Verbania - C.so Mameli 19
*Culto domenicale ore 10:30

Omegna - Via F.lli Di Dio 64
*Culto domenicale ore 10:30

martedì 29 novembre 2011

Rassegna cinematografica a cura della Consulta Laica e l'Arci Verbania

Arci VCO e Consulta del VCO per la Laicità delle Istituzioni promuovono una mini – rassegna cinematografica ad ingresso gratuito incentrata sulle tematiche dei diritti civili, del multiculturalismo, della laicità (la presentazione dei film sarà curata da Augusto Bruni). Gli incontri si prefiggono lo scopo di approfondire le tematiche menzionate attraverso la visione e il confronto tra i partecipanti.

Il primo film:  “ PERSEPOLIS” di MARJANE SATRAPI
Venerdì 2 dicembre 2011 - Circolo Arci "Luigi Zappelli" in Via Roma a Verbania Intra ore 21,00


Presentato al festival di Cannes 2007, Persepolis è un film d'animazione dal contenuto autobiografico, tratto dall'omonima Grafic Novel (genere che inizia a trovare un'eco di pubblico sempre maggiore,). Marjane Satrapi, autrice, sceneggiatrice e regista (insieme a Vincent Paronnaud) della pellicola, vive in prima persona la situazione iraniana e la racconta tramite una regressione sulla propria infanzia e adolescenza. Persepolis rappresenta la vita di una giovane iraniana, testimone in prima persona dei cambiamenti sociali e storici che ha attraversato l'Iran a partire dai primi anni '80. Un Iran dalle due facce, socialmente a pezzi, abitato da persone provate da un governo che si appella alla religione per effettuare un controllo asfissiante sulla popolazione, travisandone probabilmente i principi e radicalizzandoli in maniera spesso assurda.

venerdì 25 novembre 2011

Evangelici al Quirinale

CONVEGNO FCEI PER 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA

Roma (NEV), 23 novembre 2011 - Riportiamo gli interventi che sono stati pronunciati al Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il 22 novembre ha ricevuto in udienza una delegazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) . La delegazione è stata ricevuta in occasione del Convegno “Il Protestantesimo nell'Italia di oggi. Vocazione Testimonianza Presenza”, dedicato al 150° anniversario dell'Unità d'Italia e svoltosi al Senato.

Di seguito gli interventi del presidente della FCEI Massimo Aquilante, di Elena Bein Ricco e di Mario Miegge.

