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giovedì 24 marzo 2011

Mediterraneo sottosopra: una tragedia annunciata

di Franca Di Lecce, direttore del Servizio rifugiati e migranti della FCEI

La situazione in Libia precipita ogni giorno di più. La rivolta libica è diversa e certamente più complessa, ma strettamente collegata alle rivolte degli altri paesi in Nord Africa.
La sostanziale inerzia e ambiguità del governo italiano sin dall'inizio della rivolta in Libia, ha rimesso al centro la questione dei rapporti con una dittatura che è stata sostenuta a diversi livelli dall'Italia e dalla comunità internazionale.

Difficilmente una guerra porta pace e soluzioni durature e l'Italia, che tanto ha sbandierato i rapporti privilegiati con Gheddafi, ha mostrato ancora una volta la sua ambiguità e incapacità di intraprendere tempestivamente un'iniziativa politica di mediazione e di farsi portavoce di un negoziato diplomatico, proprio in ragione di quella relazione solida e duratura con la Libia.
Sapevamo tutto, o quasi tutto della situazione in Libia, abbiamo letto i numerosi rapporti sulla violazioni dei diritti umani, abbiamo ascoltato le testimonianze dirette sulle torture subite da parte di persone che sono riuscite a fuggire e a raggiungere l'Europa, si sono levate alcune voci critiche - troppo poche o solo inascoltate? - sul trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Sapevamo chi era Gheddafi e in nome di quell'accordo sono stati respinti migranti e i richiedenti asilo che cercavano di raggiungere l'Italia e l'Europa. Ma questa consapevolezza non è bastata, o semplicemente la questione dei diritti umani è subordinata agli interessi economici dei paesi coinvolti.

Ora, siamo di fronte ad un'altra guerra. Ogni guerra è assurda e disumana e non può essere chiamata umanitaria, il governo italiano e la comunità internazionale non hanno avuto la capacità e la volontà politica di trovare risposte adeguate. La strategia del terrore messa in campo dalla Libia era prevedibile e come sempre, accade in ogni guerra, a pagarne il prezzo sono i civili, i profughi, le persone in condizioni di vulnerabilità.

Intanto Lampedusa è di nuovo sotto i riflettori, come avviene a intermittenza da diversi anni, la splendida isola è la tragica metafora del fallimento delle politiche di immigrazione e asilo messe in campo dal governo italiano.

Gli abitanti dell'isola sono esasperati e hanno le loro ragioni, non accettano una politica di scaricamento delle responsabilità del governo centrale e non devono essere lasciati soli. Attualmente sono presenti sull'isola circa 5mila migranti, in maggioranza tunisini, e il centro di accoglienza ne ospita circa 2mila, a fronte di una capienza di 850 posti. Molti migranti dormono all'addiaccio in condizioni igieniche inaccettabili, oltre 200 sono minori, la tensione è alle stelle. Si rischia, come avviene da sempre in Italia, di scaricare la incapacità del Governo di gestire la situazione sulla popolazione e di manipolare quel disagio legittimo e inascoltato.

Ancora una volta le risposte che arrivano sono in chiave emergenziale, e il sistema asilo, già così fragile in Italia, rischia in questa situazione di essere ulteriormente compromesso dalle decisioni del Governo.

Di fronte ai nuovi flussi provenienti dalle aree di crisi del Nord Africa, il Ministro dell'Interno ha proposto soluzioni miopi e irresponsabili, come il trasferimento di richiedenti asilo presenti sul territorio italiano nel centro di Mineo (Catania), ex villaggio dei militari USA e che, per l'occasione, è stato ribattezzato “Villaggio della solidarietà”.

