Verbania - C.so Mameli 19
*Culto domenicale ore 10:30

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
*Culto domenicale ore 10:30

martedì 16 maggio 2017

INCONTRI con MARTIN LUTERO


Nell’anno del 500° anniversario della Riforma, proseguono gli incontri di approfondimento del suo messaggio con la lettura di testi, nella Sala C.E.D.I., 
Via F.lli Di Dio 64 ad Omegna
Venerdì 19 Maggio, ore 20:45, sul tema:

 “Libero o servo arbitrio? Lutero contro Erasmo”

domenica 7 maggio 2017

Sermone sul testo biblico di 1° Giovanni 5,1-3 tenuto Domenica 7 Maggio 2017 nel Tempio Metodista di Intra dal C.P.L. Giampaolo Castelletti

1° Giovanni 5:1-3

1 Se credete che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio e nostro Salvatore, allora siete diventati figli di Dio. E chi ama un padre, ama anche i suoi figli. 2 Perciò, se amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti, amiamo anche i figli di Dio. 3 Amare Dio significa osservare i suoi comandamenti, che non sono gravosi. 

Il modo in cui consideriamo una situazione può cambiare drasticamente il nostro modo di vivere.
Si può considerare una cura medica come qualcosa di molto pesante da dover subire, oppure, si può percepire la stessa cura come un'immensa benedizione, che può aiutare a guarire.
Si possono considerare i doveri nei vari rapporti della vita come un duro peso da portare, oppure, come un modo in cui possiamo rispecchiare il nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo.
Oggi considereremo come i comandamenti di Dio sono molto importanti per la nostra vita futura come è scritto in 1Giovanni 5:3, è scritto: “Perché questo è l'amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.”
Inizierò con un esempio.                                      
Vi ricordate della donna peccatrice che era entrata in casa di Simone il fariseo per ungere i piedi di Gesù con un olio costoso, e di come poi li ha bagnati con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli?
Quanto era gravoso per lei spendere così tanti soldi per comprare quell'olio costoso?
Quanto era gravoso per lei entrare umilmente in quella casa passando davanti a tutti quegli ospiti ricolmi di sguardi di disprezzo verso di lei?
Quanto era gravoso per lei mettersi umilmente ai piedi di Gesù?
La risposta a tutte queste domande è che per lei, tutto quello che ha fatto, non era qualcosa di gravoso perché non pensava minimamente al costo.             
Lei aveva un desiderio solo: quello di lodare Colui che l'aveva perdonata.
Similmente, quando il nostro desiderio più profondo è che Dio sia lodato e quando riconosciamo il grande amore di Dio per noi e come ogni suo comandamento è un aspetto della sua saggezza eterna e che l’ubbizienza ad ogni comandamento porta lode a Dio e porta beneficio a noi, allora, i suoi comandamenti non ci saranno gravosi e sarà una gioia ubbidire ad ogni comandamento.
Al contrario, ogni volta che un comandamento ci sembra gravoso, probabilmente stiamo guardando al comandamento in sé e non al fatto che porta lode al nostro misericordioso Dio e un beneficio a noi.
Farò un esempio per far comprendere meglio questo principio: “pensate ad un padre che sta trascurando molto i propri figli, in quanto, per lui investire molto tempo con i figli sembra una cosa molto gravosa, perché non è la sua passione. La sua passione è correre in bicicletta e quindi dedica molto tempo ad allenarsi. I suoi amici di chiesa lo esortano a dedicare più tempo ai figli, pertanto, a tal riguardo, se si sente colpevole, cercherà di passare più tempo con i propri figli, ma finché quel padre, non riconoscerà il privilegio e il ruolo di essere padre, gli sarà pesante dedicare del tempo e allevare nella via del Signore i suoi figli, se invece si appassiona e comprende bene qual’è il suo ruolo e quanto esso sia un privilegio, quel genitore sarà diligente e si impegnerà con gioia a portarlo a termine.                              
Similmente, se una moglie non comprende che il suo ruolo è di essere un aiuto per suo marito, spesso avrà dei conflitti con lui e le sarà difficile appoggiare suo marito, se invece capisce che appoggiare suo marito è il suo ruolo di moglie e capisce che è una benedizione perché è stabilito da Dio, allora, appoggiare suo marito sarà il suo obiettivo di ogni giorno, e non sarà più per lei una cosa pesante e gravosa.
Quindi, è fondamentale per noi credenti che comprendiamo qual’è il nostro ruolo principale mentre siamo su questa terra. Se non comprendiamo bene questo nostro ruolo, ci sarà difficile adempierlo …ma se lo comprendiamo bene …allora …potremo vivere come vuole Dio e avere gioia nell'ubbidienza e avere un desiderio profondo, che è quello di far conoscere la salvezza di Dio ad altri.
Questo dovrebbe essere lo scopo principale della nostra vita e la nostra passione.
Per aiutarci a capire come vedere questo scopo principale in rapporto con tutte le altre responsabilità che abbiamo nella vita, consideriamo la vita di un pilota di F1 durante un campionato del mondo, il suo scopo principale deve essere quello di vincere le gare per il suo Team, tutto quello che fa, deve promuovere quell’obbiettivo, nel modo di avere una dieta equilibrata, provvedere alla sua forma fisica, collaudare la macchina per renderla migliore e vincente, però …in tutto quello che fa, deve mettere al 1° posto nei suoi pensieri che deve vincere le gare per il suo Team, questo deve essere il suo scopo principale.
Similmente, noi dovremmo avere come scopo principale della nostra vita il desiderio di far conoscere la salvezza eterna che ha riservato per tutta l’umanità Dio tramite la Sua Parola con i suoi Comandamenti e far conoscere Cristo Gesù, questo è il traguardo che dobbiamo raggiungere.
Gesù mentre era sulla terra, mirava a far conoscere la Parola di Dio ad altri e far conoscere che Egli è il Cristo. Per esempio, quando Lazzaro morì, e Gesù lo risuscitò, notiamo che lo scopo di Gesù nel risuscitare Lazzaro fu di far conoscere alle persone che Egli era il Messia, mandato da Dio.
Anche noi, come Gesù, possiamo far conoscere il contenuto della Parola di Dio compreso i suoi comandamenti a tutti coloro che vengono in contatto con noi nella nostra vita, a motivo che, il piano di Dio per tutti coloro che seguono ed ubbidiscono ai suoi comandamenti è quello di essere “una luce per tutti” come descritto nel Vangelo di Matteo 5, 14a e 16 che abbiamo letto e che vi rileggo: “14a voi siete la luce del mondo 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinchè vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”.
Questo brano menziona “vedano le vostre buone opere”. Quali sono queste “buone opere”?
Le buone opere, hanno a che vedere con il nostro comportamento quotidiano, il quale tramite il nostro modo di vivere e il nostro modo di parlare, dobbiamo dimostrare che stiamo seguendo i comandamenti di Dio e stiamo rispecchiando la santità di Gesù, questo nostro modo di vivere sarà visibile nel modo in cui alleviamo i nostri figli, il modo e come ci comportiamo quando siamo alla guida di un mezzo di trasporto, come parliamo e come ci comportiamo in casa, come ci comportiamo e parliamo con i nostri superiori e colleghi sul lavoro, come ci comportiamo e parliamo con i nostri vicini di casa e con tutti coloro che incontriamo nella nostra vita di tutti i giorni: “Supermercato, Bar, Dentista, Meccanico, Parrucchiera o Barbiere e quant’altro”; riassumendo, il nostro incarico è di far conoscere a più donne/uomini possibili attraverso il nostro comportamento e con spiegazioni orali il messaggio contenuto nell’Evangelo come ci ha ripetutamente comandato Gesù, infatti, questo comandamento di far conoscere e vivere l’Evangelo viene chiamato il “Grande Mandato”, perché è il comandamento principale che Gesù ha lasciato alla chiesa …e adempierlo …significa “portare gloria a Dio”.
Sarebbe giusto chiedersi cosa c'entra il comandamento di far conoscere il messaggio del Vangelo con tutti gli altri comandamenti, ebbene, la Bibbia contiene comandamenti che riguardano ogni aspetto della vita. Ci sono comandamenti che parlano della santità di Dio e cristo Gesù che dobbiamo rispecchiare in ogni aspetto della vita.
Ci sono comandamenti che riguardano i nostri ruoli in famiglia, ci sono comandamenti che riguardano il nostro modo di lavorare, come ci comportiamo con i non credenti, come essere buoni cittadini. Ci sono comandamenti che ci insegnano come affrontare le sofferenze e come dobbiamo vivere questo nostro cammino cristiano.
Mi spiego meglio: è come se stessimo affrontando un lungo viaggio a piedi che dura anni, dove è importante che un credente si comporti in modo da rispecchiare la santità di Dio. Non dovrebbe rubare del cibo mentre viaggia. Non dovrebbe frodare altri viaggiatori. Dovrebbe essere pronto ad aiutare coloro che hanno bisogno di aiuto. Dovrebbe curare i suoi figli durante il cammino. Dovrebbe ringraziare Dio per tutto quello che ha giorno dopo giorno. Non dovrebbe lamentarsi se capita una giornata calda o una giornata di pioggia, tutto questo fa parte di fare tutto nel nome di Gesù Cristo.                                                                                                                          
Chiaramente, come un pilota di F1 deve fare tante cose per poter essere pronto per portare gloria al suo Team, tipo: “collaudare i nuovi componemti per la macchina, mangiare e dormire bene per avere le forze per correre ed arrivare al traguardo”, similmente, per noi cristiani, proclamare Cristo Gesù è il nostro traguardo.
Ci sono vari aspetti di far conoscere Cristo, parlare a tu per tu è fondamentale, però, è anche importante avere degli incontri pubblici, in quella circostanza, sarà utile avere a disposizione una Sala dove poter proclamare Cristo, come sarà utile avere la letteratura giusta per lo scopo di far conoscere a chi interviene cosa il Signore vuole da noi per concederci la vittoria definitiva “sul male”.

