1


Settimanale evangelico di informazione


sabato 1. dicembre 2012, RSI La1, 12.00

lunedì 3 dicembre 2012, RSI La1, dopo il TG notte (replica)

un programma a cura di Paolo Tognina

Il telefonino costa una vita (Blood in the Mobile)

Alcune delle materie prime con cui sono fatti i cellulari provengono dalla regione orientale del Congo, un’area caratterizzata da sanguinosi conflitti. Le industrie occidentali finanziano indirettamente la guerra nel Congo comperando le materie prime estratte nelle aree coinvolte nel conflitto. E i signori della guerra utilizzano i proventi delle attività minerarie per acquistare armi. Un circolo vizioso, fatto di violenza e ingiustizia, denunciato anche dagli organismi umanitari Pane per tutti e Sacrificio Quaresimale.

per rivederci in internet

giovedì 22 novembre 2012

La chiesa cattolica e il Cinquecentenario della Riforma protestante


di Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese di teologia

Sembra stia diventando un chiodo fisso: il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, torna sul tema della Riforma o, più precisamente, della “divisione” che essa avrebbe determinato nel XVI secolo: "il teologo ed ecumenista Wolfhart Pannenberg afferma che la Riforma ha fallito e il risultato di questo fallimento sono state le sanguinose guerre di religione nel XVI e XVII secolo". Lutero aveva buone intenzioni, ma volerle unire alle "conseguenze terribili della Riforma nella stessa celebrazione festosa, mi sembra molto difficile". Responsabili del fallimento, tuttavia, sarebbero "entrambe le parti"; si potrebbe, dunque, commemorare insieme il Cinquecentenario della Riforma nel 2017 con una "celebrazione penitenziale comune nella quale riconosciamo insieme le nostre colpe". Mi permetto di dirlo con franchezza: un valdese italiano, che apprende da un esponente della curia romana che, ad esempio, la "soluzione finale" del problema protestante in Italia, tentata appunto tra XVI e XVII secolo, sarebbe una "conseguenza terribile della Riforma", ha qualche difficoltà a esprimere un commento sereno.
Dopo aver tirato un profondo respiro, tuttavia, si può forse provare a ragionare pacatamente. Da qualche decennio, Lutero è diventato "buono". Che però esista, in Occidente, un altro modo di essere chiesa, questo no; e se c’è, non è tale "in senso proprio". Sentirselo dire, può non far piacere. In fondo però, che la chiesa della Controriforma la pensi così, non dovrebbe stupire; e che poi in questo contesto sia possibile citare un teologo luterano come Pannenberg, dispiace ancora di più, ma nemmeno questo meraviglia del tutto. Ma vediamo di entrare nel merito.
In un certo senso, anzi, in più di uno, si può certo affermare che la Riforma abbia fallito. Ha fallito in quanto non è riuscita a rinnovare l’intera chiesa, a causa della reazione papale; ha fallito, soprattutto, come fallisce ogni impresa umana, anche la più santa e benedetta, in quanto comunque segnata dal peccato; la Riforma non ha riformato abbastanza e non ha sempre riformato bene; e la chiesa riformata secondo la Parola di Dio può riconoscere tali fallimenti, perché non soffre del delirio dell’infallibilità. Da questo punto di vista, la dimensione penitenziale non deve certo mancare nemmeno nel 2017: ogni trionfalismo sarebbe fuori luogo.
Il contrario del trionfalismo, in questo caso, è un’immensa, infinita gratitudine. Gratitudine a Dio per il dono della Riforma: per il dono di una fede vissuta, per quanto indegnamente, nel segno della libertà; per il dono della Scrittura letta in una comunità di sorelle e di fratelli; per il dono dell’annuncio di un Dio sconsideratamente misericordioso, talmente misericordioso da voler trarre anche me dalla mia fogna di peccato; per il dono di una chiesa rinnovata, dove non ci si interroga sul "ruolo dei laici", ma nella quale i "laici" (e le laiche) sono la chiesa; per il dono di poter vivere l’etica nella responsabilità, sapendo di poter sbagliare, ma tentando appassionatamente di non farlo e rischiando vie nuove, anche a costo di scandalizzare i benpensanti (esistono precedenti autorevoli); per il dono di una teologia che può pensare e parlare con franchezza, senza l’incubo di un’occhiuta sorveglianza di polizia spirituale, che si arroga il monopolio di ciò che essa chiama "servizio alla verità"; per il dono di un ministero che anche le mie sorelle condividono, aiutandomi nel tentativo di uscire dalle pastoie di una mentalità maschilista che soffoca anche i maschi. E’ probabilmente vero che il protestantesimo di questo inizio del XXI secolo attraversa una fase di grave difficoltà: la libertà dell’evangelo gli consente di riconoscerlo senza nascondersi in un gergo chiesastico e falsamente pio e anche di lasciarselo dire dalle gerarchie romane, lasciando tranquillamente aperta la questione se esse abbiamo o meno i titoli per farlo. Ma che oggi ancora esista una chiesa della Riforma, anzi, molte chiese diverse e in comunione (una realtà, questa, che il card. Koch e altri con lui faticano a comprendere e che per questo rimuovono), questo è un dono grande, che si può ricevere solo con commozione e passione di fede, e che cambia la vita, riempiendola di gioia.
Per questo io spero che le chiese protestanti di tutto il mondo sappiano ricordare il quinto centenario della Riforma della chiesa secondo la parola di Dio, nel 2017. Mi si dice che molti ambienti evangelici tengono parecchio a che ciò accada insieme alla chiesa di Roma. Sarebbe bello, io credo, se si potesse, insieme, rendere grazie dal profondo dell’anima al Dio che ha riformato la chiesa aprendole un futuro che milioni di donne e uomini hanno vissuto e possono vivere con passione grande. Non sono sicuro, leggendo le reiterate affermazioni del card. Koch, che lo spirito delle gerarchie romane sia esattamente questo. In tal caso, la gratitudine per la Riforma potrà essere solo la nostra. Senza polemica, senza astio, senza rivendicare, contro altri, alcuna "pienezza" protestante "dei mezzi di grazia". Ricorderemo la Riforma senza celebrarla: essa, infatti, voleva celebrare Cristo soltanto.
(nev-notizie evangeliche 47/12)

