Verbania - C.so Mameli 19
*Culto domenicale ore 10:30

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
*Culto domenicale ore 10:30

sabato 17 dicembre 2011

Chiesa Evangelica Metodista di Omegna: recita di Natale

Domenica 18 dicembre 2011
In occasione della Festa dell'albero, il Culto delle ore 11 verrà sostituito dalla recita di Natale curata dai bambini della Scuola domenicale che avrà inizio alle 10,30.

venerdì 16 dicembre 2011

Comunicato stampa: Giornata di Azione Globale contro il Razzismo e per i Diritti dei Migranti, Rifugiati e Sfollati il 18 dicembre 2011


Il 18 dicembre del 1990 l’assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Dieci anni dopo l’ONU ha dichiarato il 18 dicembre Giornata Mondiale del Migrante. La dichiarazione richiama l’attenzione degli stati sulla salvaguardia dei diritti dei lavoratori immigrati, indipendentemente dal loro status giuridico nel paese in cui risiedono. Purtroppo,  fino al 2011, una gran quantità di paesi non ha ancora ratificato la Convenzione; tra questi ci sono i paesi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti e il Canada.

I dati forniti dalle Nazioni Unite attestano che nel mondo ci sono 175 milioni di persone
migranti. Nonostante il contributo che loro forniscono ai paesi in cui scelgono di vivere, spesso sono vittime di abusi, di discriminazione ed di sfruttamento sui posti di lavoro.

Per questa ragione molti attivisti ritengono urgente dare una risposta unitaria e globale dei migranti nel mondo e di coloro che difendono i loro diritti perché globali sono le politiche persecutorie applicate da Stati e governi.

Nel 2010 il Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni lanciò un appello per la realizzazione di una Giornata di Azione Globale contro il Razzismo e per i Diritti dei Migranti, Rifugiati e Sfollati il 18 dicembre 2011. L’appello fu poi ratificato al Forum Sociale Mondiale nel 2011 ribadendo la libertà di circolazione e il diritto a scegliere dove stabilirsi, la chiusura dei centri di identificazione ed espulsione dei migranti e l’annullamento di tutti gli accordi e i programma che violano i diritti i umani alle frontiere.

Attivisti di diversi paesi hanno risposto a questo appello e finora sono state programmate iniziative in Argentina, Belgio, Brasile, Cameroun, Canada, Spagna, El Salvador, Francia, Guatemala, Italia, Mexico, Niger, Perù, Svizzera, Stati Uniti e Uruguay.

Questo lavoro si è unito allo sforzo della Carta Mondiale dei Migranti, votata a Gorée (Senegal) nel febbraio 2011. In questa Carta si sottolinea il ruolo fondamentale che possono giocare i migranti come attori sociali e politici per la costruzione di una cittadinanza universale.

Per maggiori informazioni sulle iniziative che si realizzeranno nel mondo potete consultare il sito web www.globalmigrantsaction.org. Lì troverete i contatti delle organizzazioni che nei diversi paesi stanno partecipando a questa storica campagna per globalizzare la difesa dei diritti dei lavoratori migranti, rifugiati ed sfollati e per sconfiggere il razzismo.

Contatti: info@globalmigrantsaction.org


giovedì 15 dicembre 2011

L'Italia sono anch'io. Il 17 e 18 dicembre in tutte le città banchetti per la raccolta firme

Mobilitazione contro il razzismo. Al braccio un segno di lutto per i senegalesi uccisi a Firenze

Roma (NEV), 14 dicembre 2011 - Prosegue la raccolta firme per la Campagna "L'Italia sono anch'io". Sabato 17 e domenica 18 dicembre 2011, in occasione della Giornata internazionale dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, avrà luogo il 3° D-Day nazionale di raccolta firme per le due proposte di legge di iniziativa popolare riguardanti rispettivamente le norme di accesso alla cittadinanza per le persone di origine straniera nate o residenti in Italia, e il diritto di voto amministrativo per i migranti residenti da cinque anni. Per presentare le proposte di legge in Parlamento servono entro la fine di febbraio 50mila firme, in calce ad ogni disegno di legge.

Attraverso i comitati locali costituitisi per la raccolta firme la Campagna coinvolge centinaia di associazioni sul territorio, tra cui numerose chiese evangeliche che concretamente stanno attivandosi a favore della raccolta organizzando anche iniziative ad hoc (vedi appuntamenti). La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) - molto impegnata su questo fronte anche in occasione della sua recente visita al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - figura infatti tra i membri del Comitato Promotore della Campagna. Da nord a sud, da est a ovest della penisola sono 35 le comunità battiste, metodiste e valdesi impegnate a fianco di tanti altri soggetti della società civile, religiosi e non.

I comitati locali in tutta Italia sfiorano la soglia delle cento unità. Molti di loro hanno aperto una pagina su facebook e le informazioni sulle varie iniziative locali viaggiano anche attraverso i social network. Sul sito della Campagna (www.litaliasonoanchio.it) è possibile trovare la postazione dei vari banchetti nelle città dove poter firmare, nonché la lista dei comitati locali a cui fare riferimento per le adesioni.

In seguito ai recenti atti di violenza xenofoba contro i rom alle Vallette di Torino e contro la comunità senegalese di Firenze, il Comitato promotore della Campagna, che con un comunicato stampa congiunto ha espresso una ferma condanna per questi drammatici episodi di razzismo costati la vita a due persone, ha chiesto a tutti di indossare in quelle giornate un segno di lutto al braccio (vedi notizia seguente).


I promotori a fianco dei rom di Torino e delle vittime di Firenze

Il 3° D-Day sarà dedicato alla lotta al razzismo e a tutte le discriminazioni

Roma (NEV), 14 dicembre 2011 - Il Comitato promotore della Campagna "L’Italia sono anch’io" - in un comunicato stampa diffuso oggi - ha espresso una "ferma condanna dei drammatici episodi di razzismo avvenuti domenica scorsa a Torino e ieri a Firenze con la morte di due cittadini senegalesi". Il comunicato così prosegue: "Siamo preoccupati e indignati per l'escalation di violenza che segna un imbarbarimento delle relazioni umane e sociali in questo paese, di cui sono vittime innanzitutto i cittadini stranieri. E’ necessario passare dalla denuncia all'azione politica. Per questo, come promotori della Campagna, ci auguriamo che, depositate le firme, venga immediatamente calendarizzata dal Parlamento la discussione sulle due proposte di legge, arrivando al più presto a garantire quei diritti di cittadinanza troppo spesso negati alle persone di origine straniera.

Sabato 17 e domenica 18 saremo presenti in molte piazze italiane per una raccolta straordinaria di firme. Le due giornate saranno dedicate alla lotta contro il razzismo e contro tutte le discriminazioni. A Torino e Firenze parteciperemo alle iniziative di piazza promosse dalle associazioni locali perché simili episodi non si ripetano più.

Invitiamo le tantissime realtà che organizzeranno iniziative in quelle giornate a indossare un segno di lutto al braccio, in ricordo delle due vittime di Firenze. Tutti dobbiamo essere consapevoli che quanto successo non può essere derubricato a gesto isolato di un folle, o, nel caso di Torino, ad atti di bullismo. Bisogna invece prendere atto che il germe del razzismo non è stato sconfitto, odio e pregiudizi prendono ancora troppo spesso la via della violenza mettendo a rischio la civile convivenza di tutti.

Ma c’è anche un’Italia diversa, che alla paura e all’insicurezza del futuro risponde non con la chiusura nichilista ma cercando risposte insieme ai tanti, italiani e stranieri, che credono ancora nella possibilità di costruire un mondo migliore, in cui ingiustizia, odio e violenza siano espunti per sempre dalla storia".

La Campagna nazionale è promossa da 19 organizzazioni della società civile: Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza, Comitato 1° Marzo, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 - Seconde Generazioni, Tavola della Pace e Coordinamento nazionale degli enti per la pace e i diritti umani, Terra del Fuoco, Ugl Sei e dall’editore Carlo Feltrinelli. Presidente del Comitato promotore è il Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio (http://www.litaliasonoanchio.it/).

Razzismo. Le chiese evangeliche di Firenze addolorate per l'uccisione di due senegalesi

Rifiuto della cultura xenofoba frutto di una propaganda irresponsabile.



Roma (NEV), 14 dicembre 2011 - In seguito all'uccisione di due senegalesi avvenuta ieri a Firenze per mano di uno squilibrato xenofobo, i pastori delle chiese evangeliche fiorentine hanno diffuso la seguente dichiarazione: "Il Consiglio dei pastori e dei responsabili delle opere evangeliche di Firenze, attonito e addolorato per il grave atto di violenza che ha colpito la comunità senegalese e tutta la comunità cittadina, ricordando l'esortazione dell'Apostolo 'Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza' (Colossesi 3:12), ribadisce il proprio rifiuto verso ogni atto di odio e verso quella cultura xenofoba, contraria al messaggio d'amore di Gesù Cristo, che con inquietante leggerezza viene proposta e propagandata da alcune persone irresponsabili, creando un clima di intolleranza. Un clima che può esplodere in violenza cieca e assurda come dimostrano (seppur nella diversità degli episodi) il duplice omicidio a Firenze e il rogo del campo rom a Torino nei giorni scorsi.

Alla comunità senegalese, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle del Senegal che, insieme a noi e come noi, fanno parte della città di Firenze, giunga un grande abbraccio e l'espressione della nostra cristiana solidarietà".

Fanno parte del Consiglio delle chiese evangeliche fiorentine: battisti, valdesi e metodisti, luterani, Esercito della Salvezza, avventisti, i fratelli, riformati svizzeri, e la Missione "Cristo è la risposta". Ne è il coordinatore il pastore valdese Pawel Gajewski.

venerdì 2 dicembre 2011

Per il tempo liturgico di Avvento - metidazione di Dietrich Bonhoeffer

"Festeggiare l’Avvento significa saper aspettare;

Aspettare è un’arte

che il nostro tempo impaziente ha dimenticato.

