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martedì 27 ottobre 2009

Quale riforma con il papa?

di Giorgio Tourn

Ogni anno le chiese protestanti ricordano quel 31 ottobre 1517 quando Lutero affisse le sue 95 tesi a Wittemberg, aprendo il dibattito sulle indulgenze e poi sulla riforma della chiesa. Che la chiesa debba sempre rinnovarsi per esser fedele al Vangelo di Cristo è fuori di dubbio ma di che natura è questo rinnovamento? Si tratta di un riformismo formale, di una nuova forma di vita (ri-forma), di una restaurazione della forma originaria? E in secondo luogo che posto occupa il papa in questo processo?

Il problema della riforma è antico come la chiesa stessa ed è sempre stato sempre presente, in modi più o meno espliciti, nella cristianità. La proposta più radicale e innovativa di riforma è quella che nel XVI secolo seguì la predicazione di Lutero, anche se il monaco agostiniano, nell’affiggere le sue tesi sul tema delle indulgenze e della penitenza, non pensava minimamente ad un progetto di riforma. Poneva solo un interrogativo ai teologi e agli ecclesiastici del suo tempo ma, pur non essendone pienamente consapevole (lo capì dopo), il suo era un interrogativo di fondo: quale è il potere che ha la chiesa nel comunicare la salvezza divina? E’ questa la lettura che si dà del suo gesto e le opinioni che hanno a lungo circolato su di lui: uomo immorale, interessato, fanatico ribelle, sono abbandonate dai più e anche i cattolici riconoscono che si trattò di un pensatore di grande spiritualità e fede.
E’ altresì chiaro ormai che la sua protesta contro le devianze e gli errori della chiesa non era di natura morale ma teologica. L’immoralità e l’ignoranza del clero era al tempo suo un fatto evidente e suscitava l’indignazione e le proteste di tutti i credenti, laici e chierici. Non erano però le amanti di papa Borgia a preoccupare Lutero ma il potere delle chiavi, che la chiesa rivendicava per sé, in particolare al magistero. Chi apre e chiude le porte del Regno, condanna e assolve, la parola del Vangelo o il clero? La questione delle indulgenze non si poneva solo sotto il profilo veniale di un mercato delle realtà spirituali, ma sotto quello teologico di una gestione illegittima del sacro. Con la lucidità e l’intuizione che lo caratterizzano Lutero aveva di conseguenza individuato il problema: non si tratta di purificare e moralizzare la chiesa, e forse neppure di riformarla, ma di restaurarla nella sua forma primitiva, quella che aveva in origine, quando le chiavi le aveva in mano Cristo.
Non si rese conto subito, ma gli divenne chiaro molto presto, che questo significava togliere le chiavi dalle mani dei sedicenti successori di Pietro e riportare la chiesa a prima del papato. Dal tempo della Riforma è trascorso molto tempo e la realtà del papato non è più oggi quella che era allora; Lorenzo Valla ha dimostrato la falsità della Donazione di Costantino e l’infondatezza della pretesa clericale al governo dell’Occidente, i bersaglieri italiani hanno posto fine allo Stato della Chiesa aprendo la breccia nelle mura di Roma. Immutata resta però la struttura di fondo del pensiero romano, e la bandiera pontificia, con le chiavi, continua a sventolare sul Vaticano e sulle nunziature nel mondo.
Ma dall’epoca di Lutero sono stati compiuti passi decisivi in una direzione che egli non prevedeva: sul cammino di una identificazione della chiesa con il papa. Il primo è stato compiuto al (molto più che dal) concilio di Trento, con la definitiva eliminazione dalla cattolicità di ogni ipotesi di ecclesiologia conciliare. Il tormentato cammino dei lavori di quell’assemblea, le tensioni interne, i conflitti hanno visto il progressivo accentuarsi delle decisioni nelle mani dei legati pontifici, e con umorismo si diceva che lo Spirito Santo viaggiava da Roma a Trento. Questo ha significato la trasformazione dei vescovi da pastori delle diocesi e del popolo dei credenti in funzionari di curia. Si può discutere oggi se la dottrina tridentina della giustificazione sia conciliabile o meno con le posizioni luterane, esercizio di pura retorica teologica. ma questo non intacca la rivoluzione giuridica dell’episcopato. Ma dopo Trento Roma ha proseguito il suo cammino in quella direzione e, come gli studi di Paolo Prodi hanno mostrato in modo esemplare, la Chiesa ha realizzato paradossalmente il primo Stato dell’Assolutismo moderno. Il papa re non è un’immagine retorica della polemica anticlericale, non l’ha inventata "l’Asino", il caustico giornale ottocentesco, è un dato di fatto storico. Ma il cammino della teologia papale si conclude nel Vaticano I con il dogma dell’infallibilità. Pur avendone fatto uso, e in modo molto soft, solo nel caso della proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria, il principio permane, affermato in termini espliciti.
In questa luce la chiesa romana del XX secolo ha assunto, rispetto a quella dei secoli precedenti, una identità molto caratteristica: si va identificando in modo sempre più forte con il pontefice. Questo non significa che abbia più potere, sia più autorità (Gregorio VII, Innocenzo III, Pio V restano fuori della norma!) ma la sua personalità diventa sempre più marcata, carismatica, senza confronto con quella dei papi che hanno preceduto Pio IX. Da Pio XII a Benedetto XVI gli uomini che siedono sul seggio di Pietro sono più e altro che l’espressione del papato, ministri che esercitano un mandato, assolvono una funzione; sono personaggi: il diplomatico e il pastore, l’artista e il professore che maneggiano le chiavi di Pietro secondo la loro visione della fede e con questa visione si identifica la chiesa del loro pontificato. E’ un caso che tutti siano in via di santificazione, anzi già santi nella coscienza popolare laddove, se non andiamo errati, bisogna risalire a metà del Cinquecento per trovare san Pio V? Come Maria è l’icona della Chiesa il papa ne è la voce, la presenza visiva, una sorta di epifania. Del tutto inutile e banale perciò cercare di inquadrarli nelle categorie di conservatore-progressista, conciliare-reazionario; da questo punto di vista il Vaticano II più che segnare il cammino della Chiesa definisce un pontificato. La generazione di Lutero e di Calvino avevano usato espressioni estremamente forti a questo riguardo, parlando del papato come dell’Anticristo, e i riformati da parte loro usavano definire i cattolici dei "papisti". Nel linguaggio oecumenical correct non si possono usare, ma è lecito chiedersi se si trattava solo di espressioni poco rispettose dell’identità romana o se piuttosto veniva individuato con questi termini il nodo fondamentale della Riforma, possibile solo con la fine del papato.
Pubblicato il 26 ottobre 2009 sul sito: http://www.chiesavaldese.org/