giovedì 8 novembre 2012

XVI ASSEMBLEA DELLA FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE IN ITALIA

"Si spezzino le catene della malvagità" (Isaia 58:6)

Pomezia (RM), 1 - 4 novembre 2012

La presenza evangelica nello spazio pubblico italiano

Esprimere una voce protestante in uno spazio pubblico sempre più multiculturale e caratterizzato da una crescente pluralità di presenze è una delle maggiori sfide che ci stanno davanti.
“La giustizia, solo la giustizia seguirai” (Deuteronomio 16,20)
Il nostro paese vive una crisi molto pesante che sta sottraendo speranze e futuro a molti giovani e che colpisce molte famiglie come mai era accaduto negli ultimi decenni. Ci uniamo a quanti, anche nelle chiese protestanti europee, affermano che la crisi non è contingente, una criticità momentanea destinata a passare perché tutto tornerà come prima. La crisi che abbiamo di fronte rivela il fallimento di un modello economico centrato sullo sviluppo illimitato, il massimo consumo, il consumo dissennato delle risorse naturali, la logica del massimo profitto e la speculazione economica.
Rompere le catene della malvagità per noi significa annunciare la liberazione che viene dall’Evangelo della grazia. Significa anche denunciare questo modello e questa organizzazione dell'economia globale, impegnando le nostre chiese a praticare e promuovere un consumo più responsabile ed eticamente e socialmente sostenibile.