Dobbiamo attendere la cose più grandi,

profonde e tenere del mondo,

e questo non si può fare nel tumulto,

ma secondo le leggi divine del germogliare,

crescere e divenire".

martedì 29 novembre 2011

Rassegna cinematografica a cura della Consulta Laica e l'Arci Verbania

Arci VCO e Consulta del VCO per la Laicità delle Istituzioni promuovono una mini – rassegna cinematografica ad ingresso gratuito incentrata sulle tematiche dei diritti civili, del multiculturalismo, della laicità (la presentazione dei film sarà curata da Augusto Bruni). Gli incontri si prefiggono lo scopo di approfondire le tematiche menzionate attraverso la visione e il confronto tra i partecipanti.

Il primo film:  “ PERSEPOLIS” di MARJANE SATRAPI
Venerdì 2 dicembre 2011 - Circolo Arci "Luigi Zappelli" in Via Roma a Verbania Intra ore 21,00


Presentato al festival di Cannes 2007, Persepolis è un film d'animazione dal contenuto autobiografico, tratto dall'omonima Grafic Novel (genere che inizia a trovare un'eco di pubblico sempre maggiore,). Marjane Satrapi, autrice, sceneggiatrice e regista (insieme a Vincent Paronnaud) della pellicola, vive in prima persona la situazione iraniana e la racconta tramite una regressione sulla propria infanzia e adolescenza. Persepolis rappresenta la vita di una giovane iraniana, testimone in prima persona dei cambiamenti sociali e storici che ha attraversato l'Iran a partire dai primi anni '80. Un Iran dalle due facce, socialmente a pezzi, abitato da persone provate da un governo che si appella alla religione per effettuare un controllo asfissiante sulla popolazione, travisandone probabilmente i principi e radicalizzandoli in maniera spesso assurda.

venerdì 25 novembre 2011

Evangelici al Quirinale

CONVEGNO FCEI PER 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA

Roma (NEV), 23 novembre 2011 - Riportiamo gli interventi che sono stati pronunciati al Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il 22 novembre ha ricevuto in udienza una delegazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) . La delegazione è stata ricevuta in occasione del Convegno “Il Protestantesimo nell'Italia di oggi. Vocazione Testimonianza Presenza”, dedicato al 150° anniversario dell'Unità d'Italia e svoltosi al Senato.

Di seguito gli interventi del presidente della FCEI Massimo Aquilante, di Elena Bein Ricco e di Mario Miegge.

Intervento di Massimo Aquilante

Signor Presidente,
a nome della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) Le porgo il sentito ringraziamento per l'incontro di stamani e Le esprimo profonda riconoscenza per l'alto senso di responsabilità con cui, anche nei giorni scorsi, Ella ha interpretato le esigenze e le urgenze del Paese e operato per il suo bene.
Il Convegno di oggi, organizzato dalla nostra Federazione con il titolo “Il protestantesimo nell'Italia di oggi. Vocazione Testimonianza Presenza”, che proseguirà nel pomeriggio al Senato con una tavola rotonda con personalità politiche di vario orientamento, chiude le iniziative di carattere nazionale delle nostre chiese in quest'anno di celebrazioni per il 150° dell'Unità d'Italia. Vorrei ora presentarLe la nostra delegazione:
- Innanzitutto i due relatori: il professore Mario Miegge e la professoressa Elena Bein Ricco;
- i rappresentanti dei nostri organi statutari e delle persone che giornalmente portano avanti il lavoro federativo;
- le chiese che costituiscono la Federazione (mi limito a citarle in ordine alfabetico): chiesa apostolica (CAI), chiese libere (CCL), chiesa luterana (CELI), chiesa di Scozia, chiesa valdese, Esercito della salvezza (EdS), Opera per le chiese metodiste (OPCEMI), Unione delle chiese battiste (UCEBI); oltre alla Federazione delle chiese pentecostali (FCP) e all'Unione delle chiese avventiste (UICCA);
- le chiese che si riuniscono nella Commissione per i rapporti con lo Stato (CCERS);
- la Facoltà valdese di teologia (FVT), la Società biblica (SBBF-SBI), le chiese di Roma;
- sono presenti, inoltre, i precedenti presidenti della FCEI, una serie di amici e di parlamentari che ringraziamo vivamente;
- infine, sono tra di noi anche i rappresentanti di altre comunità di fede (Unione Buddhista Italiana, Unione Induista Italiana, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) cui abbiamo esteso l'invito, a rimarcare il nostro sostegno alla loro richiesta di una rapida approvazione delle Intese, per quel che riguardano i buddisti e gli induisti, e che proprio di recente hanno subito una brusca frenata. Vorrei cogliere l'occasione per esprimere anche il nostro convincimento che sia giunto ormai il tempo di riprendere un approfondito confronto che porti, il più presto possibile, all'approvazione di una “legge quadro” sulla libertà religiosa all'altezza della situazione reale della nostra società e in linea con le conquiste più alte della civiltà europea.
Siamo qui oggi nella piena consapevolezza dell'esiguità numerica dell'evangelismo italiano (che molto spesso ci limita nelle azioni concrete che pur vorremmo intraprendere nella società), e allo stesso tempo nella chiara coscienza del peso che quella singolarissima tesi dell'“estraneità” del protestantesimo allo “spirito” italiano ha avuto e continua ad avere per la storia e nella cultura del nostro popolo. Non ci stancheremo di contrastare l'ambiguità (e talvolta, la strumentalità) di questo assunto, perché siamo portatori di una vicenda storica (lunghissima vicenda storica, per il tramite del popolo e della chiesa valdese) che si è invece sempre annodata con i momenti significativi della storia nazionale. Se continuiamo ad evidenziare la nostra presenza non è certamente per “spirito corporativistico”, ma perché essa é parte della ricchezza dell'Italia e ancora attende una valorizzazione pubblica. Riteniamo che nel dibattito sulla laicità oggi, che vediamo intimamente intrecciato con i temi della democrazia, debba essere possibile superare la tradizionale e angusta strettoia della contrapposizione tra i cosiddetti “laicisti” e i cristiani, immediatamente identificati come cattolici. Esiste un modo di essere “laici” - quello protestante – che nasce dal di dentro di un patrimonio teologico. Esistono delle donne e degli uomini, credenti in Gesù Cristo, che si dichiarano “laici” e si sforzano di trarne giornalmente le conseguenze, nei rapporti col prossimo, con le istituzioni dello Stato, con la politica. Valorizzare questo patrimonio (come altri patrimoni, beninteso), da parte di chi ha responsabilità di conduzione della “cosa pubblica”, in riferimento, per esempio, all'emanazione di leggi che riguardano tutti i cittadini (cito il cosiddetto testamento biologico), può per davvero costituire un “servizio” reso alla crescita civile del Paese.
In questo quadro, mi permetto di richiamare un'iniziativa specifica per la quale la Federazione delle chiese evangeliche si sta tanto spendendo. Si tratta della Campagna “L'Italia sono anch'io”: una raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare riguardanti la normativa per il diritto di cittadinanza e il diritto di voto nelle consultazioni elettorali locali per gli immigrati regolarizzati. Una Campagna promossa da 19 organizzazioni della società civile e sostenuta da personalità di rilievo della cultura. In Italia vivono centinaia di migliaia di immigrati perfettamente inseriti nel tessuto della società: donne, uomini, bambini, che sul nostro territorio lavorano, studiano, affittano case, pagano tasse, costituiscono famiglie, giocano, s'innamorano, sognano, sperano. A questo dato, però, non sembra corrispondere una “politica dell'integrazione”. E intanto, proprio ai banchetti per le firme verifichiamo quanto siano diffusi i sentimenti che sfiorano il razzismo nel nostro popolo. Le nostre chiese sono state da subito tra i soggetti promotori e, come dicevo, sono decisamente impegnate nei vari comitati territoriali, perché nell'iniziativa hanno ravvisato un terreno concreto, ancorché circoscritto, su cui la nostra democrazia è chiamata a fare un salto di qualità. La posta in gioco non può esaurirsi in un qualche generico gesto di “carità cristiana”, da delegare magari alle comunità di fede o alle organizzazioni di ispirazione religiosa, ma è il diritto dell'individuo iscritto in quel patto di cittadinanza, che solo è preposto a tenere insieme la nazione, in cui la libertà del più debole è la migliore garanzia della libertà di tutti e tutte. La nostra speranza, quindi, è che il parlamento vorrà recepire le due proposte entro il termine della presente legislatura. Ed è stato un forte segnale d'incoraggiamento leggere le sue recentissime dichiarazioni a sostegno della Campagna: ci si è aperto il cuore!
Anche per questa ragione, signor Presidente, nel rinnovarLe il ringraziamento per questo incontro, Le formuliamo il più vivo augurio per il suo lavoro di Capo dello Stato, sapendo – come dice l'apostolo Paolo – che la sua fatica non è vana (1 Corinzi 15,58). Oggi più che mai. Grazie.