giovedì 22 ottobre 2009

"No" degli evangelici al moltiplicarsi delle ore di religione confessionali

Così non si favorisce l'integrazione scolastica e culturale

Roma (NEV), 21 ottobre 2009 - Sono numerose le reazioni degli evangelici alla proposta lanciata la scorsa settimana dall'on. Adolfo Urso in merito all'introduzione nella scuola pubblica di un'ora di religione islamica. Contro l'eventualità che si possano disgregare intere classi secondo le diverse appartenenze religiose degli alunni, tra le fila del mondo protestante si è alzato un coro di "no".
Contraria ad un'altra ora “confessionale” la pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese: “Valdesi e metodisti – ha affermato - non chiedono e non chiederanno un’ora di religione ‘protestante’. Non lo faranno perché convinti che il tema della formazione religiosa confessionale sia di specifica spettanza delle famiglie e delle comunità di fede. E questo, dal nostro punto di vista, dovrebbe valere per i cattolici, per i musulmani, per i buddisti e così via. Ma se siamo e restiamo contrari a ogni forma di insegnamento confessionale nella scuola pubblica, questo non vuol dire che la scuola debba ignorare quella dimensione religiosa che costituisce un tratto rilevante di ogni società multietnica e multiculturale. Anche in Italia – persino nell’Italia cattolica e secolarizzata, ci viene da dire – iniziamo ad avere una certa familiarità con il Ramadan islamico, lo Yom Kippur ebraico, il Vesak buddista, con il libro di Mormon o i Veda della tradizione induista. Educare alla realtà del pluralismo religioso dovrebbe diventare quindi un obiettivo fondamentale di ogni percorso scolastico teso a formare persone e cittadini consapevoli e partecipi della complessa realtà che li circonda”.
Nicola Pantaleo, presidente dell’Associazione "31 Ottobre, per una scuola laica e pluralista, promossa dagli evangelici italiani", ritiene che "la mossa del sottosegretario Urso, ancorché animata dalle migliori intenzioni, contrasta con il principio della laicità delle istituzioni che presuppone l’assenza di un insegnamento confessionale nella scuola pubblica". Per Pantaleo non è certamente "moltiplicando l’offerta religiosa che si ottempera a quel principio irrinunciabile o si favorisce l’integrazione scolastica e culturale. Di fatto la proliferazione di 'ghetti' confessionali può solo esasperare le incomprensioni e le gelosie identitarie. E’ una strada sbagliata". E intanto l'Associazione "31 ottobre", ribadisce la necessità di adottare un insegnamento di "religioni nella storia" che sia libero da ipoteche confessionali e fornisca agli studenti una conoscenza del fatto religioso ad ampio raggio.
La soluzione ipotizzata è la “risposta sbagliata ad un problema reale" è il parere dell'Alleanza evangelica italiana (AEI), che con un comunicato stampa diffuso ieri ribadisce la sua opposizione all'insegnamento della religione cattolica (IRC) nella scuola pubblica ritenuto "privilegio iniquo in uno stato laico". Con l'ipotetica aggiunta di un altro insegnamento religioso invece di risolvere "il vizio di fondo dell'IRC", lo estende e lo amplifica ulteriormente. AEI propone quindi l'abolizione dell'IRC e l'introduzione di una legge per la libertà religiosa che "finalmente introduca nel nostro paese una legislazione rispettosa di tutte le componenti religiose in un quadro di laicità ed uguaglianza. Solo così ci potrà essere integrazione, anche della minoranza islamica".