Sappiamo però che questo non basta.
La nostra fede e le nostre teologie non ci indicano un modello di sviluppo alternativo ma ci danno un orientamento e ci impegnano perciò a cercare forme di organizzazione economica rispettose della dignità dell'uomo e della donna, ispirate a criteri di giustizia e di equità sociale, di rispetto del creato che il Signore ci ha affidato perché lo preservassimo per il bene delle generazioni che verranno dopo di noi.

I singoli credenti e le chiese possono fare molto in questa direzione, e non solo compiendo gesti simbolici: la vigilanza critica sulle scelte politiche, ed economiche, lo schieramento dalla parte di chi più soffre le conseguenze della situazione in atto, la difesa di uno stato sociale efficiente e rigoroso, il lavoro giovanile costituiscono per noi priorità etiche e sociali da affermare e rivendicare nello spazio pubblico. Le chiese possono essere, e in parte già sono, luoghi di sperimentazione di quella società inclusiva testimoniata dall’evangelo e laboratori di formazione per vivere nel dialogo interculturale.

Patto di cittadinanza e diritti della persona
Riaffermiamo questi principi come credenti e cittadini che credono nel valore di un patto che impegna chi lo contrae. Di fronte al degrado della politica, a una corruzione endemica, alla scandalosa pratica delle lottizzazioni e degli abusi dei poteri derivanti dalla condizione di eletti dal popolo, dichiariamo il nostro sdegno. Attribuiamo questa deriva dell'etica pubblica allo smarrimento del senso comune dello spirito di servizio e a un sistema che ha alimentato e tollerato abusi, privilegi, furbizie che hanno finito per disgustare tante persone e tanti giovani allontanandoli dalla politica e dalla partecipazione civile. Sappiamo di non potere generalizzare e che esistono personalità e stili politici che ci danno fiducia e speranza. Tuttavia sentiamo debole il patto tra eletti ed elettori e persino il patto civile che dovrebbe unire tutti coloro che vivono in Italia.
Spezzare le catene della malvagità per noi significa restituire dignità e ruolo alla politica, combattere il malaffare che si è radicato al suo interno, costruire forme nuove di partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica.

Spezzare le catene della malvagità per noi significa ricostruire un patto civile che unisca nord e sud, chi ha un lavoro e chi lo cerca, chi offre la sua manodopera e chi fa impresa, chi è italiano e chi è immigrato nel nostro paese e intende contribuire alla sua vita economica, sociale e spirituale.
Spezzare le catene della malvagità per noi significa ricostruire relazioni tra uomini e donne improntate al rispetto e alla dignità e che escludano la cultura della violenza che ha portato a definire la realtà italiana attraverso il termine del “femminicidio”.
Laicità delle istituzioni e pluralismo religioso