Intervento di Massimo Aquilante

Signor Presidente,
a nome della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) Le porgo il sentito ringraziamento per l'incontro di stamani e Le esprimo profonda riconoscenza per l'alto senso di responsabilità con cui, anche nei giorni scorsi, Ella ha interpretato le esigenze e le urgenze del Paese e operato per il suo bene.
Il Convegno di oggi, organizzato dalla nostra Federazione con il titolo “Il protestantesimo nell'Italia di oggi. Vocazione Testimonianza Presenza”, che proseguirà nel pomeriggio al Senato con una tavola rotonda con personalità politiche di vario orientamento, chiude le iniziative di carattere nazionale delle nostre chiese in quest'anno di celebrazioni per il 150° dell'Unità d'Italia. Vorrei ora presentarLe la nostra delegazione:
- Innanzitutto i due relatori: il professore Mario Miegge e la professoressa Elena Bein Ricco;
- i rappresentanti dei nostri organi statutari e delle persone che giornalmente portano avanti il lavoro federativo;
- le chiese che costituiscono la Federazione (mi limito a citarle in ordine alfabetico): chiesa apostolica (CAI), chiese libere (CCL), chiesa luterana (CELI), chiesa di Scozia, chiesa valdese, Esercito della salvezza (EdS), Opera per le chiese metodiste (OPCEMI), Unione delle chiese battiste (UCEBI); oltre alla Federazione delle chiese pentecostali (FCP) e all'Unione delle chiese avventiste (UICCA);
- le chiese che si riuniscono nella Commissione per i rapporti con lo Stato (CCERS);
- la Facoltà valdese di teologia (FVT), la Società biblica (SBBF-SBI), le chiese di Roma;
- sono presenti, inoltre, i precedenti presidenti della FCEI, una serie di amici e di parlamentari che ringraziamo vivamente;
- infine, sono tra di noi anche i rappresentanti di altre comunità di fede (Unione Buddhista Italiana, Unione Induista Italiana, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) cui abbiamo esteso l'invito, a rimarcare il nostro sostegno alla loro richiesta di una rapida approvazione delle Intese, per quel che riguardano i buddisti e gli induisti, e che proprio di recente hanno subito una brusca frenata. Vorrei cogliere l'occasione per esprimere anche il nostro convincimento che sia giunto ormai il tempo di riprendere un approfondito confronto che porti, il più presto possibile, all'approvazione di una “legge quadro” sulla libertà religiosa all'altezza della situazione reale della nostra società e in linea con le conquiste più alte della civiltà europea.
Siamo qui oggi nella piena consapevolezza dell'esiguità numerica dell'evangelismo italiano (che molto spesso ci limita nelle azioni concrete che pur vorremmo intraprendere nella società), e allo stesso tempo nella chiara coscienza del peso che quella singolarissima tesi dell'“estraneità” del protestantesimo allo “spirito” italiano ha avuto e continua ad avere per la storia e nella cultura del nostro popolo. Non ci stancheremo di contrastare l'ambiguità (e talvolta, la strumentalità) di questo assunto, perché siamo portatori di una vicenda storica (lunghissima vicenda storica, per il tramite del popolo e della chiesa valdese) che si è invece sempre annodata con i momenti significativi della storia nazionale. Se continuiamo ad evidenziare la nostra presenza non è certamente per “spirito corporativistico”, ma perché essa é parte della ricchezza dell'Italia e ancora attende una valorizzazione pubblica. Riteniamo che nel dibattito sulla laicità oggi, che vediamo intimamente intrecciato con i temi della democrazia, debba essere possibile superare la tradizionale e angusta strettoia della contrapposizione tra i cosiddetti “laicisti” e i cristiani, immediatamente identificati come cattolici. Esiste un modo di essere “laici” - quello protestante – che nasce dal di dentro di un patrimonio teologico. Esistono delle donne e degli uomini, credenti in Gesù Cristo, che si dichiarano “laici” e si sforzano di trarne giornalmente le conseguenze, nei rapporti col prossimo, con le istituzioni dello Stato, con la politica. Valorizzare questo patrimonio (come altri patrimoni, beninteso), da parte di chi ha responsabilità di conduzione della “cosa pubblica”, in riferimento, per esempio, all'emanazione di leggi che riguardano tutti i cittadini (cito il cosiddetto testamento biologico), può per davvero costituire un “servizio” reso alla crescita civile del Paese.
In questo quadro, mi permetto di richiamare un'iniziativa specifica per la quale la Federazione delle chiese evangeliche si sta tanto spendendo. Si tratta della Campagna “L'Italia sono anch'io”: una raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare riguardanti la normativa per il diritto di cittadinanza e il diritto di voto nelle consultazioni elettorali locali per gli immigrati regolarizzati. Una Campagna promossa da 19 organizzazioni della società civile e sostenuta da personalità di rilievo della cultura. In Italia vivono centinaia di migliaia di immigrati perfettamente inseriti nel tessuto della società: donne, uomini, bambini, che sul nostro territorio lavorano, studiano, affittano case, pagano tasse, costituiscono famiglie, giocano, s'innamorano, sognano, sperano. A questo dato, però, non sembra corrispondere una “politica dell'integrazione”. E intanto, proprio ai banchetti per le firme verifichiamo quanto siano diffusi i sentimenti che sfiorano il razzismo nel nostro popolo. Le nostre chiese sono state da subito tra i soggetti promotori e, come dicevo, sono decisamente impegnate nei vari comitati territoriali, perché nell'iniziativa hanno ravvisato un terreno concreto, ancorché circoscritto, su cui la nostra democrazia è chiamata a fare un salto di qualità. La posta in gioco non può esaurirsi in un qualche generico gesto di “carità cristiana”, da delegare magari alle comunità di fede o alle organizzazioni di ispirazione religiosa, ma è il diritto dell'individuo iscritto in quel patto di cittadinanza, che solo è preposto a tenere insieme la nazione, in cui la libertà del più debole è la migliore garanzia della libertà di tutti e tutte. La nostra speranza, quindi, è che il parlamento vorrà recepire le due proposte entro il termine della presente legislatura. Ed è stato un forte segnale d'incoraggiamento leggere le sue recentissime dichiarazioni a sostegno della Campagna: ci si è aperto il cuore!
Anche per questa ragione, signor Presidente, nel rinnovarLe il ringraziamento per questo incontro, Le formuliamo il più vivo augurio per il suo lavoro di Capo dello Stato, sapendo – come dice l'apostolo Paolo – che la sua fatica non è vana (1 Corinzi 15,58). Oggi più che mai. Grazie.