Intervento di Elena Bein Ricco

Il tema della laicità è tornato al centro dell’attenzione: tutti parlano di laicità, tutti si dicono laici, attribuendo però alla parola “laicità” dei significati molto diversi. E questo perché il concetto di laicità non è un’idea fuori dal tempo, sempre uguale a se stessa, ma nasce nella storia e nella storia cambia, assumendo forme differenti a seconda dei contesti.
Nello specifico, la domanda dalla quale vorrei partire è la seguente: qual è il modello di laicità più adatto per le democrazie del nostro tempo, destinate a diventare, a causa dei flussi migratori, sempre più multiculturali, multietniche e multireligiose?
Mi sembra che occorra scommettere su un’idea di laicità ripensata e arricchita rispetto alla concezione liberale classica, che pur rappresentando una delle conquiste più alte del mondo moderno a cui il protestantesimo ha dato un contributo significativo, si dimostra oggi per alcuni aspetti inadeguata a rispondere alle sfide della nostra contemporaneità. L’idea guida su cui si basa questa versione storicamente originaria della laicità è quella della separazione tra lo Stato e le chiese, tra le leggi civili e i codici religiosi, così che lo Stato non può privilegiare nessuna concezione religiosa o non religiosa, ma deve garantire uguali diritti a tutti i cittadini. Lo Stato laico sorto nella modernità, per proteggersi dall’ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche e per porsi al riparo dai conflitti di religione, sposta le convinzioni etico-religiose nella sfera dell’esistenza privata e le considera un “affare di coscienza” senza rilevanza sotto il profilo politico; lo Stato è neutrale, non interferisce nelle scelte di ciascuno, ma tali scelte non sono oggetto di un pubblico dibattito e di conseguenza la sfera pubblica appare come una scena indistinta e vuota, “cieca” alle differenze culturali e religiose. Questo modello di laicità ha indubbiamente il grande merito di garantire il diritto alla libertà di coscienza e l’universalismo della cittadinanza, basato sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indipendentemente dalle loro appartenenze identitarie e da quali credenze esse abbiano. Ma ecco il suo limite: nel momento in cui estromette dallo spazio pubblico la pluralità delle culture e delle religioni, finisce per sacrificare la ricchezza delle differenze e per rendere impossibile lo scambio interculturale e interreligioso. Sotto questo aspetto il modo tradizionale di intendere la laicità si rivela uno strumento debole per far fronte alla grande sfida del multiculturalismo cui sono esposte le democrazie del nostro tempo, nelle quali coesistono gruppi identitari di diversa provenienza e caratterizzati da visioni del mondo e da sistemi di valori spesso contrastanti. Si tratta della sfida della convivenza non facile tra diversi, resa più ardua dalla tendenza sempre più marcata a chiudersi nelle “piccole patrie” identitarie, in comunità omogenee in cui ciascuno incontra solo il simile a sé fino a rivendicare il valore esclusivo della propria tradizione e delle proprie radici, come si va ripetendo in modo quasi ossessivo. Tale ripiegamento identitario è rafforzato dal ritorno delle religioni spesso nella forme dei fondamentalismi, che contribuiscono ad alimentare la logica della contrapposizione al diverso da sé, visto come una minaccia da cui difendersi. Ora, se l’identità vengono estromesse dalla sfera pubblica e ricacciate nella chiusura comunitaria, si rischia di irrigidirne le posizioni e di acutizzare i contrasti multiculturali, con il pericolo che il tessuto civile si frantumi in tanti gruppi identitari separati, indifferenti gli uni verso gli altri o peggio tra loro ostili. Allo stesso modo, se non vogliamo che le religioni tornino ad essere causa di conflitti occorre che esse non siano confinate nella dimensione privata, ma vengano messe a confronto in un dibattito pubblico che ne permetta la conoscenza reciproca.

Per fronteggiare questi fenomeni nuovi, mi sembra che il modello della laicità liberale debba essere storicamente aggiornato: ciò che va mantenuto ben fermo, come punto di non ritorno, è il principio per il quale la società politica è tenuta a garantire i diritti di tutti senza discriminare né privilegiare nessuno, così come deve essere conservata la distinzione delle diverse funzioni tra lo Stato e le comunità di fede, senza confusione di ambiti e di competenze; esso invece va corretto là dove relega le convinzioni morali e religiose nella sfera della vita privata, a vantaggio di una forma di laicità che prospetti un nuovo modo di intendere lo spazio pubblico, non più vuoto ma affollato di presenze culturali e religiose di vario tipo, che si confrontano e anche si scontrano, arricchendo il dibattito della società civile.
Ecco che la laicità non è più una laicità di esclusione delle identità dall’arena pubblica, ma diviene in positivo la strategia del confronto pubblico tra le differenze e assume la forma del pluralismo attivo, basato sul metodo dialogico dello scambio interculturale e interreligioso. Ciò significa fare della sfera pubblica un ambito di interlocuzione in cui l’identità di ciascuno non sia più vissuta come una fortezza in cui rifugiarsi e una piccola “patria” da difendere, ma come un patrimonio storico-culturale da far interagire con altri modi di rappresentarsi il mondo, in base all’idea secondo cui le differenze possono convivere democraticamente senza ghettizzarsi e senza confliggere solo se vengono coinvolte in una discussione aperta e costante e poste nella condizione di contribuire alla costruzione della città comune. In questa prospettiva, anche la neutralità dello Stato si arricchisce di un nuovo significato: non è più, per così dire, una neutralità passiva, bensì attiva, perché lo Stato democratico laico non rimuove a priori le diversità dallo spazio pubblico, anzi le valorizza, promuovendo l’interazione tra fedi, valori, tradizioni differenti, ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito, impedendo al tempo stesso che una prevarichi sulle altre.
E proprio in quanto arbitro imparziale, lo Stato democratico fissa le regole alle quali deve attenersi il confronto pubblico. Esso deve innanzitutto seguire la modalità della discussione democratica, cioè deve essere paritario: tutti hanno il diritto di esporre le proprie motivazioni, anche le motivazioni teologiche, ma nessuno può rivendicare una posizione di privilegio e di superiorità. Anche le chiese sono una voce tra le altre e non possono presentarsi nell’arena pubblica come se fossero depositarie di verità indiscutibili, pretendendo di rappresentare l’assoluto. Come protestante mi sento di contrapporre a questo atteggiamento la convinzione secondo cui l’assoluto appartiene soltanto a Dio, mentre nella storia non vi sono assoluti perché essa è il campo del relativo e del provvisorio.
Vi è poi un’altra regola cui deve sottostare il confronto pubblico, la regola laica per eccellenza: quando si passa dalla fase del dibattito a quella della vera e propria deliberazione politica che produce le leggi, allora nessuna posizione, nessuna religione e nessuna chiesa può arrogarsi il privilegio di veder tradotta in legge per tutti la propria concezione particolare, imponendola anche a coloro che non la condividono. Questo risulta particolarmente chiaro se pensiamo alle spinose questioni della bioetica, in cui si scontrano diverse visioni morali. Come protestanti riteniamo che la via laica per legiferare su questioni eticamente controverse, sia ancora una volta quella di avviare un dibattito pubblico il più ampio possibile, aperto a tutti i punti di vista, fino a trovare - attraverso la pratica paziente della mediazione e del compromesso (inteso nel senso alto di “promettere insieme”) in cui ciascuno rinuncia a qualcosa in più per sé - un accordo su leggi democraticamente giuste, che sono tali in quanto non rispecchiano un’unica concezione religiosa, filosofica o morale (fosse pure quella della maggioranza) ma garantiscono a ciascuno la libertà di decidere responsabilmente i criteri del suo agire. In virtù di questo accordo fondato sul principio laico e democratico secondo cui le leggi, avendo validità obbligante per tutti, non possono basarsi su un sistema di credenze valido solo per qualcuno, ogni cittadino conserva il fondamentale diritto di assumere uno stile di comportamento conforme alla sua visione etica, ma, al tempo stesso, rinuncia a pretendere che la sua verità diventi la verità di tutti e che il suo sistema di valori venga imposto per legge anche a quanti non vi si riconoscono. Infatti, ciò che tiene insieme la società democratica non è un sistema i valori di una sola parte, di una sola tradizione, ma è l’insieme di quei valori fondanti della democrazia stessa – l’uguale dignità dei cittadini, l’universalismo dei diritti, l’autonomia individuale, il pluralismo – che sono incorporati nella Carta Costituzionale e devono essere da tutti rispettati, perché se fossero messi in questione, anche la democrazia sarebbe in pericolo.

Intervento di Mario Miegge

Signor Presidente,
vorrei innanzi tutto ringraziarla per il Suo invito, a maggior ragione perché è stato a noi offerto in un momento difficile, nel quale Ella ha guidato, con mano ferma e sguardo lungimirante, la navigazione del nostro Stato attraverso un mare tempestoso. E di questo Le siamo profondamente riconoscenti.
Come è stato detto dal Presidente della FCEI, pastore Massimo Aquilante, nell’odierno colloquio la Federazione delle chiese evangeliche in Italia presenta a Lei l’iniziativa (alla quale collaborano numerose associazioni) riguardo alla piena apertura della cittadinanza agli immigrati stabilmente residenti in questo paese (che è quotidianamente arricchito dal loro lavoro), ed alle loro figlie e figli, nati in Italia, per i quali le restrittive disposizioni legate allo ius sanguinis devono essere abolite ed immediatamente sostituite dalla vigenza dello ius loci.

Inoltre, le chiese e comunità che fanno parte della FCEI sono da sempre e prioritariamente impegnate nella lotta a favore della libertà religiosa, di coscienza e di culto. E intendono riaffermare il nesso inscindibile tra libertà religiosa e cittadinanza. La prima infatti può essere garantita soltanto in una compagine pubblica nella quale sono istituzionalmente stabiliti i diritti civili e politici ed il loro costante esercizio. Ma è altrettanto evidente che non può affatto corrispondere ai principi della giustizia (e tantomeno a quelli della democrazia) uno statuto di cittadinanza nel quale la libertà religiosa sia assente o, in qualsivoglia misura, ristretta. Una cittadinanza autenticamente democratica, infatti, si fonda sulla pluralità dei soggetti e sul reciproco riconoscimento delle loro identità e differenze. Pertanto la libertà religiosa non può essere vista come la conseguenza applicativa di un ordinamento democratico ma è invece uno dei suoi fattori costitutivi e fondativi.
Per meglio chiarire questo nesso vorrei rievocare alcune vicende storiche.
E, poiché siamo nel centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia, farò riferimento, in primo luogo, ad uno degli eventi inaugurali del Risorgimento: l’emancipazione degli ebrei e dei valdesi del Regno sabaudo, ratificata a Torino nella primavera del 1848.
A questo avvenimento fu dedicato, nel 1998, un convegno promosso dalla Presidenza della Camera dei Deputati (di cui era titolare a quel tempo l’on. Luciano Violante) che si svolse nella Sala della Lupa di Montecitorio. Uno dei discorsi di apertura fu pronunziato da Tullia Zevi, Presidente della Unione delle comunità ebraiche italiane. Purtroppo Tullia Zevi ci ha lasciati e possiamo soltanto rivolgere un dolente omaggio alla sua opera ed alla sua luminosa persona.
Ma ritorniamo al 1848. Nel regno sabaudo erano presenti, da lungo tempo, due consistenti minoranze religiose.
A differenza della maggior parte dei Principi italiani ed europei, nella seconda metà del secolo XVI, i duchi Carlo III ed Emanuele Filiberto avevano accolto nei loro territori un buon numero di immigrati ebrei, tra i quali anche gruppi di “marrani” (che dopo la conversione forzata erano tornati alla propria fede, ed erano solitamente sottoposti a dura persecuzione). Con qualche ritardo rispetto agli altri Stati, gli ebrei del Piemonte furono comunque sottoposti alla segregazione nei ghetti.