Lo facciamo rinnovando il nostro impegno per la laicità ma anche consapevoli che in Italia riemergono ciclicamente spinte alla confessionalizzazione dello Stato e delle norme civili: pensiamo al dibattito relativo alla legge sulla procreazione medicalmente assistita e alla formulazione finale approvata dal Parlamento; al confronto sul testamento biologico e ai tentativi di vanificarne la portata; agli interventi a largo raggio dei vertici ecclesiastici cattolici a sostegno dell'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici e del privilegio dell'insegnamento religioso cattolico a spese dello Stato.
Mentre riconosciamo e rivendichiamo il “supremo principio di laicità” che anima la nostra Costituzione e quindi la necessaria autonomia della decisione politica da ogni condizionamento confessionalistico, ribadiamo l'importanza di uno spazio pubblico nel quale anche le comunità di fede possano esprimersi presentando le loro istanze, avanzando proposte e partecipando riconosciute alla vita sociale e culturale del Paese. Prendendo atto di quanto la FCEI ha fatto negli ultimi anni in questa direzione organizzando convegni, promuovendo la Settimana della libertà, rafforzando la rete dei contatti con esponenti della politica e della cultura, indichiamo questa come una priorità da perseguire anche nei prossimi anni.
Al tempo stesso ribadiamo l'impegno alla più ampia libertà religiosa. Valutando positivamente la conclusione dell'iter di approvazione di alcune Intese, auspichiamo che a breve il Parlamento possa approvare quelle ancora in discussione. Al tempo stesso, richiamando le conclusioni del convegno promosso dalla FCEI, svoltosi al Senato il 15 maggio 2012 alla presenza di autorevoli esponenti politici, e considerando il ruolo che a riguardo può svolgere la Commissione delle Chiese Evangeliche per i Rapporti con lo Stato (CCERS), impegniamo il Consiglio a promuovere un'azione di sensibilizzazione per il varo di una legge sulla libertà religiosa, finalmente sostitutiva delle vetuste norme sui "culti ammessi".
Pluralità e unità delle chiese evangeliche
Pur consapevoli delle diversità e talvolta delle dolorose divisioni che su alcuni temi dottrinali ed etici hanno allontanato tra loro alcune chiese di area riformata, non rinunciamo alla visione unitaria dell'evangelismo italiano che ha sempre caratterizzato la FCEI. Nonostante difficoltà e tensioni la FCEI continua a proporsi come uno spazio nel quale speriamo di potere accogliere con fraternità e generosità altre sorelle e altri fratelli che vorranno condividere alcuni tratti del nostro cammino. Ci rivolgiamo in particolare alla Federazione delle Chiese Pentecostali e alla Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno (UICCA), che da alcuni anni partecipano alla vita della FCEI come osservatori, ringraziandoli per il contributo e il sostegno che ci hanno garantito, invitando le Chiese dell'UICCA a considerare la possibilità di una piena adesione.

La FCEI, infine, riconosce la ricchezza spirituale e sociale delle comunità che cercano di vivere la realtà di chiese multiculturali, italiane e non, e di una nuova cittadinanza in Cristo, realtà che, oltre a promuovere lo scambio interculturale all’interno delle chiese evangeliche, indica una strada di scambio e integrazione proponibile anche nello spazio pubblico.

Ecumenismo e dialogo

In un tempo in cui, in Italia come in Europa, si fanno più rare e complesse le relazioni ecumeniche, ribadiamo l'impegno della FCEI a promuovere un franco e costruttivo dialogo ecumenico sia con la chiesa cattolica che con quelle ortodosse, sempre più rilevanti in Italia. Per la specifica natura della FCEI, il terreno più congeniale per proseguire e auspicabilmente potenziare questo dialogo, radicato nella comune lettura delle Scritture e nella preghiera condivisa, è quello dell'azione e della testimonianza comune su temi su quali ci siamo già incontrati quali l'accoglienza agli immigrati, il servizio alla pace, alla giustizia e alla salvaguardia del creato.

Ci preoccupa che, mentre crescono nuove presenze religiose, manchino luoghi permanenti di incontro e confronto con credenti delle varie tradizioni. Apprezzando il lavoro fatto anche dalla FCEI e dall'apposita commissione istituita dal Consiglio nel settore del dialogo cristiano-islamico e rinnovando il sostegno al mensile Confronti, riteniamo che nel prossimo triennio il Consiglio debba promuovere nuove iniziative tese alla conoscenza e al dialogo con le nuove importanti presenze religiose che si stanno radicando anche in Italia: l'islam ovviamente ma anche induisti, buddhisti, mormoni.

Conclusione

A tutti noi sta a cuore il futuro di questa Federazione e per questo, tornati nelle nostre chiese, ci impegniamo a riferire sull'esperienza vissuta in questi giorni, sul dibattito che si è svolto e sulle decisioni prese, sapendo che molte di esse richiedono il nostro convinto e personale impegno.
Al Signore chiediamo che benedica questi sforzi e in un mondo carico di violenza e disperazione ci aiuti a rompere le catene della malvagità e a rispondere alla vocazione che ci rivolge nell'Italia di oggi.
L’Assemblea invita il Comitato Generale e il Consiglio a proseguire, nell'ambito delle più generali attività che sono loro proprie, anche nel prossimo triennio su queste linee.