Lo scorso 11 marzo insieme ad alcune organizzazioni del Tavolo Nazionale Asilo, abbiamo chiesto un incontro urgente al prefetto Giuseppe Caruso, Commissario straordinario per l'emergenza immigrati, esprimendo la nostra preoccupazione e il nostro dissenso per il trasferimento annunciato - che già sta avvenendo in questi giorni - dei richiedenti asilo verso il nuovo centro di Mineo. Abbiamo chiesto un confronto sulla gestione complessiva della situazione nuova che si sta creando nel nostro Paese. Finora, nonostante i ripetuti solleciti, non abbiamo ricevuto alcuna risposta, mentre i trasferimenti, vere e proprie deportazioni, di persone già accolte nei vari CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo) sono iniziati, vanificando quei percorsi di accoglienza territoriale già avviati anche in collaborazione con i servizi socio-sanitari e compromettendo le procedure di asilo avviate. Una tale soluzione che, tra l'altro comporta costi enormi, rischia di smantellare e minare profondamente il diritto di asilo in Italia.

Come chiese e enti di tutela dei diritti dei rifugiati e dei migranti continueremo a lavorare perché sia data un'accoglienza dignitosa alle persone in fuga e continueremo, allo stesso tempo, a chiedere l'apertura di un corridoio umanitario che permetta ai profughi di avere una via di fuga.
Il 10 marzo, infatti, abbiamo rivolto un appello all'Unione Europea perché si assumesse l’impegno di un’evacuazione umanitaria immediata di migliaia di persone provenienti dal Corno d'Africa e che sono ancora intrappolati in Libia completamente privi di alcuna protezione e vittime della violenza esercitata sia da parte delle milizie di Gheddafi che da una parte degli insorti.

L'adozione di strumenti adeguati di protezione e l'accoglienza dignitosa delle persone in fuga è una responsabilità inderogabile dell'Unione Europea che sulla questione dei diritti umani troppo spesso balbetta e si nasconde (NEV-notizie evangeliche 12/11).

Diritti. La Federazione delle chiese evangeliche aderisce alla manifestazione per l'acqua

Visintin: “Il ciclo dell'acqua è minacciato dal cambiamento climatico e da interventi irresponsabili”



Roma (NEV), 23 marzo 2011 - La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) aderisce alla manifestazione nazionale del 26 marzo a Roma in difesa dell'acqua. La FCEI, che l'anno scorso era membro del Comitato promotore della campagna referendaria contro la privatizzazione dell'acqua, fa ora suo l'appello del Comitato Referendario "2 Sì" per l'acqua bene comune, ma anche contro il nucleare. "Ritengo che sia nostro compito di cristiani tenere alta e permanente l'attenzione sulla salvaguardia del Creato - ha dichiarato Antonella Visintin, coordinatrice della Commissione Globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI -. Per noi, infatti, non esistono 'risorse', 'materie prime' 'fonti energetiche', 'rifiuti', tutto questo è creazione di Dio e ai suoi occhi ha dignità equivalente. Il ciclo dell'acqua – ha proseguito – è minacciato dal cambiamento climatico e localmente da interventi umani irresponsabili. Per questo sosteniamo che la gestione dell'acqua deve essere pubblica a partire dalla forma societaria a finire con la definizione di condizioni che agevolino il controllo dei cittadini sulle scelte”.

Oggi a Roma, la vicepresidente della FCEI, pastora Letizia Tomassone, si è incontrata con alcuni rappresentanti della Rete interdiocesana "Nuovi stili di vita" e del Comitato promotore dei referendum sull'acqua. L'intenzione è di avere ad inizio maggio a Roma un incontro ecumenico che mostri l'impegno delle chiese cristiane a favore dell'acqua come bene pubblico. “L'integrità del creato e la giusta condivisione dei doni della creazione, come l'acqua, sono temi che il movimento ecumenico ha da decenni fatto propri – ha dichiarato Tomassone –. È dunque importante che i cristiani di ogni chiesa offrano alla società la loro testimonianza comune”.

Crocifisso in aula. Disappunto del mondo protestante per la sentenza CEDU

"Un'occasione persa per la laicità dello Stato", "Il crocifisso non è un simbolo di dominio".

Roma (NEV), 23 marzo 2011 - Non è piaciuta ai protestanti l'assoluzione dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) nel caso Lautsi sull'affissione del crocifisso nelle aule scolastiche. L'Agenzia stampa NEV - in seguito alla pronuncia della sentenza del 18 marzo, che ha ribaltato quella emessa in prima istanza dalla CEDU nel novembre 2009 - ha raccolto le reazioni a caldo di luterani, battisti, avventisti, valdesi e metodisti.

La pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese (organo esecutivo dell'Unione delle chiese metodiste e valdesi) ha accolto con "grave disappunto" la sentenza, che "conferma l'ambiguità e la contraddittorietà della normativa italiana sulla materia: da una parte non si ha il coraggio di affermare che il crocifisso è obbligatorio, mentre dall'altra si teme di dispiacere le gerarchie vaticane non sciogliendo un nodo che si trascina ormai da decenni da una Corte all'altra. Valdesi e metodisti italiani restano convinti che l'esposizione del crocifisso nelle sedi istituzionali violi il principio supremo di laicità dello Stato e di pluralismo culturale e confessionale. Come credenti ci preoccupa che un simbolo della fede cristiana venga imposto come espressione di una cultura e di una civiltà. Per parte nostra né il crocifisso, né la nuda croce possono essere imposti come simboli di una tradizione, ma possono essere soltanto il contenuto di una predicazione e di una testimonianza liberamente rese".

Il pastore Ulrich Eckert, vice decano della Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI), ha dichiarato: "Per i luterani, il crocifisso o la croce è il simbolo più alto che riassume il dono che Dio fa di sé all'umanità. Non esigiamo che il crocifisso venga esposto in luoghi pubblici in quanto simbolo di fede, ma non siamo contrari alla sua esposizione come simbolo di un richiamo alla tradizione viva della fede cristiana. E' però fondamentale rispettare la richiesta di toglierlo ove qualcuno se ne veda disturbato, proprio per evitare l'uso di questo simbolo di amore e di solidarietà come simbolo di dominio. Siamo contrari all'uso del crocifisso come segno di affermazione di una presunta supremazia della fede cristiana nella società pluralistica, democratica e quindi ispirata a criteri di giustizia, uguaglianza e laicità. Guai a chi spera di concentrare il difficile e importante compito di un'autentica testimonianza delle fede nel Signore Gesù Cristo sull'affissione di simboli".

Per il pastore Raffaele Volpe, presidente dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI) "ora che la Grande Camera della Corte europea ha assolto l'Italia, per noi protestanti non resta altro da fare che tornare alla grande corte della nostra coscienza. Davanti a questo tribunale noi conserveremo la nostra posizione che riteniamo non solo buona, ma anche giusta. Lo faremo attraverso la nostra testimonianza, la nostra civile disobbedienza, nel nome del Dio che professiamo, ma anche nel nome della ragione".

L'avventista Dora Bognandi, segretario nazionale dell'Associazione internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR), ha dichiarato: "E' una sentenza alla Ponzio Pilato: in pratica la Corte di Strasburgo se ne lava le mani. Ancora una volta si è dimostrato che spesso si sceglie di non dispiacere il più forte. Un'occasione persa per aiutare il nostro paese a scegliere la via della laicità".

Amareggiata anche l'Alleanza evangelica Italiana (AEI), che in un comunicato diffuso il 21 marzo riassume le ragioni che non permettono di accettare il "crocifisso di stato". Per l'AEI l'esposizione di questo simbolo, peraltro tipicamente cattolico romano, come viene sottolineato, "rappresenta ancora oggi un modo efficace di 'marcare il territorio' e affermare la propria egemonia nei confronti di tutti gli altri". Pertanto deplora il fatto che "il crocifisso sia strumentalizzato per finalità di potere che nulla hanno a che fare con la laicità dello Stato e il significato della croce".

Crocifisso in aula. Il rammarico della Federazione delle chiese evangeliche

La sentenza della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo non realizza lo Stato laico.


Roma (NEV), 23 marzo 2011 - A poche ore dalla pubblicazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) di Strasburgo nel caso Lautsi contro l'Italia sul crocifisso nelle aule scolastiche, lo scorso 18 marzo la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha diffuso il seguente comunicato stampa:

"La FCEI si rammarica che il 'caso italiano' sia stato ancora una volta occasione di una normativa eccezionale, che non realizza pienamente uno Stato laico, in cui tutti possano riconoscersi, senza discriminazione di credo religioso o altro (art. 3 della Costituzione Italiana). I crocifissi continueranno a essere presenti nelle aule scolastiche e nei tribunali, ma per le minoranze che hanno ricevuto i diritti civili e di culto poco più di 150 anni fa, come le chiese evangeliche, questi crocifissi non rimanderanno a una comune appartenenza o cultura italiana.
Essi appariranno invece, come sono, retaggio di una società dominata dalla cultura cattolica e dai suoi simboli. Pur conoscendo, a livello ecumenico, che le forze migliori della chiesa cattolica si propongono di costruire insieme una società di convivenza multireligiosa e interculturale, invitiamo ad approfondire il confronto sui temi della laicità e in particolare di una presenza plurale nella scuola pubblica".

Nella sentenza della CEDU, che definisce il crocifisso quale "simbolo passivo", si legge tra l'altro: "se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni. Inoltre, pur essendo comprensibile che la ricorrente possa vedere nell’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai suoi figli una mancanza di rispetto da parte dello Stato del suo diritto di garantire loro un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche, la sua percezione personale non è sufficiente a integrare una violazione dell’articolo 2 del Protocollo n° 1", quello cioè riferito al diritto fondamentale all'istruzione. Inoltre la CEDU considera che "non è suo compito prendere posizione in un dibattito tra giurisdizioni interne", dato che in Italia "il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione hanno delle posizioni divergenti sul significato del crocifisso e che la Corte Costituzionale non si è pronunciata sulla questione". Con questa decisione la Grande Camera della CEDU a grande maggioranza (15 giudici contro 2) ha ribaltato quanto reso il 3 novembre 2009 in prima istanza all'unanimità dai 7 giudici della Camera (vedi NEV 44 e 45/09).

martedì 22 marzo 2011

Pre-Congresso dei giovani della Federazione della Gioventù Evangelica Italiana (FGEI)

VENEZIA, presso la Foresteria Valdese, dal 1 al 3 aprile.

Il PreCongresso della FGEI sarà un momento prezioso di incontro e di comunione tra le giovani e i giovani delle  chiese evangeliche del nord italia.

Il costo è di 65 euro; venerdì sera per la cena cominciamo, sabato tutto il giorno e torniamo a casa dopo il pranzo di domenica. C'è la possibilità di avere anche delle borse campo.

mercoledì 16 marzo 2011

Gli evangelici e il Risorgimento

di Domenico Maselli, storico, già presidente della FCEI

Gli evangelici italiani partecipano con convinzione e commozione alla festa per i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, consci dell’importanza dell’unificazione della penisola e del contributo dato al Risorgimento dagli evangelici italiani e stranieri.

Tra i primi ricordiamo il gran numero di esuli per ragioni politiche dal 1821 al 1850, che divennero evangelici perché associarono alla libertà della patria, quella spirituale trovata in Cristo. Il recente libro edito dalla nostra Federazione (“Scelte di fede e di libertà. Profili di evangelici nell’Italia unita”), ne dà un’eloquente prova.
In secondo luogo ricordiamo le comunità protestanti straniere in Italia spesso formate da oriundi i cui avi erano fuggiti all’estero dopo il fallimento della Riforma italiana del ‘500. Da esso derivò quell’evangelismo toscano, che perseguitato dal granduca per motivi religiosi, attirò l’interesse del protestantesimo internazionale sulla causa italiana favorendo l’azione di Cavour e Garibaldi.

Del resto il protestantesimo internazionale influenzato dal Risveglio vedeva nella caduta del potere temporale del papa uno dei segni dell’imminente ritorno di Cristo. Il governo inglese presentò in termini drammatici al congresso di Parigi del 1856 la situazione italiana, favorì nel 1859 l’azione del Cavour per l’unione di Toscana ed Emilia con il Regno Sardo e la formazione del Regno dell’Italia Settentrionale e Centrale. Nell’impresa dei mille vi era una legione protestante inglese con lo stesso segretario di Palmerston, Ashley Shaftesbury, figlio del presidente della Christian Alliance protestante.
Tutti gli evangelici italiani, sia politicamente più moderati e cavouriani, come i valdesi o il conte Guicciardini, o garibaldini e mazziniani come i Liberi, desideravano ardentemente l’Unità d’Italia sperando che avrebbe portato con sé una profonda riforma morale e civile. Essi accompagnavano la loro azione con la diffusione della Bibbia.

Temevano che un’unificazione indistinta impedisse l’evoluzione delle regioni più deboli del paese e proponevano il mantenimento di una separazione amministrativa e doganale tra Nord e Sud. Inoltre erano contrari alla religione di stato di cui temevano tutti i pericoli. La prima esigenza era stata capita dal Cavour ma la sua morte impedì che fosse recepita.
Una seconda volta gli evangelici furono in primo piano nella ripresa degli ideali risorgimentali nella Resistenza ed ora non possono non riaffermare con forza quegli ideali in un momento in cui una pesante crisi morale, spirituale e civile, oltre che politica, economica e sociale grava sul nostro paese e ne rende oscuro il futuro. Vorremmo contribuire in umiltà, ma con decisione insieme con tutte le forze sane della Nazione a riaffermare gli ideali per cui morirono i martiri del Risorgimento e della Resistenza. (nev-notizie evangeliche, 11/2011)

martedì 15 marzo 2011

Il Cenacolo

“Non cessate mai di pregare, in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio…”
Il Cenacolo, meditazioni giornaliere per il culto individuale e familiare, è edito sotto l’egida dell’Opcemi da circa 50 anni. E’ la versione, tradotta e adattata per l’Italia, del lezionario Upper Room pubblicato negli USA dal 1935, scritto in 36 lingue e diffuso in circa 80 paesi del mondo.

Le meditazioni partono sempre da una riflessione personale su un fatto o un avvenimento della vita, o da un versetto biblico. Ogni pagina termina con un invito alla preghiera ed un “pensiero del giorno”.
In Italia è diffuso presso famiglie, singole persone (evangeliche e non), comunità, ospedali e carceri ed ho potuto personalmente constatare quanto i lettori del Cenacolo siano affezionati a questa piccola pubblicazione, nella quale riconoscono uno prezioso strumento che permette di condividere giornalmente le esperienze spirituali di uomini e donne da diverse parti del mondo, uniti dalla comune fede nel Signore.
Nel ringraziare il nuovo gruppo di volontari che si occupa da qualche mese delle traduzioni e della revisione editoriale; dell’impostazione grafica, dell’impaginazione, della stampa e della spedizione (Paolo Manocchio, Giunio Censi, Aurelio Penna,), cogliamo l’occasione per segnalare un nuovo progetto per il 2011: quello di inserire nel circuito del Cenacolo /Upper Room anche delle pagine interamente prodotte in Italia. Per informazioni su come collaborare e per qualsiasi altra richiesta o segnalazione, scrivete all’indirizzo mail del Cenacolo: cenacolo@chiesavaldese.org
Abbonamento 2011 (6 numeri): ordinario € 14,00; sostenitore € 18,00. Dal 2011 l’abbonamento decorre dal 1° gennaio al 31 dicembre di ogni anno.

martedì 1 marzo 2011

Giornata Mondiale di Preghiera - GMP 2011

VERBANIA
Venerdì 04, ore 20,45
presso  la Chiesa parrocchiale di Renco.

OMEGNA
Venerdì 11 marzo, ore 21 presso la Chiesa dell'Oratorio.

I testi della liturgia di quest'anno sono stati predisposti dalle donne del Cile sul tema: "Quanti pani avete"