I valdesi, a loro volta, popolavano due valli, non lontane da Torino. Eredi del movimento “ereticale” che nel secolo XII era sorto a Lione ed aveva avuto espansione in tutta l’Europa, ed in particolare nei Comuni della Lombardia, i valdesi aderirono nel 1532 alla Riforma ginevrina. E nella stessa assemblea sinodale si impegnarono a finanziare la prima traduzione integrale della Bibbia in lingua francese, affidata all’umanista Pierre Olivetan, parente di Calvino. (E la copia anastatica di quel prezioso volume viene oggi offerta al Presidente).
In contrasto con il principio allora dominante del Cuius regio eius religio, i valdesi ottennero nel 1561 la concessione di praticare il culto riformato in un’area ristretta delle Alpi. Ma nel secolo seguente furono per due volte esposti allo sterminio e riuscirono a sopravvivere soltanto grazie alla solidarietà delle Repubbliche protestanti della Svizzera, di Ginevra e dell’Olanda.
I diritti di cittadinanza e di culto assicurati agli ebrei ed ai valdesi dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico furono presto revocati nell’epoca della Restaurazione. Negli ultimi mesi del 1847 si sviluppò in Piemonte una forte mobilitazione a favore delle due minoranze religiose, guidata di fratelli Roberto e Massimo d’Azeglio, alla quale concorsero il Conte di Cavour e la parte più illuminata del cattolicesimo piemontese.
Il 16 febbraio 1848 si diffuse a Torino la notizia dell’imminente decreto di emancipazione dei valdesi, promulgato dal re Carlo Alberto. I cronisti narrano che una gran folla si radunò sotto la dimora di Amedeo Bert (pastore della congregazione dei protestanti stranieri nella capitale piemontese) ed iniziò a cantare: Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta! E dopo la pubblicazione delle “Lettere patenti”, intorno ai fuochi di gioia accesi sulle alture valdesi, ripetutamente si innalzano le esclamazioni: Viva l’Italia! Viva la Costituzione! Viva Carlo Alberto! E infine la marcia della delegazione valdese verso Torino, in vista dei festeggiamenti ufficiali, procede tra due ali di popolo che scandiscono: Viva la libertà di coscienza!

Quelle manifestazioni pubbliche, che precedono di pochi giorni lo Statuto albertino e l’insurrezione di Milano, hanno un segno comune e di rilevante portata. Le voci infatti inneggiano alla “Italia” che si desta ed annunziano una cittadinanza nazionale e costituzionale che ancora non c’è, nella quale la “libertà di coscienza” ha una collocazione centrale. L’emancipazione dei valdesi, insomma, non è più un fatto locale, il risarcimento dovuto ad una minoranza religiosa emarginata e perseguitata. Diventa invece evento collettivo e corale: un balzo in avanti della coscienza storica e politica nelle terre e nelle città del Piemonte.
La lotta per la libertà religiosa ha avuto lunga durata. Molto prima dell’Illuminismo e delle rivoluzioni d’America e di Francia, è stata sostenuta principalmente (e sovente a duro prezzo) da gruppi di cristiani dissidenti dalle Chiese di Stato. In Inghilterra, nel Seicento, propugnatori della libertà religiosa e della separazione delle Chiese dallo Stato furono i Battisti e gli “Indipendenti”, protagonisti del conflitto tra il Parlamento ed il re Carlo I, e poi i Quaccheri, nonviolenti ed irrispettosi delle Autorità. Sull’altra sponda dell’Atlantico si è svolta, negli stessi decenni, una vicenda, che già altre volte ho menzionato e che è stata nuovamente posta in luce dalla filosofa americana Martha Nussbaum, nel suo recente libro sulla Libertà di coscienza.

Nel 1630 i puritani guidati da John Winthrop fondarono la colonia del Massachusetts. Emigrati per ragioni di coscienza (il rifiuto dell’ordinamento episcopale della Chiesa d’Inghilterra), essi, per un verso, costruirono istituzioni politiche e congregazioni religiose organizzate in forme democratiche. Ma, per un altro verso, mantennero un regime, fortemente discriminante, di uniformità confessionale. Nel 1635 Roger Williams, pastore della comunità di Salem, enunciò alcune tesi che vennero considerate provocatorie ed eversive. Oltre a contestare le sussistenti commistioni tra il potere politico e quello ecclesiastico, egli sosteneva che le terre americane non appartenevano al Re d’Inghilterra (che aveva concesso sul piano giuridico l’istituzione della Colonia) bensì alle popolazioni indigene, e pertanto dovevano essere acquistate per mezzo di regolari contratti. Espulso dal Massachusetts, Roger Williams, con pochi compagni, ridiscese la costa e fondò un nuovo insediamento in Rhode Island, pagando il prezzo dei suoli alle tribù algonchine, di cui era amico e conosceva la lingua. Venne istituita una comunità politica nella quale erano egualmente accolti tutti i gruppi confessionali protestanti ed in seguito anche gli ebrei: per la prima volta nella storia moderna, l’accesso alla cittadinanza ed alle cariche pubbliche non era più vincolato ai requisiti della appartenenza religiosa. Roger Williams affermò che l’uniformità religiosa imposta legalmente non soltanto è contraria all’Evangelo ma perverte anche le menti, inclinandole alla ipocrisia. Ora, se i regimi autoritari e dispotici possono avvalersi di una uniformità “ipocrita”, un corpo politico fondato sul Patto esige al contrario la completa trasparenza e lealtà dei consociati. E perciò, nella Dichiarazione della Assemblea che nel 1647 istituì l’ordinamento del Rhode Island, è detto innanzi tutto “che il governo stabilito è democratico, vale a dire un governo sostenuto dal libero e volontario consenso di tutti gli abitanti liberi.” E subito dopo viene aggiunto che i contraenti si impegnano “con la massima lealtà e buona fede, nonostante le nostre diverse convinzioni per quel che riguarda la verità riposta in Gesù, sul quale punto tutte le nostre fedi convergono”.
Il riconoscimento aperto e reciproco delle diverse convinzioni di fede era dunque posto alla base della nuova cittadinanza democratica. Quella dichiarazione permane ancora valida ed attuale nel tempo incerto e travagliato in cui siamo chiamati a vivere ed operare.

mercoledì 23 novembre 2011

Gli evangelici al Quirinale. Napolitano: "E' una follia che chi nasce in Italia da genitori stranieri non sia cittadino italiano"

Roma, 22 novembre 2011- Notizie Evangeliche (NEV)


Il fatto che non esista una legge che garantisca la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da genitori immigrati è "una follia e un'assurdità". Lo ha dichiarato questa mattina il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso dell'udienza con una delegazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ricevuta in Quirinale.

La questione dei diritti di cittadinanza è stata introdotta dal pastore Massimo Aquilante, presidente della FCEI, che nel saluto rivolto al presidente Napolitano ha citato la Campagna "L'Italia sono anch'io", della quale la FCEI è uno dei 19 enti promotori. Facendo riferimento alle due leggi di iniziativa popolare promosse dalla Campagna - lo ius soli e il voto nelle consultazioni elettorali locali per gli immigrati - e ricordando che una vera politica di integrazione è impensabile senza questi fondamentali diritti, Aquilante ha auspicato che "il Parlamento vorrà recepire le due proposte entro il termine della presente legislatura".

Su questo punto il presidente della Repubblica ha espresso la sua convinzione che "oggi si apre un campo di iniziative più ampio che in passato". Anche se dopo la tempesta - come ha detto Napolitano - il mare è ancora mosso, il Presidente della Repubblica si è tuttavia detto convinto della maggiore obiettività e costruttività da parte delle forze politiche. Un clima che apre anche per il Parlamento maggiore spazio per intervenire in questioni come quella della cittadinanza, ma anche su altri temi, come "quello dei rapporti fra lo Stato italiano e le singole comunità religiose". Questo l'augurio espresso dal capo dello Stato, che ha sottolineato la necessità della "piena consapevolezza del rilievo sociale e pubblico delle confessioni religiose".

Al presidente Aquilante è seguito l'intervento della professoressa Elena Bein sull'idea di laicità in una società multiculturale e multireligiosa. "Lo Stato democratico laico - ha detto Bein - non rimuove a priori le diversità dallo spazio pubblico, anzi le valorizza, promuovendo l’interazione tra fedi, valori, tradizioni differenti, ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito, impedendo al tempo stesso che una prevarichi sulle altre".

Il professor Mario Miegge ha invece tracciato un percorso storico incentrato sull'emancipazione di valdesi ed ebrei - cioè il riconoscimento dei loro diritti civili - avvenuto nel Piemonte sabaudo nel 1848, una data simbolo del Risorgimento italiano. "Le chiese e comunità che fanno parte della FCEI - ha affermato Miegge nel suo discorso - sono da sempre e prioritariamente impegnate nella lotta a favore della libertà religiosa, di coscienza e di culto. E intendono riaffermare il nesso inscindibile tra libertà religiosa e cittadinanza".

Al termine della cerimonia al Presidente Napolitano è stato fatto dono di una copia anastatica della "Bibbia di Olivetano", pubblicata per la prima volta nel 1535 a Serrières, presso Neuchâtel. Pietro Olivetano è autore della prima traduzione protestante della Bibbia in francese finanziata dai valdesi, dopo la loro adesione alla Riforma ginevrina nel 1532. La Bibbia si apre con una prefazione dello stesso riformatore Giovanni Calvino.

giovedì 10 novembre 2011

Alluvione Liguria. La Federazione delle chiese evangeliche lancia una sottoscrizione

Roma (NEV), 9 novembre 2011 - La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha aperto una sottoscrizione per le vittime dell'alluvione in Liguria. Mentre si piangono i morti e ancora si spala il fango che ha ricoperto le strade, il Consiglio della FCEI ha voluto esprimere la propria vicinanza nella preghiera alle persone colpite, tra le quali figurano anche alcune famiglie evangeliche. “Oltre alla solidarietà – ha dichiarato la pastora Letizia Tomassone, vice presidente della FCEI - è importante che le chiese si facciano promotrici di una riflessione sulla gestione del territorio italiano, spesso così fragile e abbandonato a se stesso”.