Quindi, proclamare tutto questo non deve essere solo un nostro dovere, ma deve essere soprattutto il nostro desiderio!

Però, troppo spesso, non abbiamo questo desiderio. Cosa dobbiamo fare per avere questo desiderio?
Per chi ama Dio, i suoi comandamenti non hanno l'effetto di un peso gravoso da cui uno resta oppresso, il cristiano ne comprende la giustizia, la santità, l'utilità, la bellezza, il fine buono, ne vede o ne intuisce le conseguenze benefiche, i comandamenti di Dio gli son dolci al cuore come il miele al palato e trova gioia nell'osservarli, perciò, sarà grande il desiderio del cristiano di far conoscere la gloria di Dio e Cristo Gesù ad altri, così anche noi per questo motivo dobbiamo essere strumenti nell'opera eterna di far conoscere il messaggio contenuto nella Parola di Dio e i suoi comandamenti al più grande numero di donne/uomini possibili e far capire che, il frutto del nostro impegno per loro …porta alla loro salvezza e che questo beneficio durerà in eterno, per cui …tutto quello che stiamo facendo o tutto quello che faremo per far conoscere la Parola di Dio, i Suoi Comandamenti, e far conoscere Cristo Gesù, porterà gloria al nostro Dio che ci ha salvati dalle tenebre …e ci permetterà, se avremo ubbidito ai Suoi Comandamenti di farci dire da Suo Figlio Cristo Gesù, quando saremo al suo cospetto: “Bene, buono e fedele servo, entra nella gioia del tuo Signore!”.  
Viviamo per far conoscere i Comandamenti del nostro Signore agli altri, Comandamenti che non sono gravosi!
AMEN