Intervento di Elena Bein Ricco

Il tema della laicità è tornato al centro dell’attenzione: tutti parlano di laicità, tutti si dicono laici, attribuendo però alla parola “laicità” dei significati molto diversi. E questo perché il concetto di laicità non è un’idea fuori dal tempo, sempre uguale a se stessa, ma nasce nella storia e nella storia cambia, assumendo forme differenti a seconda dei contesti.
Nello specifico, la domanda dalla quale vorrei partire è la seguente: qual è il modello di laicità più adatto per le democrazie del nostro tempo, destinate a diventare, a causa dei flussi migratori, sempre più multiculturali, multietniche e multireligiose?
Mi sembra che occorra scommettere su un’idea di laicità ripensata e arricchita rispetto alla concezione liberale classica, che pur rappresentando una delle conquiste più alte del mondo moderno a cui il protestantesimo ha dato un contributo significativo, si dimostra oggi per alcuni aspetti inadeguata a rispondere alle sfide della nostra contemporaneità. L’idea guida su cui si basa questa versione storicamente originaria della laicità è quella della separazione tra lo Stato e le chiese, tra le leggi civili e i codici religiosi, così che lo Stato non può privilegiare nessuna concezione religiosa o non religiosa, ma deve garantire uguali diritti a tutti i cittadini. Lo Stato laico sorto nella modernità, per proteggersi dall’ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche e per porsi al riparo dai conflitti di religione, sposta le convinzioni etico-religiose nella sfera dell’esistenza privata e le considera un “affare di coscienza” senza rilevanza sotto il profilo politico; lo Stato è neutrale, non interferisce nelle scelte di ciascuno, ma tali scelte non sono oggetto di un pubblico dibattito e di conseguenza la sfera pubblica appare come una scena indistinta e vuota, “cieca” alle differenze culturali e religiose. Questo modello di laicità ha indubbiamente il grande merito di garantire il diritto alla libertà di coscienza e l’universalismo della cittadinanza, basato sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indipendentemente dalle loro appartenenze identitarie e da quali credenze esse abbiano. Ma ecco il suo limite: nel momento in cui estromette dallo spazio pubblico la pluralità delle culture e delle religioni, finisce per sacrificare la ricchezza delle differenze e per rendere impossibile lo scambio interculturale e interreligioso. Sotto questo aspetto il modo tradizionale di intendere la laicità si rivela uno strumento debole per far fronte alla grande sfida del multiculturalismo cui sono esposte le democrazie del nostro tempo, nelle quali coesistono gruppi identitari di diversa provenienza e caratterizzati da visioni del mondo e da sistemi di valori spesso contrastanti. Si tratta della sfida della convivenza non facile tra diversi, resa più ardua dalla tendenza sempre più marcata a chiudersi nelle “piccole patrie” identitarie, in comunità omogenee in cui ciascuno incontra solo il simile a sé fino a rivendicare il valore esclusivo della propria tradizione e delle proprie radici, come si va ripetendo in modo quasi ossessivo. Tale ripiegamento identitario è rafforzato dal ritorno delle religioni spesso nella forme dei fondamentalismi, che contribuiscono ad alimentare la logica della contrapposizione al diverso da sé, visto come una minaccia da cui difendersi. Ora, se l’identità vengono estromesse dalla sfera pubblica e ricacciate nella chiusura comunitaria, si rischia di irrigidirne le posizioni e di acutizzare i contrasti multiculturali, con il pericolo che il tessuto civile si frantumi in tanti gruppi identitari separati, indifferenti gli uni verso gli altri o peggio tra loro ostili. Allo stesso modo, se non vogliamo che le religioni tornino ad essere causa di conflitti occorre che esse non siano confinate nella dimensione privata, ma vengano messe a confronto in un dibattito pubblico che ne permetta la conoscenza reciproca.