Per aderire alla raccolta fondi si può utilizzare il conto corrente postale: n. 38016002 - IBAN: IT 54 S 07601 03200 0000 38016002, BIC/SWIFT code: BPPIITRRXXX intestato a: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, via Firenze 38, 00184 Roma. Specificare nella causale: Alluvionati Liguria.

venerdì 4 novembre 2011

Consulta del VCO per la laicità delle Istituzioni invita all' Incontro con Mina Welby



COMUNICATO STAMPA


“Fine vita e libertà di scelta: Sindaci, candidati sindaco, amministratori e forze politiche si esprimano”

Il 9 Novembre, all’incontro con Mina Welby che si terrà presso la Libreria Margaroli, la “Consulta del VCO per la laicità delle Istituzioni” rilancerà (oltre alla proposta di costituzione di un “TAVOLO PER LA LIBERTA’ DI SCELTA” aperto ai cittadini, alle associazioni, alle forze sociali e politiche) la proposta di istituzione dei Registri Comunali e Provinciali per i Testamenti Biologici e le Dichiarazioni Anticipate di Volontà. E’ una iniziativa che si contrappone alla pessima proposta di Legge Calabrò e ad un vento proibizionista e confessionale che pretende di sostituirsi al libero arbitrio individuale. Chiediamo ai Sindaci del VCO (o ai candidati Sindaco), agli amministratori, ai consiglieri comunali, alle forze politiche di esprimersi pubblicamente. Dichiarando la loro posizione relativamente alla proposta di adozione dei RTB, senza ambiguità ed equilibrismi. E chiediamo ai giornalisti della informazione locale di fare la loro parte e interrogare i rappresentanti delle istituzioni locali su questo tema.


Per la “Consulta del VCO per la Laicità delle Istituzioni”


Jean-Félix Kamba Nzolo (coordinatore)
Fabio Ruta (segretario organizzativo)


Consulta del Verbano-Cusio-Ossola per la Laicità delle Istituzioni
http://www.consultalaicadelvco.blogspot.com/
E-mail: consultalaica.vco@gmail.com
http://www.facebook.com/group.php?gid=111042662265442&ref=ts#!/group.php?gid=111042662265442

venerdì 28 ottobre 2011

Omegna: Proiezione video inchiesta " Giovani e lavoro"

Tra precarietà e innovazione

Sabato 29 ottobre ore 16.00 il LIP, spazio di coworking presso il Forum di Omegna, ospiterà la proiezione della video inchiesta “Giovani e lavoro nel Verbano Cusio Ossola”.

Un’indagine realizzata da giovani con la regia di Lorenzo Camocardi, finalizzata ad indagare sulla condizione giovanile ed occupazionale nel VCO. Il filmato, realizzato nell’ambito di un progetto finanziato interamente dal programma “Gioventù in Azione” dell’Unione Europea, mira a promuovere e sensibilizzare sul tema della disoccupazione giovanile, alla luce del contesto socio-economico che stiamo attraversando. Il progetto si propone di indagare e dialogare sul futuro delle nuove generazioni della provincia del VCO, affrontando temi quali lavoro, occupazione, nuove attività lavorative, valorizzazione ed estensione del capitale sociale e delle reti. Le motivazioni che hanno spinto un gruppo di giovani a lavorare a questo progetto, partono dall’esigenza di valorizzare il territorio in cui viviamo e le sue risorse, ma anche dal problema sostanziale di mancanza di posti di lavoro, che vede giovani neolaureati costretti a spostarsi poiché il territorio non offre alcuna possibilità di sviluppo e molti giovani preferiscono lasciare la propria città per cercare lavoro e un futuro altrove. Il filmato cerca di porre attenzione nell’individuare e descrivere tutti i possibili settori di nuovo sviluppo dell’occupazione giovanile per dare vita a un dialogo su scala europea tra i  giovani, investiti dallo stesso problema e impegnati a farsi spazio nel mondo del lavoro, in una società sempre più critica e incerta.

Alla presentazione ufficiale interverranno:

Walter Passerini, giornalista; Maurizio Colombo, Camera di Commercio del VCO; Giovanni Campagnoli, coop. Vedogiovane.
L’invito a partecipare è esteso a tutti i giovani, agli amministratori, agli imprenditori e all’intera comunità, con l’auspicio di confrontarsi su un tema caldo e importante per proporre soluzioni concrete e valutare possibili sviluppi a favore dell’occupazione giovanile, in cui la precarietà è sempre più diffusa. Il progetto prevede inoltre un proseguimento dell’inchiesta nel territorio provinciale e la proiezione del filmato e la discussione pubblica con l’intera comunità, sono una  tappa per ampliare l’indagine e la ricerca azione sul tema.

Info e contatti: contornoviola@libero.it
 

mercoledì 26 ottobre 2011

Culto della Riforma su Raidue

Verbania: Decima Giornata del Dialogo Cristiano-Islamico

Giovedì 27 ottobre 2011,
presso il Centro d'Incontro S. Anna di Verbania Pallanza

Ore 19,30: Cena di Fraternità
Ore 21,00: Serata di condivisione e di preghiera



Intervengono:
don Roberto Salsa - Vicario del Verbano
Pastore Jean-Félix Kamba Nzolo - Chiesa Evangelica Metodista
Padre Ilie Muntean - Parrocchia Ortodossa Romena
Abdelhadi Fizazi - Comunità islamica

giovedì 20 ottobre 2011

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Confronti è una pubblicazione mensile di “fede, politica e vita quotidiana”. Al tempo stesso è un centro culturale impegnato sui temi del dialogo tra le fedi e le culture, del pluralismo e dell’educazione alla pace


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Fedi e culture in dialogo.

Confronti esce dal maggio 1989 raccogliendo l’eredità di “Com-Nuovi tempi”, una delle prime testate ecumeniche cui hanno collaborato, per quindici anni, cattolici, protestanti, credenti “senza chiesa” e persone in ricerca sulle tematiche della fede.

Oggi a Confronti collaborano cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti e laici interessati al mondo delle fedi. Ogni numero propone servizi e rubriche che si riferiscono alle diverse religioni: è il segno del nostro interesse ed impegno nel dialogo tra le “fedi viventi”. In società sempre più pluraliste nelle culture e nelle fedi, il dialogo è lo spazio aperto in cui, abbattuti i muri delle incomprensioni, delle tensioni e dei fondamentalismi, si può realizzare un vero, reciproco riconoscimento.
Tendenze antisemite che talvolta si esprimono nel revisionismo storiografico sulla Shoah , attitudini e modelli razzisti, intolleranza nei confronti delle minoranze sono fenomeni ricorrenti nelle nostre società. Da qui l’impegno di Confronti sul piano della riaffermazione dei valori della memoria, dell’accoglienza, della solidarietà e della costruzione di una società democratica, pluralista e interculturale.

L’ecumenismo resta ovviamente un tratto costitutivo della rivista. Un ecumenismo attento – anche criticamente – alle testimonianze delle chiese nei confronti della realtà che le circonda.
Da dieci anni il dialogo tra le comunità di fede è diventato uno dei tratti caratteristici della rivista e ne fa una voce particolarmente originale nel panorama culturale ed editoriale. La rivista dedica particolare attenzione alle situazioni internazionali in cui, tra le luci ed ombre, le chiese e le fedi svolgono un ruolo significativo e riconoscibile.
Sui temi di rilievo ecumenico nazionale e internazionale, Confronti ha organizzato vari seminari e convegni. La rivista ha promosso programmi di educazione alla pace in Medio Oriente e nei Balcani.

Confronti – Via Firenze 38, 00184 Roma
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venerdì 14 ottobre 2011

18 ottobre - Giornata europea contro la tratta di esseri umani



Il 18 ottobre di ogni anno ricorre la Giornata Europea Contro la Tratta degli Esseri Umani.
Anche per questo anno, vi proponiamo un dossier monografico per informare e sensibilizzare su questa drammatica e gravissima violazione dei diritti umani che coinvolge a vari livelli uomini, donne e minori.
Il dossier contiene alcuni materiali sul tema della tratta a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo. E' uno strumento che intende offrire spunti di riflessione per discutere su questi temi all'interno delle vostre realtà locali.

Quest'anno oltre al presente Dossier Monografico, troverete allegato il booklet “Combattere la tratta per lavoro forzato in Europa”, pubblicazione finale del progetto europeo “Combating trafficking in Human Beings. Going Beyond!” che il Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia ha portato avanti da dicembre 2008 a marzo 2011 in qualità di partner della Churches' Commission for Migrants in Europe (CCME).
Il progetto ha analizzato il fenomeno della tratta per sfruttamento lavorativo, allo scopo di individuare e sviluppare le capacità della società civile nel supportare le vittime della tratta a scopo di sfruttamento lavorativo per metterle in condizioni di conoscere i loro diritti e di poter accedere alla giustizia.
Nell'ambito del progetto sono state portate avanti delle ricerche che hanno interessato i seguenti paesi: Cipro, Grecia, Irlanda, Italia, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania e Spagna.

Per chi fosse interessato ad un approfondimento le ricerche in lingua inglese sono disponibili presso i nostri uffici oppure sono scaricabili al seguente indirizzo http://www.ccme.be/areas-of-work/anti-trafficking-in-human-beings/national-reports-goingbeyond/

Il Servizio Rifugiati e Migranti, che da diversi anni si occupa e interessa al tema della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo in Italia e in Europa, invita tutti e tutte ad impegnarsi in prima persona per diffondere una cultura e una politica del rispetto della dignità umana.

Roma 13, ottobre 2011
Servizio Rifugiati e Migranti
Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

 
LOTTA ALLA TRATTA DEGLI ESSERI UMANI IN ITALIA:

A CHE PUNTO SIAMO

Introduzione.