sabato 6 maggio 2017

SETTIMANA DI EVANGELIZZAZIONE

Dall'8 al 14 maggio 2017 la quarta edizione dell'iniziativa

Si rinnova l'appuntamento con la "Settimana di evangelizzazione" fissata dalla Tavola valdese dall’8 al 14 maggio e giunta alla sua quarta edizione. Le chiese sono invitate a organizzare eventi di vario genere come letture della Bibbia in piazza, culti (all'interno dei locali di chiesa, ma dove è possibile anche all'aperto), mostre, flashmob, esposizioni di libri, distribuzione di volantini, concerti, e via dicendo. L'invito alle chiese è quello di usare anche fantasia e creatività (come accaduto nelle scorse edizioni) in questo appuntamento importante all'interno dell'impegno dell'annuncio esplicito del messaggio evangelico di salvezza.
Il versetto guida scelto per questa "Settimana" è quello di Efesini 2:8 sulla salvezza per grazia: «Ricordate, è per grazia di Dio che siete stati salvati». Una scelta particolarmente significativa in questo 2017 in cui ricorrono i  500 anni dall’inizio della Riforma protestante. Sul sito www.riformaprotestante2017.org, sono disponibili materiali (banner ed altro) che possono essere usati anche in questa occasione.
Sul sito internet della Commissione per l’evangelizzazione è possibile ordinare, tramite la "Scheda ordini", tutti i materiali per questa settimana e per altre occasioni e iniziative di evangelizzazione. Tra questi, anche l’opuscolo "Una fede, una missione", molto colorato e interessante, fornito in modo completamente gratuito (si pagano solo le spese postali).

Ci ha lasciato il pastore Franco Becchino



Il 1° maggio è deceduto il pastore Franco Becchino: aveva 86 anni. Savonese di nascita, è mancato nella città che lo ha visto per tanti anni pastore della locale chiesa metodista e attivo nella professione di magistrato. Quello del pastore locale, che Franco Becchino ha in un certo senso prefigurato, è uno specifico ministero, come scrive il pastore Ruggero Marchetti, presidente della Commissione esecutiva del II Distretto delle chiese valdesi e metodiste. Pastori e pastore esercitano l'attività della predicazione, avendo portato a termine la relativa preparazione teologica, senza avere però rapporti di tipo amministrativo con la Chiesa. Continuano, cioè, a svolgere la propria professione nella loro città di residenza. E questo Becchino ha fatto, dopo due anni di prova (1970-1972) dal 1972 fino al 2001, anno della sua emeritazione, nella chiesa metodista di piazza Diaz.
Ma per le chiese metodiste (e poi valdesi, a seguito del Patto d'integrazione del 1975) è stato uno dei grandi punti di riferimento della generazione attiva dopo il secondo conflitto mondiale.
Innumerevoli gli incarichi che ha avuto nella Chiesa: più volte membro del Comitato permanente per l'Opera delle chiese metodiste in Italia (Opcemi), membro della Commissione per le Intese con lo Stato, a due riprese nella Tavola valdese (la seconda, 1995-2000, come vicemoderatore), ha dato un grande contributo, anche di competenza professionale, alla Commissione discipline (1985-95). Molti i suoi articoli e contributi a volumi dell'editrice Claudiana (in particolare nel volume Chiese e Stato nell'Italia che cambia. Il ruolo del protestantesimo, 1998, in collaborazione con Sergio Aquilante, Giorgio Bouchard, Giorgio Tourn) e nella collana della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (La libertà degli altri, 1998); inoltre aveva redatto la voce «chiese evangeliche» nel Digesto italiano edito da Utet.
Franco Becchino, persona autorevole e convincente, ma al tempo stesso spiritosissima, fraterna e accogliente di fronte a chiunque, amava molto la sua città, e a essa dedicò anche una parte del suo tempo, dopo l'emeritazione, come organizzatore di lezioni e cicli di studi per l'Università della Terza età: invitato per due volte in quella sede, ho visto di persona come sapesse coinvolgere i concittadini e come sapesse cogliere l'occasione per diffondere fra loro il pensiero protestante e la storia dell'evangelismo italiano. Era però legato anche alle valli valdesi, dove si recava principalmente in estate: per questo non ha stupito la sua scelta di avere il servizio funebre nella sua città e venire poi sepolto al cimitero di Angrogna.

lunedì 1 maggio 2017

Ci ha lasciato il diacono Jean-Jacques Peyronel


Il 30 aprile, a Bourdeaux (nella Drôme, Francia), è scomparso Jean-Jacques Peyronel, diacono emerito della Chiesa valdese.

Nato nell'ottobre 1946 a Saint-Agrève (Francia), la sua attività in campo diaconale ha conosciuto un momento fondamentale nel lavoro e poi nella direzione al Convitto femminile valdese di Torre Pellice, successivamente divenuto Comunità alloggio in via Angrogna: tra la fine degli anni '70 e la prima metà del decennio successivo, la struttura di Torre Pellice accolse minori in difficoltà, anche venendo incontro alle richieste dei Servizi sociali da parte della Città di Torino. A fianco al lavoro in questa struttura, Jean-Jacques si impegnò attivamente nel Comitato di redazione dell’«Eco delle valli valdesi – La Luce».
Dopo l'esperienza di Torre Pellice Peyronel è stato direttore del Servizio cristiano di Riesi (1985-1990), struttura nella quale aveva svolto il suo primo servizio per la Chiesa valdese. E poi aveva nuovamente incontrato la redazione dell'«Eco – Luce» sul finire del 1990, contribuendo nel biennio successivo al lavoro di progettazione di quello che sarebbe stato il nuovo settimanale, comune alle chiese battiste, metodiste e valdesi.
Da quando nacque «Riforma» (gennaio 1993), Jean-Jacques ha sempre seguito due settori in particolare: gli studi biblici, programmati e assegnati nella varietà delle impostazioni esegetiche e teologiche che contraddistinguono le chiese del protestantesimo storico in Italia, e le tematiche dell’ecumene internazionale: quel «villaggio globale» che vedeva l’interazione delle Chiese sorelle (ma anche degli organismi dell’internazionale protestante) con la società e con i movimenti del tempo.
I funerali si terranno martedì 3 maggio a Bourdeaux dove si era stabilito dopo l'emeritazione.

lunedì 24 aprile 2017

Sermone sul testo biblico di Giovanni 21,1-14 tenuto nella Chiesa Evangelica Metodista di Omegna


1 Più tardi, Gesù apparve di nuovo ai discepoli nei pressi del lago di Galilea. Ecco come accadde.
2 Un gruppo di noi era là: Simon Pietro, Tommaso, «il Gemello», Natanaele (di Cana in Galilea), mio fratello Giacomo ed io, oltre ad altri due discepoli. 3 Simon Pietro disse: «Vado a pescare». «Veniamo anche noi», rispondemmo tutti. Così andammo, ma non prendemmo niente per tutta la notte. 4 All'alba scorgemmo un uomo sulla spiaggia, ma non riuscivamo a capire chi fosse.
5 «Ragazzi, non avete niente da mangiare?» chiese. «No», rispondemmo.
6 Allora Gesù disse: «Gettate la rete alla destra della barca e troverete del pesce!» Calammo la rete e, un attimo dopo, non riuscivamo a tirarla su, tanto era carica di pesce!
7 Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «Ma è il Signore!» A queste parole, Simon Pietro indossò la tunica, perché era nudo, e si tuffò in acqua. 8 Noi altri, invece, rimanemmo sulla barca a tirare la rete piena di pesce; eravamo circa a 100 metri dalla riva. 9 Quando giungemmo alla spiaggia, trovammo un fuoco acceso su cui arrostiva del pesce, e c'era anche del pane.
10 «Portate qui un po' di quel pesce, che avete appena preso!» disse Gesù. 11 Allora Simon Pietro salì sulla barca e tirò in secca la rete. C'erano centocinquantatré grossi pesci e, benché fossero tanti, la rete non si era strappata.
12 «Ora venite a mangiare!» ci invitò Gesù; e nessuno di noi ebbe il coraggio di chiedergli se era proprio lui, perché, ormai, ne eravamo certi. 13 Allora Gesù ci diede il pane e i pesci.
14 Era la terza volta, dalla sua risurrezione, che Gesù c'era apparso.

