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giovedì 23 settembre 2010


Scuola. La Bibbia entra in aula. Ma “è cultura, non religione”

Al via le prime sperimentazioni coordinate dall'Associazione Biblia in accordo con il MIUR

Roma (NEV), 22 settembre 2010 - Nelle scuole secondarie di secondo grado partono le prime sperimentazioni per promuovere "la conoscenza della Bibbia in un'ottica laica". Dopo il varo nel maggio scorso del protocollo d’intesa tra il Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (MIUR) e l'Associazione Biblia (www.biblia.it), le singole scuole, in autonomia, possono avviare dentro il normale curricolo scolastico, percorsi, approfondimenti e lavori didattici attorno al "libro dei libri". L’iniziativa, promossa da una associazione laica e aconfessionale, ha un carattere squisitamente culturale e non interferisce con l’insegnamento della religione cattolica (IRC).
“Ancora non esiste un piano sistematico di intervento su scala nazionale – spiega Paolo Naso, docente alla “Sapienza” di Roma e membro della commissione paritetica per l’applicazione del protocollo composta da rappresentanti di Biblia e del MIUR – ma abbiamo costituito due gruppi di lavoro che registrano quello che si sta facendo e che promuovono alcune iniziative pilota. Il protocollo non implica un impegno finanziario da parte del Ministero, né per le docenze, né per la preparazione delle unità didattiche: partiamo quindi grazie alla disponibilità e alla competenza professionale di docenti convinti che la conoscenza della Bibbia costituisca una chiave fondamentale e irrinunciabile per la comprensione della cultura dell’Occidente e dell’area euromediterranea. In questo senso le sperimentazioni che si stanno avviando ben poco hanno a che fare con l’IRC – puntualizza ancora Naso – o con la bandiera della presunta identità cristiana dell’Europa: portare la Bibbia nella scuola significa colmare un grave deficit culturale per passare, secondo l’espressione del filosofo francese Regis Debray, dalla ‘laicità dell’ignoranza’ a quella della ‘competenza’”.
Tra le iniziative in cantiere per la promozione del protocollo d’intesa anche un convegno di studi promosso in collaborazione con il Dipartimento Storia, culture, religioni della “Sapienza”, programmato per il prossimo 18 novembre.

Il presidente e il cardinale alla Breccia di Porta Pia

di Paolo Naso, politologo, Università La Sapienza di Roma

Strana coppia sulla breccia più famosa d’Italia, quella aperta a cannonate nel 1870 dai bersaglieri del generale Cadorna per entrare a Roma e conquistare la più importante roccaforte dello Stato pontificio. Lo scorso 20 settembre, la presenza congiunta del presidente Napolitano e del Segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone proprio in quel diaframma che costituì il massimo punto di frattura tra lo stato nazionale e la chiesa cattolica ha giustamente posto alcuni interrogativi sul significato di questo anniversario.
Per qualcuno è la memoria della fine del potere temporale della Chiesa, una fine salutare per essa stessa, finalmente liberata dall’onere di esercitare un governo civile incoerente con la sua missione eminentemente spirituale. Per altri è invece la data in cui celebrare un’Italia laica – per qualcuno anticlericale - negli altri giorni dell’anno destinata a finire in un cono d’ombra, costretta in un angolo dal conformismo di un confessionalismo cattolico accettato e riconosciuto anche da chi cattolico non è. Per altri ancora è il giorno che segnò l’inizio di un decadimento morale e civile del paese che, distruggendo il potere della Chiesa cattolica, in realtà combatté la sua stesa anima e si perse in quel modernismo di valori e di comportamento che, nei decenni, ha portato l’Italia a un livello di secolarizzazione tra i più acuti del mondo.
Per i protestanti italiani, il XX settembre segnò l’apertura di uno spazio di presenza e di testimonianza sino ad allora assolutamente precluso: attraverso quella breccia essi provarono a introdurre a Roma e in Italia la Bibbia, la loro cultura della libertà e della responsabilità, l’idea della separazione tra lo Stato e le confessioni religiose, il sogno di un’Italia moralmente e spiritualmente rigenerata.
Ma oggi, che cosa significa andare a Porta Pia il 20 settembre? L’inedita compresenza, pochi giorni fa, del presidente Napolitano e del cardinale Bertone, che significato ha avuto e che messaggio ha inteso lanciare al paese?
Secondo la lettura più accreditata, è stata l’occasione per chiudere una guerra dei simboli che per anni ha fatto di Porta Pia il tempio dell’anticlericalismo e dello scontro tra lo Stato unitario e la Chiesa cattolica. Con la sua presenza sul “luogo del delitto”, il cardinale Bertone avrebbe insomma lanciato un messaggio, prontamente raccolto, di concordia ed unità nazionale: la Chiesa di Roma – avrebbe inteso affermare – non è contro lo Stato e riconosce che lo Stato non è contro la Chiesa di Roma.
Lettura condivisa ma ovvia almeno dal 1929 e cioè dalla “conciliazione” sancita nel Concordato tra il regime fascista e la Santa sede. Parlare di “svolta” dopo l’incontro a Porta Pia tra il Presidente e il Cardinale ci pare enfaticamente banale.
Il messaggio è un altro: la Chiesa cattolica certamente riconosce lo Stato nazionale, la sua laicità e il nuovo pluralismo che si esprime nella società italiana. Ma nel momento in cui riconosce questa palese realtà ribadisce la sua presenza, rivendica il suo ruolo e la sua funzione civile. I tempi della sdegnata assenza vaticana dai momenti in cui lo stato laico celebra la sua religione civile sono finiti e, entrato in ombra il sogno ruiniano di un’Italia unita nei simboli e nella tradizione della chiesa maggioritaria, un nuovo corso mostra di accettare la sfida di una presenza cattolica in un contesto fortemente laicizzato, secolarizzato e sempre più pluralista. E’ una svolta, da considerare con attenzione ed interesse, ma che nella sostanza non invalida ciò che il protestantesimo italiano ha spesso affermato in occasione del XX settembre, e cioè la rivendicazione di quello stato laico che per credenti e non credenti costituisce la migliore garanzia a tutela della libertà di espressione e di coscienza di ciascuno. Valeva nella Roma del papa re, crediamo abbia senso anche nell’Italia che non sa garantire il diritto ai musulmani di aprire una moschea, che non riconosce una chiesa di immigrati pentecostali africani, che non mostra alcuna intenzione di approvare un’Intesa con i testimoni di Geova o con i buddisti. Porta Pia non ci rimanda allo scontro medievale tra Guelfi e Ghibellini ma alle sfide dell’Italia multireligiosa e multiculturale di oggi.
(NEV-Notizie evangeliche 38/2010)

giovedì 16 settembre 2010

Estremismo religioso e leggi della comunicazione

di Paolo Naso, docente di scienza politica all'Università "La Sapienza" di Roma

La provocazione razzista del predicatore americano che l’11 settembre avrebbe voluto bruciare in pubblico un Corano sembra avere raggiunto il suo scopo. A poche ore dal nono anniversario dell’attentato di Al Qaeda contro le Torri gemelle, infatti, in India si sono contati oltre dieci morti – tutti cristiani – uccisi nel corso di un “pogrom” col quale gruppi di musulmani estremisti avrebbero inteso vendicare l’offesa al loro libro sacro.
Nonostante l’esecrazione unanime della comunità internazionale e la netta condanna espressa dal presidente Obama nei confronti di questo “annuncio”, il fuoco della violenza nel nome di Dio ha fatto nuove vittime e rischia di incendiare altri territori in Medio Oriente, in Africa ed in Asia. Tristemente, in questo delirio dei fondamentalismi non sembra esserci nulla di nuovo: da tempo gli estremismi religiosi sembrano infatti costituire uno dei frutti avvelenati della società “postsecolare”. Entrati in crisi i grandi orizzonti di pensiero laico, le religioni sembrano prendersi un’ambigua “rivincita” che porta con sé anche fanatismi, settarismi ed intolleranza.
Ma la vicenda di questi giorni è spia di un altro problema, che non rimanda alle religioni quanto al sistema della comunicazione: il fatto che un anonimo, isolato e screditato predicatore della Florida possa accendere la miccia di una bomba che esplode a grappolo nei punti più remoti del mondo, ci dice della forza dei simboli e del ruolo che in talune circostanze possono svolgere i mezzi di comunicazione di massa.
Lo sconosciuto predicatore è riuscito a porsi per qualche ora al centro dell’attenzione mondiale, è il frutto di una logica del sistema mediatico alla disperata ricerca di personaggi e di eventi, tanto più rilevanti quanto più “straordinari”, distanti o contrari cioè all’ordine prevedibile delle cose. Se fa notizia un albero che brucia e non una foresta che cresce, è ovvio che sulle prime pagine dei giornali finirà un pastore che predica l’odio e non uno che invece parla di amore e di riconciliazione.
In assenza di un’etica condivisa della comunicazione, casi di questo genere sono destinati a moltiplicarsi e a dare l’impressione all’opinione pubblica di una escalation degli estremismi religiosi. Etica della comunicazione significa che blasfeme provocazioni razziste come tali vanno presentate e ridimensionate; se invece le si assume come espressione dello scontro tra culture e religioni su scala globale, le si ammanta di una dignità che non possono meritare.
In un sistema della comunicazione così condizionato dalle logiche commerciali e talvolta politiche, l’azione positiva di credenti musulmani e cristiani che dialogano, convivono pacificamente e lavorano insieme per la pace non troverà mai spazio.
In un sistema così fragile ed incapace di proteggere la sua stessa credibilità, dovremo prepararci ad altri annunci deliranti e ad altri gesti provocatori facilmente vendibili al mercato dello scoop globale.
Per chi crede che ben altro sia il ruolo delle religioni nel nostro tempo, il gioco è truccato, inutile sedersi al tavolo. La tragedia è che la posta di questa partita è la pace tra credenti e popoli di diverse tradizioni in intere aree del pianeta (NEV-notizie evangeliche 36-37/10).