Oggi migliaia di esseri umani nel mondo vengono trafficati da organizzazioni criminali, venduti e scambiati come merci e sfruttati per produrre profitti: vi sono coinvolti soprattutto donne e minori, per lo più nel mercato del sesso, nell'accattonaggio, nel mercato della pedofilia e della pornografia, nel traffico di organi e nel lavoro gravemente sfruttato.
Il traffico di esseri umani è una delle forme più gravi e brutali di violazione dei diritti umani, una delle più violente e drammatiche forme di sfruttamento, è a tutti gli effetti una
forma di schiavitù moderna perché le persone sono private della loro libertà e costrette a subire forme di violenza fisica e psicologica molto pesanti.
Questa nuova forma di schiavitù, rispetto alla schiavitù storica, presenta caratteristiche
radicalmente diverse: in primo luogo è illegale ed è condannata dalle convenzioni internazionali, mentre un tempo era lecita o almeno tollerata, fino alla sua abolizione nel 1888.
Un dato comune alle due forme di schiavitù è invece il carattere economico del fenomeno.
Oggi il commercio delle persone per fini di sfruttamento costituisce un mercato globale ed illegale che rende alle organizzazioni criminali diversi miliardi di dollari l'anno, introiti inferiori soltanto al traffico di stupefacenti e di armi. Inoltre la schiavitù moderna nasce e si sviluppa su una domanda ed un'offerta inesauribili: il corpo umano.
Dal punto di vista dei trafficanti, la principale caratteristica che differenzia la persona oggetto di tratta dalle altre merci (armi, droga, sigarette...) è il fatto che la “merce umana” è dotata di volontà e di parola, e quindi deve essere controllata attraverso la violenza, l'inganno ed il ricatto. Oggi il corpo umano viene sfruttato ed usato con forme brutali molto diversificate: oltre allo sfruttamento sessuale e lavorativo, vi sono altre forme aberranti di uso del corpo come il traffico di organi: a volte parti del corpo vengono prelevate senza il permesso della persona interessata o con un consenso estorto o con il ricorso a metodi violenti.
Le zone di reclutamento dei “nuovi schiavi” sono i Paesi poveri, soprattutto quelli che hanno subito un crollo rapido e imprevisto delle condizioni di vita, per esempio in seguito ad un mutamento di regime, all'incertezza politica ed economica, al coinvolgimento di molti Paesi nelle guerre.
La criminalità organizzata a livello internazionale si è posta come un'azienda, o meglio come una società di servizi in grado di garantire, dietro grossi compensi, il viaggio per l'Italia o l'Europa. La criminalità organizzata, in assenza di politiche migratorie adeguate si propone non solo di offrire un servizio, ma ha assunto il ruolo paradossale di “dispensatrice di speranze”, in altre parole, è diventata lo strumento principale per realizzare un sogno, quello di raggiungere un paese che agli occhi dei migranti, rappresenta un investimento di vita per il futuro.
Dunque, il traffico di esseri umani risponde ad un bisogno elementare che è quello diemigrare per cercare di migliorare la propria esistenza: il trafficante garantisce un ingresso per vie illegali nel paese di destinazione scelto dai migranti. La sua funzione può essere assimilata a quella di una agenzia di viaggi, a un tour operator molto efficiente che assicura l'arrivo nel paese di destinazione. In molti casi, la persona si rivolge spontaneamente alle organizzazioni che gestiscono il traffico ed in seguito, durante le fasi del viaggio, il comportamento del trafficante diventa violento e subentrano la coercizione e la prevaricazione, principalmente verso donne e minori. Se a volte il rapporto tra migrante e trafficante si esaurisce nel tempo necessario a compiere il trasporto, nella tratta il rapporto tende ad essere molto lungo, come nel caso dell'indebitamento o addirittura a tempo indeterminato, come nei casi di rapimento e inganno. In ogni caso si crea un rapporto perverso tra la vittima e colui che viene visto all'inizio come un benefattore e poi si trasforma in un carnefice che tende a prolungare il più possibile il rapporto con la vittima per ottimizzare i guadagni.
L'espressione tratta di esseri umani indica, dunque, il fenomeno criminale che consiste nel reclutamento, trasporto e successivo sfruttamento di esseri umani per fini di lucro.
A livello internazionale queste organizzazioni criminali sono sempre più definite come le “nuove mafie”. La collaborazione tra mafie straniere ed italiane si è andata sempre più rafforzando negli ultimi anni perché la capacità delle organizzazioni criminali risiede proprio nella capacità di lavorare in rete creando nei singoli Paesi, sia di transito che di destinazione, strutture snelle e specializzate, mentre i vertici tendono a rimanere protetti nei Paesi di origine.
Il fenomeno del traffico riguarda l'intero pianeta ed ha caratteristiche ancora in parte non del tutto riconoscibili ed è in costante evoluzione. Ha raggiunto dimensioni enormi e preoccupanti.
Nonostante la grande attenzione che il fenomeno ha suscitato negli ultimi anni, non esistono ancora fonti sufficienti per individuare con precisione i dati internazionali, né per quello che riguarda i dati numerici, né per le modalità utilizzate dalle organizzazioni criminali. Tale difficoltà è dovuta al carattere “mutevole” del fenomeno: cambiano rapidamente i soggetti, i flussi, i mezzi, le destinazioni. I trafficanti hanno una grande capacità di mimetizzarsi ed adattarsi ai contesti ed ai cambiamenti. Se cambiano le legislazioni preventive e repressive dei Governi, il mercato delle persone si adatta con una sorprendente flessibilità.
Da un po’ di anni è diventato un fenomeno allarmante anche in Europa, soprattutto in seguito ai mutamenti politici dell’Est, dove la delicata situazione sociale ed economica rende oggi donne e minori le categorie più vulnerabili ed esposte allo sfruttamento: lavorativo (lavoro domestico, edile, agricolo), sessuale (prostituzione femminile e minorile), accattonaggio, vendita di organi.
Le vittime della tratta spesso sono giovani senza prospettive di futuro nei luoghi di origine, attirate da false promesse di un lavoro ben retribuito all'estero. In molti casi non sanno quale sarà la loro futura occupazione, né le condizioni di vita che verranno loro imposte; in altri casi sono più o meno consapevoli del tipo di lavoro che li aspetta. Spesso, soprattutto per i minorenni, le organizzazioni criminali ricorrono al sequestro ed una volta giunti nel paese di destinazione, le vittime senza documenti di identità e risorse finanziarie, senza conoscere la lingua e senza punti di riferimento dipendono totalmente dai loro sfruttatori. Allo stesso tempo non nutrono alcuna fiducia nelle istituzioni perché provengono da paesi con regimi poco democratici, dove la corruzione è assai diffusa e in più temono ritorsioni nei confronti dei loro familiari rimasti in patria.

Alcuni dati

Dati certi sul fenomeno della tratta non sono disponibili. Per le sue stesse caratteristiche il fenomeno non si presta ad essere completamente inquadrato in dati statistici e molto rimane sommerso.
A livello nazionale, il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri non pubblica i dati sulle vittime di tratta dal 2008: non sappiamo qual è l'andamento generale degli aiuti che si fanno alle vittime e soprattutto quali siano le nazionalità più coinvolte, a parte la Nigeria (che rimane sempre quella più coinvolta) e la Romania.
Per l'Organizzazione Internazionale per il Lavoro (OIL) sono oltre 12 milioni, secondo il
Rapporto del Dipartimento di Stato USA oscillano tra 4 e 27 milioni in tutto il mondo.
Nel mondo, stando ai dati diffusi dall'ultimo Rapporto di Save the Children:
· 2,7 milioni di vittime di tratta nel mondo, di cui l'80% è costituito da donne e bambini/e
· 32 milardi di dollari il giro di affari.

In Italia:

· 14.689 vittime di tratta inserite nei progetti art. 18 tra il 2000 e il 2008
· tra 19mila e 24mila il numero delle persone che si prostituiscono in strada.
· la prostituzione indoor si stima 3 volte superiore a quella in strada.
· 1,2 milioni di minori vittime di tratta interna e internazionale.
Il fenomeno della tratta dei minori è allarmante e in crescita, sempre pù nascosto e all'interno di luoghi chiusi e per questo difficilmente accessibile agli operatori. Anche sulla prostituzione in strada è diventato più difficile intervenire perchè sempre più soggetta ad un controllo molto forte da parte degli sfruttatori o dei “pari”, cioè ragazzi e ragazze vicini per età e provenienza alle vittime. Questo rende sempre più diffcile l'aggancio e il contatto anche su strada.
La maggior parte dei minori vittime proviene dalla Romania (46% anche per la facilità di
giungere in Italia), dalla Nigeria (36%), dall'Albania (11%) e dal Nord Africa (7%).
La prostituzione indoor (appartamenti, night, centri massaggi, ecc.) è un fenomeno sommerso di notevoli proporzioni che comporta uno sfruttamento più pesante, e dove la capacità degli operatori di raggiungere le vittime è molto limitata.

Un approfondimento sull'art. 18 del Dlgs 286/98.
Per quanto riguarda le legislazioni specifiche dei singoli Paesi, guardiamo al caso italiano, sia perché ci interessa più da vicino, sia perché rappresenta una innovazione positiva nel panorama europeo ed internazionale.
Il nostro legislatore è stato precursore in ambito internazionale nell'affermare normativamente in primo luogo la centralità dei diritti umani e della dignità delle vittime, prevedendo per le vittime un percorso sociale di reinserimento e riabilitazione oltre al percorso giudiziario.
L’art. 18 è importante perché dà la possibilità alle donne vittime di tratta di ottenere un
permesso di soggiorno per “protezione sociale” se decidono di uscire dal giro della prostituzione.
La vittima ha due possibilità di accedere alla protezione:
•- se accetta di entrare in un programma di riabilitazione ed integrazione sociale
•- se accetta di testimoniare contro i suoi sfruttatori.
La portata innovativa dell'art. 18 sta nel fatto che per la prima volta in Europa viene superata la logica premiale e si riafferma la logica che i diritti umani fondamentali sono incondizionati ed inderogabili. Le vittime sono innanzitutto soggetti ed in quanto tali portatori diritti umani fondamentali, al di là se accettano o meno di collaborare con la giustizia. Spesso, le vittime hanno paura di testimoniare per paura di ritorsioni: avere la possibilità di essere protette, in quanto esseri umani, è uno degli strumenti più efficaci per combattere il fenomeno.