Care sorelle, cari fratelli, care amiche ed amici, analizzeremo insieme gli avvenimenti successivi alla resurrezione di Cristo Gesù. Se ricordate, Gesù aveva comandato di aspettarlo in Galilea, dove sarebbe riapparso a loro.
Ad un certo punto del brano, abbiamo letto che Pietro dice: “vado a pescare”, Giovanni e altri 5 discepoli si aggregano a lui, molto probabilmente i discepoli erano ritornati a fare il loro mestiere per mantenersi economicamente dopo la morte di Gesù
Questi sette uomini pescarono tutta la notte. Il metodo utilizzato era quello di stendere la grande rete, lasciarla affondare, e poi tirarla dentro la barca. Dovevano ripetere la procedura volta dopo volta, una notte di lavoro molto faticosa, diventata ancora più pesante e lunga per il fatto che, non presero nulla. Dopo una notte così, possiamo immaginare come si sentissero i discepoli, stanchi morti, affamati, e molto scoraggiati.
Quando ascoltiamo o leggiamo un brano, come quello di oggi, spesso non consideriamo tutti i particolari della vicenda e veniamo colpiti dai fatti che a prima vista possono sembrarci negativi, come l’episodio dei discepoli pescatori, che umanamente parlando, ci farebbe schierare dalla loro parte a motivo del fatto che ci sembra ingiusto che abbiano pescato tutta la notte senza prendere nulla prima che intervenisse con un miracolo Gesù, se ci schieriamo dalla parte dei discepoli è forse per il fatto che, noi, valutiamo i fatti e le circostanze che accadono nella vita di qualcuno o nella nostra in base ad un beneficio momentaneo e materiale, per esempio, se fosse stato per noi, Gesù avrebbe dovuto presentarsi ai discepoli già all’inizio della notte di lavoro e far si che prima dell’alba avessero già preso dei pesci senza farli lavorare inutilmente per parecchie ore per niente, analizzando il brano senza farci cogliere dal sentimentalismo, capiremmo che Gesù aspettò la mattina a causa di quello che voleva compiere nelle menti dei discepoli, ed il fatto che non abbiano preso pesci quella notte non era per caso, era tutto organizzato da Dio… era importante che i discepoli non prendessero nulla, perché questo avrebbe reso più evidente il miracolo di Gesù, … potessero conoscere meglio la personalità sovrana di Gesù e cosa voleva insegnare loro.
La parola greca originale del brano indica che erano le primissime ore del mattino e i discepoli erano a circa 100 metri dalla riva, quindi, non essendoci ancora una buona luce non riconobbero Gesù.
Gesù, vedendoli, domanda “non avete del pesce?”, questa domanda non serviva a Gesù per capire la situazione dei discepoli, bensì era importante che i discepoli si rendessero conto della loro situazione, comprendessero meglio il loro bisogno e capissero che Gesù può agire in ogni cosa. Durante il suo ministero, Gesù, fece delle domande per aiutare le persone a rendersi conto del loro bisogno, e della loro incapacità di curare se stessi; a questo punto del nostro brano, Gesù era pronto a fare un miracolo per aiutarli a capire che solo lui ha il controllo su tutte le cose, perciò era necessaria questa lunga notte infruttuosa, …doveva servire per fortificare la loro fede in Lui e mettere in evidenza la loro incapacità di prendere pesci tramite le proprie forze.
Un avvenimento simile a questo, è descritto in Luca 5, 4-11, avvenuto circa 3 anni prima, quando Gesù aveva chiesto a loro di gettare la rete, prima di ubbidire, Pietro aveva detto che a lui sembrava inutile, come descritto al versetto 5: “Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti”.
Questa volta i discepoli ubbidiscono senza dire niente e gettano la rete dalla parte destra.
Sarebbe importante tenere in mente la situazione. I discepoli erano circa a 100 metri dalla riva. Quest’uomo ordinò loro di gettare dalla parte destra la rete. Questo dopo una notte intera in cui avevano gettato la rete tante di quelle volte senza mai prendere nulla e oltretutto quest’uomo promette dei buoni risultati (Gettate la rete alla destra della barca e troverete del pesce!). Sarebbe stato tanto facile per loro rispondere a quell’uomo che non era possibile per lui da lontano dire a loro dove gettare la rete. Però, ormai i discepoli erano cambiati. Erano diventati veramente umili. Capivano il loro bisogno. Erano pronti ad ascoltare questa voce autorevole, anche se non capivano come avrebbe potuto sapere dove c’erano dei pesci.
O Gesù sapeva che c’era un enorme banco di pesci proprio alla destra della barca, oppure, ed è più probabile così, Gesù miracolosamente guidava tutti quegli enormi pesci proprio in quel punto e in quel momento. Comunque sia, la quantità di pesci che presero era miracolosa, tanto che 7 uomini forti, abituati ai lavori manuali non erano in grado di tirare su la rete, tanto era piena.
Era evidente a tutti che questo era un grande miracolo.
Qui vediamo qualcosa del carattere di Giovanni e del carattere di Pietro.
Solitamente Giovanni era colui che capiva le cose prima di Pietro, Giovanni fu il primo a rendersi conto che quell’uomo era Gesù e lo disse a Pietro (v.7), Pietro invece era sempre il primo ad agire, in effetti per la gioia di vedere Gesù, Pietro non poteva aspettare che la barca arrivasse a terra e il suo carattere impulsivo lo spinse a gettarsi nel mare per arrivare prima alla riva.
Dopo una lunga notte di così duro lavoro, i discepoli erano di sicuro stanchi e affamati. Appena scesero a terra videro che Gesù aveva già preparato un fuoco, stava cucinando del pesce e aveva anche del pane pronto. Gesù aveva preparato tutto, provvedendo al loro bisogno, così scoprirono un altro miracolo di Gesù    (v 9)   
Gesù stava provvedendo il cibo che serviva a loro, come anche il fuoco per asciugarsi e riscaldarsi, in quell’occasione, Gesù fece capire in modo evidente, senza lasciare dubbi, che era stato lui a provvedere ai loro bisogni.
Gesù non solo provvede ai loro bisogni, ma comanda loro di portare alcuni dei pesci che avevano preso. Per stare in comunione con Gesù è necessario ascoltare e ubbidire ai suoi comandamenti. Non è possibile essere vicini a Gesù senza essere pronti ad ubbidirgli. Egli è il SIGNORE e deve essere rispettato e ubbidito come il Sovrano che è.
Appena Gesù dà l’ordine di tirare su i pesci, Pietro è il 1° ad agire e si mette subito all’opera, gli altri molto probabilmente lo hanno aiutato stando sulla riva per trascinare la rete a terra.   Giovanni fu talmente colpito dal gran numero di pesci che dopo tanti anni, quando scrisse questo vangelo, ricordò il numero preciso: “153 grossi pesci”.
Il fatto stesso che la rete non si era strappata era un altro miracolo. Quando Gesù all’inizio del ministero, aveva provveduto una grande quantità di pesci per i discepoli, la rete si era rotta dal peso (Luca 5, 6b). Questa volta, però, nel piano di Dio la rete non si doveva rompere. Giovanni, fu colpito anche da questo particolare, riconoscendolo come un’opera di Cristo, e dopo anni lo scrisse nel vangelo. Quando camminiamo in ubbidienza, Dio ci dà successo nelle cose che ci chiede di compiere in quanto controlla la situazione.
A questo punto, Gesù comanda loro di venire a fare colazione.
Quanto è immenso il privilegio di mangiare insieme a Gesù! Nella Bibbia mangiare insieme al Signore è un meraviglioso privilegio, come descritto in Apocalisse 3, 20, quindi, l’invito ai discepoli di fare colazione con lui non solo è un modo per provvedere al loro bisogno di cibo, ma è anche un invito ad avere comunione con lui, il Signore. Questo invito è valido anche per noi oggi. (Santa Cena)
Gesù dando loro del pane e del pesce, dava una chiara lezione ai discepoli, e anche a noi, Gesù è colui che provvede ai bisogni di ciascuna persona. Molto spesso, provvede con mezzi naturali, anche se la sua mano non è visibile, è sempre Lui che sta provvedendo, è molto chiaro che quello che riceviamo viene da Gesù. Quindi, dobbiamo ricordare che Gesù è la fonte di tutto quello che abbiamo.
Gesù, per ben 3 volte, dopo la sua resurrezione dai morti si manifestò ai discepoli, questo suo manifestarsi doveva servire loro per togliere ogni possibile dubbio circa la realtà della sua resurrezione, fortificando così la fede in loro, in vista delle dure prove che avrebbero dovuto sostenere in tutto il mondo come testimoni della sua morte e della sua resurrezione. In altre parole, dovevano navigare nel Mare del mondo, per essere pescatori di uomini. Umanamente parlando, era un’impresa impossibile per un piccolo gruppo di uomini come loro. Come potevano sperare di avere successo dovendo affrontare i Giudei e l’Impero Romano? Come potevano essere pescatori di uomini?
I miracoli che Gesù compì, dovevano costituire per i discepoli un chiaro ricordo circa il fatto che sarebbe stato Gesù a dare successo alla loro missione di pescatori di uomini e sarebbe stato sempre lui a far sì che la rete non si rompesse quando avrebbero pescato una gran quantità di uomini e donne, se ricordate, poche settimane dopo il giorno della Pentecoste, quando Gesù mandò lo Spirito Santo sui discepoli, Pietro e gli altri predicarono a Gerusalemme e 3000 persone furono salvate.
Gli avvenimenti di questo brano ci ricordano che i discepoli hanno avuto il privilegio di vedere Gesù con i loro occhi, noi…abbiamo il privilegio di avere in mano la Parola di Dio e lo Spirito Santo che ci apre gli occhi e ci prepara sempre per le prove che dobbiamo affrontare nella nostra vita e che Gesù è colui che provvede a tutti i nostri bisogni e che qualunque successo che abbiamo nel portare avanti l’opera di far conoscere al mondo la sua morte e la sua resurrezione è dovuto all’opera di Gesù in noi. Noi possiamo seminare e annaffiare, ma la crescita viene sempre da Dio.
Quindi, …ogni volta che studiamo un brano, …è importante capire le verità contenute in quel brano. Però, …se ci fermiamo là, questo non ci porta beneficio, quello che ci serve è applicare quelle verità alla nostra vita dopo averle comprese.                                                                 
Per esempio, …il brano di oggi ha chiaramente fatto capire che Gesù ha provveduto ai bisogni dei discepoli, …se non arrivo a capire…che Egli provvederà anche ai miei bisogni, il mio studio mi aiuta poco. Bisogna sempre cercare di capire un brano correttamente e poi bisogna arrivare ad applicare quelle verità nella nostra vita.
Allora, consideriamo come le verità di questo brano possono aiutare noi.
Abbiamo visto che era necessario per i discepoli trascorrere tutta la notte senza prendere nulla, quando invece, Gesù, avrebbe potuto far prendere loro la stessa quantità di pesci durante la notte, questo perchè ai discepoli serviva una situazione difficile per poter riconoscere meglio l’opera e la potenza di Dio, anche noi abbiamo bisogno di problemi e difficoltà per poter riconoscere meglio l’opera di Dio e la sua potenza all’opera in noi, molto spesso, Dio si serve dei problemi proprio per compiere le opere più grandi in noi, anche quando siamo colpiti da difficoltà, ingiustizie e problemi che non riusciamo a risolvere, ricordiamo che Dio ha ogni cosa sotto controllo. Se Dio non ha scelto di farci evitare i problemi che possono capitarci, …è perché questi problemi sono proprio lo strumento con cui Dio si serve per fortificare e purificare la nostra fede a motivo del fatto che, lo fa per aiutarci a riconoscere che è sempre LUI che provvede a noi.  
Sorelle, Fratelli, amiche e amici, non dobbiamo scoraggiarci quando dal nostro punto di vista le cose vanno male. In realtà, ricordiamoci che Dio controlla ogni situazione, così da riconoscere che quello che noi chiamiamo un male, in realtà fa parte dell’opera di Dio in noi. Per dei pescatori, che dipendono dalla pesca per avere i soldi per vivere, trascorrere la notte intera senza prendere nulla sembra un male, oggi abbiamo visto che, serviva proprio quella situazione per aiutare i discepoli a riconoscere meglio la potenza di Cristo, quindi,…in realtà…era un bene, tutto questo deve servirci da lezione per il fatto che, a prima vista avrebbe potuto non sembrare logico gettare ancora la rete, eppure, abbiamo visto che i discepoli erano pronti ad ubbidire all'ordine di Gesù che diceva loro dove gettare la rete. Anche noi dobbiamo essere pronti ad ubbidire ad ogni suo comandamento, anche se, un comandamento del tipo: “date a Cesare quel che è di Cesare”, cioè pagare le tasse, può sembrare, … per chi ha problemi finanziari, … un obbligo che porta grossi problemi; … invece, dobbiamo imparare a fidarci di Dio, non perché ne comprendiamo ogni aspetto, ma perché Dio è il nostro Creatore e sa cosa è bene per noi. 
La lezione che possiamo trarre da questo brano può essere la seguente, Dio a volte permette che possono capitarci delle situazioni drastiche, non lo fa per cattiveria nei nostri confronti, ma lo fa per farci capire che è lui che provvede per noi. Anziché scoraggiarci, dobbiamo chiedere a Dio di aiutarci a trarre il massimo beneficio dalla prova. Infatti, anziché chiedere a Dio di togliere le prove, dovremmo chiedergli di darci la pace e la fede necessaria per superare i problemi di cui siamo o potremmo essere tormentati, a motivo del fatto che Dio controlla tutti gli avvenimenti della nostra vita, infatti, Dio ha sempre uno scopo per quello che compie in noi, uno di questi è quello di darci dei benefici spirituali ed eterni.
Lodiamo sempre il nostro Signore perché Egli è il Sovrano Dio su tutto. Questa è una verità che ogni credente deve imparare.

AMEN
P.L. Giampaolo Castelletti - Domenica 23 Aprile 2017

Fede e (è) dubbio.doc


DUBBIO E FEDE: STORIA DI DUE GEMELLI


1. Giovanni: un vangelo da imparare a leggere

Prima di accingerci a commentare insieme il nostro passo di oggi, è necessario svolgere una premessa: l’evangelo giovanneo (chiamato anche quarto vangelo per il fatto di essere il più recente tra i cosiddetti vangeli canonici che sono entrati a far parte del Secondo Testamento) è un testo estremamente complesso in cui imparare ad orientarsi, poiché si tratta di uno scritto che fa ricorso ad un linguaggio ricco di simboli che è necessario imparare a riconoscere e a decodificare.

All’evangelo giovanneo è pertanto necessario accostarsi attraverso una serie di studi articolati ed approfonditi, che consentano di entrare progressivamente in confidenza con il ricco e complesso linguaggio utilizzato dal suo redattore. Oggi, naturalmente, non disponiamo del tempo necessario per compiere questo percorso: dovremo pertanto avventurarci all’interno di un breve brano dell’evangelo senza ancora disporre degli strumenti necessari ad effettuarne una lettura approfondita. Anche avventurarsi con audacia e consapevolezza dei propri limiti rappresenta, ad ogni modo, un percorso affascinante: inauguriamolo, dunque, incominciando dalla lettura del nostro brano, di cui offro qui di seguito la traduzione che ne ho svolta, cercando di mantenermi il più possibile fedele al testo nella sua forma originaria.


GIOVANNI 20:19-29

19 Giunta dunque la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuse le porte del luogo in cui i discepoli si trovavano per paura dei giudei, Gesù venne, si pose nel mezzo e dice loro: «Pace a voi» 20 E, dicendo questo, mostrò loro le mani ed il fianco. Si rallegrarono dunque i discepoli vedendo il Signore. 21 Disse dunque loro Gesù nuovamente: «Pace a voi. Come il Padre ha inviato me, anch’io mando voi». 22 E detto questo soffiò. E dice loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 Coloro di cui abbiate condonato le mancanze, sono state condonate; coloro a cui le abbiate lasciate ferme, sono state lasciate ferme».

24 Ora, Tommaso, uno dei dodici, detto Didimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dicevano pertanto gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!» Egli, però, disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco non crederò in alcun modo». 26 Trascorsi otto giorni, erano nuovamente dentro i suoi discepoli e Tommaso con loro. Viene Gesù mentre le porte erano chiuse, si pose nel mezzo e disse: «Pace a voi». 27 Poi dice a Tommaso: «Porta qui il tuo dito e vedi le mie mani e porta la tua mano e mettila nel mio fianco: e non essere diffidente ma fiducioso». 28 Rispose Tommaso e gli disse: «Signore mio e Dio mio!». 29 Gli dice Gesù: «Perché mi hai visto hai creduto? Felici coloro che, non avendo visto, hanno creduto»


2. Un primo incontro

Il nostro brano si suddivide in due scene, al contempo speculari e distinte. Nella prima di esse, veniamo informati del fatto che ci troviamo ancora «in quello stesso giorno», ovverosia nel giorno in cui Maria di Magdala, recandosi al sepolcro, torna presso i discepoli a recare l’annuncio che Gesù è stato ridestato, risollevato. Il testo ci dice anche che i discepoli versavano in uno stato di timore che li portava a restare chiusi nel loro luogo di riunione in Gerusalemme. A questo proposito, incominciando a familiarizzare con il linguaggio giovanneo, dobbiamo mettere in rilievo due aspetti.
  1. Il primo di essi riguarda il fatto che la descrizione fisica vuole in realtà essere espressione di uno stato d’animo: i discepoli sono rinchiusi in se stessi e, come dirà poco più avanti il nostro testo, hanno le porte sbarrate, anzitutto, alla speranza, che hanno lasciato fuori dai loro cuori afflitti e spaesati.
  2. Il secondo aspetto riguarda il significato, estremamente complesso e ambivalente, che il termine giudei riveste nel quarto vangelo: onde evitare, a tale proposito, fraintendimenti pericolosi ed inopportuni, dobbiamo effettuare una breve digressione.


«I GIUDEI» NELL’EVANGELO GIOVANNEO

Vi accadrà spesso, sfogliando le pagine del quarto vangelo, di imbattervi nell’espressione «i giudei» utilizzata dall’evangelista: sebbene essa non abbia sempre una valenza dispregiativa, sono diverse le occorrenze in cui questo termine viene utilizzato in maniera negativa o, quantomeno, polemica. Sebbene non sia questa la sede in cui sia possibile approfondire questa complessa questione, basti per ora accennare al fatto che quello giovanneo è, con ogni probabilità, uno scritto che si sviluppa in seno ad una comunità ebraica che, da un lato, si trova in conflitto con l’interpretazione delle Scritture propria della tradizione sacerdotale ed in opposizione con la lettura farisaica delle stesse e, dall’altro, è composta presumibilmente da donne e uomini che provengono dalla tradizione samaritana, che dal giudaismo tradizionale è stata sempre screditata. Cercheremo di approfondire questa intricata questione nel corso di studi futuri più specifici.


Nel trapelare di questo timore quasi palpabile, Gesù varca le soglie chiuse dei cuori dei discepoli invocando su di loro la pace: un sentimento, per l’appunto, che non alberga più negli animi ogniqualvolta essi siano invasi dallo sconcerto e dallo smarrimento. Nell’augurare ai suoi questa pace perduta, Gesù occupa la posizione che dovrebbe occupare nei cuori perché essi non siano in preda allo sconforto: dice infatti il nostro testo che Gesù pronuncia queste parole ponendosi in mezzo ai suoi; ovverosia, al centro dei loro pensieri e delle loro preoccupazioni, ma anche al centro di quella comunità che nel timore non è possibile edificare.

Dopodiché, come gesto teso a facilitare un riconoscimento pieno ed indubitabile, il risorto si mostra come il crocifisso: non si tratta di un’apparizione illusoria e fugace; colui che Dio ha risollevato è quello stesso che aveva patito la morte di croce. In Giovanni, questa coincidenza tra il crocifisso ed il resuscitato, sintetizzata nell’espressione «innalzato» riferita alla croce ma contenente al contempo una chiara allusione alla resurrezione, è sottolineata a più riprese. Persuasi da questo mostrare i segni della morte di croce, i discepoli che presenziano alla scena operano il riconoscimento sperato e, come conseguenza immediata e significativa, si rallegrano dinanzi a ciò che i loro occhi constatano. La loro gioia è conseguenza diretta di ciò che essi vedono e verificano.

Dopo questo momento di giubilo, Gesù torna significativamente ad augurare ai suoi la pace: segno inequivocabile del fatto che la gioia, come stato emotivo, rappresenta un momento estremamente fuggevole e vulnerabile, che può presto volgere in tristezza. La pace, al contrario, è uno stato che richiede equilibrio e continuità: ma, come ricorda Gesù attraverso questo augurio rinnovato, si tratta di una condizione che è necessario ricreare costantemente entro il perimetro perennemente inquieto dei nostri cuori.

Immediatamente dopo questo auspicio reiterato, Gesù rende esplicito lo scopo dell’essere discepoli: l’invio, che impedisce ad ogni comunità di comprendersi come il centro e la invita, invece, a dirigere verso l’esterno i propri passi ed il proprio annuncio di speranza. Centro della comunità sono i sentieri lungo i quali essa è chiamata ad andare incontro alle donne ed agli uomini per proclamare loro che l’ultima parola di Dio sulle nostre esistenze è una parola di vita e non di morte.
Una volta rivolto questo invito alle discepole e ai discepoli, Gesù soffia su di loro: gesto simbolico che allude alla presenza dello Spirito nei cuori di tutti e di ciascuna e nel cuore stesso della comunità. Al gesto, una volta ancora, si accompagnano le parole: questa volta sono riferite alle mancanze, che le discepole ed i discepoli hanno il dono ed il compito di fare in modo che non pesino sulle vite delle donne e degli uomini cui sono chiamati ad andare incontro, liberandole dal rimanere inchiodate a quella colpa che incatena e paralizza: i verbi usti, infatti, sono relativi al rimettere in libertà o, viceversa, al lasciare legati.


  1. L’assenza di Tommaso, la nostra assenza

Il brano successivo incomincia informandoci del fatto che Tommaso, uno dei dodici, era assente nel momento in cui Gesù era tornato in mezzo ai suoi. Ora, anche a questo proposito, è necessaria una breve digressione, prima di procedere nell’analisi e nella meditazione del nostro racconto.


«I DODICI» NELL’EVANGELO GIOVANNEO

I dodici, chiamati anche apostoli (dal verbo greco apostello, che significa inviare), sono presentati in modo critico e talvolta persino polemico nel quarto vangelo: ciò, con ogni probabilità, è dovuto al fatto che la comunità giovannea si sviluppò come comunità dissidente rispetto all’orientamento prevalente del cristianesimo primitivo, non riconoscendo l’autorità dei dodici. Il passo che ora ci apprestiamo ad approfondire ci fornirà, sia pure indirettamente, qualche indizio al riguardo. L’evangelo giovanneo, a motivo di tale dissidenza nei riguardi della linea prevalente in seno al cristianesimo delle origini, incontrerà molte difficoltà nell’entrare a far parte del canone della chiesa primitiva: sarà per questo che, dopo una prima conclusione (Gv 20:30-31, che segue immediatamente l’episodio di Tommaso), la comunità giovannea redigerà il capitolo 21, il cui scopo precipuo sarà proprio quello di riabilitare la figura di Pietro, rappresentante dei dodici, riconoscendone la centralità e l’autorità. Nell’arco dei primi venti capitoli dell’evangelo giovanneo, significativamente, il termine apostolo comparirà una sola volta, nell’episodio della lavanda dei piedi (Gv 13), e sarà menzionato allo scopo di chiarire che «l’inviato (ovvero proprio l’apostolo) non è più grande di colui che lo ha inviato» (Gv 13:16). Per il resto, il quarto vangelo ricorrerà sempre al termine mathetés (discepoli/e) per descrivere coloro che accompagnano Gesù nella sua vita e nella sua predicazione itinerante.


Tommaso, dunque, definito dal testo come «uno dei dodici», diviene nel nostro passo figura della incomprensione e della necessità di una verifica che corrobori una fede altrimenti non degna di credito. Lungi dal condannare l’apostolo per questo atteggiamento, dobbiamo piuttosto riconoscerlo quale fratello nel dubbio e nella necessità di comprendere secondo criteri di attendibilità concreti, che fanno appello alla constatazione empirica. Tommaso vuole verificare che colui che i suoi compagni e le sue compagne hanno visto fosse effettivamente il maestro morto sulla croce, strumento di morte che ha lasciato sull’amato segni indelebili che, ora, il seguace vuole vedere e toccare, al fine di fugare ogni (legittimo) dubbio sull’identità del risorto e sulla veridicità della resurrezione, circa la quale le incertezze e le riserve assalgono ancora oggi anche noi.

Otto giorni dopo, Gesù attraversa nuovamente lo spazio chiuso del luogo di riunione dei discepoli e dei loro cuori: evidentemente, il dubbio instillato da Tommaso ha sortito il suo effetto e contagiato quanti avevano vissuto l’esperienza dell’incontro con Gesù. Ciò a dimostrazione del fatto che il dubbio che la necessità dell’evidenza è capace di insinuare nelle menti e nei cuori ha una forza ed una capacità di persuasione che sovente si rivelano maggiori di quella di una fede che pare essere costretta a convivere con quella stessa incertezza a cui vorrebbe fornire una risposta.

L’auspicio di Gesù è nuovamente il medesimo e ha di mira quella pace che egli sente chiaramente non albergare ancora negli animi incerti dei discepoli. Tommaso, rappresentante dei dodici, viene invitato da Gesù a fugare i propri dubbi effettuando la verifica che intendeva svolgere. Dopodiché, viene esortato ad essere fiducioso e non diffidente. Questo, nuovamente, rappresenta un appello rivolto a tutti i discepoli e le discepole: dunque, anche a noi. Didimo, infatti, soprannome di Tommaso secondo quanto ci riferisce il nostro testo al v. 24, è termine che in lingua greca significa gemello: e Tommaso, difatti, è gemello di tutte e tutti noi a motivo della condizione che esprime e che è quella stessa che noi, ancora oggi, viviamo; la condizione di quante e quanti, non avendo potuto corroborare con la cogenza dell’esperienza diretta l’evento della resurrezione, sono portai a metterla in dubbio e, il più delle volte, a diffidarne.

Segue a questo invito rivolto e rivoltoci da Gesù una confessione di fede pronunciata da Tommaso, che rappresenta un unicum nei vangeli canonici: Gesù è difatti confessato come Signore (kyrios nell’originale greco) e Dio mio (theós nel testo originale). Si tratta della confessione di fede che significativamente e volutamente chiude il quarto vangelo, racchiudendone anche il senso sotto il profilo catechetico: a questa confessione deve difatti pervenire il discepolo negli scopi che il redattore dell’evangelo si è prefissati quando ha deciso di scriverlo, dirigendolo alla sua comunità. Tutta la successiva elaborazione della dottrina cristologica, sviluppatasi nell’arco dei primi «concilî ecumenici», prenderà le mosse da qui e condurrà alla definizione del dogma trinitario, escludendo dalla cristianità quanti confessavano Gesù come «messia e figlio di Dio», ma non come Dio.

Le parole finali di Gesù mettono in questione l’ipotesi secondo cui chi abbia sperimentato visivamente l’evento della resurrezione (in primis, naturalmente, gli apostoli, che su questo presunto beneficio fondano la loro rivendicazione di autorità) goda di una condizione, per così dire, «privilegiata» nell’ambito della fede. Rivolgendosi a Tommaso come rappresentante del gruppo dei dodici, Gesù afferma che l’autentico privilegio consiste nel non aver presenziato all’evento della resurrezione e, ciononostante, nel decidere di conferirgli realtà e credibilità. La fede/fiducia autentica riposa sull’impossibilità della verifica empirica e non sul suo «nulla osta»: fede è affidamento che non si appoggia se non sulla fragile bellezza della testimonianza, che non offre garanzie, ma invita a percorrere gli imprevedibili sentieri lungo i quali Dio ci viene incontro come la fonte della vita che, con la sua vulnerabilità, si rivela sorprendentemente capace di prevalere sulla presunta evidenza della morte.

Ad ogni modo, fede e dubbio convivono come gemelli nel nostro gemello Tommaso: non si tratta di mettere la prima (illusoriamente) al riparo dal secondo, che non costituisce una minaccia ma un incentivo nella direzione di un’indagine più profonda, che ricerca le motivazioni e non appena i motivi per cui credere. Lo stesso Gesù, nella sua ultima raccomandazione rivolta, al contempo, a Tommaso e a tutti e tutte noi, chiede di osare la comprensione (altro significato del termine greco pistis, che spesso traduciamo con «fede»): per essere credente e non credulo è necessario provare a comprendere. E il dubbio, in questo, è gemello della fede e non suo nemico.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE (Consultabile in lingua italiana)
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