Per fronteggiare questi fenomeni nuovi, mi sembra che il modello della laicità liberale debba essere storicamente aggiornato: ciò che va mantenuto ben fermo, come punto di non ritorno, è il principio per il quale la società politica è tenuta a garantire i diritti di tutti senza discriminare né privilegiare nessuno, così come deve essere conservata la distinzione delle diverse funzioni tra lo Stato e le comunità di fede, senza confusione di ambiti e di competenze; esso invece va corretto là dove relega le convinzioni morali e religiose nella sfera della vita privata, a vantaggio di una forma di laicità che prospetti un nuovo modo di intendere lo spazio pubblico, non più vuoto ma affollato di presenze culturali e religiose di vario tipo, che si confrontano e anche si scontrano, arricchendo il dibattito della società civile.
Ecco che la laicità non è più una laicità di esclusione delle identità dall’arena pubblica, ma diviene in positivo la strategia del confronto pubblico tra le differenze e assume la forma del pluralismo attivo, basato sul metodo dialogico dello scambio interculturale e interreligioso. Ciò significa fare della sfera pubblica un ambito di interlocuzione in cui l’identità di ciascuno non sia più vissuta come una fortezza in cui rifugiarsi e una piccola “patria” da difendere, ma come un patrimonio storico-culturale da far interagire con altri modi di rappresentarsi il mondo, in base all’idea secondo cui le differenze possono convivere democraticamente senza ghettizzarsi e senza confliggere solo se vengono coinvolte in una discussione aperta e costante e poste nella condizione di contribuire alla costruzione della città comune. In questa prospettiva, anche la neutralità dello Stato si arricchisce di un nuovo significato: non è più, per così dire, una neutralità passiva, bensì attiva, perché lo Stato democratico laico non rimuove a priori le diversità dallo spazio pubblico, anzi le valorizza, promuovendo l’interazione tra fedi, valori, tradizioni differenti, ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito, impedendo al tempo stesso che una prevarichi sulle altre.
E proprio in quanto arbitro imparziale, lo Stato democratico fissa le regole alle quali deve attenersi il confronto pubblico. Esso deve innanzitutto seguire la modalità della discussione democratica, cioè deve essere paritario: tutti hanno il diritto di esporre le proprie motivazioni, anche le motivazioni teologiche, ma nessuno può rivendicare una posizione di privilegio e di superiorità. Anche le chiese sono una voce tra le altre e non possono presentarsi nell’arena pubblica come se fossero depositarie di verità indiscutibili, pretendendo di rappresentare l’assoluto. Come protestante mi sento di contrapporre a questo atteggiamento la convinzione secondo cui l’assoluto appartiene soltanto a Dio, mentre nella storia non vi sono assoluti perché essa è il campo del relativo e del provvisorio.
Vi è poi un’altra regola cui deve sottostare il confronto pubblico, la regola laica per eccellenza: quando si passa dalla fase del dibattito a quella della vera e propria deliberazione politica che produce le leggi, allora nessuna posizione, nessuna religione e nessuna chiesa può arrogarsi il privilegio di veder tradotta in legge per tutti la propria concezione particolare, imponendola anche a coloro che non la condividono. Questo risulta particolarmente chiaro se pensiamo alle spinose questioni della bioetica, in cui si scontrano diverse visioni morali. Come protestanti riteniamo che la via laica per legiferare su questioni eticamente controverse, sia ancora una volta quella di avviare un dibattito pubblico il più ampio possibile, aperto a tutti i punti di vista, fino a trovare - attraverso la pratica paziente della mediazione e del compromesso (inteso nel senso alto di “promettere insieme”) in cui ciascuno rinuncia a qualcosa in più per sé - un accordo su leggi democraticamente giuste, che sono tali in quanto non rispecchiano un’unica concezione religiosa, filosofica o morale (fosse pure quella della maggioranza) ma garantiscono a ciascuno la libertà di decidere responsabilmente i criteri del suo agire. In virtù di questo accordo fondato sul principio laico e democratico secondo cui le leggi, avendo validità obbligante per tutti, non possono basarsi su un sistema di credenze valido solo per qualcuno, ogni cittadino conserva il fondamentale diritto di assumere uno stile di comportamento conforme alla sua visione etica, ma, al tempo stesso, rinuncia a pretendere che la sua verità diventi la verità di tutti e che il suo sistema di valori venga imposto per legge anche a quanti non vi si riconoscono. Infatti, ciò che tiene insieme la società democratica non è un sistema i valori di una sola parte, di una sola tradizione, ma è l’insieme di quei valori fondanti della democrazia stessa – l’uguale dignità dei cittadini, l’universalismo dei diritti, l’autonomia individuale, il pluralismo – che sono incorporati nella Carta Costituzionale e devono essere da tutti rispettati, perché se fossero messi in questione, anche la democrazia sarebbe in pericolo.

Intervento di Mario Miegge

Signor Presidente,
vorrei innanzi tutto ringraziarla per il Suo invito, a maggior ragione perché è stato a noi offerto in un momento difficile, nel quale Ella ha guidato, con mano ferma e sguardo lungimirante, la navigazione del nostro Stato attraverso un mare tempestoso. E di questo Le siamo profondamente riconoscenti.
Come è stato detto dal Presidente della FCEI, pastore Massimo Aquilante, nell’odierno colloquio la Federazione delle chiese evangeliche in Italia presenta a Lei l’iniziativa (alla quale collaborano numerose associazioni) riguardo alla piena apertura della cittadinanza agli immigrati stabilmente residenti in questo paese (che è quotidianamente arricchito dal loro lavoro), ed alle loro figlie e figli, nati in Italia, per i quali le restrittive disposizioni legate allo ius sanguinis devono essere abolite ed immediatamente sostituite dalla vigenza dello ius loci.

Inoltre, le chiese e comunità che fanno parte della FCEI sono da sempre e prioritariamente impegnate nella lotta a favore della libertà religiosa, di coscienza e di culto. E intendono riaffermare il nesso inscindibile tra libertà religiosa e cittadinanza. La prima infatti può essere garantita soltanto in una compagine pubblica nella quale sono istituzionalmente stabiliti i diritti civili e politici ed il loro costante esercizio. Ma è altrettanto evidente che non può affatto corrispondere ai principi della giustizia (e tantomeno a quelli della democrazia) uno statuto di cittadinanza nel quale la libertà religiosa sia assente o, in qualsivoglia misura, ristretta. Una cittadinanza autenticamente democratica, infatti, si fonda sulla pluralità dei soggetti e sul reciproco riconoscimento delle loro identità e differenze. Pertanto la libertà religiosa non può essere vista come la conseguenza applicativa di un ordinamento democratico ma è invece uno dei suoi fattori costitutivi e fondativi.
Per meglio chiarire questo nesso vorrei rievocare alcune vicende storiche.
E, poiché siamo nel centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia, farò riferimento, in primo luogo, ad uno degli eventi inaugurali del Risorgimento: l’emancipazione degli ebrei e dei valdesi del Regno sabaudo, ratificata a Torino nella primavera del 1848.
A questo avvenimento fu dedicato, nel 1998, un convegno promosso dalla Presidenza della Camera dei Deputati (di cui era titolare a quel tempo l’on. Luciano Violante) che si svolse nella Sala della Lupa di Montecitorio. Uno dei discorsi di apertura fu pronunziato da Tullia Zevi, Presidente della Unione delle comunità ebraiche italiane. Purtroppo Tullia Zevi ci ha lasciati e possiamo soltanto rivolgere un dolente omaggio alla sua opera ed alla sua luminosa persona.
Ma ritorniamo al 1848. Nel regno sabaudo erano presenti, da lungo tempo, due consistenti minoranze religiose.
A differenza della maggior parte dei Principi italiani ed europei, nella seconda metà del secolo XVI, i duchi Carlo III ed Emanuele Filiberto avevano accolto nei loro territori un buon numero di immigrati ebrei, tra i quali anche gruppi di “marrani” (che dopo la conversione forzata erano tornati alla propria fede, ed erano solitamente sottoposti a dura persecuzione). Con qualche ritardo rispetto agli altri Stati, gli ebrei del Piemonte furono comunque sottoposti alla segregazione nei ghetti.

I valdesi, a loro volta, popolavano due valli, non lontane da Torino. Eredi del movimento “ereticale” che nel secolo XII era sorto a Lione ed aveva avuto espansione in tutta l’Europa, ed in particolare nei Comuni della Lombardia, i valdesi aderirono nel 1532 alla Riforma ginevrina. E nella stessa assemblea sinodale si impegnarono a finanziare la prima traduzione integrale della Bibbia in lingua francese, affidata all’umanista Pierre Olivetan, parente di Calvino. (E la copia anastatica di quel prezioso volume viene oggi offerta al Presidente).
In contrasto con il principio allora dominante del Cuius regio eius religio, i valdesi ottennero nel 1561 la concessione di praticare il culto riformato in un’area ristretta delle Alpi. Ma nel secolo seguente furono per due volte esposti allo sterminio e riuscirono a sopravvivere soltanto grazie alla solidarietà delle Repubbliche protestanti della Svizzera, di Ginevra e dell’Olanda.
I diritti di cittadinanza e di culto assicurati agli ebrei ed ai valdesi dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico furono presto revocati nell’epoca della Restaurazione. Negli ultimi mesi del 1847 si sviluppò in Piemonte una forte mobilitazione a favore delle due minoranze religiose, guidata di fratelli Roberto e Massimo d’Azeglio, alla quale concorsero il Conte di Cavour e la parte più illuminata del cattolicesimo piemontese.
Il 16 febbraio 1848 si diffuse a Torino la notizia dell’imminente decreto di emancipazione dei valdesi, promulgato dal re Carlo Alberto. I cronisti narrano che una gran folla si radunò sotto la dimora di Amedeo Bert (pastore della congregazione dei protestanti stranieri nella capitale piemontese) ed iniziò a cantare: Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta! E dopo la pubblicazione delle “Lettere patenti”, intorno ai fuochi di gioia accesi sulle alture valdesi, ripetutamente si innalzano le esclamazioni: Viva l’Italia! Viva la Costituzione! Viva Carlo Alberto! E infine la marcia della delegazione valdese verso Torino, in vista dei festeggiamenti ufficiali, procede tra due ali di popolo che scandiscono: Viva la libertà di coscienza!

Quelle manifestazioni pubbliche, che precedono di pochi giorni lo Statuto albertino e l’insurrezione di Milano, hanno un segno comune e di rilevante portata. Le voci infatti inneggiano alla “Italia” che si desta ed annunziano una cittadinanza nazionale e costituzionale che ancora non c’è, nella quale la “libertà di coscienza” ha una collocazione centrale. L’emancipazione dei valdesi, insomma, non è più un fatto locale, il risarcimento dovuto ad una minoranza religiosa emarginata e perseguitata. Diventa invece evento collettivo e corale: un balzo in avanti della coscienza storica e politica nelle terre e nelle città del Piemonte.
La lotta per la libertà religiosa ha avuto lunga durata. Molto prima dell’Illuminismo e delle rivoluzioni d’America e di Francia, è stata sostenuta principalmente (e sovente a duro prezzo) da gruppi di cristiani dissidenti dalle Chiese di Stato. In Inghilterra, nel Seicento, propugnatori della libertà religiosa e della separazione delle Chiese dallo Stato furono i Battisti e gli “Indipendenti”, protagonisti del conflitto tra il Parlamento ed il re Carlo I, e poi i Quaccheri, nonviolenti ed irrispettosi delle Autorità. Sull’altra sponda dell’Atlantico si è svolta, negli stessi decenni, una vicenda, che già altre volte ho menzionato e che è stata nuovamente posta in luce dalla filosofa americana Martha Nussbaum, nel suo recente libro sulla Libertà di coscienza.

Nel 1630 i puritani guidati da John Winthrop fondarono la colonia del Massachusetts. Emigrati per ragioni di coscienza (il rifiuto dell’ordinamento episcopale della Chiesa d’Inghilterra), essi, per un verso, costruirono istituzioni politiche e congregazioni religiose organizzate in forme democratiche. Ma, per un altro verso, mantennero un regime, fortemente discriminante, di uniformità confessionale. Nel 1635 Roger Williams, pastore della comunità di Salem, enunciò alcune tesi che vennero considerate provocatorie ed eversive. Oltre a contestare le sussistenti commistioni tra il potere politico e quello ecclesiastico, egli sosteneva che le terre americane non appartenevano al Re d’Inghilterra (che aveva concesso sul piano giuridico l’istituzione della Colonia) bensì alle popolazioni indigene, e pertanto dovevano essere acquistate per mezzo di regolari contratti. Espulso dal Massachusetts, Roger Williams, con pochi compagni, ridiscese la costa e fondò un nuovo insediamento in Rhode Island, pagando il prezzo dei suoli alle tribù algonchine, di cui era amico e conosceva la lingua. Venne istituita una comunità politica nella quale erano egualmente accolti tutti i gruppi confessionali protestanti ed in seguito anche gli ebrei: per la prima volta nella storia moderna, l’accesso alla cittadinanza ed alle cariche pubbliche non era più vincolato ai requisiti della appartenenza religiosa. Roger Williams affermò che l’uniformità religiosa imposta legalmente non soltanto è contraria all’Evangelo ma perverte anche le menti, inclinandole alla ipocrisia. Ora, se i regimi autoritari e dispotici possono avvalersi di una uniformità “ipocrita”, un corpo politico fondato sul Patto esige al contrario la completa trasparenza e lealtà dei consociati. E perciò, nella Dichiarazione della Assemblea che nel 1647 istituì l’ordinamento del Rhode Island, è detto innanzi tutto “che il governo stabilito è democratico, vale a dire un governo sostenuto dal libero e volontario consenso di tutti gli abitanti liberi.” E subito dopo viene aggiunto che i contraenti si impegnano “con la massima lealtà e buona fede, nonostante le nostre diverse convinzioni per quel che riguarda la verità riposta in Gesù, sul quale punto tutte le nostre fedi convergono”.
Il riconoscimento aperto e reciproco delle diverse convinzioni di fede era dunque posto alla base della nuova cittadinanza democratica. Quella dichiarazione permane ancora valida ed attuale nel tempo incerto e travagliato in cui siamo chiamati a vivere ed operare.

mercoledì 23 novembre 2011

Gli evangelici al Quirinale. Napolitano: "E' una follia che chi nasce in Italia da genitori stranieri non sia cittadino italiano"

Roma, 22 novembre 2011- Notizie Evangeliche (NEV)


Il fatto che non esista una legge che garantisca la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da genitori immigrati è "una follia e un'assurdità". Lo ha dichiarato questa mattina il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso dell'udienza con una delegazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ricevuta in Quirinale.

La questione dei diritti di cittadinanza è stata introdotta dal pastore Massimo Aquilante, presidente della FCEI, che nel saluto rivolto al presidente Napolitano ha citato la Campagna "L'Italia sono anch'io", della quale la FCEI è uno dei 19 enti promotori. Facendo riferimento alle due leggi di iniziativa popolare promosse dalla Campagna - lo ius soli e il voto nelle consultazioni elettorali locali per gli immigrati - e ricordando che una vera politica di integrazione è impensabile senza questi fondamentali diritti, Aquilante ha auspicato che "il Parlamento vorrà recepire le due proposte entro il termine della presente legislatura".

Su questo punto il presidente della Repubblica ha espresso la sua convinzione che "oggi si apre un campo di iniziative più ampio che in passato". Anche se dopo la tempesta - come ha detto Napolitano - il mare è ancora mosso, il Presidente della Repubblica si è tuttavia detto convinto della maggiore obiettività e costruttività da parte delle forze politiche. Un clima che apre anche per il Parlamento maggiore spazio per intervenire in questioni come quella della cittadinanza, ma anche su altri temi, come "quello dei rapporti fra lo Stato italiano e le singole comunità religiose". Questo l'augurio espresso dal capo dello Stato, che ha sottolineato la necessità della "piena consapevolezza del rilievo sociale e pubblico delle confessioni religiose".