Tale percorso sociale, inoltre, responsabilizza le vittime in chiave processuale, se decidono di testimoniare e denunciare i loro sfruttatori, perché il recupero della dignità della persona passa anche attraverso la riparazione morale e materiale che la condanna dei trafficanti può rappresentare, contribuendo alla riaffermazione dei valori della legalità nelle società.
L'art. 18 è una norma coraggiosa nella sua impostazione ma accidentata nella prassi, perché la sua corretta applicazione, compresa l’erogazione dei fondi destinati ai progetti di inserimento, è spesso disattesa ed arbitraria.
In molti casi, ad esempio, le donne non hanno la possibilità di ricevere informazioni sui loro diritti come vittime della tratta e non hanno occasione di incontrare organizzazioni che possano difendere i loro diritti.
In Europa l’approccio oggi più diffuso è quello che vede la vittima solo come strumento giudiziario: alla donna si dà un diritto, un permesso di soggiorno temporaneo, perché serve come testimone contro i criminali, poi viene mandata via, spesso rimpatriata nel paese di origine dove sarà con molta probabilità ripresa dalle organizzazioni criminali e tornerà nel giro.

Risorse e finanziamenti

I tagli economici che sono stati fatti ai fondi destinati al contrasto della tratta degli esseri umani vanno in una triplice direzione:
· sono stati tagliati circa 2 milioni di euro che servivano a finanziare il numero verde anti-tratta. Il NUMERO VERDE ANTITRATTA 800 290 290 fu istituito nel 2000 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Pari Opportunità. Sospeso per mancanza di fondi nel 2005 è stato riaperto nel gennaio 2007. In dieci anni ha assicurato assitenza sociale ad oltre 14mila persone e consentito l'attivazione di denunce, arresti e condanne di criminali e sfruttatori.
Il 1° agosto 2010 sono state chiuse 14 delle 15 postazioni locali del numero verde antitratta che erano attive 24 ore su 24.
E' rimasta attiva solo la postazione nazionale gestita dal Comune di Venezia (con una spesa di circa 300mila euro) che prima faceva da primo filtro alle telefonate e le smistava in base alla
provenienza e alle postazioni locali che curavano i rapporti con le associazioni locali e le forze dell'ordine e garantivano una operatività sul territorio. La rapidità dell'intervento è, infatti, un fattore importantissimo per le vittime. Il preavviso alle associazioni di soli 10 giorni ha smantellato un tassello importante del sistema di aiuto alle vittime di tratta e alla lotta alla criminalità. Hanno perso il lavoro 80 operatori specializzati ed è stato l'ennesimo regalo alle organizzazioni criminali. Le postazioni locali non avevano solo una funzione di ascolto e informazione, ma costituivano un elemento essenziale per le reti territoriali (terzo settore, servizi sociali e forze dell'ordine) e per questo erano in grado di attivare risposte.
· Hanno tagliato il fondo art. 18 che serviva a co-finanziare i progetti: era di 5milioni di
euro (ossia il 70% del budget a carico del Dipartimento delle Pari Opportunità, più l'altro 30% - ossia circa 1,7milioni a carico degli Enti locali). Al riguardo il Dipartimento delle Pari Opportunità ha tagliato 2milioni e mezzo (dunque la metà di 5milioni e di conseguenza si è dimezzato anche il co-finanziamento degli Enti locali). L'intero budget da 7milioni di euro è diventato di circa 3,5milioni.
· Azzeramento del fondo art. 13: hanno accorpato l'art. 13 della legge 228/2003 con l'art. 18 accorpando anche i rispetti fondi. Per l'art. 13 c'erano circa 3milioni di euro e sono stati tagliati.

Il tutto non supera i 4milioni di euro. Nel 2000 il Governo italiano aveva stanziato 8 milioni di euro per l’attuazione dell’articolo 18 del Testo Unico. L'art. 18 resta come caposaldo della lotta anti-tratta ma è quasi del tutto sterilizzato dal Pacchetto sicurezza (artt. 10bis e 14 in particolare) che di fatto ne ha limitato l'agibilità. Le vittime sono in genere senza permesso di soggiorno e dunque vanno aiutate per questo. Ma il pacchetto sicurezza dice che se uno straniero non ha documenti deve pagare una sanzione (5/10mila euro) o essere espulso (art. 14, se non può pagare). In queste condizioni tutto è difficile.

Il ruolo delle chiese

La tratta di esseri umani necessita per la sua complessità di un approccio interdisciplinare. Il fenomeno coinvolge infatti diversi attori (organizzazioni criminali, vittime, forze dell’ordine, operatori sociali, associazioni, clienti) e deve essere gestito attraverso strumenti diversificati e complementari. In particolare:
- le politiche internazionali
- le legislazioni specifiche
- gli interventi sociali specifici a favore delle vittime di tratta
- il coinvolgimento delle società civile e delle chiese
Il traffico di esseri umani è un fenomeno criminale e globale che interessa tutti i paesi:
origine, transito e destinazione.
Le chiese hanno un ruolo nel sostegno alle vittime a diversi livelli:
- creare sensibilità all’interno delle chiese evangeliche rompendo il silenzio che spesso legittima la violenza anche all’interno dei luoghi che noi abitualmente frequentiamo (posto di lavoro, scuola, chiese, ecc).
- mettere in rete le diverse iniziative delle chiese;
- fare pressione politica per promuovere a livello europeo e nazionale una legislazione giusta ed efficace che sia anche in grado di rimuovere le cause del fenomeno;
- lavoro sul campo;
- cura pastorale e sostegno individuale: spesso le donne vittime entrano nelle chiese, e anche se non raccontano la loro storia, sentono il luogo come “protetto” e si avvicinano con fiducia;
- iniziative di formazione di operatori/trici;
- ruolo dei clienti: una parte di essi si rivolge alle prostitute perché si trova in una situazione di forte disagio (ansia, disperazione, emarginazione, solitudine, difficoltà familiari e relazionale, ecc.). Spesso i clienti telefonano al numero verde o si rivolgono alle organizzazioni per capire come aiutare la ragazza. Dunque, spesso i clienti frequentano luoghi “normali” e possono diventare “strumenti” per la fuoriuscita delle vittime dal circuito della prostituzione forzata.
Lavorare all’interno delle chiese per una cultura ed una teologia dell’accoglienza e dell’amore verso tutti e tutte per combattere il pregiudizio e rompere tabù che spesso “condannano” le vittime.
Settembre 2011
Franca Di Lecce
Direttore – Servizio Rifugiati e Migranti
Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

I MINORI STRANIERI VITTIME DI TRATTA

Alla vigilia della Giornata Onu in ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione, che ricorre il 23 agosto di ogni anno, Save the Children ha pubblicato il dossier “I piccoli schiavi invisibili” dedicato al tema della tratta e dello sfruttamento dei minori.
Il dossier è il risultato di una rilevazione realizzata in 15 Regioni italiane in collaborazione con l’associazione On the Road-Consorzio Nova.