sabato 17 ottobre 2009

Presentazione dell'Ottava Giornata del dialogo cristianoislamico del 27 ottobre 2009

Di Jean-Félix Kamba Nzolo, pastore valdese

La Giornata del dialogo cristiano islamico giunge alla ottava edizione. Un’iniziativa nata all’indomani di ciò che ormai viene identificato con la data dell’ 11 settembre 2001, ovvero l’ attentato terroristico di New York e Washington, quando, in un clima di sconcerto e di paura, fu fatto circolare un appello “per il dialogo” sottoscritto da centinaia di personalità del mondo cattolico, protestante ed ortodosso italiano.
La Giornata del dialogo cristiano-islamico è stata istituita con lo scopo di contrastare il clima di incomprensione e talvolta di contrapposizione che si era determinato tra le due comunità. Da allora ogni anno, il 27 ottobre si sono realizzati centinaia di eventi in tutta Italia, ciascuno organizzato secondo specifiche modalità locali. La Giornata del 2007 cade in un periodo particolarmente difficile, talvolta caratterizzato da un clima di tensione e paure che la presenza dei musulmani sul territorio italiano suscita tra l’opinione pubblica, a maggioranza cristiana. I promotori della Giornata invitarono istituzioni politiche e religiose, società civile e cittadini ad impegnarsi affinché la logica e la pratica del dialogo prevalgano sullo scontro tra le culture.
Non si tratta di un’iniziativa nata dall’alto delle istituzioni religiose, ma di un’iniziativa nata dal basso, perché ideata da persone appartenenti a diverse confessioni cristiane e che fino allora erano impegnate nel dialogo interreligioso con l’islam, per lo meno coi musulmani italiani e che avevano sentito il bisogno di pronunciarsi all’indomani di quella strage dell’11 settembre con una proposta seria in grado di impegnare le chiese cristiane. Quest’ultime sono sollecitate a non limitarsi alle buone intenzioni ma ad attuare un autentico dialogo con l’Islam basato sulla conoscenza e rispetto reciproci nello spirito del documento conciliare cattolico "Nostra Aetate ", della "Charta Oecumenica ", firmata dalla Conferenza delle Chiese europee (KEK), un organo che raggruppa la maggior parte delle chiese ortodosse, riformate, anglicane, libere e vecchio cattoliche d’Europa e dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE) nel quale sono incluse le Conferenze episcopali d’Europa.In un certo senso, si è passato dal dialogo fra le istituzioni al dialogo fra le persone: questo è il filo rosso della Giornata di dialogo cristiano-islamico. Ogni anno viene lanciato l’appello per una nuova edizione della Giornata al quale aderiscono associazioni, gruppi, singoli, ecc… che promuovono nelle loro città iniziative di dialogo con l’Islam.

giovedì 15 ottobre 2009

Appello contro il razzismo

"Un gruppo di intellettuali ha sottoscritto un appello contro il razzismo rivolto a tutte le forze sociali e politiche e a tutti i cittadini che credono nella giustizia e nell'eguaglianza, per la piu' vasta partecipazione alla manifestazione di sabato 17 a Roma contro il razzismo".
L'introduzione del reato di immigrazione clandestina, il prolungamento della detenzione amministrativa e l'ulteriore limitazione della possibilita' per i migranti di accedere a servizi fondamentali accentuano in maniera drammatica la curvatura proibizionista e repressiva delle politiche migratorie del nostro Paese. Ad essere travolti sono i principi fondamentali di eguaglianzae di solidarieta' che costituiscono il cuore della nostra carta costituzionale. Punendo la condizione di irregolarita' in quanto tale – e senza prevedere vie praticabili di uscita da tale situazione - si crea nelsentire collettivo l'immagine del migrante come nemico nei cui confronti tutto e' lecito e possibile, anche la delega della sicurezza pubblica ai privati, organizzati in ronde e organizzazioni consimili. Cosi' si apre la strada - come molti fatti di questi giorni dimostrano - a una societa' razzista, dominata dall'intolleranza e dall'odio. Il nostro Paese ha gia' vissuto la vergogna delle leggi razziali: non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo. E' lo stesso sistema democratico nato dalla Resistenza contro il fascismo e scritto nella Costituzione ad essere in pericolo.A fronte di cio' e' necessaria una reazione forte e consapevole che coinvolga le coscienze individuali e collettive, i cittadini e le organizzazioni democratiche nella loro pluralita' e differenza. Occorre dare visibilita' a chi crede nella giustizia, nella uguaglianza, nella pari dignita' di tutti. Occorre impedire che il razzismo dilaghi alimentando, per di piu', il senso di insicurezza e di paura. Occorre che i migranti, venuti in Italia per costruire il loro futuro e quello dei loro figli trovino nel nostro Paese valori di giustizia, di accoglienza e di solidarieta'.Per questo ci auguriamo che la manifestazione nazionale antirazzista, promossa per il 17 ottobre a Roma da un larghissimo schieramento di forze sociali e politiche, sia animata da una grande, plurale e unitaria partecipazione.Fermare il razzismo, modificare la disciplina dell'immigrazione, assicurare la possibilita' di soggiorno e il godimento dei diritti sociali, civili e politici alle lavoratrici e ai lavoratori stranieri rappresentano una priorita' per salvare la nostra democrazia.

Simonetta Agnello Hornby, Stefano Benni, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri,Luigi Ciotti, Cristina Comencini, Erri De Luca, Carlo Feltrinelli, IngeFeltrinelli, Luigi Ferrajoli, Dario Fo, Marco Tullio Giordana, MargheritaHack, Gad Lerner, Fiorella Mannoia, Guido Neppi Modona, Moni Ovadia, LivioPepino, Franca Rame, Stefano Rodota', Igiaba Scego, Antonio Tabucchi.14 ottobre 2009

Ottava Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico

27 ottbre 2009
La gioia del raccontarsi la vita

"Siamo tutti migranti"

Ci incontreremo martedì 27 ottobre 2009 alle 21 presso il Centro di Incontro S.Anna di Verbania Pallanza per un incontro di letture dei testi biblici e coranici, riflessioni, preghiere e invocazioni.

Promuovono: Le Parrocchie Cattoliche di Verbania, La Chiesa Evangelica Metodista (Unione delle Chiese Evangeliche Valdesi e Metodiste), Parrocchia Ortodossa rumena di Verbania, La Comunità musulmana del verbano

Appello per la Ottava Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico del 27 ottobre 2009

La gioia del raccontarsi la vita

Siamo tutti migranti. Non c’è essere umano che non abbia affrontato per lo meno una volta nella sua vita una migrazione da un luogo ad un altro, con tutte le difficoltà che questo comporta.
La moderna tecnologia ci pone anzi in continuo movimento ed a continuo contatto, sia reale che virtuale, con persone dalle diversissime origini, culture, religioni. La globalizzazione ci pone di fronte, molto più che nel passato, alla necessità della convivenza con persone provenienti dalle più disparate parti del nostro pianeta, l’unico che abbiamo, ognuno con il proprio carico di tradizioni, cultura, religioni, storie da raccontare.
La paura dei migranti, ed in particolare di quelli di religione islamica, che è stata instillata nella coscienza degli italiani da una campagna mediatica martellante e perversa, è quindi del tutto ingiustificata perché ci mette fuori dalla realtà del mondo attuale. Realtà con cui peraltro le moderne società dell’occidente si stanno confrontando, nonostante le ovvie fatiche, in modo positivo. L’islamofobia e l’odio razziale, così come si stanno verificando nel nostro paese, sono infatti uniche nel panorama politico e sociale europeo, dove le politiche di integrazione e di dialogo fra le persone provenienti da paesi diversi sono una pratica costante.
Ed è partendo da tali considerazioni ed in vista della prossima edizione della Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico del 27 ottobre 2009, che proponiamo a tutte le associazioni, alle riviste culturali, alle comunità religiose cristiane e musulmane che dal 2001 stanno conducendo con noi questa esperienza, anch’essa unica nel panorama europeo, di assumere come slogan della giornata quello de “La gioia del raccontarsi la vita”.
Abbiamo bisogno di riscoprire il valore dell’incontro con gli altri, la capacità di raccontarsi e di scoprire le comuni esperienze di vita e le particolarità culturali, religiose, sociale di ogni persona. Dobbiamo superare la logica dell’homo homini lupus, che vede un pericolo in ogni persona che non appartenga al proprio “clan”, e riscoprire il prendersi cura vicendevolmente gli uni degli altri che è scritta nei libri sacri di cristiani e musulmani.
Possiamo anzi fare della ottava giornata del dialogo cristiano islamico un momento per riscoprire la dimensione del racconto che è riscontrabile in modo chiaro sia nella Bibbia sia nel Corano, libri che sono stati alimentati dallo spirito di Dio, che è passato e continua a passare di bocca in bocca, di cuore in cuore, di generazione in generazione e che solo dopo un lungo processo di trasmissione orale è stato messo su carta.
Sì, spetta ora a noi riscoprire la dimensione del racconto della propria fede. Spetta ora a noi riscoprire la gioia del raccontarci la vita, la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria fede, i propri sogni, le proprie speranze di pace e di un mondo migliore!
Con un fraterno augurio di pace, shalom, salaam
Il Comitato organizzatore
Roma, 2 luglio 2009

martedì 6 ottobre 2009

Ladri difesi a colpi di scudo

In Italia l’evasione fiscale è sì un reato ma alla fine è condonabile e anche premiata con il pacco dono della depenalizzazione del falso in bilancio: peggio di così!
Giovanni Arcidiacono


«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva… Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53 Costituzione Italiana). Questo principio costituzionale ha formato e informato la coscienza di generazioni di docenti e professionisti che hanno operato e ancora oggi operano nei settori economici più disparati e che hanno creduto, soprattutto dopo la riforma fiscale del 1972, alla possibilità
di una significativa e duratura inversione di tendenza nel rapporto fiduciario tra cittadini e lo Stato, convinti che si potesse restituire alle generazioni future il principio della responsabilità del cittadino contribuente di fronte allo Stato nell’ambito del rapporto costi-benefici: la partita del Dare rappresentata dalle imposte prelevate dallo Stato in ragione della capacità contributiva di ciascuno e la partita dell’Avere, rappresentata dalla quantità e qualità di servizi erogati dallo Stato per il benessere della collettività.
Si è trattato di una lunga e lenta azione pedagogica e professionale orientata al superamento di una cultura fiscale che, formatasi nei secoli passati, ed essenzialmente fondata sul rapporto di sottomissione del subditus nei confronti dello Stato, aveva favorito il diffondersi di un agire illegale noto come «evasione fiscale», aggravando il bilancio dello Stato con evidenti squilibri sociali sul piano della equità fiscale e della distribuzione dei redditi.
Il primo atto di clemenza tributaria fu avviato proprio all’indomani della riforma tributaria dall’allora ministro Colombo, che avvertì la necessità di introdurre nella legislazione fiscale il concetto di «condono» nella convinzione che fosse il primo e l’ultimo, in quanto in costanza del nuovo regime tributario le entrate dello Stato sarebbero state accertate con maggior rigore al fine di garantire, migliorandolo, lo stato sociale per la collettività. Così non fu: negli anni successivi si sono susseguiti condoni e «scudi fiscali» che hanno nei fatti ostacolato significativamente l’azione di chi testardamente ha difeso, nelle varie sedi professionali, l’esigenza di una giustizia sociale equitativa.
In particolare, l’istituto dello Scudo fiscale reca in sé non solo una cultura premiante chi ha esportato capitali all’estero e/o nei cosiddetti paradisi fiscali, proteggendo patrimoni e ricchezze di provenienza spesso illegale e criminale dalla scure del fisco, ma anche una percezione culturale secondo cui l’evasione fiscale è sì un reato, ma alla fine condonabile, e, sul piano etico soprattutto, è un furto.
È difficile oggi convincere gli imprenditori, nel rapporto fiduciario professionale, che l’evasione fiscale è riconducibile a tutti gli effetti alla fattispecie del «furto», perché si concretizza la «sottrazione» di risorse allo Stato, creando una sperequazione tra le categorie sociali di sempre più vaste dimensioni, in particolare tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi: i primi tassati alla fonte e i secondi solo su quanto dichiarato, salvo accertamenti.
Con la recente introduzione dello Scudo fiscale ter non solo si prevede l’istituzione di una minima imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali (5%), ma anche l’anonimato, l’assoluta certezza che nessun accertamento sarà applicato da parte dello Stato e un pacchetto «dono» composto da varie depenalizzazioni a partire dal reato di falso in bilancio. Con lo Scudo fiscale ter prende corpo e sostanza la dichiarazione dell’attuale presidente del Consiglio fatta nel 2004 secondo cui «L’evasione fiscale per chi paga il 50% di tasse è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini e non ti fa sentire moralmente colpevole» (Berlusconi).
Oggi non è il tempo della lotta all’evasione fiscale, ma è il tempo in cui si riducono la quantità e la qualità dei servizi sociali, a partire dalla scuola: le ragioni del Dare (entrate) prevalgono sulle ragioni dell’Avere (servizi). La partita doppia di questa contabilità presenta un saldo negativo pesantissimo da sopportare per le giovani generazioni. L’abbassamento del livello complessivo del sistema scuola in Italia grida vendetta e il richiamo, per citare lo scomparso Ralf Dahrendorf, recentemente fatto dal presidente della Repubblica Napolitano è più che opportuno: «La principale ragione per istruire i cittadini non è il fatto che ciò comporta evidenti vantaggi economici per il paese, ma il principio secondo cui “ogni essere umano, dovunque sia nato e di chiunque sia figlio, deve avere l’opportunità di sviluppare i propri talenti”». È quello che dice d’altronde l’articolo 2 della nostra Costituzione, quella «legge delle leggi» che è oggetto di specifico insegnamento nelle scuole: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana», dice la nostra Carta. E tra questi ostacoli il maggiore è forse proprio quello di un insufficiente livello di istruzione».
In qualità di commissario agli esami di Stato, ho toccato con mano la gravità dell’insufficienza del sistema scolastico che premia studenti di scuole private che non studiano, non frequentano le lezioni, ma pagano profumatamente il loro «diritto all’istruzione». E allora v’è da sottolineare una saldatura tra l’evasione fiscale e l’evasione scolastica dalla scuola pubblica a favore della scuola privata: si può rubare anche il titolo di Ragioniere!
E le chiese in tutto questo processo di disgregazione sociale che ruolo hanno in Italia? Quale parola possono annunciare? E qual è la parola che non annunciano? A mio giudizio va preso sul serio il comandamento «Non rubare». Ci si deve chiedere se si può continuare a servire le istituzioni, a esempio quelle finanziarie, che sempre più sono implicate in processi di globalizzazione crescente e che partecipano a sistemi di scambio sempre più violenti e immorali. Non rubare significa anche impegnarsi nella lotta contro l’evasione fiscale perché attiene nelle democrazie avanzate alla lotta contro la povertà e alla realizzazione di una giusta distribuzione della ricchezza. Scudo fiscale e «Scudo Istruzione» sono i segni della prevalenza del criterio del rubare.
Che fare? Ci rimane quanto ci suggerisce Eric Fuchs: «la possibilità di trasgredire la falsa sacralità del denaro attraverso la rivendicazione perseverante all’onestà e alla generosità»
* docente di Economia aziendale e dottore commercialista a Bari