Al presidente Aquilante è seguito l'intervento della professoressa Elena Bein sull'idea di laicità in una società multiculturale e multireligiosa. "Lo Stato democratico laico - ha detto Bein - non rimuove a priori le diversità dallo spazio pubblico, anzi le valorizza, promuovendo l’interazione tra fedi, valori, tradizioni differenti, ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito, impedendo al tempo stesso che una prevarichi sulle altre".

Il professor Mario Miegge ha invece tracciato un percorso storico incentrato sull'emancipazione di valdesi ed ebrei - cioè il riconoscimento dei loro diritti civili - avvenuto nel Piemonte sabaudo nel 1848, una data simbolo del Risorgimento italiano. "Le chiese e comunità che fanno parte della FCEI - ha affermato Miegge nel suo discorso - sono da sempre e prioritariamente impegnate nella lotta a favore della libertà religiosa, di coscienza e di culto. E intendono riaffermare il nesso inscindibile tra libertà religiosa e cittadinanza".

Al termine della cerimonia al Presidente Napolitano è stato fatto dono di una copia anastatica della "Bibbia di Olivetano", pubblicata per la prima volta nel 1535 a Serrières, presso Neuchâtel. Pietro Olivetano è autore della prima traduzione protestante della Bibbia in francese finanziata dai valdesi, dopo la loro adesione alla Riforma ginevrina nel 1532. La Bibbia si apre con una prefazione dello stesso riformatore Giovanni Calvino.

giovedì 10 novembre 2011

Alluvione Liguria. La Federazione delle chiese evangeliche lancia una sottoscrizione

Roma (NEV), 9 novembre 2011 - La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha aperto una sottoscrizione per le vittime dell'alluvione in Liguria. Mentre si piangono i morti e ancora si spala il fango che ha ricoperto le strade, il Consiglio della FCEI ha voluto esprimere la propria vicinanza nella preghiera alle persone colpite, tra le quali figurano anche alcune famiglie evangeliche. “Oltre alla solidarietà – ha dichiarato la pastora Letizia Tomassone, vice presidente della FCEI - è importante che le chiese si facciano promotrici di una riflessione sulla gestione del territorio italiano, spesso così fragile e abbandonato a se stesso”.

Per aderire alla raccolta fondi si può utilizzare il conto corrente postale: n. 38016002 - IBAN: IT 54 S 07601 03200 0000 38016002, BIC/SWIFT code: BPPIITRRXXX intestato a: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, via Firenze 38, 00184 Roma. Specificare nella causale: Alluvionati Liguria.

venerdì 4 novembre 2011

Consulta del VCO per la laicità delle Istituzioni invita all' Incontro con Mina Welby



COMUNICATO STAMPA


“Fine vita e libertà di scelta: Sindaci, candidati sindaco, amministratori e forze politiche si esprimano”

Il 9 Novembre, all’incontro con Mina Welby che si terrà presso la Libreria Margaroli, la “Consulta del VCO per la laicità delle Istituzioni” rilancerà (oltre alla proposta di costituzione di un “TAVOLO PER LA LIBERTA’ DI SCELTA” aperto ai cittadini, alle associazioni, alle forze sociali e politiche) la proposta di istituzione dei Registri Comunali e Provinciali per i Testamenti Biologici e le Dichiarazioni Anticipate di Volontà. E’ una iniziativa che si contrappone alla pessima proposta di Legge Calabrò e ad un vento proibizionista e confessionale che pretende di sostituirsi al libero arbitrio individuale. Chiediamo ai Sindaci del VCO (o ai candidati Sindaco), agli amministratori, ai consiglieri comunali, alle forze politiche di esprimersi pubblicamente. Dichiarando la loro posizione relativamente alla proposta di adozione dei RTB, senza ambiguità ed equilibrismi. E chiediamo ai giornalisti della informazione locale di fare la loro parte e interrogare i rappresentanti delle istituzioni locali su questo tema.


Per la “Consulta del VCO per la Laicità delle Istituzioni”


Jean-Félix Kamba Nzolo (coordinatore)
Fabio Ruta (segretario organizzativo)


Consulta del Verbano-Cusio-Ossola per la Laicità delle Istituzioni
http://www.consultalaicadelvco.blogspot.com/
E-mail: consultalaica.vco@gmail.com
http://www.facebook.com/group.php?gid=111042662265442&ref=ts#!/group.php?gid=111042662265442