Verbania - C.so Mameli 19
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Omegna - Via F.lli Di Dio 64
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venerdì 25 febbraio 2011

La Tavola Valdese ricevuta al Quirinale

Intervento della pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese

In occasione della ricorrenza del 17 febbraio 1848, quando re Carlo Alberto emanò le regie patenti che riconoscevano i diritti civili ai valdesi, e in concomitanza con le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto al Quirinale la Tavola Valdese nelle persone della pastora Maria Bonafede, Moderatore e di Daniela Manfrini, vice Moderatore.
All'incontro hanno partecipato la presidente e il vice presidente dell'Opera per le Chiese metodiste in Italia, il decano della Facoltà valdese di teologia e il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia.
Riportiamo di seguito il testo del discorso tenuto da Maria Bonafede

Signor Presidente,

Le siamo grati perché ha inteso ricevere questa delegazione all'indomani del 17 febbraio data in cui ricordiamo l’uscita dal ghetto, mentre il nostro paese celebra i 150 anni della sua unità.

Nel 2011 il 17 febbraio acquista un significato particolare che come valdesi e metodisti italiani vogliamo sottolineare: l'Italia unita è lo spazio nel quale da sempre noi valdesi e metodisti ci siamo sentiti chiamati a vivere liberamente la nostra testimonianza di fede.

Liberamente, senza costrizioni o condizionamenti come purtroppo è avvenuto per secoli. I 150 anni alle nostre spalle hanno certamente coinciso con un lungo cammino della libertà religiosa, per noi come per altre confessioni di fede. Alcuni tratti di questo cammino li abbiamo percorsi da soli, altri in compagnia di comunità religiose diverse dalla nostra – prima tra tutte quella ebraica - e di importanti spezzoni della cultura e della politica italiana. Ci permetta di ricordarne le tappe essenziali: l'emancipazione nel 1848; il consolidamento della presenza evangelica nell'età di liberale, la sofferenza negli anni delle leggi speciali e sui “culti ammessi” approvate negli anni del fascismo; le lotte per la libertà religiosa negli anni '50 quando ancora alcune denominazioni evangeliche subivano gravi vessazioni; la battaglia per le intese finalmente approvate nel 1984 e quella, ancora non conclusa, per una piena attuazione dell'articolo 8 della Costituzione e, infine, per una moderna legge sulla libertà religiosa sostitutiva delle norme fasciste del 1920 e 1930.

Le commemorazioni hanno un senso se si guarda al presente e al futuro, non al passato: ed è con lo sguardo rivolto in avanti che anche quest'anno vogliamo ricordare questo giorno che per noi ha significato una prima libertà civile dopo secoli di persecuzioni. Ma guardando in avanti vediamo una strada ancora in salita, in Italia e in troppe parti del mondo. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un'impressionante escalation di violenza contro alcune chiese del medio oriente e del Nord Africa, ma sappiamo bene che l'intolleranza religiosa non appartiene a una confessione soltanto ed attraversa anche il cristianesimo. E mentre alcuni popoli scendono in piazza per rivendicare la loro libertà, proprio perché condividiamo le loro speranze e sosteniamo i loro diritti, ribadiamo che ogni vera libertà civile si accompagna necessariamente a una piena libertà religiosa e di coscienza, per i credenti come per chi non crede o crede in termini non convenzionali.

In questo spirito abbiamo proposto che il 17 febbraio, quando ricorre anche il supplizio di Giordano Bruno, possa essere istituito come giornata nazionale per la libertà religiosa e di coscienza.
Il tema è di scottante attualità in varie parti del mondo, ma non è risolto neanche in Italia.

In uno dei momenti più difficili e deprimenti della vita pubblica italiana, difatti, ci preoccupa il fatto che il Parlamento non trovi il tempo per approvare sei intese che, oltre ad essere costituzionalmente dovute, offrirebbero un'immagine più realistica del pluralismo religioso che si è affermato anche in Italia. L'approvazione di un'intesa non cambia magicamente la percezione che gli italiani hanno del valore del pluralismo religioso e della laicità dello Stato ma, almeno sul piano giuridico, segna però un punto importante a favore della libertà di coscienza e di libera espressione della propria fede.

Allo stesso tempo ci preoccupa la difficoltà a impostare temi di grande delicatezza come quelle legati alla fine della vita o alla fecondazione medicalmente assistita. Su queste materie sulle quali il nostro Sinodo ha ampiamente riflettuto, per noi è importante salvaguardare il fondamentale principio della laicità delle istituzioni e quindi della distinzione tra le competenze dello Stato e quelle delle comunità di fede, compresa quella di maggioranza. Tropo spesso, invece, ci è sembrato di dover rilevare la disattenzione del corpo politico - non sappiamo se per calcolo o per precisa convinzione - a questo supremo principio costituzionale. Il problema ci sta a cuore come protestanti, certo, ma anche come cittadini consapevoli che solo una solida e matura laicità dello Stato può garantire la libertà di chi crede e di chi non crede.

Quelle per la libertà religiosa e la laicità non sono le nostre sole preoccupazioni. Come italiani di fede evangelica abbiamo a cuore l'Italia, e il 17 febbraio è per noi l'occasione di ribadire che il nostro paese ha un disperato bisogno di ritrovare le ragioni del suo patto civile, di ciò che unisce sud e nord, campagne e industria, centro e periferia, giovani e anziani, italiani da generazioni e "nuovi cittadini".

Ha bisogno di trovare il suo progetto, il senso dell'etica pubblica che non può mai prescindere da quella privata, quel nucleo di principi che unisce tutti e tutte al di là delle giuste e necessarie contrapposizioni politiche proprie di ogni democrazia. Anche come credenti, insomma, ci sentiamo legati al destino della città terrena in cui abitiamo: certo, il nostro sguardo non si esaurisce in essa ma ci sentiamo attivamente partecipi del suo destino e delle sue sofferenze.

Confessiamo, signor Presidente, che a volte l'Italia di oggi ci appare un paese stanco, chiuso in se stesso, impaurito, incapace di pensare al futuro perché non sa come affrontare le sfide di oggi.
L' Evangelo non ci dà una soluzione a questa crisi. Ci invita però a perseverare, a gridare il nostro scandalo, ad essere sentinelle vigili, a stare dalla parte di chi soffre ed è emarginato, ad amare la libertà nostra e di tutti, a difendere i diritti della vedova, dell'orfano dello straniero, a preservare la creazione che Dio ci ha affidato. Ci invita anche ad avere fiducia.
E per questo, signor Presidente, continueremo a rendere la nostra testimonianza nella verità che abbiamo conosciuto in Cristo: una verità che ci ha liberato dalle superstizioni, dalla rassegnazione, dalla paura. E nel nostro servizio a questa verità che libera, siamo convinti di potere contribuire al bene del paese. Lo facciamo laicamente, senza chiedere alcun privilegio ma pronti a contribuire al dibattito pubblico sui temi che ci coinvolgono e ci interrogano anche come credenti.
Grazie Signor Presidente, per averci dato la possibilità di esprimere queste nostre preoccupazioni e queste nostre considerazioni.

18 febbraio 2011- Palazzo del Quirinale
Dal sito ufficiale della Chiesa Valdese: http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/index_commenti.php?id=1207

Quello che succede sulla sponda sud del Mediterraneo ci riguarda

di Franca Di Lecce, direttore del Servizio rifugiati e migranti della FCEI

La drammatica e dura repressione di questi giorni in Libia, dove è scoppiata la rivolta contro il regime di Gheddafi, rimette in primo piano, e in modo dirompente, la questione dei rapporti Italia-Libia, ma anche i rapporti tra Libia e comunità internazionale. Lo scenario del Mediterraneo è mutato radicalmente in poche settimane e questo richiederà senza dubbio un ripensamento profondo e radicale delle politiche finora portate avanti dall'Italia e dall'Unione Europea anche in tema di immigrazione.

Rivolte di piazza, feriti, morti, scontri, mercenari africani probabilmente reclutati dal regime per sparare sulla folla, defezioni nell'esercito di chi si rifiuta di assecondare la ferocia del tiranno e si unisce ai manifestanti, queste sono le immagini e le notizie che vengono dalla Libia, corrono veloci e ci raggiungono come ammonimento perché nessuno possa dire “io non sapevo”.
L'Italia da anni rivendica il ruolo strategico della Libia nell'area mediterranea e i rapporti privilegiati di cooperazione con il dittatore africano. Il nostro Paese non è soltanto uno dei principali partner commerciali della Libia, ma anche il maggiore esportatore di armamenti, senza dimenticare che ¼ del petrolio italiano viene fornito dalla Libia.

La Libia è diventata da anni un punto di passaggio quasi obbligato per i migranti che dalle regioni periferiche dell'Africa o anche dell'Asia vogliono raggiungere l'Europa e l'Italia, un partner strategico nella “lotta all'immigrazione clandestina”, come si legge nel “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con la Libia che il Senato, dopo un iter velocissimo, ha approvato quasi all'unanimità, il 3 febbraio 2009. Il trattato, siglato il 30 agosto 2008 da Berlusconi e Ghedaffi, è il risultato di 10 anni di negoziati dei diversi governi che si sono succeduti nel nostro Paese. I diritti umani sono sempre restati a margine, se non del tutto esclusi, dall'agenda diplomatica di entrambi i paesi. Il Governo e il Parlamento italiani non sembrano essersi preoccupati di questo durante i negoziati e in sede di ratifica dell'accordo, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani dei migranti in Libia siano ampiamente documentate: torture, detenzione arbitraria, espulsioni, violenze, arresti indiscriminanti, abusi verso donne e minori.

Gli effetti del trattato sciagurato li abbiamo visti: persone in fuga da guerre e povertà sono state respinte in Libia come pacchi scomodi di cui disfarsi rapidamente. Molte di quelle persone respinte dal governo italiano hanno tentato ancora di raggiungere l'Europa cambiando rotta e da mesi sono sequestrate dai trafficanti nel deserto del Sinai.

Oggi il popolo libico è in rivolta, chiede libertà, riforme e una vita dignitosa, mentre il tiranno tira dritto e afferma di resistere e andare avanti fino alla morte.

Ma sappiamo bene che non è solo questione di immigrazione: l'aspirazione alla libertà di popoli oppressi si intreccia drammaticamente con gli interessi politici ed economici, con i silenzi e le complicità di tutta la comunità internazionale, e le posizioni che essa prenderà saranno il banco di prova anche delle nostre democrazie.

Mentre l'ONU chiede la fine immediata delle violenze e della repressione, e attraverso l'Alto Commissario per i Diritti Umani, Navy PiIllay, un'inchiesta internazionale sulle violenze libiche e giustizia per le vittime, noi chiediamo con forza in queste drammatiche ore che il Governo Italiano esprima senza indugi una netta condanna della brutale repressione in Libia e che pretenda la cessazione degli attacchi alla popolazione civile. L'Italia, che da anni gioca un ruolo strategico nei rapporti tra la Libia e l'Unione Europea, deve chiedere l'immediata e incondizionata fine della violazione dei diritti umani, insieme alla sospensione della fornitura di armi e munizioni.

Quello che succede sulla sponda sud del Mediterraneo ci riguarda e ci interpella e auspichiamo che l'Italia possa trovare il coraggio di invertire la rotta, anche cambiando strategia sull'immigrazione per iniziare un confronto costruttivo che può avvenire solo a partire dal riconoscimento che la dignità umana è inviolabile e che va data accoglienza dignitosa alle persone in fuga da persecuzioni, guerre e povertà.

Abbiamo oggi la grande opportunità di voltare pagina, se non cadiamo nella trappola della strategia della paura: agitare lo spettro dell'invasione di migliaia di migranti in arrivo sulle nostre coste è disumano, oltre che inutile e dannoso, e serve a chi in questi anni ha fatto affari con i dittatori. Abbiamo la grande opportunità e la responsabilità di sostenere e stare accanto a chi in Algeria, Tunisia, Yemen, Libia e in altri paesi, rompendo il circuito della paura, ha sfidato la dittatura per chiedere il diritto di vivere in dignità (nev-notizie evangeliche 08/11).

mercoledì 23 febbraio 2011

Mostra "Evangelici e Risorgimento". Comunicato stampa


 

In Biblioteca una mostra sul ruolo degli evangelici per l'Unità d'Italia


Sabato 26 febbraio sarà inaugurata in Biblioteca la mostra “Evangelici e Risorgimento”, frutto della collaborazione fra Amministrazione Comunale di Verbania e Chiesa Evangelica Metodista.

La mostra costituisce un altro tassello della ricca offerta culturale che la Città di Verbania propone al pubblico in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia.

Il percorso espositivo, realizzato dalla Fondazione Centro Culturale Valdese, mette in luce come gli evangelici (cristiani non cattolici) aderiscano alla scelta risorgimentale senza remore, concependo la chiesa come una comunità religiosa senza potere politico.

Gli evangelici hanno infatti preso parte alle vicende risorgimentali italiane con uno slancio molto superiore alla loro realtà numerica, impegnandosi su molti fronti: religioso, culturale, assistenziale. Questo è vero in modo particolare dopo il 1848, anno in cui il Piemonte concede i diritti politici alle minoranze valdese ed ebraica.
La mostra illustra il ruolo della comunità valdese lungo tutti i 150 anni di storia dell'Italia unita, evidenziando la partecipazione costante e continua di questa comunità alle vicende politiche e sociali italiane.

La mostra “Evangelici e Risorgimento” sarà inaugurata sabato 26 febbraio alle ore 16.00 e sarà visitabile fino a sabato 12 marzo, negli orari di apertura della Biblioteca.
Alla mostra si accompagna una ricca proposta di libri per conoscere ed approfondire l'argomento.

giovedì 17 febbraio 2011

Omegna: conferenza stampa 150° anniversario dell'Unità d'Italia

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17 Febbraio e Unità d'Italia

di Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese

Nell’anno in cui l’Italia celebra i 150 anni della sua unità, la data del 17 febbraio acquista un significato particolare che come valdesi e metodisti italiani vogliamo sottolineare: ieri come oggi l’Italia unita è lo spazio nel quale siamo chiamati a vivere liberamente la nostra testimonianza di fede. Liberamente, senza costrizioni o condizionamenti come è avvenuto per secoli. I 150 anni alle nostre spalle hanno certamente coinciso con un lungo quanto incompiuto cammino della libertà religiosa, per noi come per altre confessioni di fede. Alcuni momenti di questo lungo cammino li abbiamo vissuti da soli, altri in compagnia di comunità religiose diverse dalla nostra o di importanti spezzoni della cultura e della politica italiana: l’emancipazione nel 1848; il consolidamento della presenza evangelica nell’età liberale, la sofferenza negli anni delle leggi speciali e sui "culti ammessi" approvate negli anni del fascismo, le lotte per la libertà religiosa negli anni ‘50 quando ancora alcune denominazioni evangeliche subivano gravi vessazioni, la battaglia per le Intese arrivate nel 1984 e quella, ancora non conclusa, per una piena attuazione dell’articolo 8 della Costituzione e per una moderna legge sulla libertà religiosa.
Le commemorazioni hanno un senso se si guarda al presente e al futuro, non al passato: ed è con lo sguardo rivolto in avanti che anche quest’anno vogliamo ricordare questo giorno che per noi ha significato una prima libertà civile dopo secoli di persecuzioni. Ma guardando in avanti vediamo una strada ancora in salita, in Italia e in troppe parti del mondo. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’impressionante escalation di violenza contro alcune chiese ma sappiamo bene che l’intolleranza religiosa non appartiene a una confessione soltanto e attraversa anche il cristianesimo e il protestantesimo. E mentre alcuni popoli scendono in piazza per rivendicare la loro libertà, proprio perché condividiamo le loro speranze e sosteniamo i loro diritti, ribadiamo che non può esserci vera libertà se non c’è libertà di espressione anche per le minoranze religiose, a qualsiasi confessione appartengano.
Ma lo sguardo su quello che accade dall’altra parte del Mediterraneo o in altri angoli anche più remoti del mondo non deve distrarci dalla nostra realtà italiana. In uno dei momenti più tristi e deprimenti della vita pubblica italiana, ci preoccupa il fatto che il Parlamento non trovi il tempo per approvare sei Intese che, oltre a essere costituzionalmente dovute, offrirebbero un’immagine più realistica del pluralismo religioso che si è affermato anche in Italia. Gli ortodossi sono oltre 800.000, i testimoni di Geova oltre 400.000, induisti e buddhisti all’incirca 200.000, i mormoni e gli apostolici alcune decine di migliaia: l’approvazione di un’Intesa non cambia magicamente la percezione che gli italiani hanno del valore del pluralismo religioso e della laicità dello Stato; almeno sul piano giuridico segna però un punto importante a favore della libertà di coscienza e di libera espressione della propria fede.
Ma quella per la libertà religiosa non è la nostra unica preoccupazione. Come italiani di fede evangelica abbiamo a cuore l’Italia, e il XVII Febbraio è per noi l’occasione di ribadire che il nostro paese ha un disperato bisogno di ritrovare le ragioni del suo patto civile, di ciò che unisce Sud e Nord, campagne e industria, centro e periferia, giovani e anziani, italiani da generazioni e «nuovi cittadini». Ha bisogno di trovare il suo progetto, un suo standard etico sia nel privato sia nel pubblico, un nucleo di principi che unisca, al di là delle giuste e necessarie contrapposizioni politiche proprie di ogni democrazia. Come credenti, insomma, non siamo affatto indifferenti al destino della città terrena in cui abitiamo: certo, il nostro sguardo non si esaurisce in essa ma ci sentiamo attivamente partecipi del suo destino e delle sue sofferenze. A volte l’Italia di oggi ci appare un paese stanco, cinico, lacerato, incattivito, incapace di pensare al futuro remoto perché non sa come affrontare il futuro più prossimo. L’Evangelo non ci dà una soluzione a questa crisi. Ci invita però a perseverare, a dichiarare il nostro scandalo, a essere sentinelle vigili, a stare dalla parte di chi soffre ed è emarginato, ad amare la libertà nostra e di tutti, a difendere i diritti della vedova, dell’orfano dello straniero, a preservare la creazione che Dio ci ha affidato.
Ci invita anche ad avere fiducia. Questo diremo il 17 febbraio, come cittadini e cittadine evangelici e come italiani.
Tratto da http://www.riforma.it/

Conferenza stampa della Consulta laica del VCO

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La nascita dell'Italia e l'affermazione dei diritti di libertà

di Adriano Prosperi, saggista e storico

Quest’anno la tradizionale ricorrenza della “Settimana della libertà” con cui gli evangelici italiani celebrano la concessione dei diritti civili da parte di Carlo Alberto ai valdesi del suo regno si incontra con la celebrazione del 150° anniversario della nascita della nazione italiana. E questo vale a ricordarci che fu nel segno della libertà religiosa che si ebbe il preludio dell’affermazione dell’unità nazionale. E’ un dato storico che conferma la validità di un principio affermato da un grande storico, giurista e testimone civile, Francesco Ruffini (uno degli undici professori che non giurarono fedeltà al regime fascista): il principio che dice che la libertà religiosa è la prima libertà, senza la quale le altre non nascono e non si sostengono. La libertà di religione si intreccia dunque con quella religione della libertà che secondo Benedetto Croce fu il lievito dei movimenti e delle speranze ideali della storia europea dell’800. E fu “la sincera fede di Cavour nella libertà” che “generò quel suo programma di rapporti tra Stato e Chiesa sintetizzato nella formula “libera Chiesa in libero Stato”: così si espresse Arturo Carlo Jemolo in un disegno dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia che è ancor oggi un testo capitale della nostra cultura storica.

Come ben sappiamo, quei principi di libertà e di distinzione tra fede religiosa e vincolo di appartenenza alla nazione e di rispetto delle sue leggi non ebbero vita tranquilla. E’ stato un lungo e complicato percorso quello che ha visto continue oscillazioni tra il rispetto della libertà religiosa dei cittadini e l’impulso a ristabilire diversità di diritti tra una religione promossa a culto ufficiale dello Stato e i molti e diversi culti definiti come semplicemente “ammessi”. Quando la legge delle Guarentigie collocò sullo stesso livello di gravità le offese al sovrano e quelle al pontefice romano si dovette tutelare con un apposito comma la libertà di discutere di materie religiose, al fine di evitare quell’accusa di “lesa maestà” che per secoli aveva equiparato il dissidente di religione al rivoluzionario e al ribelle politico.

I lunghi secoli della Controriforma hanno radicato nel costume e nella cultura ufficiale italiana una forma di ossequio formale al culto cattolico romano e una sostanziale indifferenza e ignoranza religiosa che riappaiono spesso come un vero “costume di casa”. Ma la svolta dell’Unità italiana conserva intatto il suo valore di spartiacque tra tutta la storia italiana precedente e quella successiva: un valore che ci possiamo rappresentare al vivo ricordando quante cose cambiarono allora nelle leggi e nelle pratiche sociali del paese. Basterà un semplice episodio a raffigurarci al vivo la portata di quella svolta: un grande avvocato destinato a luminosa carriera di studioso e di criminalista, Francesco Carrara, riuscì a salvare la vita di alcuni imputati di sacrilegio nella Lucca preunitaria con l’artificio di prolungare abbastanza la durata del processo fino al momento in cui con l’Unità italiana decadde quel mostruoso codice lucchese che aveva restaurato antiche e durissime norme elaborate a tutela dell’unico culto consentito. E non fu certo per caso che Francesco Ruffini conducesse le sue ricerche su alcuni eretici italiani del ‘500 mentre pubblicava uno stupendo libro di solida dottrina e di vibrante passione civile nelle edizioni di Piero Gobetti nell’anno 1926: un libro che si apriva con la domanda:”Il popolo italiano continuerà a godere di quelle libertà costituzionali che lo Statuto gli garantiva... o ne sarà a un tratto spogliato?”. Sappiamo quale fu la risposta della storia. E sappiamo anche che l’alleanza del regime fascista con la Chiesa cattolica aprì una ferita profonda nelle coscienze e lasciò una pesante eredità alla Repubblica italiana con quel concordato che modificava i rapporti tra le varie confessioni religiose presenti sul territorio della nazione.

Oggi nel bilancio che la ricorrenza imposta dalla “religione laica” dei centenari ci obbliga a fare, va riconosciuto alle minoranze religiose storicamente presenti e attive in Italia il merito di avere sempre combattuto per conquistare per sé e per tutti gli italiani il diritto alla libertà religiosa. La ricostruzione della partecipazione attiva dei protestanti alle lotte del Risorgimento e alla vita politica e culturale della nazione italiana nel suo primo cinquantennio quale fu portata avanti dalle appassionate ricerche di un Giorgio Spini storico e uomo di fede metodista, ha rivelato un panorama ricco di presenze fondamentali della nostra cultura, senza le quali l’inserimento dell’Italia nel contesto delle nazioni moderne sarebbe stato assai più lento e difficile di quello che di fatto è stato e l’elenco delle nostre istituzioni culturali – scuole e biblioteche, libri e riviste, circoli e luoghi di memoria – risulterebbe assai più povero.

Oggi è nel contesto di un mondo contemporaneo dove le guerre di religione divampano ancora ma lontano dai nostri confini, che possiamo guardare alla nascita dell’Italia unita come a un momento di svolta decisivo sulla via dell’affermazione dei diritti di libertà. Se nei secoli di storia del nostro paese precedenti alla nascita dell’Italia unita la lotta per la libertà religiosa fu a lungo un fatto di ristrette minoranze e di testimonianze individuali di fede e di passione, i 150 anni della nazione unita hanno radicato in profondità il costume della tolleranza e reso sempre più raro e insolito il pericolo dell’aggressione contro i diversi e i dissenzienti, mentre le presenze di religioni e di confessioni nel corpo della nostra società si vanno sempre più moltiplicando. Tutto questo permette di guardare con fiducia alla augurabile crescita dei diritti di libertà e al costume del rispetto dovuto a ogni scelta religiosa che non leda i diritti altrui. Ma se è doveroso celebrare quei lontani inizi della nazione italiana sotto la bandiera ideale dei diritti di libertà, non per questo ci si deve nascondere che nessun diritto si mantiene se non c’è una coscienza civile desta e pronta a resistere ai tentativi di sopraffazione comunque mascherati: e la realtà italiana di un regime di diritti costituzionali che ha accolto nella Carta fondamentale i Patti Lateranensi è anche la realtà di un paese che vede, come scriveva ancora Arturto Carlo Jemolo, la perenne tentazione di un “confessionismo statale” capace di alterare in concreto e di rendere meno efficace il diritto della libertà religiosa. Per questo bisogna essere grati a coloro che mantengono viva e attuale la tradizione risorgimentale della lotta per una corretta interpretazione e una concreta e sempre più ampia attuazione del principio cavouriano di “libera Chiesa in libero Stato” (nev-notizie evangeliche 07/11).

mercoledì 16 febbraio 2011

17 febbraio: Festa valdese

La sera del 16 febbraio,nelle borgate delle Valli Valdesi si accenderanno i fuochi, i falò di gioia in ricordo della firma delle “Lettere Patenti” con le quali il Re Carlo Alberto concesse (il 17 febbraio 1848), per la prima volta nella storia del Piemonte, i diritti civili alla minoranza protestante valdese e, qualche giorno dopo, anche alla minoranza ebraica.

Con questo atto il Regno del Piemonte poneva fine ad una secolare discriminazione e avviava un processo di modernizzazione che lo poneva al livello degli altri stati europei e alla testa del movimento del Risorgimento italiano.

Celebrare oggi quell'evento non vuol dire solo ricordare un momento del passato, ma soprattutto essere consapevoli che la libertà di coscienza è una delle libertà fondamentali di uno stato democratico come del resto viene anche affermato nella Carta costituzionale della Repubblica Italiana.

La festa, da sempre, non ha un carattere religioso ma civile. Intorno al falò si raduna tutta la popolazione al di là delle differenziazioni politiche, culturali, religiose, per una grande festa popolare.

Impossibile dire quanti saranno i falò che si accenderanno la sera del 16 febbraio sui fianchi delle colline del Pinerolese e sulle pendici dei monti della Val Pellice, della Val Chisone e della Val Germanasca.

«Non si trattava ancora di libertà religiosa ma era un primo passo per far uscire la minoranza evangelica dalla ghettizzazione di fatto nelle cosiddette Valli valdesi: finalmente i valdesi poterono,frequentare l'università e acquistare terreni anche fuori dalle Valli Germanasca, Chisone, Pellice».

lunedì 14 febbraio 2011

Verbania: Mostra "Evangelici e Risorgimento"

Scelte di fede e di libertà

Il Risorgimento e l’Unità d’Italia come occasione di libera circolazione della Bibbia
Le prime opportunità di una scelta religiosa libera e personale .
I nuovi valdesi, Liberi, Fratelli, metodisti, battisti, luterani, avventisti, pentecostali...
 
Gli eventi del Risorgimento e l’Unità conseguita nel 1861 consentirono la libera circolazione della Bibbia e l’estensione di una certa libertà religiosa in tutta la penisola, rendendo giuridicamente possibile anche in Italia una scelta di fede libera e personale.

In questo volume, i curatori propongono una raccolta di profili di italiani - di condizioni sociali, culturali e lavorative molto diverse - che tra Ottocento e Novecento abbracciarono liberamente e consapevolmente la fede evangelica entrando a far parte delle chiese protestanti: valdesi, liberi, fratelli, metodisti, battisti, luterani, avventisti, pentecostali...
In un’Italia sempre più multiculturale, i loro percorsi di vita si rivelano di grande attualità.
http://www.claudiana.it/

giovedì 10 febbraio 2011

Testamento biologico. Il "no" dei valdesi e metodisti al ddl Calabrò

Iniziative a Roma, Milano e Bologna nel segno della laicità e dei valori costituzionali

Roma (NEV), 9 febbraio 2011 - A pochi giorni dalla discussione alla Camera sul testamento biologico - il progetto di legge approderà in aula il 21 febbraio - valdesi e metodisti, insieme ad esponenti della società civile e del mondo politico, dicono il loro "no" al ddl Calabrò, organizzando iniziative in diverse città.
Questa sera l'Aula Magna della Facoltà valdese di teologia (via Pietro Cossa 40) ospita il Convegno promosso da MicroMega sul tema: “Chi decide sul fine vita?”. All'incontro, dall'impronta laica, partecipano Daniele Garrone, Ignazio Marino, Stefano Rodotà, Giorgio Parisi, Giovanni Franzoni e Paolo Flores d’Arcais. La data del 9 febbraio non è casuale: è l'anniversario della morte di Eluana Englaro, ma è anche la “Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi” istituita dal governo, una decisione ritenuta dagli organizzatori del convegno "moralmente mostruosa", "un'ignominia", perché fa esplicito riferimento alla data della morte di Eluana. Sempre questa sera, e sempre nello stesso spirito improntato dai valori costituzionali, anche l'incontro organizzato dalla "Rete Laica Bologna" che si tiene nella chiesa metodista di via Venezian, dal titolo: "Testamento biologico. Saldi di fine stagione", con interventi - tra gli altri - di Carlo Flamigni del Comitato Nazionale per la Bioetica; Marco Cappato dell'Associazione Luca Coscioni; e il pastore valdese Michel Charbonnier. Venerdì 11 febbraio sarà la volta di Milano, dove, presso la Libreria Claudiana, si terrà una tavola rotonda politica dal titolo: "Eluana, una cittadina diversa dagli altri?". All'incontro, organizzato dalla Chiesa valdese di Milano, interverranno: Benedetto Della Vedova, Lucio Malan e Ivan Scalfarotto. Modererà l'incontro Monica Fabbri, membro della Commissione Bioetica della Tavola Valdese.
Per Luca Savarino, coordinatore della Commissione di Bioetica della Tavola Valdese, quella di Calabrò è una proposta "contro" il testamento biologico, una "finta legge". Lo ha affermato in un'intervista a "L'indro" (http://costruendo.lindro.it) spiegando come secondo quel ddl, già approvato dal Senato, l’alimentazione e l’idratazione artificiale non possono essere oggetto delle dichiarazioni anticipate. "Sarebbe una legge che annuncia la difesa di un principio che successivamente non integra pienamente, e quindi riconoscendolo a metà lo nega completamente. Il principio di autodeterminazione non può limitarsi al principio di informazione e tanto meno alla concessione d’una libertà parziale", ha detto Savarino, che domani sera interverrà su questo tema in un dibattito pubblico nella sala consigliare del Comune di San Mauro (TO).

Testamento biologico. Una legge che non rispetta la libertà dei figli di Dio

di Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese

Il 9 febbraio di due anni fa moriva Eluana Englaro. Tutti ricordiamo quella vicenda, il clamore e le polemiche contro il gesto di amore e di pietà voluto da Beppino Englaro per rispettare la volontà di Eluana. Alla compostezza e alla misura con cui Beppino Englaro ha vissuto quella vicenda, purtroppo non hanno corrisposto atteggiamenti analoghi da parte dei suoi detrattori e dei suoi critici.
Eppure, io sono certa che la vicenda di Eluana ha creato un precedente dal quale non si può tornare indietro nonostante il cattivo gusto e l’inopportunità della decisione del Consiglio dei ministri di indire una "giornata degli stati vegetativi”, nonostante la proposta di legge Calabrò, già approvata dal Senato, che va contro la dignità e la libertà dei cittadini e contro la libertà di coscienza sancita dalla Costituzione.
La perseveranza di Englaro ha creato una coscienza diversa e diffusa che in questi anni ha aperto riflessioni plurali su tante cose.
Si è capito che in tanti casi la morte non è un fatto naturale ma dipende dalla decisione dei medici. La scienza medica rende la vita più lunga ma non sempre migliore. Se quindi non è la “natura” a decidere, chi deve decidere della morte? Il paziente? il medico? la famiglia? la chiesa? La mia risposta è che a decidere può essere solo il paziente. Non si può imporre il proprio punto di vista ad un altro, nessuno lo può fare, né un medico, né un familiare, né una chiesa. Oggi questa semplice realtà, che d’altronde la Costituzione afferma e che per molti era acquisita da sempre, è più diffusa, è diventata patrimonio di tanti.
Non siamo eterni minori che hanno bisogno di essere guidati e presi per mano da qualcuno che pensa di sapere qual è il nostro bene. Siamo donne e uomini adulti, con la schiena diritta. La fatica di vivere, ma anche la bellezza della vita, è che possiamo e dobbiamo prendere decisioni che nessuno può prendere al nostro posto. Questo vale anche per la conclusione della nostra vita. E nel caso non fossimo più in grado di farlo è importante che le persone che ci amano e ci conoscono possano chiedere che sia rispettata la nostra volontà e la nostra visione delle cose.
La chiesa valdese sa da sempre che la vita è un dono che riceviamo da Dio insieme alla libertà e alla responsabilità di farne qualcosa di buono, di metterla al servizio del prossimo, di cercarne il senso insieme agli altri uomini e alle altre donne. Nessuno può frapporsi tra la nostra coscienza e Dio, nessuno può mediare, nessuno ci può togliere il bene prezioso della coscienza individuale e la libertà di decidere e anche eventualmente di sbagliare. Una legge come quella proposta dal ddl Calabrò, che vorrebbe ridurre le persone a minori sotto tutela, è una legge che non rispetta la Costituzione e, ne sono profondamente convinta, nemmeno la libertà dei figli di Dio (nev-notizie evangeliche 06/11).

venerdì 4 febbraio 2011

Risorgimento e cristiani protestanti

La Chiesa Evangelica Metodista di Omegna in collaborazione con il Comune di Omegna e della Provincia del Verbano Cusio Ossola, in occasione della commemorazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ha organizzato una mostra ed una conferenza dedicate al tema: “Risorgimento e protestanti”. Un’importante occasione di riflessione su ciò che il processo unitario ha rappresentato per l’Italia. Gli eventi del Risorgimento e l’Unità conseguita nel 1861 consentirono la libera circolazione della Bibbia e l’estensione di una certa libertà religiosa in tutta la penisola, rendendo giuridicamente possibile anche in Italia una scelta di fede libera e personale.

La mostra sarà allestita presso la Biblioteca civica di Omegna da venerdì 11 a mercoledì 23 febbraio. Si trasferirà presso la Biblioteca civica di Verbania da sabato 26 febbraio a sabato 12 marzo.

La conferenza si terrà presso il Forum di Omegna alle ore 21 di giovedì 17 febbraio (ricorrenza annuale del riconoscimento dei diritti civili ai Valdese e agli Ebrei da parte del Re Carlo Albero di Savoia avvenuto il 17 febbraio 1848).

Interviene Giorgio Bouchard, pastore valdese e saggista, ex-Moderatore della Tavola Valdese e ex-Presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia.

Omegna: Conferenza stampa 150 anniversario dell'Unità d'Italia

AGLI ORGANI DI STAMPA


La Chiesa Evangelica Metodista di Omegna in collaborazione con il Comune di Omegna e della Provincia del VCO, in occasione della commemorazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, organizza una mostra ed una conferenza dedicate al tema: 

“Risorgimento e protestanti”.

Al fine di illustrare le iniziative in programma è indetta una conferenza stampa per il giorno martedì 8 febbraio alle ore 11.30 presso la Sala Giunta del Comune di Omegna sita in P.zza XXIV Aprile, 18. Certi della Vs. presenza, si coglie l’occasione per porgere Distinti Saluti

IL SINDACO
del Comune di Omegna
Antonio Quaretta

Conferenza stampa - Consulta laica del VCO