Di seguito vi proponiamo la versione integrale del comunicato stampa diffuso da Save the Children.
22 agosto 2011
Tratta e sfruttamento: Save the Children, migliaia i minori vittime di sfruttamento sessuale, che sempre più spesso avviene al chiuso. Persistente lo sfruttamento in accattonaggio, lavoro e attività illegali Non arretra ma anzi sembra consolidarsi il fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori(1), a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro.
Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri: ragazze rumene, nigeriane, albanesi, nordafricane ma anche maschi rumeni, magrebini, egiziani, afgani e Rom rumeni e della ex Jugoslavia.
Per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale, si stimano fra i 1.600 e i 2.000(2) i minori sia femmine che maschi coinvolti in prostituzione su strada. Una porzione significativa rispetto alla prostituzione adulta stimata fra le 19.000 e le 24.000 unità(3). E crescente e allarmante è lo sfruttamento sessuale indoor, nel chiuso di appartamenti: sarebbe 3 volte superiore a quello su strada, con una presenza di minori pari a circa il 10% sul totale degli adulti coinvolti(4). Nascoste agli occhi di tutti, le giovani vittime sono difficilmente raggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo.
Sono alcune delle principali linee di tendenza del fenomeno della tratta e sfruttamento dei minori, secondo il nuovo dossier di Save the Children “I piccoli schiavi invisibili”. Diffuso alla vigilia della Giornata Onu in Ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione (il 23 agosto), il dossier contiene anche i risultati di una rilevazione sulla tratta e sfruttamento sessuale dei minori realizzata in 15 Regioni italiane in collaborazione con l’associazione On the Road-Consorzio Nova attraverso questionari e interviste a operatori, che hanno basato le loro conclusioni sui dati relativi ai minori intercettati nelle loro attività di unità di strada o di accoglienza, dal maggio 2010 al maggio 2011(5).
“Nonostante i molti passi avanti fatti, anche a livello legislativo, sia sul versante della lotta al traffico e allo sfruttamento di minori che della identificazione e aiuto delle vittime, rileviamo con preoccupazione una resistenza e persistenza del fenomeno”, commenta Raffaela Milano, Responsabile Programmi Italia-Europa Save the Children Italia. “Lo sfruttamento avviene sempre di più al chiuso, anche a seguito degli interventi di contrasto da parte delle forze dell'ordine. Per le minori vittime, questo comporta il rischio di subire uno sfruttamento ancora più feroce e invisibile, anche agli occhi degli operatori sociali che vogliano aiutarle. “Per altro verso”, prosegue Raffaela Milano, “le tecniche di assoggettamento si sono affinate. Gli sfruttatori hanno per esempio scoperto la forza del controllo tra “pari”, avvalendosi dei minori stessi per esercitare il controllo sui loro compagni”.
“A questo quadro”, spiega ancora, “bisogna aggiungere il fatto che dietro la gran parte di queste minori ci sono situazioni di grande povertà, bisogno ed emarginazione su cui fanno leva le organizzazioni criminali. E' il caso per esempio delle donne e ragazze nigeriane di cui rileviamo un aumento degli arrivi via mare da Lampedusa proprio in queste ultime settimane. Non si può escludere che fra di esse ci possano essere vittime di tratta, anche in ragione del fatto che, come le stesse Nazioni Unite documentano, sono quasi 6.000 ogni anno le nigeriane che vengono portate in Europa per essere sfruttate. Save the Children sta monitorando con attenzione la situazione delle minori non accompagnate”.
La tratta a scopo di sfruttamento sessuale La rilevazione di Save the Children e On the Road conferma che il gruppo di minori principalmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è costituito da ragazze provenienti dalla Romania (46%) e dalla Nigeria (36%) seguite da ragazze albanesi (11%) e del Nord Africa (7%). Le minori rumene, in quanto cittadine comunitarie e in possesso di documenti, giungono in Italia in modo abbastanza agevole, spesso con la promessa di un lavoro, insieme a fidanzati o comunque a persone di cui si fidano. Una volta in Italia l’assoggettamento può avvenire in due modi: con la violenza o, al contrario, attraverso uno pseudo- legame affettivo.
Questa seconda forma è costruita ad arte dallo sfruttatore che fa percepire alla minore
l’esperienza della prostituzione come funzionale ad un progetto comune di coppia. Si stabilisce così un vincolo psicologico difficile da rompere. Nell’assoggettamento delle ragazze entra in gioco, sempre più spesso, il ruolo del controllo fra “pari”: lo sfruttatore cioè può decidere di imporre a una coetanea delle ragazze il compito di esercitare per suo conto il controllo sulle giovani, le quali hanno in genere più reticenze a ribellarsi a quanto dice “una di loro”, poiché questo significherebbe essere escluse dal gruppo.
Le ragazze nigeriane costituiscono il secondo gruppo numericamente più consistente di vittime di tratta e sfruttamento. Giungono in Italia con falsi documenti e generalità, insieme alla propria sfruttatrice, fatta passare come una sorella o parente, via mare o in aereo, spesso avendo già subito violenza nel proprio paese o durante il viaggio. Per quanto riguarda l’ingresso via mare, in particolare a Lampedusa, si è registrato un incremento consistente di arrivi dalla Nigeria: fra aprile-agosto sono approdati sull’isola 4.935 migranti nigeriani, di cui 984 donne, 194 minori non accompagnati e 89 minori accompagnati persone, con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui sono arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 388 donne, 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti
femmine) e 23 minori accompagnati. In varie parti d’Italia, tanto gli operatori che operano sulla strada, tanto quelli che operano all’interno dei centri per migranti segnalano l’alta probabilità chetra le migranti nigeriane in arrivo vi siano vittime di tratta e sfruttamento. Save the Children ha già individuato alcuni potenziali casi che sono in fase di approfondimento.
Le giovani nigeriane costrette a prostituirsi nel nostro paese, sono sottoposte a un ferreo controllo da parte delle connazionali durante l’attività di prostituzione alla quale sono costrette e convinte anche attraverso riti tradizionali, con cui si vincolano a ripagare un debito molto elevato maturato con il viaggio. A differenza delle ragazze rumene, spesso il loro guadagno consiste solo nel vitto e nell’alloggio. La paura di essere fermate dalle forze dell’ordine ed espulse se riconosciute maggiorenni, le spinge a lavorare in luoghi isolati, il che rende molto difficile il loro “aggancio” da parte dalle associazioni che vogliano aiutarle ad emergere dalla situazione di sfruttamento. Lo sfruttamento sessuale di minori maschi. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i 15 e 18 anni. Risultano essere di recente arrivo e con un vissuto legato alla strada. Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini.
Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I rimi in genere finiscono nel “mercato del sesso” per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno. In genere i minori maschi che si prostituiscono si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Questa pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come “affitto”: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente.
La prostituzione “al chiuso” in appartamento, night, centri massaggi.
E’ un fenomeno sommerso ma di notevoli proporzioni e che comporta uno sfruttamento più pesante, visto il controllo esercitato dagli sfruttatori sulle vittime e la limitata capacità delle operatori delle organizzazioni che operano su strada di raggiungerle. La presenza di minori, in particolare, è sempre più spesso attestata ed in significativa crescita come emerge ad un’analisi attenta delle riviste di annunci espliciti di vendita di sesso a pagamento da cui si evince la giovanissima età di molte prostitute. Si stima che la prostituzione indoor sia 3 volte la prostituzione su strada e che i minori in essa coinvolti siano almeno il 10%. Le ragazze vittime tendono a negare la loro minore età temendo – condizionate dagli sfruttatori – di poter essere arrestate.
Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. Ma si registra una presenza anche di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame. Alcune delle adolescenti Rom sono madri e mendicano con i neonati in braccio.
Minori egiziani e afgani: due gruppi a rischio. 5.850 minori supportati da Save the Children.
Sono minori che - giungendo in Italia da soli, “non accompagnati” - sono esposti al rischio di subire sfruttamento. Sono 6.340(6) i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia:
Afganistan, Tunisia, Egitto e Marocco i principali paesi di provenienza.
I ragazzi egiziani giungono in Italia con un forte determinazione a lavorare per contribuire al proprio sostentamento e a quello delle famiglie che, d’altra parte, pagano ai trafficanti (“smugglers”) cifre notevoli – anche fino a 8.000 euro - per garantire loro il viaggio verso il nostro paese. Alla ricerca dunque spasmodica di un lavoro i minori egiziani – come rilevato da Save the Children attraverso le sue attività di protezione di almeno 5.850 minori migranti non accompagnati fra il 2010 e il 2011 - possono finire in circuiti di sfruttamento lavorativo, per esempio nel settore ortofrutticolo con “guadagni” giornalieri di pochi euro, o cadere vittime di organizzazioni criminali per essere sfruttati nello spaccio di sostanze stupefacenti. L’Italia si conferma un paese di transito per i minori afgani, spinti a partire dall’Afganistan o dal Pakistan o dall’Iran, dove spesso le loro famiglie decidono di rifugiarsi per sottrarsi alla guerra. Pur di raggiungere la meta – cioè il più delle volte i paesi del Nord Europa – sono disposti a tutto:  vivere su strada, fare lavori pericolosi e non retribuiti fino anche a prostituirsi o compiere attività llegali.
Le raccomandazioni di Save the Children “In relazione alla sempre maggiore complessità e spesso invisibilità della tratta e sfruttamento dei minori, è necessario che tutti gli attori coinvolti nel contrasto al fenomeno e nel sostegno ai minori operino in coordinamento e sinergia”, commenta Raffaela Milano. “Per questo è cruciale adottare una strategia e un piano nazionale di lotta alla tratta, che ancora non vede la luce ormai da troppo tempo. E' poi necessario elaborare delle linee-guida per la presa in carico e l'assistenza alle vittime di tratta, con particolare attenzione ai minori e affinare gli strumenti per l'identificazione delle vittime. Save the Children a riguardo ha redatto un manuale che ha portato a conoscenza di tutti gli operatori del settore. Occorre anche Potenziare il sistema nazionale antitratta, attraverso una dotazione finanziaria che assicuri il rafforzamento dei servizi, tra cui le case di fuga, le unità mobili e il coinvolgimento di operatori altamente qualificati e di mediatori culturali, al fine di proteggere le vittime in modo adeguato, conquistando la loro fiducia e garantendo il loro ascolto. L’ottica è quella di un approccio integrato che assicuri la protezione dei minori e degli adulti che sono vittime di tratta e grave sfruttamento oltre che il contrasto alla criminalità. Per quanto riguarda in generale l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, è necessario definire tramite una apposita previsione di legge l’istituzione di un sistema nazionale per la loro protezione che assicuri un’accoglienza adeguata, diffusa sul territorio nazionale, con risorse certe dedicate ed una chiara definizione dei livelli di responsabilità tra Stato centrale, Regioni e Comuni. Bisogna infine lavorare anche con i paesi e le comunità di provenienza delle vittime o potenziali vittime, attraverso campagne di informazione e sensibilizzazione. Save the Children ha per esempio avviato un progetto in Egitto e in Italia che prevede una serie di azioni tese a informare le famiglie e le comunità di provenienza di questi minori migranti sui rischi della migrazione e sulle sue prospettive”.

Per ulteriori informazioni

Ufficio stampa Save the Children Italia,
Tel. 06 48070023;


Note

1 Un minore vittima di tratta è ogni persona al di sotto dei 18 anni che è reclutata, trasportata, trasferita, ospitata o accolta a fine di sfruttamento, sia all’interno che all’esterno di un paese, anche senza che vi sia stata coercizione, inganno, abuso di potere o altra forma di abuso. Per sfruttamento si intende il trarre un ingiusto profitto dalle attività (o da un’azione) altrui tramite una “imposizione” che si basa su una condotta che incide significativamente sulla volontà dell’altro o che fa deliberatamente leva su una capacità di autodeterminazione della vittima sensibilmente diminuita. In particolare il grave sfruttamento può includere: sfruttamento sessuale incluso lo sfruttamento della prostituzione altrui e altre forme di sfruttamento sessuale quali la pornografia e i matrimoni forzati; lavori o servizi forzati incluso il conseguimento di profitti da attività illecite e l’accattonaggio;

schiavitù o pratiche analoghe e servitù; adozioni illegali; asportazione di organi
2 Stima dell’Associazione On the Road
3 Fonte: rilevazione Comune di Roma-Parsec, 2008-2009
4 Fonte: Stima dell’Associazione On the Road, sulla base sia dei riscontri delle unità di strada e dei propri operatori, sia sulla base delle stime globali sulla prostituzione adulta su strada di cui quella dei minori costituisce circa il 10%
5 L’approfondimento si è svolto nel periodo compreso tra gennaio e giugno 2011 attraverso la somministrazione a 32 organizzazioni non profit e istituzioni pubbliche impegnate nel settore della tratta di un questionario semistrutturato e la realizzazione di interviste aperte a operatori e testimoni chiave del settore. 15 le aree regionali coinvolte: Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna. 121 i minori entrati in contatto con gli operatori e le organizzazioni interpellate, fra il maggio 2010 e il maggio 2011.
6 Fonte: Comitato per i Minori Stranieri, agosto 2011.
*Fonte: Save the Children Italia - La versione integrale di “I piccoli schiavi invisibili” è scaricabile all’indirizzo:

Tratto dal dossier monografico del Servizio Rifugiati e Migranti (SRM) della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI)