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mercoledì 11 marzo 2009

Staminali embrionali. La svolta americana, il dogmatismo italiano

di Paolo Naso, giornalista e docente di Scienza politica

“Come persona di fede, credo che noi siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri e a lavorare per alleviare la sofferenza umana. Io credo che ci sia stata data la capacità e la volontà di proseguire in questa ricerca, e l'umanità e la coscienza per farlo responsabilmente. D'ora in poi – ha aggiunto Barack Obama – l'Amministrazione prenderà i suoi provvedimenti sulla base di decisioni scientifiche basate sui fatti e non sull'ideologia”.
Si consuma così un'altra frattura con le politiche dell'era Bush, orientate e condizionate da quella galassia di chiese e movimenti di tipo fondamentalista inquadrati nella Destra religiosa.
Come prevedibile la decisione della Casa Bianca ha provocato le reazioni della Conferenza episcopale degli USA che ha parlato di “una triste vittoria della politica sulla scienza e sull'etica”; ancora più duro il giudizio delle associazioni “per la vita” che sui loro siti hanno accusato il presidente “di aprire le porte alle fabbriche degli embrioni umani”.
Un sondaggio dell'Istituto Gallup del 9 marzo, rilevava che era favorevole all'abolizione delle restrizioni sulla ricerca il 52% degli americani mentre si dichiarava contrario soltanto il 41%. Ancora più netto il giudizio sulla moralità della ricerca scientifica sulle staminali embrionali: moralmente accettabile per il 62% degli americani; moralmente sbagliata per il 30%. Su questo tema, pure controverso, il presidente naviga con un buon vento in poppa e “spacca” il fronte repubblicano: valga ad esempio, il pubblico apprezzamento espresso a Obama da Nancy Reagan, vedova del presidente che aprì le porte dello Studio ovale alla stessa Destra religiosa che ora biasima la decisione della Casa Bianca.
Scrivendo degli USA ma pensando all'Italia, vogliamo proporre tre osservazioni. La prima è che in un sistema rigorosamente “separatista” tra lo Stato e le comunità di fede come quello USA, le ipoteche confessionaliste possono anche affermarsi e consolidarsi come è accaduto negli anni di George W. Bush, ma non hanno vita eterna. Nessun presidente, neanche il più fondamentalista, potrà andare oltre una certa soglia di commistione tra politiche dello Stato e valori confessionali: ne va del fondamento stesso del “patto civile” alla base di una società eccezionalmente pluralista anche sotto il profilo religioso.
La seconda considerazione è che, come già aveva fatto in campagna elettorale, Barack Obama ha parlato da presidente ma anche da “uomo di fede”: e da credente ha voluto richiamare un'etica cristiana della libertà e della responsabilità: liberi di cercare, responsabili di fronte a Dio delle nostre azioni e delle nostre scelte. Siamo ben lontani dall'etica e dalla teologia dei “valori assoluti” che delegittimano altri valori come quello della ricerca scientifica o del tentativo di “alleviare la sofferenza umana”.
La terza considerazione è che, negli USA come altrove, esiste un'opinione pubblica che ha un'idea molto precisa del diritto alla libertà di ricerca scientifica e non accetta che le chiese o le confessioni religiose impongano limiti e condizioni. Il che non significa che non vi siano limiti e condizioni, ma non sono quelli dettati da un Magistero: sono il frutto di un dibattito pubblico e di un processo nelle istituzioni “laiche” della politica. Se così non fosse, più che a Washington, saremmo vicini a Teheran. (NEV-10/2009)

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